lunedì 16 agosto 2010

"Imprigionati e rovinati dal nostro io"

Per riflettere sulla deriva del mondo politico, economico e sociale, diamo oggi uno sguardo ad alcune parole del Cardinal Tettamanzi, pronunciate ieri durante l'Omelia Pontificale dell'Assunta. Ogni nostro commento è superfluo perchè sarebbe ripetitivo.

L’io è fatto per l’incontro e la relazione


Guardare in alto! È possibile, è bello, è doveroso. Ma è necessario il coraggio, tanto coraggio!
Sì, perché il rischio che tutti corriamo è di guardare in basso, solo in basso, imprigionati e rovinati come siamo dal nostro “io”: un “io” spesso pesantemente segnato dall’individualismo e dall’egoismo, un “io” che ripiegandosi su se stesso tende ad assolutizzarsi, a configurarsi come un “idolo” da adorare e per il quale si è disposti a sacrificare tutto. Ma un “io” così inquina il rapporto essenziale che ciascuno di noi ha con gli altri: siamo fatti per l’incontro e la relazione. Quando però sull’incontro e sulla relazione prevale l’affermazione del proprio “io”, la sensibilità verso l’altro diviene indifferenza, l’impegno verso l’altro non è più percepito e vissuto
come responsabilità, il dono di sé all’altro qualcosa di non dovuto. Così la relazione corre il rischio di svilirsi e degradarsi ad atteggiamento fortemente elettivo - possibile solo con poche persone selezionate, magari
perché portatrici di qualche utilità per il singolo -, oppure a dedizione temporanea, vissuta quando serve, non come scelta stabile ma solo quando ve ne è qualche necessità. Questo soggettivismo li riscontriamo nella società, ma non di rado – come virus che mina la sua esistenza - anche nella famiglia. I limiti di un “io” così, ripiegato su se stesso, non è difficile riscontrarli anche là dove ci si esprime come un “noi”. In realtà, anche nelle stesse occasioni nelle quali si vivono modi di essere e di agire associati non necessariamente si è di fronte a relazioni veramente aperte all’altro. Quante famiglie vivono isolate tra le proprie mura, nei propri progetti,
perseguendo i propri interessi, sfuggendo alla relazione con i vicini di casa, con il quartiere, con le realtà associative del territorio, con la comunità cristiana, con chi domanda aiuto e sostegno o con le altre famiglie assetate di relazioni vere e significative.

Lo stesso purtroppo capita in alcuni gruppi, dove l’interesse che è al centro dell’associarsi è “privato”, esclusivamente corporativo, per tutelare interessi particolari e parziali, dove il bene dei singoli non è perseguito in relazione al bene comune dell’intera società, ma ricercato contrapponendosi ad altri, non di rado a scapito e a danno del bene altrui. Tanti sono gli esempi possibili, ricorro solo alla manifestazione estrema e attuale: non è questa la logica che anima le associazioni malavitose che operano nella nostra Città e nel suo hinterland?
E questo atteggiamento è altrettanto grave e dagli effetti altrettanto dannosi quando è realizzato da coloro dai quali invece ci si attenderebbe un contributo decisivo alla costruzione del bene comune: penso ad alcuni modi di vivere il “noi” tipico dell’esperienza dell’associarsi per fare politica, sindacato, impresa economica, servizio pubblico o - addirittura – ad alcuni modi di vivere l’esperienza ecclesiale… In apparenza si dichiara – come dovrebbe essere per natura e statuto - di essere a servizio degli altri, in realtà si considerano “gli altri” funzionali ai propri interessi, per sfamare il bisogno di potere, notorietà, ricchezza. Così, senza l’apporto di queste istituzioni al bene di tutti, la Città e il Paese non sono più guidati e sostenuti in un percorso ragionato e
 lungimirante di crescita complessivo, attento ai bisogni di tutti. Gli interessi dei singoli e dei singoli gruppi prevalgono violentemente, ferendo e disgregando le città, limitando la sua progettualità, esponendo ad ancora maggiori povertà e debolezza chi povero e debole lo è già.


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martedì 3 agosto 2010

La deriva governativa secondo "Famiglia Cristiana"

Oggi, torniamo ad occuparci di politica e lo facciamo con la pubblicazione di un Ansa: essa si riferisce alle osservazioni del settimanale "Famiglia Cristiana", che sentiamo di condividere punto per punto. Abbiamo già affrontato il tema e ci sembra giusto non trascurare prese di posizione da parte dell'ambiente cristiano che, per troppo tempo, ha taciuto sulla deriva morale della politica italiana:

ROMA - "Una concezione padronale dello Stato ha ridotto ministri e politici in 'servitori', semplici esecutori dei voleri del capo" e "poco importa che il Paese vada allo sfascio: non si ammettono repliche al pensiero unico. E guai a chi osa sfidare il 'dominus' assoluto". Così, nell'editoriale del numero di domani in edicola, Famiglia Cristiana interviene sulla questione morale e la situazione nel Pdl, sottolineando che "lo sbandierato garantismo, soprattutto a favore dei potenti, è troppo spesso pretesa di impunità totale. Nonostante la gravità delle imputazioni". "L'appello alla legittimazione del voto popolare non è lasciapassare all'illegalità", prosegue il settimanale dei paolini, parlando di un "disastro etico sotto gli occhi di tutti" e sottolineando che "quel che stupisce è la rassegnazione generale. La mancata indignazione della gente comune".

"Che ne sarà del Paese, dopo la rottura Berlusconi-Fini?", si interroga l'editoriale sottolineando che "la scossa sarà salutare solo se si tornerà a fare 'vera' politica. Quella che ha a cuore i concreti problemi delle famiglie: dalla disoccupazione giovanile alla crescente povertà". Bisogna avere "l'umiltà e la pazienza di ricominciare. Magari con uomini nuovi, di indiscusso prestigio personale e morale. Soprattutto se si aspira alle più alte cariche dello Stato", aggiunge il settimanale. "La questione morale agita il dibattito politico dal lontano 1981", ricorda l'editoriale spiegando che ora "bastano tre cifre per dirci a che punto siamo arrivati": un'evasione fiscale che sottrae all'erario 156 miliardi, mafie che fatturano da 120 a 140 miliardi e corruzione che "brucia altri 50 miliardi, se non di più". "Contro l'impotenza morale del Paese, il presidente Napolitano ha invocato i 'validi anticorpi' di cui ancora dispone la nostra democrazia e la collettività": famiglia, scuola e, soprattutto, "mondo ecclesiale sono i primi a essere chiamati a dare esempi di coerenza e a combattere il male con più forza". La rassegnazione - ribadisce l'editoriale - è "un sintomo da non trascurare. Vuol dire che il male non riguarda solo il ceto politico. Ha tracimato, colpendo l'intera società". "Prevale la 'morale fai da te': è bene solo quello che conviene a me, al mio gruppo, ai miei affiliati. Il 'bene comune' è uscito di scena", conclude il settimanale.

FONTE ANSA

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lunedì 2 agosto 2010

Il calcio invade la vita familiare

 "Politica sportiva" è il tema del post di oggi in questa sezione: una decisione al quanto controversa ha portato alla spalmatura delle partite del prossimo campionato di calcio. In questo modo, si va a colpire lo spazio familiare già provato a causa dello stress settimanale. Se togliamo anche la Domenica, quando la famiglia potraà riunirsi in pace e serenità? Ecco l'intervento di Mons. Carlo Mazza, ai microfoni di Radio Vaticana:


Ogni turno del prossimo Campionato di calcio italiano sarà distribuito in più giorni: sono previste partite alle 12.30 della domenica, anticipi al venerdì sera e anche posticipi del lunedì. Ad influenzare questa decisione sono soprattutto le scelte, dettate da motivi economici, di chi detiene i diritti televisivi. Si tratta di novità discutibili, sottolinea al microfono di Luca Collodi il vescovo di Fidenza, mons. Carlo Mazza, già direttore dell'Ufficio nazionale della Conferenza episcopale italiana per la pastorale del tempo libero, turismo e sport:

R. - Credo che quest’anticipo alle 12.30 sia veramente deleterio, in tutti i modi, sia per quanto riguarda i calciatori, che scendono in campo alle 12.30 - per i quali ci si potrebbe chiedere in che modo siano preparati e disposti, anche se questo è un problema di tipo atletico che può essere accantonato -, sia per la famiglia, che è il problema più grande. Mettersi davanti agli schermi alle 12.30, quando si va a pranzo o ci si prepara per andare a pranzo, a me pare un’invasione di campo. Questa sì che è un’invasione di campo e credo che bisognava pensarci bene ed anche un po’ prima rispetto alla decisione finale. Io rispetto molto tutti coloro che hanno dovuto decidere su questi aspetti, però non possiamo non dire una parola su questa situazione, che in qualche modo lede quello che è un minimo di stile familiare, cioè lo stare insieme, come può essere il pranzo, il sedersi a tavola, il ritrovarsi con i familiari ma anche con gli amici ed i parenti. La famiglia è uno snodo importantissimo, non possiamo “svenderlo” ad altri eventi, a meno che non siano eventi eccezionali. Sotto il profilo familiare come anche quello etico, cioè il modo in cui l’Italia vive il calcio, credo bisogna mettere dei paletti, perché se vogliamo riformare il calcio dobbiamo dare anche dei segnali su questi aspetti che sembrano marginali e secondari, ma che, di fatto, hanno sul tutto una loro incidenza, non ultima quella delle Messe. Questo è un problema dei cattolici - come si usa dire - e quindi se lo risolvono loro. Bisogna, però, stare molto attenti a togliere questi fondamenti e questi valori che, in qualche modo, strutturano una tradizione di grande pregio. Così, in qualche modo, la inficiamo con iniziative che potrebbero in qualche modo metterla a rischio.

