martedì 19 ottobre 2010

Storia di ordinario coraggio

Navigando su Google, discorrendo con le persone per strada, la notizia dominante è la paura del sacerdote pedofilo. La tendenza di fare di un'erba tutto un fascio è forte nell'uomo e ovviamente chi vuole distruggere la Chiesa coglie l'occasione al volo. Sono bastati alcuni casi per distruggere tutte le opere di bene compiute nel mondo che, ormai sono dimenticate se non date per scontato.
Mentre in televisione il dibattito si concentra solo sul male nella Chiesa, noi ci soffermiamo sul bene immenso apportato dalla Chiesa, in termini non solo di fede, ma anche di opere missionarie e di carità. Ci sono centinaia di migliaia di testimonianze che riguardano villaggi costruiti con poche risorse, piani di alimentazione, opere di alfabetizzazione di interi popoli e opere che hanno mostrato un coraggio abnorme da parte dei sacerdoti mondiali. Ed è proprio di un atto di coraggio che vogliamo oggi segnalare: circa un anno fa, il quotidiano "il Fatto Quotidiano", ha pubblicato un'intervista a Don Pansa, il quale è un sacerdote che si trova in Brasile a lottare contro forze malvagie, all'apparenza più forti di lui. Qualsiasi uomo fuggirebbe da situazioni simili eppure Don Pansa resta lì, avendo paura non delle minacce, ma di non poter compiere il suo dovere. Tra l'altro, purtroppo, Padre Pansa è rimasto avvelenato dall'Agente Arancio usato per disboscare la foresta brasiliana. Ecco l'intervista in questione, pubblicata da il Fatto Quotidiano del 2 luglio 2009:

Il missionario italiano che rischia la vita per l’Amazzonia

Padre Angelo Pansa, nato nel ‘31 a Bergamo e missionario dell’ordine dei saveriani dal ’56, domenica 27 giugno è partito per il Brasile; ad aspettarlo ci sono latifondisti pronti a eliminarlo perché ha denunciato gli abusi perpetrati dai proprietari terrieri ai danni dei più poveri.

La sua storia è quella di un uomo che ha scelto di dedicarsi agli ultimi del mondo e la sua battaglia più importante è iniziata nell’85, quando ha denunciato alla Polizia federale che la compagnia mineraria americana Gold Amazon deportava a forza gli indios Curuaya – Xipaia e occupava le loro terre, e che il colosso Brasinor, una compagnia mineraria che fa capo alla stessa Gold Amazon, aveva disboscato 60mila chilometri quadrati di foresta. Una denuncia che gli valse la nomina di testimone del Tribunale Permanente dei Diritti dei Popoli in difesa della vita degli Indios ma lo costrinse a nascondersi per giorni nella foresta. “Appena saputo cos’era successo – racconta padre Angelo – i miei superiori mi hanno richiamato a Roma, dicendo che con l’Amazzonia avevo chiuso”. Invece ‘il richiamo della foresta’ nel 2005 lo ha riportato in Amazzonia. “Nella terra do Meio, nel Parà; quando sono arrivato mi sono trovato davanti coltivazioni sterminate di soia transgenica che avevano trasformato intere aree della foresta in una distesa di giallo innaturale; gli unici testimoni del paesaggio originario erano centinaia di scheletri di alberi secchi.

Ogni sera piccoli aerei sorvolavano l’intera regione e spargevano una sostanza arancione sulla foresta; in seguito a quei ‘passaggi’ la gente aveva accusato astenia, diarrea, fibrillazione ventricolare e arresto cardiaco. Analizzando le piante colpite dalla sostanza e gli effetti che aveva prodotto sulla popolazione riscontrai che erano gli stessi che si erano manifestati in Vietnam, quando gli americani avevano utilizzato l’Agente Arancio. Ho dedotto che il prodotto nebulizzato fosse un composto del 2,4-D, un diserbante conosciuto come Nufarm, e del 2,5-T che combinati formano le diossine dell’Agente Arancio. Capisce? Avevo motivo di credere che in Amazzonia si usassero le stesse diossine che ancora oggi causano gravissime malformazioni nei bambini! Ho immaginato chi ci fosse dietro a quel crimine e perché: la legge brasiliana vieta il disboscamento, ed era probabile che i latifondisti avessero aggirato l’ostacolo polverizzando sulla foresta la sostanza in grado di far morire rapidamente gli alberi, per ampliare le aree di terreno coltivabili. Ho trovate le prove rintracciando in una radura l’hangar con gli aerei adoperati per spargere la sostanza arancione e decine di contenitori della stessa. Ne ho consegnato un campione alla Polizia federale, insieme a una denuncia che ho depositato alla Corte Internazionale dell’Ambiente”.

Come hanno reagito le istituzioni alla denuncia?

La Polizia federale ha avviato un’indagine e ordinato l’esame del campione che avevo fornito. Il responso attesta che la sostanza contiene diossine. è stata richiesta l’analisi immediata sia dell’acqua dei fiumi sia del terreno contaminato. Sono passati tre anni e la Polizia Federale non è ancora riuscita a smuovere il Ministero della Sanità, né quello dell’Ambiente e della Giustizia perché proseguissero le indagini

Quali sono i rischi a cui è esposta l’area contaminata?

Non si può circoscrivere l’area. La presenza dell’Agente Arancio nel Parà compromette tutto il pianeta, perché sulle aree disboscate con il composto di 2,4-D e 2,5-T si alleva bestiame da macello esportato in tutto il mondo e sui terreni disboscati si coltiva soia transgenica, utilizzata per produrre mangime per il bestiame. E ci stupiamo se la mozzarella di bufala campana contiene diossina?

Ha scoperto chi è responsabile di tutto ciò?

Politici e latifondisti, noti alle autorità brasiliane. La lista completa è in mano alla Polizia federale e vi sarebbe anche il nome di Marim Lula, figlio del presidente, in quanto parte di quel gruppo di fazendeiros che si sta impossessando di un’infinità di territori per allevare bestiame e coltivare soia.

Cosa è successo in seguito alla sua denuncia?

La Corte Internazionale dell’Ambiente mi ha dato una delega specifica con la quale potevo esigere la documentazione necessaria a effettuare indagini, ma in seguito all’esposizione prolungata con il veleno arancione sono entrato in coma. Mi sono risvegliato dopo 28 giorni e i miei superiori mi hanno richiamato in Italia. La Corte internazionale ha istituito una sessione straordinaria d’indagine perché proseguisse le indagini, ma né il Ministero del Commercio, né quello della Sanità e dell’Ambiente hanno collaborato.

Cosa succederebbe se le nuove analisi rivelassero che il prodotto utilizzato è l’Agente Arancio? 

Succederebbe quanto è accaduto in America, dove le famiglie dei soldati americani impiegati in Vietnam e morti di cancro per essere stati a contatto con l’Agente Arancio hanno fatto causa allo Stato, vincendola e costringendolo a un risarcimento di milioni di dollari. Al mio rientro in Italia ho mostrato a Silvio Garattini, medico e scienziato, le analisi effettuate sulla sostanza che ho prelevato nella foresta; ha confermato la presenza di diossine e mi ha chiesto di portargli al più presto un campione di terreno.

Non ha paura di nuove ritorsioni?


L’unica paura che ho – risponde accarezzandosi la barba bianca – è di non fare il mio dovere. Questo mi spaventa, nient’altro.



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lunedì 18 ottobre 2010

Uniti contro la fame

Nei giorni scorsi si è tenuta la Giornata Mondiale dell'alimentazione "uniti contro la fame". Non è una sorpresa sapere che vi ancora la fame nel mondo. Essa è una piaga che purtroppo non si riesce a debellare per svariate ragioni, alcune delle quali, basate su una cattiva gestione delle risorse economiche piovute a pioggia, ma finite nelle tasche di pochi.
Purtroppo è arduo oggi sederci a tavola pensando che c'è qualcuno che non ha il nostro stesso privilegio: per questo sarebbe giusto non cadere nell'eccesso e nel nostro piccolo possiamo cominciare con il nutrirci con l'essenziale evitando di buttare il cibo. Dico questo perchè vedo molte volte cibo per strada, buttato vicino alle immondizie o sui marciapiedi. Questo gesto del panino buttato è un qualcosa di amaro, di cattivo poiché denota una mancanza di rispetto verso i poveri che non hanno nulla con cui sfamarsi e una mancanza di gratitudine verso Dio che ci dona il pane quotidiano. Quindi cerchiamo di non gettare più il cibo e di trovare sempre un modo per utilizzarlo, magari ingegnandoci, ad esempio grattando il pane duro che altrimenti verrebbe buttato via.

Fatta questa premessa doverosa, pubblichiamo oggi un nuovo articolo di Avvenire, sempre sensibile alle tematiche più degradanti e meno visibili nei mass media generali (troppo occupati a parlare di tragedie in modo da spettacolarizzarle): in tale articolo troviamo anche le parole del Pontefice che ha richiamato chi di dovere alla garanzia dell'accesso al cibo per tutti:

Nel 2010 sono 925 milioni le persone che vivono in uno stato cronico di fame e malnutrizione. La cifra si è ridotta rispetto al 2009 ma «il livello rimane inaccettabile e non possiamo rimanere indifferenti». Lo ha detto Jacques Diouf, direttore generale della Fao, aprendo la 30/a Giornata dell'alimentazione, che si celebra sabato, e ricordando che sono 30 i Paesi che si trovano in una situazione di emergenza alimentare, e di questi 21 si trovano in Africa.

Il numero ancora così alto delle persone affamate è dovuto anche, ha sottolineato Diouf, al fatto che invece di affrontare le cause strutturali, il mondo ha trascurato di investire in agricoltura. Infatti, ha stigmatizzato Diouf, la quota degli aiuti ufficiali riservati all'agricoltura è scesa dal 19% del 1980 al 6% del 2006. Fra i problemi più gravi, l'instabilità dei mercati e la volatilità dei prezzi, che sono "una vera minaccia per la sicurezza alimentare".

Secondo Diouf, la produzione agricola dovrebbe aumentare del 70% per arrivare a sfamare nel 2050 le 9,1 miliardi di persone che abiteranno il pianeta. Ma il futuro non è così buio come sembra: infatti, ha ricordato Diouf, «il pianeta è in grado di potersi nutrire, ma bisogna lavorare per incrementare la produzione agricola attraverso lo sviluppo».

Dopo l'intervento di Diouf, il sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Scotti, ha sottolineato il problema delle speculazioni sulle materie prime alimentari, problema sul quale bisogna tenere alta la guardia. Alla 30/a Giornata dell'alimentazione è arrivato anche il messaggio del Papa, letto da monsignor Renato Violante, osservatore permanente presso le Nazioni Unite, che nel riportare le parole di Benedetto XVI ha sottolineato la necessità di «promuovere risorse e infrastrutture in una logica di sviluppo basata sulla fraternità», in modo da raggiungere uno dei traguardi «più urgenti per la famiglia umana: la libertà dalla fame».

«Per eliminare la fame e la malnutrizione – ha aggiunto il Pontefice – devono essere superati gli ostacoli derivanti da interessi specifici dei Paesi, per fare spazio ad una gratuità feconda, che si manifesta nella cooperazione internazionale come espressione di fraternità autentica». «A persone, popoli e Paesi – ha sottolineato ancora Benedetto XVI – deve essere consentito di raggiungere il proprio sviluppo, approfittando dell’assistenza esterna in conformità alle priorità e ai concetti radicati nelle loro tecniche tradizionali, cultura, patrimonio religioso e nella sapienza tramandata di generazione in generazione all’interno della famiglia».

Il tema della Giornata dell’alimentazione di quest’anno, «Uniti contro la fame», sottolinea il Papa, ci ricorda che «tutti, singoli individui, organizzazioni della società civile, Stati e istituzioni internazionali, devono assumere un impegno per attribuire al settore agricolo la giusta importanza». Per ottenere ciò, precisa il Papa, «non basta solo che ci sia cibo a sufficienza, ma anche garantire ogni giorno l’accesso al cibo per tutti». Per il Pontefice, «ciò significa promuovere tutte le risorse e le infrastrutture necessarie per sostenere la produzione e distribuzione in modo tale da garantire pienamente il diritto al cibo». «I Paesi industrializzati – conclude il testo – devono essere consapevoli del fatto che le crescenti esigenze del mondo richiedono livelli coerenti di aiuto» nei confronti di chi soffre la fame o è in situazione di povertà. «Essi non possono semplicemente rimanere chiusi nei confronti gli altri: un atteggiamento del genere non serve a risolvere la crisi».
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sabato 16 ottobre 2010

Messaggio di Papa Benedetto XVI:sorga una nuova generazione di cattolici

Ritorniamo in questo spazio per pubblicare il messaggio che Papa Benedetto XVI ha inviato al Cardinal Bagnasco in occasione della quarantaseiesima settimana sociale dei cattolici italiani. Tanti i temi trattati e l'auspicio di una nuova cristianizzazione della società e della politica italiana, per il perseguimento del bene comune (oggi oggetto quasi marginale rispetto alle politiche profondamente settoriali del governo):

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AL CARDINALE ANGELO BAGNASCO,
PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA,
IN OCCASIONE DELLA 46a SETTIMANA SOCIALE
DEI CATTOLICI ITALIANI

Al Venerato Fratello Card. Angelo Bagnasco
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana


Il primo pensiero, nel rivolgermi a Lei e ai Convegnisti riuniti a Reggio Calabria in occasione della celebrazione della 46a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, è di profonda gratitudine per il contributo di riflessione e di confronto che, a nome della Chiesa in Italia, volete offrire al Paese.

Tale apporto è reso ancor più prezioso dall'ampio percorso preparatorio, che negli ultimi due anni ha coinvolto diocesi, aggregazioni ecclesiali e centri accademici: le iniziative realizzate in vista di questo appuntamento evidenziano la diffusa disponibilità all'interno delle comunità cristiane a riconoscersi "cattolici nell'Italia di oggi", coltivando l'obiettivo di "un'agenda di speranza per il futuro del Paese", come recita il tema della presente Settimana Sociale.

Tutto ciò assume un rilievo maggiormente significativo nella congiuntura socio-economica che stiamo attraversando. A livello nazionale, la conseguenza più evidente della recente crisi finanziaria globale sta nel propagarsi della disoccupazione e della precarietà, che spesso impedisce ai giovani - specialmente nelle aree del Mezzogiorno - di radicarsi nel proprio territorio, quali protagonisti dello sviluppo. Per tutti, comunque, tali difficoltà costituiscono un ostacolo sul cammino della realizzazione dei propri ideali di vita, favorendo la tentazione del ripiegamento e del disorientamento. Facilmente la sfiducia si trasforma in rassegnazione, diffidenza, disaffezione e disimpegno, a scapito del legittimo investimento sul futuro.

A ben vedere, il problema non è soltanto economico, ma soprattutto culturale e trova riscontro in particolare nella crisi demografica, nella difficoltà a valorizzare appieno il ruolo delle donne, nella fatica di tanti adulti nel concepirsi e porsi come educatori. A maggior ragione, bisogna riconoscere e sostenere con forza e fattivamente l'insostituibile funzione sociale della famiglia, cuore della vita affettiva e relazionale, nonché luogo che più e meglio di tutti gli altri assicura aiuto, cura, solidarietà, capacità di trasmissione del patrimonio valoriale alle nuove generazioni. È perciò necessario che tutti i soggetti istituzionali e sociali si impegnino nell'assicurare alla famiglia efficaci misure di sostegno, dotandola di risorse adeguate e permettendo una giusta conciliazione con i tempi del lavoro.
Non manca certo ai cattolici la consapevolezza del fatto che tali aspettative debbano collocarsi oggi all'interno delle complesse e delicate trasformazioni che interessano l'intera umanità. Come ho avuto modo di rilevare nell'Enciclica Caritas in veritate, "il rischio del nostro tempo è che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini non corrisponda l'interazione delle coscienze e delle intelligenze" (n. 9). Ciò esige "una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali" (ibidem, n. 31) dello sviluppo.

Fare fronte ai problemi attuali, tutelando nel contempo la vita umana dal concepimento alla sua fine naturale, difendendo la dignità della persona, salvaguardando l'ambiente e promuovendo la pace, non è compito facile, ma nemmeno impossibile, se resta ferma la fiducia nelle capacità dell'uomo, si allarga il concetto di ragione e del suo uso e ciascuno si assume le proprie responsabilità. Sarebbe, infatti, illusorio delegare la ricerca di soluzioni soltanto alle pubbliche autorità: i soggetti politici, il mondo dell'impresa, le organizzazioni sindacali, gli operatori sociali e tutti i cittadini, in quanto singoli e in forma associata, sono chiamati a maturare una forte capacità di analisi, di lungimiranza e di partecipazione.

Muoversi secondo una prospettiva di responsabilità comporta la disponibilità a uscire dalla ricerca del proprio interesse esclusivo, per perseguire insieme il bene del Paese e dell'intera famiglia umana. La Chiesa, quando richiama l'orizzonte del bene comune - categoria portante della sua dottrina sociale - intende infatti riferirsi al "bene di quel noi-tutti", che "non è ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene" (ibidem, n. 7). In altre parole, il bene comune è ciò che costruisce e qualifica la città degli uomini, il criterio fondamentale della vita sociale e politica, il fine dell'agire umano e del progresso; è "esigenza di giustizia e di carità" (ibidem), promozione del rispetto dei diritti degli individui e dei popoli, nonché di relazioni caratterizzate dalla logica del dono. Esso trova nei valori del cristianesimo l'"elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale" (ibidem, n. 4).
Per questa ragione, rinnovo l'appello perché sorga una nuova generazione di cattolici, persone interiormente rinnovate che si impegnino nell'attività politica senza complessi d'inferiorità. Tale presenza, certamente, non s'improvvisa; rimane, piuttosto, l'obiettivo a cui deve tendere un cammino di formazione intellettuale e morale che, partendo dalle grandi verità intorno a Dio, all'uomo e al mondo, offra criteri di giudizio e principi etici per interpretare il bene di tutti e di ciascuno. Per la Chiesa in Italia, che opportunamente ha assunto la sfida educativa come prioritaria nel presente decennio, si tratta di spendersi nella formazione di coscienze cristiane mature, cioè aliene dall'egoismo, dalla cupidigia dei beni e dalla bramosia di carriera e, invece, coerenti con la fede professata, conoscitrici delle dinamiche culturali e sociali di questo tempo e capaci di assumere responsabilità pubbliche con competenza professionale e spirito di servizio. L'impegno socio-politico, con le risorse spirituali e le attitudini che richiede, rimane una vocazione alta, a cui la Chiesa invita a rispondere con umiltà e determinazione.

La Settimana Sociale che state celebrando intende proporre "un'agenda di speranza per il futuro del Paese". Si tratta, indubbiamente, di un metodo di lavoro innovativo, che assume come punto di partenza le esperienze in atto, per riconoscere e valorizzare le potenzialità culturali, spirituali e morali inscritte nel nostro tempo, pur così complesso.

Uno dei vostri ambiti di approfondimento riguarda il fenomeno migratorio e, in particolare, la ricerca di strategie e di regole che favoriscano l'inclusione delle nuove presenze. È significativo che, esattamente cinquant'anni fa e nella stessa città, una Settimana Sociale sia stata dedicata interamente al tema delle migrazioni, specialmente a quelle che allora avvenivano all'interno del Paese. Ai nostri giorni il fenomeno ha assunto proporzioni imponenti: superata la fase dell'emergenza, nella quale la Chiesa si è spesa con generosità per la prima accoglienza, è necessario passare a una seconda fase, che individui, nel pieno rispetto della legalità, i termini dell'integrazione.