D. - Questo va appunto a confliggere con quello che più volte la Chiesa ha sottolineato, cioè di santificare la Domenica. Lo abbiamo ricordato, la Domenica é il giorno del Signore, ma è anche il giorno della famiglia…

R. - Negli anni Novanta abbiamo fatto battaglie incredibili. Tutte perse, per la verità. Lo spostamento delle partite al sabato ed anche la domenica, questo "spalmare" il calcio sul tempo dell’uomo e sul tempo della Domenica credo sia una forzatura. Direi, allora, che occorre, anche qui, riprendere in mano il senso profondo dei valori veri dell’uomo, della famiglia, del calcio e di tutto quello che è la nostra civiltà italiana. Bisognerà ripensare a fondo, perché se tocchiamo la Domenica, che è il giorno più bello, più elevato, più ricco di significati ed anche più disponibile all’umano, dove vogliamo arrivare, poi, con la nostra società e con il nostro modo di vivere insieme?

D. - Di fatto, secondo lei, gli sportivi possono modificare questa situazione? Ad esempio, i primi dati sugli abbonamenti ci dicono che c’è un calo drastico…

R. - A me dispiace molto se gli abbonamenti calano. D’altra parte, però, può essere un segnale che viene dato dagli sportivi più avveduti, più coscienziosi e pensosi alle società, ai presidenti delle società. Allora, anche qui, bisognerà ritrovare quelle linee armoniche che tengono insieme i valori degli sportivi, i valori delle squadre, i valori dello sport in generale e trovare una linea che sia di sostegno a questi valori. Se il calo degli abbonamenti dovesse mantenersi, occorrerà rifletterci veramente tanto, perché sarebbe la prima volta che gli sportivi, con un gesto preciso, danno un segnale altrettanto preciso al calcio italiano. (Montaggio a cura di Maria Brigini)


Ecco l'esempio perfetto della famiglia ormai seguito da pochi
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sabato 31 luglio 2010

La politica dell'amore?

 Ci viene spontaneo intervenire sulla situazione politica attuale. In questi giorni si sta consumando una vera e propria crisi di governo che ha condotto all'allontanamento di dissidenti dal partito del Popolo della Libertà. Alcuni mesi or sono, questi signori si erano autodefiniti membri del partito dell'amore. Tutti noi pensavamo fosse una cosa buona, peccato che il partito dell'amore è una mini bufala che si è trasformata nel partito dell'odio e del rancore.

Una cosa ci viene spontanea da sottolineare: perchè questo disgregamento? A vedere bene i fatti c'è da piangere: il motivo dell'allontanamento consta nel aver protetto la legalità? Ho visto il Presidente della Camera Gianfranco Fini, mettersi di traverso su questioni importanti come il rispetto della legalità, il diritto di stampa, il diritto di cronaca, il rispetto delle istituzioni (cose che anche noi, quando abbiamo potuto, abbiamo difeso). Allora mi son chiesto perchè allontanare qualcuno che difende i valori per cui il partito è nato? E' paradossale che venga "cacciato" chi difende i valori mentre si difende a spada tratta chi delinque e corrompe. Così può passare l'idea malsana che la politica ami difendere la corruzione perchè su di essa è fondata. E' questa un idea brutta, ma che si va diffondendo in mezzo ad un popolo sempre più sconcertato e privo di punti di riferimento a livello politico. Se questa deve essere la politica dell'amore, perchè il popolo è abbandonato a sé stesso? Perchè nessuno si interessa dei poveri cassintegrati? Perchè il peso delle crisi lo devono sopportare i poveri mentre i ricchi continuano a sfoggiare lusso e ricchezza? Perchè si continuano ad approvare leggi di cui il popolo non sente il minimo bisogno? A queste domande, ci piacerebbe ricevere risposta da chi dice di essere difensore dei valori e del popolo.

Vista la nostra vicinanza al quotidiano dei Vescovi "Avvenire", ecco uno stralcio del loro intervento sulla situazione: "Un terremoto politico del quale è difficile per ora valutare appieno le conseguenze". Sul quale si possono trarre già alcune conclusioni: "Si sta disgregando il progetto di un sistema politico bipartitico, mentre si attenua anche la concezione del bipolarismo basata sull'autosufficienza, spesso esibita con una certa arroganza verbale poi smentita dai numerosi scivoloni parlamentari". La maggioranza di centrodestra appare oggi esplicitamente friabile, mentre le opposizioni divergono sulla soluzione da dare a un'eventuale crisi formale del governo. Il rischio maggiore è quello di una soluzione di paralisi".

Tutto questo ci porta a riflettere: è proprio vero che l'unico partito e l'unica politica dell'amore sono Gesù Cristo e la Sua Chiesa ...

di Angel 

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martedì 27 luglio 2010

In difesa della libertà del web

In questi giorni, è sotto minaccia anche la libertà di chi come noi, gestisce siti internet o blog di vario genere. SI parla di imbavagliare il web per eliminare la verità anche da queste pagine. Siamo consci che probabilmente ci vorrebbe uno strumento di controllo della Rete che però non si trasformi in un bavaglio, ma in un semplice prevenire e reprimere reati previsti come tali dalla legge.  Per questo motivo aderiamo al passaparola di questi giorni, per mostrare la nostra contrarietà al disegno di legge che limita la libertà del web. Quanto segue è un articolo tratto da "il Fatto Quotidiano ", che mostra in termini tecnici di cosa si tratta:

""Il nostro Premier non ama la Rete e questo non è né un mistero né una notizia.

Perché mai, d’altra parte, il Signore dell’oligopolio dell’informazione italiana ed il Re del TELE-COMANDO dovrebbe guardare anche solo con interesse ad uno strumento come la Rete che consente a chiunque di dire la sua a pochi click di distanza dal sito internet di RAI UNO che pubblica i video promo del prode Minzolini?

In un mondo che guarda al web – eccezion fatta per qualche regime totalitario – come ad una straordinaria risorsa democratica ed ad un diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino, la radicale assenza, da parte di questo Governo, di qualsivoglia politica dell’innovazione è di per sé un fatto preoccupante.

Difficile sentirsi sereni e cittadini di un Paese moderno quando il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta – mentre il resto d’Europa investe milioni di euro per promuovere la diffusione della banda larga per uscire dalla crisi – ti dice che noi investiremo in banda larga solo dopo che – non è dato sapere come – saremo usciti dalla crisi o, piuttosto, quando il Ministro dell’Innovazione nel promuovere un progetto vecchio di cinque anni e anti-innovativo come la PEC, destinata a far la gioia solo di Poste Italiane aggiudicataria – non certo a sorpresa – di una concessione da 50 milioni di euro l’anno, lo battezza “la più grande rivoluzione culturale mai prodotta in questo Paese” nonché “la migliore riforma italiana dal dopoguerra ad oggi” .

Negli ultimi mesi, tuttavia, sta accadendo qualcosa di più.

C’è un disegno nel Palazzo che ha per obiettivo quello di imbavagliare anche l’informazione libera online e consegnare la Rete nelle mani dei Signori dell’informazione di un tempo perché la utilizzino come una grande TV.

Nessuna teoria complottista ma solo l’analisi dei fatti.

L’ormai celebre – nel senso dello strangolatore di Boston e non certo di un premio nobel per la pace – DDL intercettazioni, tra le tante disposizioni liberticida, contiene un art. 29 che estende a tutti i gestori di siti informatici – e dunque all’intera blogosfera italiana – l’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla Stampa datata 1948 e scritta dai padri costituenti quando Internet non esisteva neppure nell’immaginario degli scrittori di fantascienza.

All’indomani dell’approvazione del DDL, se un blogger ricevuta una richiesta di rettifica non provvederà entro 48 ore sarà passibile di una sanzione pecuniaria fino a 12 mila e 500 euro: una pena accettabile per un editore tradizionale ma di gran lunga superiore agli utili di un lustro di uno dei tanti blog che popolano la blogosfera italiana, garantendo quell’informazione libera che solo pochi giornali e poche TV hanno potuto e saputo sin qui assicurare.

Il malcelato obiettivo perseguito dal Palazzo con questa disposizione, ancora una volta, non ha niente a che vedere con la tutela della privacy dei cittadini e risponde, piuttosto, alla finalità di disincentivare i non professionisti dell’informazione ad occuparsi di informazione in modo tale che, anche nell’era di internet, l’informazione, in Italia, possa essere controllata esercitando pressioni politiche ed economiche su un numero quanto più limitato possibile di persone.

Nei giorni scorsi due emendamenti al comma 29 dell’art. 1 del DDL intercettazioni presentati, in Commissione Giustizia alla Camera, al fine di “ammorbidire” l’impatto della disposizione sull’ecosistema Internet, sono stati, addirittura, dichiarati – del tutto inspiegabilmente – inammissibili dal Presidente, Giulia Bongiorno .

La Rete ha reagito con una lettera aperta indirizzata al Presidente Fini ed a tutti i deputati italiani, ma, naturalmente, le chance che il testo del comma 29 venga modificato nella discussione in aula appaiono prossime allo zero.

Frattanto – ed è proprio questa coincidenza e sovrapposizione di eventi a non consentire più di giustificare quanto sta accadendo sulla base del fatto che il Palazzo sia abitato da dinosauri che non conoscono la Rete – l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato, nell’ambito di una consultazione pubblica, gli schemi di due Regolamenti volti a disciplinare la diffusione di contenuti audiovisivi a mezzo internet in ossequio all’ormai famoso Decreto Romani.

Tutte le web tv ed i video blogger italiani, in forza degli emanandi regolamenti, dovranno chiedere all’Agcom un’autorizzazione – o almeno indirizzarle una dichiarazione di inizio attività -, versare 3000 euro per il rimborso delle spese di istruttoria (quali?) e, soprattutto, finiranno assoggettati, tra gli altri al solito obbligo di rettifica, sempre entro 48 ore e sempre sotto la minaccia di una sanzione fino a 12 mila e 500 euro .

L’obiettivo dell’ultimo scellerato progetto di Palazzo sembra evidente: ora che il Cavaliere si accinge a sbarcare in Rete avendone forse, almeno, subodorato le enormi potenzialità, la vuole tutta per lui, per i suoi amici e per i soli suoi nemici che ha, comunque, la garanzia di poter controllare almeno in termini economici.""

FONTE
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sabato 24 luglio 2010

Chiusa indagine su mons. Zollitsch: totalmente estraneo ai fatti.

Forse non è la sezione più appropriata, ma ci sentiamo di comunicare una notizia che i mass media hanno in larga parte, preferito ignorare o quasi: a seguito di indagine da parte delle autorita' tedesche, l'arcivescovo di Friburgo, Robert Zollitsch e' risultato totalmente estraneo al reato di complicita'/favoreggiamento nei confronti di un sacerdote accusato di pedofilia.  Il testo che segue è tratto dal sito dell'UCCR: Unione Cristiani Cattolici Razionali:

"Ai laicisti è andata male un'altra volta: dopo essersi esaltati perché qualche sacerdote ha compiuto atti pedofili su dei bambini, hanno provato anche ad incastrare il presidente dei vescovi tedesco. Ma l'accusa si è rivelata, anche questa, totalmente infondata. L'arcivescovo di Friburgo, Robert Zollitsch, non si infatti reso complice del sacerdote che negli anni Sessanta avrebbe (sarà vero o anche qui è una montatura??) abusato sessualmente di un minore. L'archiviazione dell'inchiesta è stata chiesta dalla Procura di Costanza. Non si ritiene infatti che mons. Zollitsch abbia mai coperto o in qualche modo agevolato il religioso. Secondo la presunta vittima degli abusi, mons. Zollitsch -- che all'epoca era responsabile del personale della Chiesa friburghese -- sarebbe stato a conoscenza degli abusi e nonostante ciò avrebbe confermato al suo posto il religioso cistercense. La Procura, tuttavia, ha concluso che in quello stesso lasso di tempo non si era a conoscenza degli abusi e che dunque ciò fa decadere qualsiasi responsabilità da parte dell'attuale presidente dei vescovi tedeschi. Fin da subito, 2 giugno 2010, l'arcidiocesi di Friburgo aveva parlato di totale estraneità, ricordando le stesse conclusioni a cui è giunta ora la procura tedesca. La notizia è riportata su Radio Vaticana e su Kath.net."

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lunedì 19 luglio 2010

Paolo Borsellino e la sconfitta dello Stato

Anche nell'angolo politico, oggi diamo il giusto tributo a Paolo Borsellino. E voglio farlo pubblicando un post scritto da Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori, poiché si sofferma su un fatto molto importante e su cui lo stesso Borsellino si era concentrato fino alla morte e cioè le collusioni mafia-politica:

"Sono a Palermo per ricordare Paolo Borsellino e la sua scorta, a diciotto anni da quel giorno funesto, in via D'Amelio.
In via D’Amelio e a Capaci saltarono in aria i valori dello Stato, non soltanto le macchine investite dalle esplosioni.
Aveva ragione Antonino Caponnetto, fondatore del pool antimafia di cui facevano parte Borsellino e Falcone, quando, ripreso a caldo dalle telecamere, disse con la voce strozzata dal dolore: «E' finito tutto, è finito tutto»
.
Borsellino, così come Falcone e molti altri dopo di loro tra forze dell’ordine e fedeli servitori dello Stato, furono uccisi da facce ancora senza volto che sappiamo essere oggi nelle istituzioni.
Celebrare questa giornata è un dovere morale per un Paese in cui la legalità sembra essersi dissolta nell'acido, ascoltando le sentenze e le testimonianze registrate nei processi degli ultimi anni.
Un senatore della Repubblica che definisce "veri pentiti" due assassini come i fratelli Graviano (guarda il video), può bastare per farci capire chi siede oggi in Parlamento.
Dov’è la legalità? La legalità rappresenta ancora un valore per gli italiani? O è rimasto solo un gruppo di cosiddetti “manettari” a difenderla?
Se Borsellino fosse tra noi, oggi, avrebbe un gran da fare, forse. Certamente, però, sarebbe ancora vivo.
Nel XXI secolo la criminalità non ha più bisogno di uccidere, poiché elegge i suoi rappresentanti in Parlamento, li colloca nella magistratura, nelle Forze dell’Ordine, nell’imprenditoria.
E se Paolo fosse arrivato a scoprire realtà scomode, allora sarebbe stato semplicemente rimosso dall’incarico come è successo con de Magistris, Apicella, Forleo. Ma sarebbe ancora vivo.
Borsellino è morto nel '92 perché rappresentava gli italiani che non volevano trattare con la criminalità.
Oggi essere un rappresentante della criminalità organizzata significa essere importanti e muovere le sorti del Paese. Oggi avere rapporti con la criminalità ti garantisce un posto in prima fila, un posto da senatore o addirittura da sottosegretario. Un posto al sole, insomma.
Oggi la criminalità è arrogantemente presente in ogni settore ed è la prima industria del Paese.
E’ presente più dello Stato tra la popolazione, offre lavoro, appalti, soldi e fortuna, e celebra anche lei la morte di Borsellino distruggendone le icone che lo ricordano.
Le sculture dei due giudici danneggiate a Palermo ricordano uno Stato contrapposto alle mafie, una contrapposizione superata dal dialogo e dalla collusione odierni.
Se Paolo fosse riuscito a portare a termine il suo lavoro, tenendo lontano lo Stato dalle mafie, vivremmo in un'Italia diversa.
Borsellino aveva gli strumenti per cambiare le cose, e intorno a lui c’era una popolazione che lo sosteneva. Nel cuore dei cittadini lui era un eroe, mentre coloro che lo volevano ammazzare erano topi che si muovevano all’ombra delle fogne.
Oggi gli incontri tra politici e criminali avvengono alla luce del sole. I topi sono usciti allo scoperto e sono entrati in Parlamento.
Paolo in quel 19 luglio non aveva intorno solo la sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina) ma tutti gli italiani.
Per questo con l'uccisione di Borsellino ha perso l'Italia intera.
Le agende rosse innalzate in cielo, oggi a Palermo, devono essere un punto da cui ripartire. Gli italiani, in questo giorno di ricordo, hanno una grande occasione per riflettere. I vari Dell’Utri, Cuffaro, Cosentino sono il prodotto di una deriva democratica per cui diversi servitori dello Stato hanno perso la vita negli anni '90.
Il miglior omaggio alla memoria di Borsellino che i cittadini possano fare è quello di assumersi l’impegno di rigettare i topi nelle fogne. E con loro chi gli ha aperto i tombini."

 
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venerdì 16 luglio 2010

La verità viene sempre a galla...

Questa mattina su Repubblica è apparso un articolo molto drammatico contenente i risultati delle intercettazioni in stile cupola mafiosa degli uomini di "Cesare", il nome col quale si allude al premier.

Di seguito l'articolo che invito a leggere a voi tutti perché sappiate che l'Italia sta scivolando in una buca dittatoriale dove chi decide non è più il popolo ma i politici. La democrazia sta soffrendo pesanti fendenti sul suo seno da parte di "Cesare". Stavolta chi subisce le ventitré pugnalate non è "Cesare", al contrario è lui che le infligge alla sovranità del popolo.


L'avevamo capito dal momento in cui la politica italiana non si è più occupata dei bisogni del cittadino ma dei propri interessi. Se così fosse, e sembrerebbe proprio che le cose stiano così, "Cesare" con il suo sorriso a trentadue denti non fa altro che gettare fumo negli occhi per occultare le sue magagne compiute dietro alle spalle del popolo italiano il quale è vittima di un sistema politico alla stregua della criminalità organizzata.

Ci auguriamo si faccia chiarezza, ma più di tutto ci appelliamo alla Giustizia Divina che metta in ordine le cose con la Sua destra.

di Mikhael
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martedì 13 luglio 2010

Intervista al Cardinal Angelo Bagnasco

Eccoci di ritorno, in questo spazio, per pubblicare un interessante intervista al Cardinal Angelo Bagnasco, che dà un forte ritratto dell'attuale situazione politica italiana e che condividiamo totalmente:

Intervista al cardinale Angelo Bagnasco presidente della Conferenza episcopale italiana





 Testimoni credibili in una società in crisi

Da Benedetto XVI un'immensa forza rinnovatrice per una nuova generazione di laici

di Marco Bellizi

La questione sollevata dalla controversa sentenza della Corte di Strasburgo che vieta l'esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche da affrontare con un pizzico di buon senso; la malintesa e pervicace forma di laicità, che ignora il fatto religioso e anzi esplicitamente lo esclude; la necessità di un'autoriforma e di una purificazione della Chiesa indicata da Benedetto XVI; l'esigenza di una nuova generazione di politici cattolici auspicata già dal Papa e dal suo segretario di Stato; il persistere della crisi economica; l'anniversario dell'unità d'Italia come occasione per ritrovare coesione e convergenza secondo l'auspicio, tra gli altri, del presidente della Repubblica; il federalismo come intuizione già presente nella dottrina sociale della Chiesa; la bellezza, la gioia e la responsabilità dell'essere preti come frutti dell'Anno sacerdotale. Sono i questi i temi della lunga intervista che il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo metropolita di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) ha rilasciato al nostro giornale. Che ha espresso alla fine una convinzione: "Questi mesi difficili cederanno il passo a una rinnovata passione per l'annuncio di Dio con le parole e le opere. Di Dio, infatti, l'uomo contemporaneo sente forte il bisogno in un mondo confuso e incerto, ma pur sempre alla ricerca del senso della vita terrena e della felicità piena".

Eminenza, il 30 giugno si è tenuta presso la Corte di Strasburgo l'udienza per il ricorso presentato dal Governo italiano contro la sentenza del novembre scorso che vieta l'esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche. Che aspettative ha rispetto a questa decisione? A quali conseguenze porterebbe una conferma della precedente sentenza?

A dire la verità, mi aspetterei solo un pizzico di buon senso. È strano infatti che proprio oggi, quando il confronto interculturale si fa più esigente, a motivo della crescente mobilità, si pretenda poi di censurare una delle matrici fondamentali della storia del nostro continente. Ipotizzare, come taluni fanno, che il crocifisso leda la laicità dello Stato, il quale non dovrebbe inclinare verso nessuna opzione religiosa o confessionale, significa dimenticare che ben prima dello Stato vi è la gente; esiste infatti un humus profondo che identifica il sentire comune della gran parte della popolazione italiana. Nella scelta di mettere tra parentesi un segno come il crocifisso colgo peraltro una scarsa considerazione di quel principio di sussidiarietà per cui ciascuno Stato, nel contesto europeo, presenta una peculiare radice che merita rispetto e considerazione. Del resto, a essere sinceri, a chi mai è venuto in mente di eliminare festività nazionali che hanno una chiara impronta religiosa nel nostro o in altri Paesi del mondo? Volere eliminare le caratteristiche tradizioni culturali e religiose di un Paese, specie quelle legate agli ambienti di vita - siano essi la scuola o i luoghi di aggregazione giovanile - significa rinunciare proprio a quella ricchezza delle culture che si vorrebbe per altri versi tutelare e difendere.