Ai credenti, come pure a tutti gli uomini di buona volontà, è chiesto di fare tutto il possibile per debellare quelle situazioni di ingiustizia, di miseria e di conflitto che costringono tanti uomini a intraprendere la via dell'esodo, promuovendo nel contempo le condizioni di un inserimento nelle nostre terre di quanti intendono, con il loro lavoro e il patrimonio della loro tradizione contribuire alla costruzione di una società migliore di quella che hanno lasciato. Nel riconoscere il protagonismo degli immigrati, ci sentiamo chiamati a presentare loro il Vangelo, annuncio di salvezza e di vita piena per ogni uomo e ogni donna.

Del resto, la speranza con cui intendete costruire il futuro del Paese non si risolve nella pur legittima aspirazione a un futuro migliore. Nasce, piuttosto, dalla convinzione che la storia è guidata dalla Provvidenza divina e tende a un'alba che trascende gli orizzonti dell'operare umano. Questa "speranza affidabile" ha il volto di Cristo: nel Verbo di Dio fatto uomo ciascuno di noi trova il coraggio della testimonianza e l'abnegazione nel servizio. Non manca certo, nella meravigliosa scia di luce che contraddistingue l'esperienza di fede del popolo italiano, la traccia gloriosa di tanti Santi e Sante - sacerdoti, consacrati e laici - che si sono consumati per il bene dei fratelli e si sono impegnati in campo sociale per promuovere condizioni più giuste ed eque per tutti, in primo luogo per i poveri.

In questa prospettiva, mentre auguro proficui giorni di lavoro e di incontro, vi incoraggio a sentirvi all'altezza della sfida che vi è posta innanzi: la Chiesa cattolica ha un'eredità di valori che non sono cose del passato, ma costituiscono una realtà molto viva e attuale, capace di offrire un orientamento creativo per il futuro di una Nazione.

Alla vigilia del 150° anniversario dell'Unità nazionale, da Reggio Calabria possa emergere un comune sentire, frutto di un'interpretazione credente della situazione del Paese; una saggezza propositiva, che sia risultato di un discernimento culturale ed etico, condizione costitutiva delle scelte politiche ed economiche. Da ciò dipende il rilancio del dinamismo civile, per un futuro che sia - per tutti - all'insegna del bene comune.

Ai partecipanti alla 46a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani desidero assicurare il mio ricordo nella preghiera, che accompagno con una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 12 ottobre 2010

BENEDETTO XVI

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

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I più perseguitati al mondo

Recentemente avevamo puntato il nostro sguardo sulle persecuzioni cristiane in Mosul. Ed oggi vediamo, grazie al sito di Corrispondenza Romana, un rapporto dettagliato che mostra come i cristiani, siano il gruppo religiosi più perseguitato nel mondo. A riprova del fatto che, ancora oggi, vi sono martiri che sacrificano la propria vita in nome della fede in Gesù Cristo. Come già detto, noi desideriamo rivolgere loro una preghiera speciale e vogliamo che siano di esempio per tutti noi: loro, infatti, testimoniano la fede in Gesù nonostante le conseguenze e i pericoli; noi, invece, che viviamo in regime di libertà religiosa, non siamo in grado nemmeno di nonimare Gesù, quasi come se fosse sconveniente parlarne in pubblico. Ecco, attingiamo da queste notizie, il coraggio per aprire la bocca non solo per parlare della vanità delle cose, ma anche e soprattutto per testimoniare l'amore vivo di Dio che non abbandona mai il suo gregge. Ecco il rapporto della Comece (Commissione episcopati Unione europea):


È quello cristiano il gruppo religioso più perseguitato nel mondo. Su 100 morti per crimini legati alla religione, 75 sono di fede cristiana. Il numero totale di credenti discriminanti è di circa 100 milioni di persone. Si stima che siano stati martirizzati più cristiani nel ventesimo secolo che in tutti i 1.900 anni precedenti.

I dati sono emersi nel corso della conferenza sulla Persecuzione contro i cristiani che si è tenuta nella sede del Parlamento europeo a Bruxelles, promossa dalla Comece (Commissione episcopati Unione europea), dai Gruppi dei conservatori e riformisti europei e del partito popolare europeo (Epp) all'Europarlamento, in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre e Open Doors International. Mons. Sako, arcivescovo dei Caldei in Iraq, ha lanciato l'ennesimo drammatico appello: «In Iraq il numero dei cristiani continua a diminuire. Forse essi scompariranno a causa delle continue persecuzioni, minacce e violenze».

«Dal 2003 ad oggi -- ha reso noto -- sono state assalite 51 chiese; rapiti e uccisi un vescovo e tre preti; circa 900 cristiani innocenti uccisi e centinaia di migliaia obbligati a lasciare le proprie case in cerca di un luogo sicuro». Gli ha fatto eco mons. Kussala, vescovo del Sudan, un altro Paese dove i cristiani subiscono forti persecuzioni. «Questa conferenza -- ha detto Kussala -- può suggerire all'Ue di fare pressione sulle Nazioni Unite affinché rafforzino la loro legislazione a difesa dei diritti delle minoranze e specialmente dei cristiani?». Dal presule anche le richieste che all'interno dell'Onu si costituisca una Commissione sulla libertà religiosa internazionale e che anche "atrocità" come "omicidi e persecuzioni" a sfondo religioso vengano perseguite dal Tribunale penale internazionale, presieduto da Mario Mauro (capogruppo Pdl/Ppe) e dal polacco Konrad Szymansky (dei conservatori europei Ecr).

La conferenza si è conclusa con la presentazione di una dichiarazione, sulla quale sono state raccolte firme di parlamentari di tutti gli schieramenti, in cui si chiede al "ministro degli esteri" della Ue Catherine Ashton di difendere la libertà di culto, aggiungendo a tutti gli accordi con Paesi esterni alla Ue una clausola vincolante di rispetto di tale diritto fondamentale.

«La libertà religiosa è la condizione attraverso la quale passano tutte le altre libertà: libertà di esprimere e professare la religione in cui si crede vuol dire sottrarsi agli abusi del potere», ha affermato Mauro aprendo la Conferenza. «Il potere politico -- ha osservato l'europarlamentare italiano -- è consapevole che distruggendo la libertà religiosa viene eliminata la libertà tout court, prendendo di conseguenza il controllo assoluto della società» ("Avvenire", 6 ottobre 2010).
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giovedì 14 ottobre 2010

Mosul, la terra del martirio

Torniamo oggi ad osservare le notizie meno diffuse, dando uno sguardo al territorio di Mosul, terra di martirio. Molti pensano che il martirio sia una cosa che riguarda solo i santi e i primi cristiani vittime delle persecuzioni romani e che ormai non esiste più. Invece, purtroppo, ci sono ancora cristiani perseguitati a causa della loro fede. Apprendiamo oggi di una notizia sconvolgente di ragazze e bambine cristiane violentate e uccise in Pakistan. Questo deve essere anche un segnale per noi: mentre dall'altra parte del mondo chi ha fede in Dio non può dimostrarlo senza icnorrere in violente persecuzioni, qui da noi, in Occidente, pur avendo libertà, non dimostriamo la nostra fede, quasi vergognandoci di essere cristiani. Impariamo da questi cristiani, che cosa significa avere fede a costo della propria vita e sul loro esempio, gridiamo la nostra fede mostrandola al mondo intero.
Quanto segue è il reportage di Avvenire su quanto accade nella terra di Mosul, in Iraq:

***

Le mura con le pietre a sbalzo ed i fregi in stile assiro-babilonese, annerite e danneggiate dagli incendi provocati dalle bombe, conferiscono un’aria spettrale alla chiesa dello Spirito Santo, chiusa dopo i ripetuti attacchi di questi ultimi anni. La grande e moderna costruzione caldea che sorge in quel che un tempo era un quartiere misto di arabi sunniti e di cristiani è diventata il Colosseo del XXI secolo in terra irachena. Qui è caduto il giovane padre Ragheed Ganni, ucciso insieme a tre suddiaconi in pieno giorno da terroristi a viso scoperto. E su questo stesso piazzale venne rapito e poi assassinato l’arcivescovo Faraj Rahho. Non si può sostare neppure un attimo per una preghiera, «questa è la zona più a rischio di tutta la città», mi dice Marcos Sabah, uno dei pochi cristiani rimasti a Mosul.

C’è da crederci, fino a due anni fa lui abitava proprio qui «ma la pressione sociale e la tensione psicologica erano arrivate ad un livello insostenibile», spiega, e così si è trasferito con tutta la famiglia in un quartiere residenziale della periferia, dove ci sono più garanzie di sicurezza. Negli ampi viali costeggiati da alte case incontriamo un check-point dell’esercito iracheno ogni duecento metri, in giro ci sono più militari che civili. Fermi in coda per i controlli, tutti sono nervosi e si guardano attorno con diffidenza perché a Mosul, come ricorda il mio amico con macabro umorismo, le auto-bombe sono più frequenti dei tamponamenti. Comunque, meglio qui che nella città vecchia, oltre il Tigri, un dedalo di viuzze che ad ogni angolo nascondono un’insidia.

Marcos e sua moglie Hanna si sentono dei superstiti. Mosul era la seconda città dell’Iraq per numero di cristiani, 50mila su una popolazione di oltre due milioni. Oggi è una comunità letteralmente decimata, ridotta a poco più di 4mila persone che vivono nel terrore d’essere aggredite, sequestrate e uccise dai gruppi fondamentalisti islamici che nessuno sembra poter o voler fermare. Chi può scappa, lasciando sul posto tutto quel che aveva. Ai cristiani che se ne vanno i gruppi fondamentalisti impongono di pagare la metà di quanto hanno ricavato dalla vendita della casa.
Marcos ha deciso di non vendere, ma teme che la sua vecchia abitazione finirà con l’essere occupata abusivamente, come spesso succede. Due suoi figli se ne sono andati in Svezia, la figlia con il neo-sposo non vede l’ora di seguirli. «Quando esco devo mettermi il velo, vengo insultata e minacciata continuamente. E voi scrivete che adesso in Iraq c’è la libertà», scuote il capo tristemente la giovane. Basil, il marito, lavora come autista per il vicino convento di San Giorgio, anche se ormai vi è rimasto un solo monaco. In quest’antica fortezza in cima alla collina si respira un clima di tranquillità e di pace, un’oasi nell’inferno di Mosul.