Sono stati in molti a ravvisare dietro alla precedente sentenza della Corte un'ispirazione culturale molto vicina a sentimenti di cristianofobia. Lo stesso si è detto a proposito degli attacchi subiti dalla Chiesa, come per esempio è avvenuto in Belgio. Da dove nasce tutta questa ostilità?

Più semplicemente - ma vorrei dire ancora più gravemente - esiste una malintesa e pervicace forma di laicità, che sarebbe meglio definire laicismo; questa ignora il fatto religioso, anzi esplicitamente lo esclude. Si tratta in realtà di una grave amputazione del senso dello Stato, che ovviamente non ha competenze in campo religioso né persegue finalità religiose, ma deve riconoscere, rispettare e anzi promuovere la dimensione religiosa. Dietro la libertà religiosa infatti si cela la più decisiva esperienza della libertà umana, senza la quale è a rischio non solo la fede, ma ancor prima la democrazia. Dietro la cosiddetta neutralità dello Stato è presente un pregiudizio, tardo a morire, verso il quale giustamente Benedetto XVI da tempo va concentrando la sua riflessione: quello cioè di confinare Dio al di fuori dello spazio pubblico, riducendolo a una questione privata. Per quel che riguarda l'Europa, poi, si trascura il fatto che la nostra civiltà - delle cui conquiste relative alla libertà, all'uguaglianza, ai diritti individuali e sociali tutti godono - germoglia proprio dal crocifisso, riconosciuto come il suo simbolo più qualificato e universale.

Benedetto XVI ha affermato che il pericolo più grande per la Chiesa è al suo interno. Come si affronta questa minaccia?

Il Santo Padre chiama tutti i cattolici a un'opera di autoriforma e spinge tutta la Chiesa a compiere un cammino di purificazione. Questa indicazione è senza dubbio una provocazione non solo per il mondo ecclesiale, ma per la stessa società civile. Tale linea di marcia non è affatto "spiritualista", come afferma qualcuno; al contrario, racchiude un'immensa forza rinnovatrice, una forza di concretezza e di azione che la storia già conosce. In una stagione in cui tendenzialmente tutti cercano di difendere se stessi e, all'occorrenza di denigrare gli altri, il Papa invita a battersi il petto e a non guardare alle colpe altrui, chiamando in causa la coscienza individuale perché dinanzi a Dio ognuno si riconosca nella verità. È evidente che l'insidia maggiore nasce sempre dal di dentro e non dal di fuori. Ciò che fa vacillare, infatti, non sono gli attacchi, anche virulenti, che possono esserci da parte di chi nutre pregiudizi o ostilità nei riguardi della fede, ma quelli da parte di chi alla fede si appella, rinnegandola poi nel concreto con l'insipienza e lo scandalo dei suoi comportamenti. La minaccia dall'interno dunque è più subdola e chiede di essere smascherata attraverso un lineare riconoscimento dei fatti, seguendo un rigoroso percorso di penitenza che non ammette ritardi o attenuanti. Nel caso degli abusi su minori, che hanno coinvolto dolorosamente alcuni ecclesiastici, occorre aggiungere che l'accertamento dei fatti, nelle sedi e nei modi dovuti, garantisce alla giustizia i colpevoli di questi terribili delitti. Se, come credo, la crisi che si sta attraversando ha un senso, esso consiste proprio nel ritornare con umiltà alle sorgenti del Vangelo, che chiama ogni generazione di cristiani a dare ragione della propria speranza con le parole e con la vita.

La questione educativa è da tempo indicata come elemento centrale dell'azione pastorale. In Italia, la Chiesa l'ha messa al centro degli orientamenti pastorali per il prossimo decennio. C'è un momento, o un processo, a partire dal quale, nella società civile, si può ravvisare l'inizio di questa emergenza?

Come ricorda di frequente Benedetto XVI, ogni generazione è chiamata a raccogliere la sfida della libertà, e così a imparare sempre di nuovo cosa significhi essere liberi. Certamente ai nostri giorni esiste una serie di elementi che hanno reso più difficile l'esercizio di questa libertà, a fronte di un'aspirazione diffusa che la vede come un diritto e non anche come una responsabilità. In particolare, il mondo degli adulti ha smesso di generare alla vita. Ognuno di noi, infatti, cresce non tanto ascoltando quanto vedendo qualcuno. In concreto, genera alla vita chi si lascia sorprendere dalla vita e attraversare da essa. Ciò vuol dire che per essere generativi bisogna accettare il fatto che non si è all'origine della vita, ma che ci si fa attraversare da essa e con essa si dialoga. Diversamente si resta accecati e imprigionati dalla volontà di potenza e si finisce per distruggere il mondo. Credo che avere perso il senso dell'anteriorità, cioè di Dio, abbia prodotto mancanza di autorevolezza, e finito col creare una società senza padri, cioè fatalmente senza testimoni. La capacità di generare peraltro implica sempre una trasformazione personale, fatta di dedizione, di impegno, di passione, di successo e di fallimento. Fa parte dell'accoglienza della vita anche il sapere rinunciare a qualcosa di sé per gli altri. Mi sembra che questa serie elementare di atteggiamenti sia scomparsa dalla scena pubblica per dare adito a comportamenti per lo più narcisistici, quando non addirittura adolescenziali.

Benedetto XVI, già nel 2008, ha fatto riferimento alla necessità di una nuova generazione di politici cattolici, messaggio rilanciato dal suo segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, e da lei in occasione del Consiglio permanente della Cei dello scorso gennaio. Generalmente questo messaggio viene inteso come una chiamata ad assumere iniziative politiche conseguenti alla propria coscienza di cristiani. È questa l'interpretazione corretta?

Il Papa a Cagliari ha auspicato una nuova generazione di politici cattolici e il suo segretario di Stato, il cardinale Bertone, gli ha fatto doverosamente eco, per segnalare una urgenza che è sotto gli occhi di tutti. L'affezione per la cosa pubblica sta scemando e sempre più rarefatto è il consenso intorno al bene comune, privilegiando ciascuno beni di piccolo cabotaggio e senza prospettiva alcuna. Per questa ragione anch'io ho fatto riferimento a un "sogno" per evocare una direzione di marcia verso cui camminare. Nella prolusione mi riferivo appunto a "una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni". Penso che attorno a questo tema nevralgico della nostra società, che chiama in causa la testimonianza della Chiesa, occorra il concorso attivo di tutti. Come vescovi italiani ci impegneremo a una specifica riflessione in merito.

Sui temi etici, in quasi tutti i partiti italiani si registrano al momento posizioni eterogenee. Esiste oggi un problema di rappresentanza politica delle posizioni cattoliche in Italia?

Più che un problema di rappresentanza politica esiste un problema di coerenza personale. Credo che sempre più siano necessari fedeli laici capaci di imparare a vivere il mistero di Dio, esercitandosi ai beni fondamentali della libertà, della verità, della coscienza. Come detto nella citata prolusione dello scorso gennaio, "cresce l'urgenza di uomini e donne capaci, con l'aiuto dello Spirito, di incarnare questi ideali e di tradurli nella storia non cercando la via meno costosa della convenienza di parte comunque argomentata, ma la via più vera, che dispiega meglio il progetto di Dio sull'umanità, e perciò capaci di suscitare nel tempo l'ammirazione degli altri, anche di chi è mosso da logiche diverse".

L'Italia, come il resto del mondo, sta vivendo un difficile passaggio economico. Ritiene che il peggio si possa considerare ormai superato o gli effetti della crisi devono ancora rivelarsi pienamente?

Per quel che vedo con i miei occhi, c'è ancora molta disoccupazione. E non scorgo concreti e sicuri segnali di inversione di tendenza, anche in grandi realtà industriali della mia Genova. Serpeggiano tra la gente preoccupazioni serie e pungenti. Non mi riferisco ovviamente a un discorso di macroeconomia per il quale non ho le competenze. Semplicemente constato che se gli strateghi possono rassicurare sul medio periodo, ritenendo che la strada giusta sia stata imboccata, come vescovo vedo molta gente senza lavoro e sono turbato da tanta sofferenza e insicurezza su come arrivare alla fine del mese. Un certo assestamento c'è stato perché le famiglie si sono adattate, utilizzando meglio le risorse ed evitando gli sprechi. Però c'è una fascia che aveva ben poco da risparmiare e che obiettivamente è in affanno.

Le misure che si stanno prendendo in risposta alla crisi stanno creando diverse tensioni fra parti sociali e contrasti a livello politico. Quali criteri dovrebbero essere seguiti nella previsione di interventi che si preannunciano molto severi?

Credo che il criterio dell'equità economica sia quello da seguire, dovendo ciascuno dare in rapporto alle proprie capacità. Sta poi a chi ha la responsabilità politica affrontare in concreto la situazione, declinando l'equità economica dentro a una cornice di libertà politica e di coesione sociale. Solo così i tre valori in gioco - la libertà politica, la giustizia economica, la coesione sociale - si salvaguardano insieme.

Da alcune parti, di frequente anche dal Quirinale, si osserva come il Paese stia perdendo il senso della coesione nazionale. La Chiesa in Italia condivide questa sensazione?

L'anniversario dell'unità d'Italia è una provvidenziale occasione per ritrovare le comuni radici che hanno fatto il nostro Paese, ben prima del suo riconoscimento come Stato. Proprio riandando indietro nel tempo, si scopre che quando a prevalere sono state logiche di campanile e ci si è contrapposti in nome del proprio "particolare" si è registrata una battuta d'arresto. Al contrario, quando si è innescato il meccanismo virtuoso della cooperazione, allora le forze culturali, sociali, economiche e spirituali, si sono sommate e non annullate. Penso che la crisi in atto debba dunque spingere l'Italia a ritrovare se stessa. Per questo apprezzo lo sforzo di quanti, innanzitutto il presidente della Repubblica, invitano continuamente a ritrovare la coesione e la convergenza, al di là delle legittime differenze.

Al Mezzogiorno la Cei ha dedicato un importante documento. La crisi, secondo gli osservatori, sembra aver aggravato ulteriormente il divario con il resto del Paese. Si discute anche dell'impatto del decentramento fiscale. Il federalismo è un pericolo o un'opportunità?

Il federalismo non è una ricetta magica, ma rappresenta un'intuizione ben presente nella dottrina sociale della Chiesa, che sin dai tempi di Pio XI chiama in causa il principio di sussidiarietà - poi introdotto a Maastricht - per sottolineare che quel che può essere fatto dalle realtà intermedie non deve essere avocato a sé dall'istanza centrale. Infatti più si è vicini alla realtà, più la si può accompagnare con efficienza e oculatezza. Ciò posto, il principio suddetto va coniugato con quello di solidarietà per evitare che chi sta indietro resti ancora più arretrato.

Dal 14 al 17 ottobre si terrà a Reggio Calabria la Settimana sociale dei cattolici italiani, con la quale si vuole proporre un'"agenda di speranza". È la speranza che manca maggiormente al Paese?

L'agenda è un termine entrato nel linguaggio comune per richiamare concretezza di obiettivi e aderenza alla realtà. In quella preparata in vista della settimana di Reggio Calabria si elenca una serie di questioni non più rinviabili - come creare impresa, educare, includere nuove presenze nel nostro Paese, introdurre i giovani nel mondo del lavoro e della ricerca, compiere la transizione istituzionale - che oggi definiscono in modo puntuale il volto del bene comune, che solo garantisce la tenuta unitaria dell'Italia e la ripresa economica. Certamente è la speranza cristiana che fa da sfondo, e ancor prima da movente, a questa rinnovata stagione di impegno dei cattolici italiani dentro la società di oggi.

Si è da poco concluso l'Anno sacerdotale. Cosa ha significato per i sacerdoti italiani, quale è l'eredità di questa iniziativa?

L'Anno sacerdotale è stato, per volontà di Benedetto XVI, un'occasione straordinaria per riscoprire la bellezza, la gioia e la responsabilità del sacerdozio e del ministero pastorale. E per mettersi di più in gioco nella santità che richiede. La vocazione sacerdotale è infatti un dono inestimabile che non cancella la consapevolezza dei limiti umani, ma esalta la scelta del Signore Gesù, il quale si fa prossimo a ogni uomo attraverso il servizio discreto e fedele di tanti parroci e preti; e questi, attraverso il Vangelo e i sacramenti, aprono il mondo a Dio e rendono più umano il nostro territorio. Credo che l'eredità dell'Anno sacerdotale sia l'impegno a una testimonianza di vita che deve farsi ancor più trasparente per l'amore a Dio e alla sua Chiesa.

"Per crucem ad lucem": ha usato più volte questa espressione per descrivere il momento che sta vivendo la Chiesa. Il tempo della croce sarà ancora molto lungo?

Ogni momento di sofferenza, quando accolto con senso di responsabilità, prelude sempre a una rinascita. Sono convinto che anche questi mesi difficili cederanno il passo a una rinnovata passione per l'annuncio di Dio con le parole e le opere. Di Dio, infatti, l'uomo contemporaneo sente forte il bisogno in un mondo confuso e incerto, ma pur sempre alla ricerca del senso della vita terrena e della felicità piena.

(©L'Osservatore Romano - 14 luglio 2010)



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mercoledì 16 giugno 2010

Solidarietà ai lavoratori di Pomigliano

Non è mia abitudine schierarmi politicamente e non intendo farlo perchè per me non esiste uno schieramento. Però oggi sono capitato a leggere un articolo tratto dal blog di Antonio Di Pietro, leader del partito dell'Italia dei Valori, il quale mi ha colpito ed ho pensato di inserirlo qui, assumendomi la responsabilità di questo gesto. Lo faccio per solidarietà ai lavoratori che stanno subendo un ricatto e stanno vivendo un momento difficile, forse uno dei più difficili della storia perchè si rischia di perdere quelle conquiste degli ultimi decenni. Leggete, se volete, per quello che è, senza alcuna influenza di natura partitica:


Agli operai della Fiat di Pomigliano è stata posta una domanda che suona così: preferite essere licenziati subito oppure rinunciate ai vostri diritti contrattuali e costituzionali? Si capisce che c’è qualcosa di stonato, che non funziona. E’ per questo che il referendum non corrisponde ad un atto di libertà, in quanto indetto dagli stessi che, solo alcuni mesi fa, hanno negato ad un milione e mezzo di metalmeccanici il rinnovo del loro contratto nazionale. Che libertà c’è, infatti, nel decidere sotto ricatto? Nessuna: i lavoratori subiranno il ricatto e si ricorderanno tutto quando, tra qualche giorno, quando si spegneranno i riflettori su di loro e dovranno lavorare privi dell’elementare diritto costituzionale che è il diritto allo sciopero.
Questa vicenda rischia di diventare un pericoloso precedente, che potrebbe essere usato da altre realtà di crisi aziendali. E’ un vero e proprio apripista per una deregulation nel mondo dei diritti dei lavoratori. Abbiamo imparato che, per uscire da questa crisi, bisogna tornare ai principi fondamentali dell’economia e del lavoro. Quindi basta speculazioni finanziarie, più risorse all’economia reale, basta precarietà, più valore alle professionalità e al merito, basta ad un governo che propone centrali nucleari e il ponte di Messina, ma servono proposte serie come le nuove filiere di green-economy per un lavoro che rappresenti un nuovo modello di sviluppo.
Quindi il rilancio del lavoro, in particolare quello dei giovani, è l’unica leva importante per far sì che l’investimento, anche quello di Pomigliano, porti ad una fabbrica che duri nel tempo. Ciò che fornirà certezza sarà, infatti, la capacità di produrre con qualità e questo si può ottenere solo se i lavoratori non saranno mortificati, ricattati e oppressi.
Ed è per questo che saremo il 25 giugno in piazza a Napoli al fianco dei lavoratori. Anche su questa vicenda il Governo, tramite il ministro della Disoccupazione e della Precarietà, Maurizio Sacconi, ha pensato bene di attaccare i lavoratori e la Fiom. E’ come se l’arbitro di una partita giocasse con una delle due squadre in campo. A questo punto non è più un arbitro ma un truffatore.

Un Governo serio avrebbe gentilmente fatto presente alla Fiat quanti soldi ha preso in questi anni dallo Stato, togliendoli in molti casi alle piccole imprese ed agli artigiani, e avrebbe convocato la trattativa cercando una soluzione per rendere compatibili la fabbrica che funziona con i diritti fondamentali di chi lavora.
Comunque la strada sarà la ripresa di un dialogo rispettoso tra azienda e lavoratori. Non c’è alternativa se vogliamo che a Napoli e nel Mezzogiorno il lavoro serio e dignitoso sia un argine alla criminalità organizzata.


FONTE

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giovedì 10 giugno 2010

Situazione deplorevole


Oggi è stato uno dei momenti più brutti per la nostra cara Italia, a livello politico: abbiamo assistito ad una prova di forza nell'approvazione di un disegno di legge sulle famose intercettazioni. Per chi non lo sapesse, l'intercettazione è una delle tecniche investigative con le quali vengono scoperti molti reati, tra i quali, mi preme ricordare quello della macelleria della Clinica privata di Milano, perchè ha fatto emergere una realtà raccapricciante.

Il disegno di legge ora limita pesantemente questo strumento investigativo, e soprattutto la pubblicazione delle intercettazioni. Sono d'accordo quando si dice che vi è stato un abuso negli ultimi tempi e che molte conversazioni dovevano rimanere segrete: ma un conto è regolare la materia ed un altro è distruggere la materia. Perchè invece di limitare la pubblicazioni delle intercettazioni fuorvianti e lesive della privacy, oggi si è completamente rimossa la possibilità di pubblicazione fino al processo, anche se gli atti sono ormai pubblici! 

Oggi, scrivo queste cose, per unirmi al mondo di coloro che hanno deciso di denunciare questo bavaglio perchè ritengo importantissima ed imprescindibile, la libertà di informazione ed il diritto di cronaca, in particolare. Io vedo una deriva autoritaria in questo Paese che oggi ha visto l'approvazione di questa legge senza nemmeno discussione e libera votazione, ma con l'imposizione del voto di fiducia. Per chi non lo sapesse, il voto di fiducia è un voto particolare perchè praticamente obbliga i parlamentare della maggioranza a votare a favore del provvedimento, pena la decadenza della fiducia al Governo. Vi è stato un abuso di questo voto nonostante il governo sia in possesso di una maggioranza eclatante. A questo riguardo vorrei sottolineare il paradosso della situazione: in una democrazia parlamentare (e fino a prova contraria, l'Italia è tale) il Governo deve rispondere al Parlamento. Ma cosa accade se quel parlamento, nella sua maggioranza, è espressione del Governo perchè da esso nominato? A voi l'ardua sentenza...

Mi preme inoltre dire che ho scritto in questo spazio visto il vergognoso trattamento televisivo alla vicenda: i telegiornali, eccezion fatta per pochi, hanno trattato l'argomento con sufficienza e persino i giornali, non tutti, hanno trattato il tema ponendo in evidenza solo alcuni dettagli e dimenticando di dire che questa legge è totalmente inutile e lesiva del diritto del popolo di conoscere se vi sono reati di estrema gravità la cui conoscenza potrebbe influenzarli. La cosa più grave è l'arresto previsto per i giornalisti poiché ritengo questa disposizione un'extrema ratio tipica di un regime totalitario piuttosto che di un governo democratico. 