Per sfuggire alle intimidazioni e alle violenze migliaia di famiglie si sono rifugiate nella piana di Ninive, trovando ospitalità nei villaggi tradizionalmente abitati dai cristiani. Distano una manciata di chilometri da Mosul, cui fanno capo amministrativamente, ma di fatto stanno sotto l’ombrello protettivo del governo autonomo del Kurdistan le cui milizie, i famosi peshmerga già in guerra con Saddam Hussein, sono massicciamente presenti nelle cosiddette "disputed zones", le aree dell’Iraq settentrionale in attesa di uno status definitivo. Percorrendo la pianura arida e assolata di Ninive, balza immediatamente all’occhio un paesaggio fatto di cupole, croci e immagini della Madonna.

È qui che i cristiani in fuga dall’orrore affrontano la difficile sfida della sopravvivenza. Hanno costituito una guardia d’autodifesa che presidia i villaggi, gente armata in uniforme, riconosciuta sia dal governo centrale di Baghdad sia da quello regionale curdo. A Karamlis, 5mila abitanti, la guardia d’autodifesa può contare su 250 uomini. Nella chiesa di Mar Addai c’è la tomba di padre Ganni, già venerato dai fedeli come un martire. Anche la salma di monsignor Rahho venne sepolta qui prima di essere traslata nella chiesa di San Paolo a Mosul. «Nei nostri villaggi si vive in un clima di relativa sicurezza ma la gente non ha lavoro, e soprattutto non ha fiducia nel futuro», ci dice monsignor Georges Casmoussa, il vescovo siro-cattolico di Mosul il cui sequestro, fortunatamente concluso con la sua liberazione, segnò l’inizio dell’interminabile Via Crucis dei cristiani iracheni.

«Dobbiamo imparare ad alzare lo sguardo, a non perdere la speranza», sottolinea padre Gibrail Tooma, superiore degli Antoniani caldei nel convento di Nostra Signora delle Messi, che sorge ad Alqosh, all’estremità settentrionale della piana di Ninive. Ha studiato a Roma ed è tornato a Baghdad nel momento peggiore, alla fine della guerra del 2003. Ha visto la morte da vicino parecchie volte, tra bombe, sparatorie e attentati diretti alla sua persona. Un giorno venne a sapere dalla venditrice ambulante da cui si riforniva di sigarette («una brava musulmana») di essere nel mirino di una banda di sequestratori. «Così decisi di lasciare Baghdad. E poi dicono che il fumo fa male. A me ha salvato la vita», scherza adesso.

Dal 2007 padre Gibrail è priore del convento di Alqosh, un grande complesso di edifici ai piedi dell’antico monastero scavato nella roccia di Sant’Hormisda, uno dei patroni della Chiesa caldea. Nel convento sono ospitati decine di orfani i cui genitori sono morti in seguito alla guerra ed alla violenza terroristica. Ne hanno fatto esperienza loro stessi quando, viaggiando su un pulmino, hanno evitato per un soffio l’esplosione di un’auto-bomba. Lo scorso febbraio, dopo l’ennesima strage di cristiani a Mosul, nelle celle del convento avevano trovato riparo una cinquantina di famiglie, sfollate in seguito alle minacce di morte.

Una sistemazione provvisoria che hanno lasciato dopo qualche mese. Pochi però hanno avuto il coraggio di tornare nelle loro case, la maggior parte se n’è andata in Turchia, in Siria e in Giordania avendo come meta finale l’Europa. È una richiesta che mi sono sentito ripetere come un ritornello incontrando i profughi cristiani. Dopo un po’ l’intervista si capovolge e sono loro a fare le domande che spesso si concludono con un’implorazione: «Mi aiuti ad ottenere un visto per l’Italia».
Eppure, c’è qualcuno che ha deciso di compiere il cammino inverso. Come Youssif Dred, 35 anni, da venti rifugiato in Olanda dove, insieme con la moglie Sonia e i suoi tre bambini, ha ottenuto la cittadinanza.

È tornato al villaggio natale di Alqosh per stare vicino al padre malato, scegliendo poi di rimanere in Iraq. Al momento ha trovato lavoro in un bar, ma intende coltivare un terreno affidatogli in usufrutto dai monaci del convento. «È la fede che mi ha spinto a questa decisione – racconta –. Sono cristiano e sono iracheno, voglio che la mia Chiesa non scompaia dalla terra in cui sono nato. In Olanda, le chiese sono vuote di fedeli e vengono date agli immigrati musulmani: ma che razza di cristianesimo è il vostro?», chiede provocatoriamente.

Anche Hazim Harboli, 33 anni, è tornato. Con un’idea ben chiara in mente: diventare monaco. Era uscito dal Paese nel 1998, insieme con i genitori si era stabilito in Grecia, dove aveva pure una fidanzata. Nel 2008 ha deciso di rientrare in Iraq. La sua famiglia ha fatto di tutto per dissuaderlo: anche in Grecia si sono tanti monasteri... Ma Hazim, capelli rossi e testa dura, vuole essere monaco caldeo in patria. «Stavo male ogni volta che mi giungevano le notizie di uccisioni di vescovi e preti a Mosul. Ed ho pensato: anch’io sono nato in quella terra, devo prendere il loro posto», dice senza alcuna enfasi. A spingerlo alla decisione irrevocabile di tornare qui e di fare domanda di noviziato al monastero antoniano è stata la tragica vicenda di monsignor Rahho, trucidato barbaramente dai terroristi. Anche in Iraq, terra d’antica fede, semen est sanguis christianorum.


Luigi Geninazzi
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mercoledì 13 ottobre 2010

Every One per combattere la mortalità infantile

 Mortalità e malnutrizione: oltre 8 milioni di bambini sotto i 5 anni continuano a morire ogni anno per malattie banali, come diarrea e polmonite o perché malnutriti; 195 milioni quelli affetti da malnutrizione cronica nel mondo


Ci occupiamo oggi di sensibilizzavi alla campagna promossa da Save the Children, "Every One",in favore della riduzione della mortalità infantile, un fenomeno devastante e che dovrebbe essere combattuto strenuamente da ciascuno di noi. Quanto segue è il rapporto di Save the Children che mostra quanto drammatica sia la situazione: proprio ora un bambino muore nell'indifferenza generale:

Nel 2000 il mondo all’unanimità prometteva: entro il 2015 avremo ridotto di 2/3 la mortalità infantile (1). A fine 2010 le promesse sono un’eco imbarazzante mentre la realtà sono numeri che scendono lenti e incerti o addirittura risalgono drammaticamente.

8.1 milioni di bambini sotto i 5 anni continuano a morire ogni anno per cause banali e prevenibili. Un terzo di queste morti ha come concausa la malnutrizione, acuta o cronica, denuncia il Rapporto su La mortalità infantile e l’impatto della malnutrizione di Save the Children – la più grande organizzazione internazionale indipendente che dal 1919 lotta per migliorare concretamente le condizioni di vita dei bambini. Sono oltre 4 milioni in Africa, 3.7 milioni in Asia e circa 240 mila in America Latina e nei Caraibi, i bambini che perdono la loro battaglia per la sopravvivenza ogni anno. 64 i paesi dove si combatte questa guerra e dove si concentra il 95% delle morti infantili del pianeta. Ciad, Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Guinea-Bissau, Sierra Leone, Mali, Somalia, Repubblica Centro Africana, Burkina Faso, Burundi, i 10 stati con i più alti tassi di mortalità infantile del mondo.

Il 90% delle morti è dovuto a poche, prevenibili e curabili malattie: in particolare, polmonite, diarrea e malaria sono responsabili di oltre il 40% dei decessi infantili. Oltre 3.5 milioni di morti avviene alla nascita, in gran parte dei casi per gravi infezioni (es. sepsi, polmonite, tetano), asfissia o parto prematuro. “Fino a non tantissimi anni fa anche in Italia la mortalità infantile e la malnutrizione erano un problema molto grave che però è stato superato e risolto alla radice (2)”, commenta Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children per l’Italia. “La verità è che la mortalità infantile e la malnutrizione possono essere vinte con semplici soluzioni e medicine ben conosciute e disponibili (3). Per questo Save the Children ha lanciato nel 2009 la Campagna Every One e ha deciso di impegnarsi concretamente a salvare 2.500.000 bambini entro il 2015, a raggiungere con programmi di salute e nutrizione circa 50 milioni di donne in età fertile e bambini e a mobilitare 60 milioni di sostenitori in tutto il mondo. Vogliamo dire a gran voce e dimostrare che questa battaglia si può e si deve vincere”.

L’Africa subsahariana e il Sud Asia sono le aree del mondo dove il problema è più acuto – con la prima che detiene il triste primato di 1 bambino che muore ogni 8 nati vivi e la seconda che totalizza un terzo delle morti infantili del mondo. Inoltre appartengono all’Africa subsahariana Ciad, Congo, Zimbabwe i 3 paesi che insieme a alle isole caraibiche Trinidad e Tobago, dal 1990 ad oggi hanno visto peggiorare i propri tassi di mortalità infantile.