Ed in più mi chiedo se chi governa vede cosa sta accadendo nel Paese oppure no: si pensa a queste cose mentre il Paese sprofonda in una crisi economica pesante che ha visto come vittime le persone più deboli: la manovra economica del governo approntata in questi giorni, colpisce infatti le fasce più deboli come i lavoratori pubblici e persino gli invalidi! Sento di denunciare anche questo perchè è una vergogna che si abbandonino gli invalidi e i poveri, mentre i ricchi si arricchiscono. Perchè cari politici non fate un passo voi, rinunciando a parte dei vostri lucrosi stipendi? Perchè non date il buon esempio e cominciate a stringere la cinghia, se ne siete capaci? A tal proposito mi ricordo cosa Giovanni Battista disse ai pubblicani: vi consiglio di leggere il Vangelo perchè forse vi illuminereste un pò. 

Questa denuncia di oggi è frutto di un esasperazione personale per chi ha sempre creduto che la politica dovesse essere strumento di perseguimento del bene collettivo: ed invece ogni giorno si trova a vedere un distacco tra quella politica e il paese che dovrebbe governare. Il mio invito del tutto personale, è quello di firmare nel caso in cui venga apprestato un referendum per l'abolizione di questi leggi inique (e lasciatemi dire inutili) con la speranza che un giorno, l'Italia possa tornare a vedere al governo uomini di buona volontà con il pensiero rivolto al bene comune prima che al bene proprio, ma forse chiedo troppo...



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mercoledì 2 giugno 2010

Festa nazionale


Oggi è un giorni importante per la Repubblica nella quale viviamo. Essa è stata frutto di una guerra tremenda, fratricida che speriamo con tutto il cuore, non si ripresenti mai più perchè una guerra è brutta già di per sé, ma se poi a combatterla sono figli della stessa patria, allora è davvero un orrore. 

Per ricordare questa festa nazionale, la Vigna del Signore, nel suo angolo politico, dà spazio alle parole del Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano:


"Un augurio affettuoso a quanti vivono e operano nel nostro paese per la festa che celebriamo insieme : festa dell'Italia che si unì e si fece Stato 150 anni orsono, festa della Repubblica che il popolo scelse liberamente il 2 giugno 1946". Inizia così il videomessaggio del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per la Festa della Repubblica.

"In questo momento, sentirsi nazione unita e solidale, sentirsi italiani, significa - ha aggiunto il Presidente Napolitano - riconoscere come problemi di tutti noi quelli che preoccupano le famiglie in difficoltà, quelli che nei giovani suscitano, per effetto della precarietà e incertezza in cui si dibattono, pesanti interrogativi per il futuro".

"Parlo dei problemi del lavoro e della vita quotidiana, dell'economia e della giustizia sociale. Stiamo attraversando, nel mondo e in particolar modo in Europa, una crisi difficile : occorre dunque un grande sforzo, fatto anche di sacrifici, per aprire all'Italia una prospettiva di sviluppo più sicuro e più forte. Per crescere di più e meglio, assicurando maggiore benessere a quanti sono rimasti più indietro, l'Italia deve crescere tutta, al Nord e al Sud. Si deve, guardando ai giovani, promuovere una migliore educazione e formazione, fare avanzare la ricerca scientifica e tecnologica, elevare la produttività del nostro sistema economico : solo così si potrà creare nuova e buona occupazione".

"Il confronto tra le opposte parti politiche deve concorrere al raggiungimento di questi risultati, e non produrre solo conflitto, soltanto scontro fine a sé stesso.

"Si discutano in questo spirito - ha sottolineato il Capo dello Stato - le decisioni che sono all'ordine del giorno; si scelga in questo spirito - nel Parlamento, nelle istituzioni regionali e locali e nella società - tra le diverse proposte che si dovranno liberamente esprimere"."Ci accomuni - ha concluso il Presidente Napolitano - un forte senso delle responsabilità cui fare fronte perché l'Italia consolidi la sua unità, si rinnovi, divenga più moderna e più giusta e si dimostri capace di dare il suo contributo alla causa della pace e della giustizia nel mondo.

Buon 2 giugno a tutti".


BUON 2 GIUGNO A TUTTI VOI DA PARTE DEGLI OPERAI DELLA VIGNA DEL SIGNORE

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martedì 1 giugno 2010

Aiuto contro l'aborto

Un assegno mensile di 250 euro per 18 mesi per le donne che rinunciano a un'interruzione di gravidanza determinata da problemi economici. Un contributo che arriva quindi fino a 4.500 euro, ideato dalla Regione Lombardia, che ha deciso un primo stanziamento di 5 milioni per la creazione del fondo "Nasko". Le linee guida della delibera prevedono che, quando una donna presenti la richiesta di interrompere la gravidanza, qualora questa sia determinata da motivazioni economiche, gli operatori del consultorio o i servizi ospedalieri che la riceveranno per gli esami pre ricovero e per il colloquio, la metteranno in contatto con il centro di aiuto alla vita per consentirle di conoscere e valutare le opportunità di aiuto. FONTE

Raramente ho l'opportunità di apprezzare il mondo della politica considerando che essa è quasi sempre fonte di diseguaglianze e corruzione; eppure stavolta siamo qui a parlare di un fatto positivo. La Regione Lombardia ha, infatti, stanziato un fondo destinato alle donne incinte, per indurle a non abortire per problemi economici. Conosciamo la realtà drammatica che è rappresentata dall'aborto causato dalle condizioni economiche precarie, soprattutto di questi giorni e quindi quest'intervento politico è davvero una manna dal Cielo.

Avevamo sempre auspicato che ci fosse un intervento politico in tal senso, una sorta di aiuto e supporto che sembrava mancare: e ora speriamo che questo piccolo passo sia compiuto da tutte le Regioni italiane, in modo da andare a ridurre drasticamente il numero di aborti che ci colpisce ogni giorno al cuore.

Ci sentiamo di ringraziare vivamente gli autori di questo intervento economico, perchè finalmente la politica ha scelto di schierarsi dalla parte della vita e non della morte. 

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sabato 22 maggio 2010

"Bisogno di politici autenticamente cristiani"

Quando abbiamo deciso di aprire questa sezione, molti hanno storto il naso perchè pensavano che religione e politica non potessero andare a braccetto. Noi ci siamo sempre opposti a questa visione di chiusura, perchè pensiamo che la politica sia solo uno strumento tramite il quale perseguire il bene della collettività. Semmai, l'anomalia sono i politici stessi che, invece di perseguire interessi collettivi, perseguono interessi individuali, definiti ad personas. A conferma della bontà del nostro orientamento, ecco le parole del Santo Padre Benedetto XVI, pronunciare ieri in occasione  della XXIV Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici. Il dicastero vaticano ha scelto come tema di riflessione «Testimoni di Cristo nelle comunità politica»:



DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI PARTECIPANTI ALLA XXIV ASSEMBLEA PLENARIA
DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER I LAICI

Sala del Concistoro
Venerdì 21 maggio 2010



Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle!

E’ con gioia che accolgo voi tutti, Membri e Consultori, partecipanti alla XXIV Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici. Rivolgo un cordiale saluto al Presidente, Cardinale Stanisław Ryłko, ringraziandolo per le cortesi parole che mi ha rivolto, al Segretario, Mons. Josef Clemens, e a tutti i presenti. La composizione stessa del vostro Dicastero, dove, accanto ai Pastori, lavora una maggioranza di fedeli laici provenienti dal mondo intero e dalle più differenti situazioni ed esperienze, offre un’immagine significativa della comunità organica che è la Chiesa, in cui il sacerdozio comune, proprio dei fedeli battezzati, e il sacerdozio ordinato affondano le radici nell’unico sacerdozio di Cristo, secondo modalità essenzialmente diverse, ma ordinate l’una all’altra. Giunti ormai quasi al termine dell’Anno Sacerdotale, ci sentiamo ancora di più testimoni grati della sorprendente e generosa donazione e dedizione di tanti uomini “conquistati” da Cristo e configurati a Lui nel sacerdozio ordinato. Giorno dopo giorno, essi accompagnano il cammino dei christifideles laici, proclamando la Parola di Dio, comunicando il suo perdono e la riconciliazione con Lui, richiamando alla preghiera e offrendo come alimento il Corpo e il Sangue del Signore. È da questo mistero di comunione che i fedeli laici traggono l’energia profonda per essere testimoni di Cristo in tutta la concretezza e lo spessore della loro vita, in tutte le loro attività e ambienti.

Il tema di questa vostra Assemblea: “Testimoni di Cristo nella comunità politica”, riveste una particolare importanza. Certamente, non rientra nella missione della Chiesa la formazione tecnica dei politici. Ci sono, infatti, a questo scopo varie istituzioni. E’ sua missione, però, “dare il suo giudizio morale anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime… utilizzando tutti e solo quei mezzi che sono conformi al Vangelo e al bene di tutti, secondo la diversità dei tempi e delle situazioni” (Gaudium et spes, 76). La Chiesa si concentra particolarmente nell’educare i discepoli di Cristo, affinché siano sempre più testimoni della sua Presenza, ovunque. Spetta ai fedeli laici mostrare concretamente nella vita personale e familiare, nella vita sociale, culturale e politica, che la fede permette di leggere in modo nuovo e profondo la realtà e di trasformarla; che la speranza cristiana allarga l’orizzonte limitato dell’uomo e lo proietta verso la vera altezza del suo essere, verso Dio; che la carità nella verità è la forza più efficace in grado di cambiare il mondo; che il Vangelo è garanzia di libertà e messaggio di liberazione; che i principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa - quali la dignità della persona umana, la sussidiarietà e la solidarietà - sono di grande attualità e valore per la promozione di nuove vie di sviluppo al servizio di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Compete ancora ai fedeli laici partecipare attivamente alla vita politica, in modo sempre coerente con gli insegnamenti della Chiesa, condividendo ragioni ben fondate e grandi ideali nella dialettica democratica e nella ricerca di un largo consenso con tutti coloro che hanno a cuore la difesa della vita e della libertà, la custodia della verità e del bene della famiglia, la solidarietà con i bisognosi e la ricerca necessaria del bene comune. I cristiani non cercano l’egemonia politica o culturale, ma, ovunque si impegnano, sono mossi dalla certezza che Cristo è la pietra angolare di ogni costruzione umana (cfr Congr. per la Dottrina della Fede, Nota Dottrinale su alcune questioni relative all’impegno e al comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 nov. 2002).