“Accanto a queste situazioni limite registriamo anche dei progressi in nazioni come Ghana, Egitto, Mozambico, Indonesia, Nepal, Bangladesh, che non solo hanno ridotto la mortalità infantile ma hanno fatto sì che i miglioramenti riguardassero tutta la popolazione infantile, compresi i bambini più poveri e svantaggiati”, sottolinea Francesco Aureli, Responsabile Policy e Advocacy di Save the Children per l’Italia. “Tuttavia se vogliamo vincere la nostra battaglia dobbiamo fare molto di più e intervenire anche sulla malnutrizione (4) che è il killer nascosto di circa un terzo dei bambini che muoiono entro i 5 anni”. Si stima che il 14.5% delle morti infantili sia collegato alla malnutrizione cronica, il 14.6% alla malnutrizione acuta, il 6.5% a mancanza di vitamina A e il 4.4% a carenza di zinco. Nel mondo sono 195 milioni i bambini con malnutrizione cronica. Il 65% di essi si trova in 10 paesi: India, Cina, Nigeria, Pakistan - dove la situazione è drammaticamente peggiorata dopo le alluvioni - Indonesia, Bangladesh, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Filippine, Tanzania.

“Quando un bambino non ha di che mangiare e non assume i principi nutritivi giusti per la sua crescita, diventa debole e il suo sistema immunitario, ancora immaturo, più vulnerabile a malattie”, spiega Francesco Aureli. “La malnutrizione, fino al suo esito mortale, è il risultato di una dieta povera e di infezioni, in un circolo perverso in cui i due aspetti si influenzano negativamente. Non a caso un bambino gravemente malnutrito è 9 volte più a rischio di morire di un bambino ben nutrito”. Tra le soluzioni che Save the Children indica per risolvere il problema della malnutrizione: allattamento esclusivo al seno, distribuzione di micronutrienti, supporto economico a donne e famiglie, sistemi agricoli e coltivazioni in grado di produrre cibo in quantità e costi adeguati alle esigenze delle madri e delle comunità più povere, centri di cura per bambini gravemente malnutriti.

“Si tratta di misure che Save the Children realizza nei suoi programmi di salute e nutrizione nei 36 paesi (5) in cui si sta dispiegando Every One e 5 dei quali – Egitto, Etiopia, Mozambico, Malawi e Nepal - sono direttamente sostenuti da Save the Children Italia”, precisa Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children per l’Italia.

“Sul versante della lotta alla mortalità infantile Save the Children sta lavorando su alcuni aspetti cruciali come la formazione di migliaia di operatori sanitari di comunità a cui spetta diagnosticare nei bambini fino a 5 anni le malattie potenzialmente mortali, come diarrea, malaria, polmonite e offrire le prime semplici cure. Inoltre Save the Children sta facendo pressione sui paesi più colpiti dalla mortalità infantile affinché i servizi alla salute materno-infantile siano resi gratuiti. Su questo punto i paesi del G8, Italia compresa, possono e debbono dare il massimo del sostegno finanziario. Anche perché l’attuale crisi economica con l’aumento del prezzo del cibo e le devastanti e inaspettate catastrofi naturali come l’alluvione in Pakistan e la carestia in Niger stanno creando ulteriori e pesantissime difficoltà a nazioni e popolazioni già fragili”, conclude Valerio Neri.

NON LASCIAMOLI ANDARE: CENTINAIA DI PALLONCINI ROSSI INVADONO ROMA E MILANO. COME SOSTENERE EVERY ONE Il 6 ottobre Save the Children ha deciso di organizzare la Giornata del palloncino rosso, tappezzando Roma, Milano e altri 9 comuni con migliaia di palloncini con scritto Save Me, che i volontari dell’organizzazione hanno iniziato a distribuire al risveglio delle città a tutti i cittadini. Lo slogan di questa pacifica guerrilla è non lasciamoli andare con riferimento al palloncino rosso, che ognuno è invitato a tenere con sé, attaccato al filo, come se tenessimo stretto un bambino per non lasciarlo morire.

A Roma e Milano la guerrilla è iniziata la sera del 5, protraendosi per tutta la notte. Nella capitale Piazza Montecitorio e Piazza di Spagna i luoghi che per primi si sono riempiti di palloncini rossi, anche con l’aiuto degli attori Nicolas Vaporidis, Pietro Sermonti, Andrea Sartoretti, tra i testimonial di Every One. All’alba 25 le piazze e via di Roma – dalle centralissime Piazza Venezia e Piazza Argentina, a Piazza San Giovanni e Piazza Sempione – invase da 400 palloncini. A Milano, Piazza Castello e Piazzale Duca D’Aosta (Stazione Centrale) i luoghi da cui, già nella serata del 5, sono apparsi i palloncini Save Me, poi moltiplicatisi fino a “occupare” 14 tra piazze e vie. “La nostra mobilitazione è ai massimi livelli”, commenta Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children per l’Italia “ma abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per farcela”.

Per sostenere concretamente Every One , dal 6 ottobre al 7 novembre sarà possibile donare 2 euro inviando un SMS al 45503 dai cellulari personali TIM, Vodafone, Wind, 3 e Coop Voce o chiamando lo stesso numero da rete fissa Telecom Italia, Fastweb e Infostrada. Gli utenti di rete fissa Telecom Italia potranno scegliere se donare 2 o 5 euro. I fondi serviranno a sostenere i progetti di salute e nutrizione materno-infantile realizzati da Save the Children Italia in Egitto, Etiopia, Mozambico, Malawi e Nepal.
Sempre dal 6 ottobre al 7 novembre si può contribuire alla Campagna donando 5 euro alle casse dei 430 negozi OVS industry in tutte le province italiane ricevendo la Save the Children Card e il palloncino “Save Me” simbolo della campagna.

E’ possibile sostenere Every One anche effettuando un bonifico senza commissioni presso una delle oltre 4.000 Agenzie UniCredit sul c/c IT 43 M 03002 05211 000401430543, oppure su www.ilmiodono.it. Inoltre dal 6 al 17 ottobre è possibile donare anche presso tutti i 7.800 ATM di UniCredit.


E a sostegno di Every One c’è anche un folto gruppo di testimonial, il grande calcio con l’ ACF Fiorentina e molte aziende. La versione integrale del Rapporto su La mortalità infantile e l’impatto della malnutrizione e del Rapporto Attività Every One Non lasciamoli andare. Ridurre la mortalità materna e infantile è possibile all’indirizzo: www.savethechildren.it/pubbl...

Sono disponibili foto in alta definizione e storie di bambini coinvolti nei progetti di Save the Children, foto dei testimonial e immagini della campagna pubblicitaria.

Per le televisioni è a disposizione un beta con: lo spot e l’appello dei testimonial, storie di mamme e bambini di Egitto, Etiopia, Malawi, Mozambico, un broll con immagini sulla crisi alimentare in Africa orientale, testimonianze di operatori sanitari di Save the Children in Indonesia, Mali e Guatemala, immagini della guerrilla a Roma e Milano. Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Save the Children Italia tel. 06.48070023-071-001 press@savethechildren.it www.savethechildren.it

NOTE:
1: Si tratta del 4° Obiettivo del Millennio, stabilito e sottoscritto nel settembre 2000 dai 191 Stati membri delle Nazioni Unite, nell’ambito della Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite.

2: Il tasso di mortalità infantile in Italia è di 4 ogni 1000 nati vivi. Fonte: Save the Children, Rapporto sullo Stato delle Madri nel Mondo, 2010.

3: Per la polmonite: vaccinazioni (6 € per 3 dosi) e trattamento con antibiotici (10 €); per la diarrea vaccinazioni, somministrazione di sali per la reidratazione orale (0,15 €), zinco (0,23 €), lavaggio delle mani. Per la malaria: zanzariere (4 €), trattamento anti-malarico (1,71 €). Per problemi neonatali: cure efficaci durante la gravidanza e ostetriche comunitarie specializzate per assistere i parti in casa.

4: Un bambino è malnutrito quando non riceve i nutrienti necessari al suo organismo per resistere alle infezioni e continuare a crescere; è affetto da malnutrizione cronica o rachitismo quando è troppo gracile, piccolo e inadeguatamente sviluppato rispetto alla sua età; è gravemente malnutrito quando è troppo magro e sotto peso rispetto alla sua altezza.

5: Egitto, Etiopia, Mozambico, Nepal, Cina, India, Nigeria, Pakistan, Sierra Leone, Afghanistan, Angola, Bangladesh, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo, Indonesia, Kenya, Malawi, Mali, Niger, Tanzania, Uganda, Zambia, Bolivia, Brasile, Cambogia, Guatemala, Guinea, Haiti, Liberia, Birmania, Sud Africa, Sud Sudan, Tajikistan, Vietnam, Yemen, Zimbawe.
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lunedì 11 ottobre 2010

Più poveri nell'Italia dei ricchi

Il titolo la dice lunga: più poveri nell'Italia dei ricchi. In effetti, ad uno sguardo superficiale della società italiana, tutto sembra fuorchè che ci sia una vera e propria crisi. Molti dicono che la crisi è inventata poich-é le strade sono sempre più intasate da macchine nuove e ultra-costose; che nei supermercati c'è sempre la fila per non parlare dei locali notturni come le discoteche sempre pullulanti di gente. Ma allora, dov'è la crisi e dov'è la povertà?


La povertà è paradossalmente in mezzo a noi: più cerchiamo di vederla e più non la vediamo. Però, se casualmente, ci capitasse di passare dinanzi ad un centro sociale o ad un centro della Caritas, ci troveremmo dinanzi ad un fenomeno apparentemente inspiegabile. In coda non ci sono barboni, ma gente comune vestita in maniera comune e profumata in maniera comune. Eccola, la crisi che non si vede si materializza dinanzi ai nostri occhi. Il fatto è che la povertà non è quella che conoscevamo una volta, cioè non è nel mendicante o nel barbone. La povertà oggi colpisce famiglie un tempo considerate quasi benestanti: parliamo di famiglie di operai, di cassintegrati che riescono a tirare avanti a fatica e il più delle volte, grazie ai propri genitori e alle loro pensioni e in sostanza grazie ad enti come la Caritas. Ecco il perchè la Vigna propone un breve articolo di Avvenire che mostra questa realtà paradossale della povertà in mezzo all'ostentata ricchezza:

Siamo sempre più poveri. Ma non è una notizia; quella vera è che lo è diventato chi, in passato non si sarebbe mai immaginato di doversi rivolgere un giorno, allo sportello della Caritas per chiedere una borsa pasto o sussidi economici per pagare la bolletta della luce in scadenza.