Riprendendo l’espressione dei miei Predecessori, posso anch’io affermare che la politica è un ambito molto importante dell’esercizio della carità. Essa richiama i cristiani a un forte impegno per la cittadinanza, per la costruzione di una vita buona nelle nazioni, come pure ad una presenza efficace nelle sedi e nei programmi della comunità internazionale. C’è bisogno di politici autenticamente cristiani, ma prima ancora di fedeli laici che siano testimoni di Cristo e del Vangelo nella comunità civile e politica. Questa esigenza dev’essere ben presente negli itinerari educativi delle comunità ecclesiali e richiede nuove forme di accompagnamento e di sostegno da parte dei Pastori. L’appartenenza dei cristiani alle associazioni dei fedeli, ai movimenti ecclesiali e alle nuove comunità, può essere una buona scuola per questi discepoli e testimoni, sostenuti dalla ricchezza carismatica, comunitaria, educativa e missionaria propria di queste realtà.

Si tratta di una sfida esigente. I tempi che stiamo vivendo ci pongono davanti a grandi e complessi problemi, e la questione sociale è diventata, allo stesso tempo, questione antropologica. Sono crollati i paradigmi ideologici che pretendevano, in un passato recente, di essere risposta “scientifica” a tale questione. Il diffondersi di un confuso relativismo culturale e di un individualismo utilitaristico ed edonista indebolisce la democrazia e favorisce il dominio dei poteri forti. Bisogna recuperare e rinvigorire un’autentica sapienza politica; essere esigenti in ciò che riguarda la propria competenza; servirsi criticamente delle indagini delle scienze umane; affrontare la realtà in tutti i suoi aspetti, andando oltre ogni riduzionismo ideologico o pretesa utopica; mostrarsi aperti ad ogni vero dialogo e collaborazione, tenendo presente che la politica è anche una complessa arte di equilibrio tra ideali e interessi, ma senza mai dimenticare che il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà, chiave di giudizio e di trasformazione. È necessaria una vera “rivoluzione dell’amore”. Le nuove generazioni hanno davanti a sé grandi esigenze e sfide nella loro vita personale e sociale. Il vostro Dicastero le segue con particolare cura, soprattutto attraverso le Giornate Mondiali della Gioventù, che da 25 anni producono ricchi frutti apostolici tra i giovani. Tra questi vi è anche quello dell’impegno sociale e politico, un impegno fondato non su ideologie o interessi di parte, ma sulla scelta di servire l’uomo e il bene comune, alla luce del Vangelo.

Cari amici, mentre invoco dal Signore abbondanti frutti per i lavori di questa vostra Assemblea e per la vostra attività quotidiana, affido ciascuno di voi, le vostre famiglie e comunità all’intercessione della Beata Vergine Maria, Stella della nuova evangelizzazione, e di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica.


© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana


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martedì 18 maggio 2010

La politica della "cricca"

Oggi ci addentriamo in una coltre di fango e di nube che molti chiamano "Tangentopoli 2.0". Poco più di diciotto anni fa, nel 1992, l'Italia veniva devastata dall'inchiesta giudiziaria "Mani Pulite" che aveva comportato lo scoperchiamento del vaso di pandora: corruzioni e tangenti per finanziamento illecito dei partiti politici. 

A vederla così, sembra che Tangentopoli sia stata quasi più nobile rispetto al fenomeno di questi giorni: infatti, mentre nell'era della Prima Repubblica si rubava per finanziare i partiti, oggi si ruba per finanziare sé stessi! Gli unici ad arricchirsi sono i ricchi e non i partiti politici.

Ma cosa sta accadendo? Sta accadendo che si è scoperto un nuovo vaso di pandora e che da questo vaso stanno uscendo molte ipotesi di corruzione e di imbrogli al fine dell'arricchimento personale. Si parla addirittura di conti all'esterno, in Lussemburgo.

Ma chi sono i responsabili? E' difficile a dirsi, ma all'interno di questa famosa "cricca" sembrerebbero esserci uomini politici, industriali, funzionari, artisti e chi più ne ha ne metta. Ciò che però fa male è il pensiero che uomini ricchi continuino ad arricchirsi, anche in maniera illecita e così arriviamo anche al paradosso che chi predica austerità nei conti, è il primo a non esser in grado di rinunciare alla sua ricchezza.

Infatti, in questi giorni, si parla di un piano di austerity e cioè una manovra finanziaria che serva a dare ossigeno ai conti dello Stato attraverso la chiusura dei rubinetti nell'erogazione di servizi. Si parlava di congelamento di pensioni e di riduzioni di stipendi pubblici nonchè di ritardo nell'erogazione delle liquidazioni. Tutte misura che servono per farci stringere la cinghia in un momento di difficoltà.
Solo che mentre ci si aspetta il buon esempio dai politici e dai dirigenti di questo Paese, noi ogni giorno ascoltiamo di nuovi scandali in ordine all'assegnazione di appalti, all'acquisto di case non fatturate, a "regali" compiuti a ministri senza sapere il corrispettivo ecc... Insomma, invece del buon esempio, vediamo solo un cattivo esempio in quanto i ricchi sono i primi che non vogliono perdere nemmeno un euro e sono i primi che continuano ad arricchirsi, nonostante la crisi. Alla fine, a pagare sono sempre i poveri che con la loro onestà pagano anche per i ricchi disonesti e criminali.

Questo fenomeno della "cricca" è una vergogna per questo Paese e spero che la politica abbia la forza per sradicare questo cancro che sta avvelenando le Istituzioni e che sta contagiando ogni settore della vita del Paese, al punto da spingere all'insana idea che è meglio evadere le tasse e rubare piuttosto che pagare e vivere onestamente. Auspichiamo una forte presa di posizione in ordine ai concetti di moralità ed etica che sembrano ormai solo dei lontani ricordi e che sembrano persino aver perso il loro significato a causa dell'abuso che se ne è fatto, in ordine al loro uso terminologico. Sarebbe bello se un giorno, la politica della cricca diventi la politica dell'uguaglianza sostanziale e dell'onestà intellettuale. 

Ah, quando capiremo che il denaro è solo un tesoro di morte e che il vero tesoro è insito nell'aiutare i poveri e i bisognosi? 


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domenica 9 maggio 2010

Ricordando Peppino Impastato


Lungo il corso degli anni, la mafia ha mietuto molte vittime, tra cui magistrati (Falcone e Borsellino), carabinieri (il generale Dalla Chiesa), uomini politici e semplici persone che avevano visto troppo. Purtroppo la mafia è un cancro che uccide intere regioni meridionali (e quasi sicuramente anche settentrionali, anche se in maniera più nascosta): il giudice Paolo Borsellino la definiva come una cappa che toglieva l'aria alla meravigliosa terra della Sicilia. 

Oggi ricorre l'anniversario della scomparsa di un politico il cui nome è stato segno di contrasto alla mafia e al destino che gli è stato riservato, ritrovandosi una parentela mafiosa. Purtroppo sappiamo come i ragazzi legati al mondo mafioso siano destinati a diventare da grandi mafiosi o costretti a vivere nell'ombra e nel silenzio. Giuseppe, invece, ha resistito a questo destino e ha lottato nonostante le paure e nonostante le minacce. Ha rotto con il padre, ha pubblicato giornalini contro la mafia ed è entrato in politica con lo scopo di scoperchiare quel sistema mafioso che soggiogava la sua terra. Purtroppo però è stato ucciso nel silenzio generale, tanto è che ci sono voluti anni prima che si aprisse una vera inchiesta sulla sua scomparsa. 

Ho voluto ricordarlo perchè Peppino è un esempio per tutti noi perchè nonostante il male che aveva di fronte, ha deciso di combatterlo a testa alta, vivendo con onore e dignità senza vendere la propria anima e senza scendere a compromessi. Ha avuto un gran coraggio e io l'apprezzo per questo perchè lui, insieme a gente come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Caro Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Nini Cassarà, Don Puglisi (e tutti gli altri che hanno lottato contro questo cancro) rappresentano il bene che non può mai essere spezzato. E' vero la mafia è ancora viva, ma è ancora vivo anche chi la combatte e se oggi c'è qualcuno che ha il coraggio di combatterla come Don Ciotti, questo è grazie a quelle persone che hanno sacrificato la propria vita solo per ridare la vita a coloro che l'avevano perduta per colpa di un male incurabile frutto della malvagità dell'uomo. 

Spero un giorno che questo fenomeno abbia una fine (Falcone la pensava così) perchè è orribile vedere gente che uccide per un nulla per poi sfilare dietro le processioni. Dunque, ricordiamo nelle nostre preghiere questo uomo di nome Giuseppe Impastato che ha vissuto brevemente, ma almeno non ha ceduto al puzzo del compromesso morale e la sua anima ora può riposare tranquilla. 


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martedì 4 maggio 2010

L'Unità di Italia

ROMA - Il presidente della Cei, cardinal Angelo Bagnasco ha dichiarato: ''Credo fermamente che sia opportuno partecipare con tutte le nostre energie culturali e nelle forme piu' varie alle celebrazioni del prossimo anno per i 150 anni dell'Unita' d'Italia''. "La ricorrenza - ha proseguito dovrebbe trasformarsi in una felice occasione per un nuovo innamoramento del nostro essere italiani''. (RCD)

Queste parole sono state pronunciate dal Cardinal Angelo Bagnasco e mi sento di dire che le condivido in toto. Sono contrario ad ipotesi secessioniste che vogliono dividere l'Italia tra nord e sud. Anzi lo trovo ridicolo e soprattutto un'offesa a chi ha fatto di tutto, sacrificando la propria vita, per poter giungere ad un Italia finalmente unita e libera da dominazioni straniere e quindi da conflitti e guerre. Noi siamo un unico Paese e siamo fratelli della stessa Nazione: chi non condivide questo non capisce la bellezza dell'unità e della fratellanza, ma spera sempre nella divisione e nella discordia. 

Ma se vediamo chi sono coloro che vogliono la divisione, ci accorgiamo che il tutto si traduce o in una semplice azione propagandistica oppure nella volontà di dimenticarsi della parte debole per rafforzare la parte forte. L'Italia unita è come una famiglia unita: cosa accade in una famiglia se un membro è in difficoltà? Lo si abbandona a sé stesso o lo si aiuta? E soprattutto come lo si aiuta? Seguendolo oppure dandogli del denaro affinché risolva il problema?

Se siamo una famiglia, allora la parte debole non può essere abbandonata a sé stessa solo perchè rischia di travolgere anche la parte buona. Al contrario, la parte buona e forte deve accompagnare con scrupolo la parte debole per farla uscire dalla sua crisi. Come? Non inviando denaro a pioggia su cui gli sciacalli si possono fiondare, ma seguendo ed educando ed esportando le proprie conoscenze.

L'Unità di Italia è un tesoro che dobbiamo conservare e per farlo noi tutti dobbiamo giocare un ruolo in questa partita: festeggiamo questa ricorrenza e ricordiamoci che siamo tutti fratelli e figli della stessa nazione e che non possono essere problemi economici a dividerci perchè insieme abbiamo superato crisi e guerre e depressioni e sempre insieme usciremo anche dalle divaricazioni e dalle differenze. Il tutto senza minacce, senza imbracciare fucili e senza lanciare anatemi: se volete votare un partito siete liberi di farlo, ma ponete attenzione a chi date fiducia e non seguite chi cavalca l'odio e la discriminazione perchè questo non porta mai a nulla di buono!



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sabato 1 maggio 2010

La festa dei lavoratori e i suoi paradossi


Oggi, si celebra la festa dei lavoratori, ma ci sono già molte incongruenze. Molti hanno pensato di lavorare ugualmente mentre altri si sono fermamente opposti ad onorare questa festa ed altri ancora hanno gridato allo scandalo perchè gli è stato impedito di lavorare. Ma non è l'unica incongruenza, o meglio l'unico paradosso di questa giornata. Il fatto è che oggi noi celebriamo la festa di tutti i lavoratori, in un momento in cui vi sono fasce di disoccupazione in costante aumento e in un momento in cui vi sono ancora morti bianche.

Che dire: la prima cosa che mi viene da dire è che la Chiesa ha ragione: questa è una festa che va onorata e non si può sempre anteporre l'ideale del commercio e del danaro. In secondo luogo troverei alquanto ingiusto che un datore di lavoro che voglia lavorare, debba costringere i suoi dipendenti a lavorare in questa giornata. Questa è una giornata importante perchè il lavoratore finalmente si può riposare e festeggiare la sua dignità di lavoratore. Non è un caso che oggi celebriamo la figura di San Giuseppe lavoratore proprio perchè quest'ultima rappresenta la dignità del lavoratore, una dignità che oggi viene molte volte calpestata o scavalcata da logiche opportunistiche di mercato. Con sempre il dollaro che viene posto dinanzi a tutto...

Ma oggi, come detto, è un pò particolare perchè non è facile festeggiare sapendo la crisi in cui viviamo: cassintegrazione, mobilità, precarietà e disoccupazione rendono il mondo del lavoro non un mondo che abbia poi così tanta voglia di festeggiare. E ieri ho letto sul giornale come un politico anteponga la forma alla sostanza pur in un momento così delicato. Un ministro (mi astengo dal nominarlo per evitare interferenze) ha impugnato una legge regionale, se non sbaglio pugliese, che stabilizzava la bellezza di ottomila precari nel comparto ospedaliero. Il vizio di forma risale alla lesione delle ripartizioni delle competenze Stato-regioni. Al di là di questo fattore tecnico-giuridico, io mi chiedo cosa penseranno quelle ottomila persone che dopo aver avuto il sogno del posto fisso, ora lo vedono scomparire di nuovo e tramutarsi in un incubo solo perchè la forma non può essere sacrificata alla sostanza. Insomma, siamo in un momento tragico dal punto di vista dell'occupazione e noi ci impuntiamo su questioni di forma? Io mi aspetto che l'impugnazione non abbia buon fine o che il governo allora prenda in mano la situazione e stabilizzi quegli ottomila precari al posto della regione. Anzi, quello che vorrei, è una presa di posizione forte contro questa deriva precaria perchè vivere in un mondo in cui non vi è nemmeno più la possibilità di lavorare, è un mondo vuoto e incapace di esser vissuto. L'uomo ha ricevuto la dignità del lavoro da Dio stesso: e noi non siamo nemmeno in grado di garantire questa dignità perchè vi devono sempre essere interessi superiori o settoriali. E sinceramente, io vorrei una politica in grado di lavorare su questo aspetto, invece di lavorare solo su stessa.

Infine, c'è un ultimo e più doloroso paradosso: le morti bianche. Oggi celebriamo i lavoratori, ma ci dobbiamo ricordare anche delle centinaia di migliaia di vittime del lavoro. Non è il momento di pensare alle responsabilità, anche se avrei molto da dire, ma voglio solo dedicare loro un pensiero con la speranza che in futuro, non ci perda più il bene prezioso della vita per negligenza altrui o propria. Consideriamo il lavoro seriamente e consideriamo la sicurezza sul lavoro un bene imprescindibile e un obiettivo di gestione aziendale: perchè se continueremo a considerare la sicurezza sul luogo di lavoro, come un costo o come un peso (economico per le imprese, di perdita in termini di tempo per i lavoratori) allora ogni giorno, continueremo a leggere di morti bianche. E sinceramente, morire per il lavoro, in un epoca che si autoproclama evoluta e moderna, è alquanto paradossale...

Un augurio a tutti i lavoratori d'Italia e del mondo intero!!!!!



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venerdì 9 aprile 2010

Accogliere gli immigrati del mare

Già in passato, la Vigna, si è interessata del fenomeno dell'immigrazione che molti vedono come una minaccia.Una minaccia che ha spinto i nostri governanti ad intraprendere un percorso di respingimento delle imbarcazioni sulle quali viaggiano molti fuggiaschi. Molti di essi avrebbero il diritto di richiedere il diritto di asilo, ma sembra che le autorità del nostro Paese, se lo siano dimenticato.  In questi giorni, Monsignor Marchetto ha puntato l'indice contro il trattamento riservato ai migranti i quali, vengono respinti verso Paesi nei quali li attende la prigionia (in condizioni per lo più disumane) e, nei peggiori dei casi, la morte. Queste le parole di Monsignor Marchetto:


(ASCA) - Roma, 9 apr - ''Le intercettazioni e i decentramenti operati dalle 'autorita' europee' in molti casi rende impossibile a migliaia di persone di raggiungere la costa nord del Mediterraneo, o persino di lasciare il loro Paese di origine o di transito''. Lo rileva, ribadendo la sua condanna della politica dei 'respingimenti', mons. Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio dei migranti, nel suo intervento previsto per domani in occasione della II Conferenza Europea del Consiglio Nazionale Francese-Scuola Superiore dell'Avvocatura, in programma a Roma sul tema ''I diritti umani e fondamentali nella formazione dell'avvocato europeo''. In particolare, mons. Marchetto ricorda che ''nel passato mese di settembre un rapporto del 'Human Rights Watch' denunciava l'intercettazione da parte delle guardie costiere italiane di migranti e richiedenti asilo africani che navigavano nel Mediterraneo... respingendoli forzatamente in Libia, come previsto da un accordo bilaterale con quel Governo, e cio' senza valutare la possibilita' che vi fossero fra di loro rifugiati o persone in qualche modo vulnerabili''. ''In Libia pero' esistono centri di detenzione e di rimpatrio dove le condizioni variano da accettabili a disumane e degradanti. E l'accesso a questi centri e' difficile per cui e' arduo monitorare il rispetto in essi dei diritti umani, tenendo poi conto che tale Paese non ha aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951, ne' al relativo Protocollo del 1967, e non riconosce l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati'', prosegue l'arcivescovo, ricordando che un simile accordo e' stato stipulato anche tra Spagna e Marocco. Mons. Marchetto condanna la ''tendenza, tra i Paesi europei, di delocalizzare i controlli delle frontiere, incoraggiando i loro partner delle coste meridionale del Mare nostro, Mare dei diritti, ad effettuare controlli più' rigidi sui migranti, ma dando loro la possibilità' di chiedervi asilo. Ci sono pero' serie questioni umanitarie connesse a tale tendenza, anche per la situazione concreta di vari Paesi''. ''Per avere un'idea della gravita' della questione - prosegue - basti pensare che il diritto a emigrare e' incluso nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, anche senza ricorrere alla dottrina sociale della Chiesa, che pure e' esplicita in materia''. ''Il fatto paradossale - osserva l'arcivescovo - e' che molti Paesi europei riconoscono come rifugiati persone che sono arrivati nel loro territorio per via non marittima, ma provenienti dagli stessi Paesi da cui giungono i migranti intercettati e respinti nel mare nostro, nel mare dei diritti''. ''Confermo - conclude quindi mons. Marchetto - la mia posizione di condanna a chi non osserva il principio di non refoulement, che sta alla base del trattamento da farsi a quanti fuggono da persecuzione. E mi domando se in tempo di pace non si riesce a far rispettare tale principio fondamentale del diritto internazionale umanitario, come si farà' a richiederne l'osservanza in tempo di guerra. E la domanda si può' estendere alla questione della protezione dei civili durante i conflitti, che viene cosi' indebolita nella sua radice, comune, umanitaria''. FONTE

La Vigna si schiera al fianco di Monsignor Marchetto e condivide la linea del suo pensiero. Non è giusto condannare degli esseri umani che cercano di sfuggire da persecuzioni, violenze e guerre. Gesù ci ha detto di accogliere il forestiero e non di cacciarlo (...  Ero forestiero e mi avete accolto...): dunque, a coloro che detengono il potere per farlo, noi chiediamo di ammettere i rifugiati per dar loro finalmente quella pace che non hanno, forse, mai conosciuto ... 

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Lo straniero non è un alieno pericoloso, non è un ruba-lavoro o un assassino; lo straniero è un uomo come noi, che sfugge dalle persecuzioni del suo Paese.

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