Il nono rapporto sulla povertà, realizzato da Caritas Ambrosiana e presentato ieri a Milano nell’ambito del convegno "Dalla crisi nuove sfide per il territorio" parla chiaro: nel 2009 gli italiani che si sono rivolti agli sportelli della Caritas sono aumentati del 15,7%. Sono invece diminuiti gli stranieri clandestini (-3,7% ) «forse perchè spaventati d’incorrere in denunce da non trovare il coraggio nemmeno di chiedere aiuto alla Caritas» osservano i ricercatori dell’Osservatorio diocesano che hanno redatto il rapporto.

Sono aumentati, quindi, gli operai, gli impiegati, gli insegnanti, i liberi professionisti ma anche i dirigenti della Brianza e delle province industriali lombarde che hanno perso il lavoro e si ritrovano dall’oggi al domani senza finanze per poter pagare la rata del mutuo accesa solo pochi anni fa.

«La crisi ha ridisegnato la mappa della povertà. Ha trasformato famiglie modeste ma che avevano sempre goduto di una certa stabilità in soggetti vulnerabili e sospinto i poveri cronici sulle soglie della miseria» spiega il direttore di Caritas ambrosiana, don Roberto Davanzo, sfogliando il rapporto annuale secondo il quale nel 2009 sono stati 17.283 i poveri che si sono presentati nei 56 centri di ascolto della diocesi ambrosiana, con un aumento del 9% rispetto al 2008.

Ma, oltre all’analisi quantitativa, l’indagine evidenzia anche le caratteristiche sociologiche di chi si è rivolto agli sportelli per accedere ai Fondo famiglia lavoro, il fondo istituito dall’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi per le famiglie che perdono lavoro.

«I vulnerabili – ha spiegato il sociologo Aldo Bonomi, che si è occupato della ricerca - non sono marginali in sè. Lo diventano, o rischiano di diventarlo, nella crisi, per la perdita dell’occupazione e l’assenza di ammortizzatori sociali per ampie fasce di lavoratori. Dalle storie del Fondo emergono una nuova questione operaia e sociale, una condizione migrante, una difficoltà degli ammortizzatori che ci interrogano sui ritardi della modernizzazione del nostro welfare».

Un welfare, quindi, secondo gli studiosi dell’osservatorio, che ha funzionato in passato, ben occupandosi di pensionati e lavoratori ma che oggi risulta "vecchio" e non al passo con i tempi e la crisi economica che stiamo vivendo. «Le istituzioni si occupano della crisi finanziaria e non si preoccupano della povertà» ha aggiunto l’economista Alberto Berrini, secondo cui ci vorranno ben otto anni perchè le imprese ritrovino il livello della produzione perduta.

«La crisi ha confermato e purtroppo drammaticamente esplicitato ciò che già si sapeva: l’inadeguatezza del sistema italiano di chi perde protezione – conclude l’economista – Un welfare, che oggi non è in grado di sostenere le fasce più colpite dalla crisi: quelle dei precari, degli artigiani e dei liberi professionisti».

«La crisi ha colpito persone che non sono tutelate e di fronte a questo stato di cose non è possibile che la risposta possa venire solo da noi» aggiunge il direttore di Caritas, Davanzo, che lancia anche un monito: «la politica deve battere un colpo».

Per questo Caritas presenterà in modo più dettagliato (lo aveva già fatto a marzo) entro l’anno la richiesta a regione Lombardia di introdurre il "reddito minimo garantito". Una forma di sostegno estesa a coloro che oggi non possono godere di alcun aiuto pubblico. Una protezione sociale, già presente in tutti i Paesi dell’Europa a 15 tranne che Grecia e Italia.

Daniela Fassini
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mercoledì 6 ottobre 2010

Progetto Scuola

Come saprete uno dei problemi che affligge l'Africa è l'analfabetismo. I bambini non hanno la possibilità di ricevere un'istruzione adeguata il che comporta la loro impossibilità a crescere civilmente e culturalmente. Molti bambini hanno espresso vivamente la volontà gioiosa di voler imparare, di voler conoscere e di voler provare cosa significa andare a scuola.
La Cesar Onlus si occupa di molte iniziative in territorio sudanese: tra questi vi è il progetto scuola che abbiamo deciso di sostenere per aiutare questi poveri fanciulli a conoscere cosa racchiude il nostro mondo del sapere. Come abbiamo avuto noi la possibilità di studiare e di far studiare i nostri figli, è giusto che anche essi abbiano le stesse opportunità. Di seguito, il banner dell'iniziativa con il numero di telefono al quale potete inviare un SMS per donare quanto potete:

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lunedì 4 ottobre 2010

Angelus di Papa Benedetto XVI - 03 Ottobre 2010


VISITA PASTORALE A PALERMO

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Foro Italico di Palermo
Domenica, 3 ottobre 2010



Cari fratelli e sorelle!

In questo momento di profonda comunione con Cristo, presente e vivo in mezzo a noi e in noi, è bello, come famiglia ecclesiale, rivolgerci in preghiera alla sua e nostra Madre, Maria Santissima Immacolata. La Sicilia è costellata di Santuari mariani, e da questo luogo, mi sento spiritualmente al centro di questa “rete” di devozione, che congiunge tutte le città e tutti i paesi dell’Isola.

Alla Vergine Maria desidero affidare tutto il popolo di Dio che vive in questa amata terra. Sostenga le famiglie nell’amore e nell’impegno educativo; renda fecondi i germi di vocazione che Dio semina largamente tra i giovani; infonda coraggio nelle prove, speranza nelle difficoltà, rinnovato slancio nel compiere il bene. La Madonna conforti i malati e tutti i sofferenti, e aiuti le comunità cristiane affinché nessuno in esse sia emarginato o bisognoso, ma ciascuno, specialmente i più piccoli e deboli, si senta accolto e valorizzato.

Maria è il modello della vita cristiana. A Lei chiedo soprattutto di farvi camminare spediti e gioiosi sulla via della santità, sulle orme di tanti luminosi testimoni di Cristo, figli della terra siciliana. In questo contesto desidero ricordare che oggi, a Parma, è proclamata beata Anna Maria Adorni, che nel secolo XIX fu sposa e madre esemplare e poi, rimasta vedova, si dedicò alla carità verso le donne carcerate e in difficoltà, per il cui servizio fondò due Istituti religiosi. Madre Adorni, a motivo della sua costante preghiera, veniva chiamata “Rosario vivente”. Mi piace rilevarlo all’inizio del mese dedicato al santo Rosario. La quotidiana meditazione dei misteri di Cristo in unione con Maria, Vergine orante, ci fortifichi tutti nella fede, nella speranza e nella carità.

Angelus Domini…
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domenica 3 ottobre 2010

Prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco - Ultima parte

  Continuiamo la pubblicazione della prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco che si sofferma su molti temi di matrice sociale. Ecco l'ultima parte:

Il federalismo è l’importante riforma in via di definizione, delicata sotto diversi profili, anche perché irreversibile. Bisogna non nascondersi che col federalismo cresce lo spessore delle responsabilità da esercitare localmente. Gestire un Paese come il nostro in chiave federalista presuppone una diffusa capacità di selezionare con rigore gli obiettivi, scadenzarli, argomentare le scelte, e saper dire dei no anche a chi si conosce. Riuscire a rispettare i vincoli di bilancio, rimanendo attenti alle implicanze umanistiche connesse con l’amministrazione politica, diventerà un’attitudine inderogabile, che presuppone sì un’abilità tecnico-gestionale, non però questa soltanto. Diversamente prevarranno le spinte ad un contrattualismo esasperato e ad una demagogia variamente declinata. È il momento insomma di sviluppare quel confronto ampio che è richiesto dal salto culturale senza il quale non si dà riforma. E questa potrà prendere positivamente forma in una logica di lealtà reciproca, in verticale e in orizzontale, estranea alle forme del ricatto come alla catena dei risarcimenti interminabili. Meglio che tra le pieghe non si annidino equivoci o ipocrisie che nel nuovo assetto non mancherebbero di appesantire il passo comune. La riforma non deraglierà se potrà incardinarsi in un forte senso di unità e indivisibilità della Nazione: il tricolore è ben radicato nel cuore del nostro popolo.
È poi una consapevolezza acquisita che si debba procedere con una concomitante riforma fiscale. Se non si combinano insieme federalismo e sussidiarietà, ma anche sviluppo e unità nazionale, col superamento di entrambe le sindromi, del vittimismo da una parte e dell’elargizione dall’altra, la sfida difficilmente si potrà vincere. La Chiesa, con la sua capillarità e la rete delle sue istituzioni, intende fare per intero la propria parte, come in altri momenti cruciali, perché si realizzi un federalismo solidale. Preferiamo ricordare in partenza che ci sono condizioni morali e culturali indispensabili, non perché si nutrano riserve sull’ipotesi in sé, ma perché l’esperienza fa edotti su virtù e debolezze. Se ciascuna parte non si sforzerà di percepire le fondate preoccupazioni degli altri, e non sarà disposta a farsene ragionevolmente carico, non riusciremo a stringere un nuovo, necessario patto nazionale che ci vincoli moralmente e ad un tempo liberi le energie migliori. Nel centocinquantesimo dell’Unità d’Italia nulla di meno serve, come già ci permettevamo di annotare in una precedente occasione. Le celebrazioni, che nel frattempo si vanno succedendo, ci rendono ancor più persuasi che l’unità politica e istituzionale include un’unità interiore e spirituale che merita di essere perseguita come contributo vitale offerto a tutto il Paese. Il rinforzato profilo istituzionale assegnato a «Roma capitale» non può certo eludere la domanda di esemplarità, inclusiva di una vocazione unica rispetto alla coscienza del mondo.
Si accennava in precedenza alla riforma fiscale che presto sarà in cantiere. Sono in molti a sperare in criteri di maggiore equità, in un disegno di Stato né astratto né anonimo. Va da sé che, in una democrazia anche economica, chi più possiede più deve contribuire. Per il bene concreto dell’Italia, ci auguriamo sia finalmente l’occasione per centrare una riforma a vantaggio del soggetto che per tutti – aziende, sindacati, scuola… – è decisivo, cioè la famiglia, e si provveda così ad arrestarne l’impoverimento in atto da tempo, e che rischia di simboleggiare il suo declino culturale. I dati demografici possono illudere solamente coloro che vogliono illudersi. Di recente non sono mancate, come non mancheranno domani, le provocazioni che inducono a un certo risveglio. Con queste riforme lo Stato dirà ai cittadini come pensa di proiettarsi in avanti. È pur vero che nella decisione di avere figli entrano in gioco motivazioni varie e complesse di tipo culturale, e tuttavia, se dobbiamo dar credito alle statistiche, già oggi le coppie desiderano in media 2,2 figli, mentre ne nascono solo 1,4. Il che dimostra ciò che peraltro è eloquente anche dall’esperienza di Paesi prossimi al nostro: le misure economiche, messe o non messe a sostegno della famiglia, sono un fattore decisivo. Assegnare alla famiglia ciò che le serve, e non illudersi che questa farà ad oltranza scelte eroiche o – a seconda dei punti di vista – autolesionistiche, non può da alcuno essere ragionevolmente scambiato per un’opzione ideologica. La Chiesa è impegnata per promuovere anche culturalmente l’istituto familiare e per questo fortemente sconsiglia «iniziative legislative che implichino una rivalutazione di modelli alternativi della vita di coppia e della famiglia» (Benedetto XVI, Discorso al nuovo Ambasciatore di Germania, 13 settembre 2010).

Venerati Confratelli, termino sapendo che, oltre le cose dette, il nostro sguardo è costantemente aperto sul mondo, le sue ferite, le sue emergenze. La planimetria della fame starebbe, secondo alcuni, un po’ regredendo, ma questo paradossalmente ci ricorda che la tragedia è estirpabile. Non a caso, il dimezzamento entro il 2015 delle vittime per fame figura tra gli obiettivi che il mondo progredito si è dato, e ora bisogna saper mantenere, anche da parte del nostro Paese, evitando che si aggiungano ulteriori squilibri e ritardi. Ci sono poi gli esiti di disastri naturali, come le recenti alluvioni in Pakistan che, pur non suscitando particolare commozione nell’opinione pubblica, attendono non di meno la solidarietà dell’Occidente, come delle Chiese. In questo ambito, peraltro, non si può non convergere con chi auspica il sorgere di un centro mondiale di allerta per le catastrofi naturali, che possa aiutare i popoli a contenere i rischi di catastrofe.
Nel corso dei nostri lavori daremo il via libera alla pubblicazione degli Orientamenti pastorali per il decennio, già approvati dall’Assemblea Generale di maggio: ho preferito non trattare della sfida educativa in un punto a sé per sottolineare l’ importanza di questo atto collegiale, e anche perché di tale sfida – ce ne siamo resi conto – abbiamo in modo diretto o indiretto fin qui parlato. Nella nostra visione, non c’è traguardo personale o comunitario che non abbia una corrispondente implicanza educativa.
Sentiamo vicine le nostre Chiese: è con trepidazione che ci vedono ogni volta partire per gli impegni che hanno luogo fuori diocesi. In realtà, noi da loro non ci stacchiamo mai e mai cessiamo, attraverso modalità diverse, di essere con loro. Per la Chiesa che è in Italia, e dunque anche sul lavoro che ci attende in questi giorni, invochiamo l’assistenza dello Spirito Santo, attraverso l’intercessione di Maria, Mediatrice di ogni grazia, e dei Santi nostri Patroni.

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sabato 2 ottobre 2010

Prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco - Sesta parte

 Continuiamo la pubblicazione della prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco che si sofferma su molti temi di matrice sociale: 

Volendo tuttavia indicare con un concetto sintetico ciò che è essenziale ad ogni «città», dobbiamo per forza evocare il bene comune, fulcro dinamico di questa visione, fondamentale baricentro di una comunità che voglia essere equilibrata. In una recente occasione mi ero permesso di confidare un «sogno», di quelli che si fanno ad occhi aperti: ossia che, senza disconoscere quanto di positivo già c’è, e magari con la cooperazione scaturente dalle esperienze presenti sul campo, possa sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che sentono la cosa pubblica come fatto importante e decisivo, che credono fermamente nella politica come forma di carità autentica perché volta a segnare il destino di tutti (cfr Prolusione al Consiglio Permanente, 25 gennaio 2010). Torneremo anche in seguito su questo tema. Fin d’ora vorrei però dire quello che è il cuore, il motore di quanto andiamo ad auspicare: l’ideale cioè del bene comune (cfr Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 7). L’Italia, nel suo complesso, ha bisogno di riscoprire la bellezza del bene comune perseguito nell’azione politica come nella vita quotidiana dei cittadini. Ha bisogno di una leva di italiani, e di cattolici, che senza presunzioni aderiscono al discrimine del bene comune, danno lucentezza alla sua plausibilità, così che aiuti ad individuare le soluzioni che meritano di essere perseguite. Alla luce di questo ideale, e nella data «realtà storica i cristiani, agendo come singoli cittadini, o in forma associata, costituiscono una forza benefica e pacifica di cambiamento profondo, favorendo lo sviluppo delle potenzialità interne alla realtà stessa» (Benedetto XVI, Omelia per il Bicentenario della nascita di Leone XIII, Carpineto Romano, 5 settembre 2010). Si profila così la figura di un protagonismo costruttivo per quanti credenti, ma anche non-credenti, intendono fare la propria parte nella vita nazionale come nei municipi, nelle istituzioni sociali come nella vivace realtà civile, nella realtà del non profit come nelle associazioni culturali, oltre che naturalmente nel campo dei doveri propri del singolo: ovunque ci si collochi, la ricerca del bene comune concreto diventa una sorta di bussola, l’indice per misurare urgenze e priorità. Non a caso esso facilita, di volta in volta, l’individuazione del punto di arrivo potenzialmente più ragionevole (cfr Benedetto XVI, Discorso alle Autorità civili in Westminster Hall, 17 settembre 2010). 
Ricorrente è, nella nostra cultura pubblica, un certo interrogarsi sui cattolici: dove sono, come si pongono, cosa fanno. Anche nell’ultima estate queste domande sono ritornate. Risposte, magari interessanti, suonano spesso unilaterali, condizionate fatalmente dal punto di osservazione. Ebbene, vorremmo che fosse il bene comune la bandiera che nel cuore si serve, la divisa che consente di identificare là dove sono i cattolici, ma – ripeto – non solo loro. Non dimentichiamo, infatti, che «la ragione è capace» di distinguere «ciò che è bene fare e ciò che è bene non fare per il conseguimento di quella felicità che sta a cuore a ciascuno, e che impone anche una responsabilità verso gli altri» (Benedetto XVI, All’Udienza generale, 5 agosto 2010). È proprio l’esperienza condotta dal di dentro delle cose, in nome della ragione e quindi della morale naturale, che diventa il giudizio più evidente sul relativismo secondo cui non ci sarebbero riferimenti etici da privilegiare né alcuna gerarchia di valore. Parlando di questo tema, il Santo Padre si chiedeva se non fosse proprio qui il punto dov’è agganciata la spiegazione dei «valori non negoziabili». Che tali sono non in ragione di una pregiudiziale cattolica, che vizierebbe la comprensione oggettiva dei fatti della vita. La Chiesa, in realtà, nel suggerire valutazioni per la ricerca biomedica o sulle formazioni sociali e familiari, attinge al patrimonio comune dell’umanità, ricordando la linea di confine oltre la quale l’umanesimo si fa apparente, e il progresso si rivela essere un regresso, non rispettando i valori primi e costitutivi della civiltà: vita, famiglia, libertà religiosa e libertà educativa. Beni che sono il fondamento che garantisce ogni altro necessario valore, declinato sul versante della giustizia e della solidarietà sociale, che da sempre è nel cuore del Vangelo e della Chiesa. Quale solidarietà, ad esempio, se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più debole? È nella morale naturale che le istituzioni internazionali possono trovare un «terreno solido e duraturo» per elaborare e perfezionare la dottrina dei diritti; infatti «come potrebbe esserci un dialogo fecondo tra le culture senza valori comuni, diritti e principi stabili, universali, intesi allo stesso modo da tutti?» (Benedetto XVI, Discorso al Consiglio d’Europa, 8 settembre 2010). Il dogmatismo quale imputazione, in pratica, non regge. In una fase politica nella quale si comincia a ragionare di agenda bioetica come «rastrello» ancora schematico di un’antropologia completa da portare al confronto tra le forze politiche, e dove i cattolici variamente dislocati sono chiamati a giocare un ruolo convergente e propulsivo, non sarà male avere in serbo queste prospettive provenienti anche di recente dal Magistero. Dai responsabili nazionali dell’associazionismo cattolico sono venute, nell’ultimo periodo, indicazioni confortanti in questo senso. Confidiamo che la prossima Settimana Sociale, in programma a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre, non farà mancare, dalla visuale che le è propria, un apporto di sviluppo coerente. La presenza peraltro in terra calabra di una considerevole compagine ecclesiale, rappresentativa del Paese, è fin d’ora segno della stima che tutti abbiamo verso una regione in cui si va esprimendo un’importante reazione al fenomeno malavitoso. I magistrati e le forze dell’ordine, sotto tiro proprio per la progressiva efficacia della loro azione, sappiano che la Chiesa è con loro contro la violenza oscura che uccide la speranza. Le comunità di Calabria, come di tutto il Meridione, devono sentirsi sostenute dalla solidarietà e dall’ammirazione delle Chiese sorelle, impegnate a loro volta nel far fronte ad una propagazione del fenomeno malavitoso della quale non è più lecito ormai dubitare.


Una parola mi permetto di dire su alcune questioni aperte, e che hanno un chiaro rilievo antropologico. Sul versante della crisi economica, innegabile è la percezione di una più marcata fragilità, benché talune fasce di popolazione sembrino non essere state toccate dalla crisi. Da queste pure è ragionevole attendersi standard di vita consoni alla condizione generale, e una sensibilità verso le indubbie esigenze di solidarietà. Alle banche presenti nel nostro territorio sentiamo di dover chiedere che, anche sfidando un apparente paradosso, adottino criteri del massimo favore razionalmente possibile nel valutare le richieste di finanziamento avanzate dalle imprese. L’impatto sociale della crisi, per come essa si sta evolvendo, dipende ora in buona misura da un loro più sensibile interessamento. Ci auguriamo, altresì, che il diritto dei lavoratori disoccupati, in mobilità o licenziati, sia tenuto nel debito conto e il loro potenziale possa essere quanto prima reintegrato. La disponibilità delle parti a dialogare costruttivamente esiste, e non mancano in questo campo segnali concreti. È fondamentale che, nel frattempo, non siano ritirati dallo Stato gli ammortizzatori sociali. Deve in particolare stare a cuore a tutti il destino dei giovani: non si procede ignorando le loro legittime aspettative. La nostra agricoltura ha bisogno di alcuni interventi che la rinforzino, facendola tornare un settore che attrae vocazioni, non le espelle: che il territorio sia lavorato, e da esso si ricavino prodotti di qualità, è interesse generale. Qui si situa la domanda di tracciabilità dei prodotti, attraverso filiere limpide e plausibili, possibilmente più corte.
La scuola vive settimane importanti: uniamo la nostra voce a quella dei Vescovi che già si sono rivolti ai diversi attori scolastici, augurando una stagione fervida di impegno, così che i risultati superino i problemi. Non mancano, per l’università come per le scuole superiori, novità importanti che meriterà sperimentare, cogliendone tutte le possibili virtualità. Decisiva ci appare una concorde insistenza sulla qualità della scuola, attorno a cui preparazione personale dei docenti, riconoscimento della specifica professionalità, sistema di valutazione e adeguate risorse convergono quali fattori interdipendenti. Su tutto, però, è la dignità della scuola-istituzione che va salvata per ciò che, a cascata, ne deriva. Ci sono potenzialità inespresse che vanno sprigionate, al fine di realizzare una concreta libertà di educazione da parte delle famiglie, garanzia a sua volta di autentica qualità, consolidando in una logica anti-sprechi la rete di scuole e tradizioni educative di cui è ricco il nostro territorio. Lo stesso problema dei cosiddetti «precari» andrà risolto su vie di giustizia e solidarietà, prendendo tutti coscienza che meditate regole di sistema devono nel futuro impedire il riprodursi di situazioni problematiche e dolorose.
Diversi sono stati gli episodi dolorosi in ambito sanitario, con vittime innocenti e famiglie disperate. Trovare la morte per negligenza o inadeguatezza là dove si va per nascere o ricevere cure, è uno spregio non tollerabile, che offusca la dedizione di tanti professionisti. I morti sul lavoro sembrano in via di diminuzione, ma ogni singolo caso è di troppo, insopportabile per la coscienza del Paese. In particolare, è nei subappalti che va condotta la disamina in grado di condurre definitivamente fuori dall’emergenza.
La condizione delle carceri è stata e resta un fardello pesante non solo per noi – sacerdoti e Vescovi – che le visitiamo, e per coloro che quotidianamente vi operano, ma per tutti. Da tempo si parla di un “piano carceri”, intanto però ogni cittadino, anche colpevole, conserva la dignità su cui far conto per il riscatto. Ci sono imprenditori illuminati che, insieme all’autorità carceraria, stanno sperimentando formule interessanti di lavoro all’interno e di commercializzazione esterna per quanto prodotto in carcere. È una via di speranza, poiché include prospettive di riabilitazione e di concreto reinserimento.
La violenza sulle donne è drammatico fenomeno che porta a mettere sotto accusa in genere l’uomo, spesso giovane, che si fa attore di comportamenti irragionevoli e talora bestiali. C’entra qui l’educazione, ma anche l’auto-educazione che ciascuno deve acquisire per sapersi controllare, stabilendo con ogni persona rapporti di pari dignità. Anche altri gruppi sociali sono stati, purtroppo, presi di mira da gesti assurdamente violenti e discriminatori, qualche volta anche a sfondo razzista. La questione, poi, dell’ospitalità che va offerta ai Rom si è di recente imposta a livello europeo, il più idoneo ad evitare soluzioni che umilino il senso di responsabilità del continente. Sono scenari diversi di quella frontiera educativa che oggi attraversa ogni comunità, eludere la quale significa arrendersi non in una singola controversia, ma alla sfida trasversale e decisiva circa il nostro futuro.
 
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venerdì 1 ottobre 2010

Prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco - Quinta parte

Continuiamo la pubblicazione della prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco che si sofferma su molti temi di matrice sociale:


Nonostante alcuni risultati nel tempo, la nostra amata Italia sembra, su alcuni fronti, tornare sempre al punto di partenza: istruisce i problemi, comincia a metter mano alle soluzioni, ma non riesce a restare concentrata sull’opera fino a concluderla. Da decenni si parla di riforme, le si scandisce, e – tuttavia – quando saranno varate? Quando si arriverà al confronto serio e decisivo, quello che non è perdita di tempo, ma ricerca della mediazione più alta e sollecita possibile? Il Paese non può attardarsi: povero di risorse prime, più di altri deve far conto sull’efficienza del sistema e su una sempre più marcata valorizzazione delle risorse umane. Bisogna, per questo, avviare meccanismi di coinvolgimento e di partecipazione non fittizi. Qui, qualche interessante segnale c’è, seppure molte restano ancora le resistenze. Le sfide derivanti dalla globalizzazione impongono una quota di flessibilità e adattabilità che non può essere artificiosamente ostacolata, ma neppure strumentalmente usata per indebolire la dignità di chi lavora. Se partecipazione si vuole, ed è sempre più necessaria, occorre che vi siano i requisiti perché ogni parte in causa esprima il meglio – non il peggio – di sé. È il momento di deporre realmente i personalismi, che mai hanno a che fare con il bene comune, e di mettere in campo un supplemento di reciproca lealtà e una dose massiccia di buon senso per raggiungere il risultato non di individui, gruppi o categorie, ma del Paese. La fiducia che i cittadini esprimono verso chi li rappresenta è un onore e una responsabilità che non ammette sconti di nessun tipo. 

Cambiare si può. Le famiglie reagiscono, le persone crescono, e anche la collettività può farlo nella misura in cui comprende che l’esito di progresso diventa pane condiviso. E bisogna far presto! Il nostro vigoroso invito a rilevare la moralità intrinseca ai processi di innovazione non nasconde alcun conformismo. Lo facciamo non per un’idea esorbitante del nostro ruolo, ma per il comandamento che impone anche a noi di amare Dio sopra ogni cosa, e insieme – ma è solo l’altra faccia della medaglia – di difendere chi è indifeso, sia che si veda sia che non si veda ancora. Bisogna comprendere che se si ritardano le decisioni vitali, se non si accoglie integralmente la vita, se si rinviano senza giusto motivo scadenze di ordinamento, se si contribuisce ad apparati ridondanti, se si lasciano in vigore norme non solo superate ma dannose, se si eludono con malizia i sistemi di controllo, se si falcidia con mezzi impropri il concorrente, se non si pagano le tasse, se si disprezza il merito… si è nel torto, si cade nell’ingiustizia. Ma lo scopo di ogni partecipazione politica è proprio la giustizia, e per questo occorre produrre lo sforzo necessario – cui la Chiesa non mancherà moralmente di contribuire – per superare la logica del favoritismo, della non trasparenza, del tornaconto. A tutela della società ci sono le forze dell’ordine, ma è vile scaricare su di loro ciò che meglio si risolve attraverso relazioni sociali vigili e coscienziose. Quando le risorse si fanno più misurate, anche gli sprechi e il lusso ostentato diventano meno tollerabili. In qualunque campo, quando si ricoprono incarichi di visibilità, il contegno è indivisibile dal ruolo. Quando si ha responsabilità di scrittura o di parola pubblica, si può essere penetranti senza sfiorare il sopruso o scivolare nella contesa violenta. Il linguaggio in uso nella scena pubblica deve essere confacente a civiltà ed educazione. Fa malinconia l’illusione di risultare spiritosi o più “incisivi”, quando a patire le conseguenze è tutto un costume generale. Svuotare le parole, o renderle equivalenti quando non lo sono, è – a modo suo – un furto. Come Vescovi, sentiamo di dover esprimere stima e incoraggiare quanti si battono con abnegazione in politica; facciamo pressione perché si sappiano coinvolgere i giovani, pur se ciò significa circoscrivere ambizioni di chi già vi opera. Ai cattolici con doti di mente e di cuore diciamo di buttarsi nell’agone, di investire il loro patrimonio di credibilità, per rendere più credibile tutta la politica. Lasciamo volentieri ai competenti il compito di definire i modi di ingaggio e le regole proprie della convivenza. A noi tocca però segnalare come una «città» la si costruisca tutti insieme, dall’alto e dal basso, in una sfida che non scova alibi nella diserzione altrui. Le maturazioni generali hanno bisogno di avanguardie: ognuno deve interrogarsi se è chiamato a un simile compito.


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