venerdì 19 novembre 2010

Messaggio di Benedetto XVI per la XXV Conferenza Internazionale del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari

In questi giorni è in corso la XXV Conferenza Internazionale del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari e anche il Papa ha voluto intervenire per confermare l'importanza del tema della salute, all'interno della comunità cristiana. In effetti, la salute è sempre stato considerato un bene prezioso, inviolabile e il dovere di ogni cristiano è sempre stato quello di assistere gli ammalati cercando di portare cure dove vi era bisogno. Abbiamo visto, nell'Angolo di Angel, come Madre Eugenia Elisabetta Ravasio abbia assistito con coraggio e con fede, ma soprattutto con amore, i lebbrosi emarginati da tutti. Ecco, lei rappresenta il giusto esempio, una riproposizione del Buon Samaritano che non fa finta di non vedere, ma si ferma ed assiste il bisognoso. Ecco dunque le parole del Santo Padre:

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI PARTECIPANTI ALLA XXV CONFERENZA INTERNAZIONALE
DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER GLI OPERATORI SANITARI

 
Al Venerato Fratello
Zygmunt Zimowski
Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari

Con gioia desidero far giungere il mio cordiale saluto ai partecipanti alla XXV Conferenza Internazionale, che bene si inserisce nell’anno celebrativo dei 25 anni dalla istituzione del Dicastero, ed offre un motivo ulteriore per ringraziare Dio di questo prezioso strumento per l’apostolato della misericordia. Un pensiero riconoscente verso tutti coloro che si adoperano, nei vari settori della pastorale della salute, per vivere quella diaconia della carità, che è centrale nella missione della Chiesa. In questo senso, mi è grato ricordare i Cardinali Fiorenzo Angelini e Javier Lozano Barragán, che hanno guidato in questi 25 anni il Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari e rivolgere un particolare saluto all’attuale Presidente del Dicastero, l’Arcivescovo Zygmunt Zimowski, come pure al Segretario, al Sotto-Segretario, agli Officiali, ai collaboratori, ai relatori del Convegno e a tutti i presenti.

Il tema da voi scelto quest’anno “Caritas in veritate”. Per una cura della salute equa ed umana” riveste un interesse particolare per la comunità cristiana, in cui è centrale la cura per l’essere uomo, per la sua dignità trascendente e per i suoi diritti inalienabili. La salute è un bene prezioso per la persona e la collettività da promuovere, conservare e tutelare, dedicando mezzi, risorse ed energie necessarie affinché più persone possano usufruirne. Purtroppo, ancora oggi permane il problema di molte popolazioni del mondo che non hanno accesso alle risorse necessarie per soddisfare i bisogni fondamentali, in modo particolare per quanto riguarda la salute. È necessario operare con maggiore impegno a tutti i livelli affinché il diritto alla salute sia reso effettivo, favorendo l’accesso alle cure sanitarie primarie. Nella nostra epoca si assiste da una parte ad un’attenzione alla salute che rischia di trasformarsi in consumismo farmacologico, medico e chirurgico, diventando quasi un culto per il corpo, e dall’altra parte, alla difficoltà di milioni di persone ad accedere a condizioni di sussistenza minimali e a farmaci indispensabili per curarsi.

Anche nel campo della salute, parte integrante dell’esistenza di ciascuno e del bene comune, è importante instaurare una vera giustizia distributiva che garantisca a tutti, sulla base dei bisogni oggettivi, cure adeguate. Di conseguenza, il mondo della salute non può sottrarsi alle regole morali che devono governarlo affinché non diventi disumano. Come ho sottolineato nell’Enciclica Caritas in veritate, la Dottrina Sociale della Chiesa ha sempre evidenziato l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale nei vari settori delle relazioni umane (n. 35). Si promuove la giustizia quando si accoglie la vita dell’altro e ci si assume la responsabilità per lui, rispondendo alle sue attese, perché in lui si coglie il volto stesso del Figlio di Dio, che per noi si è fatto uomo. L’immagine divina impressa nel nostro fratello fonda l’altissima dignità di ogni persona e suscita in ciascuno l’esigenza del rispetto, della cura e del servizio. Il legame fra giustizia e carità, in prospettiva cristiana, è molto stretto: “La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del «mio» all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è «suo», ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare [...] Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è ‘inseparabile dalla carità’, intrinseca ad essa. La giustizia è la prima via della carità” (ibid., 6). In questo senso, con espressione sintetica e incisiva, Sant’Agostino insegnava che “la giustizia consiste nell’aiutare i poveri” (De Trinitate, XIV, 9: PL 42, 1045).

Chinarsi come il Buon Samaritano verso l’uomo ferito abbandonato sul ciglio della strada è adempiere quella “giustizia più grande” che Gesù chiede ai suoi discepoli e attua nella sua vita, perché l’adempimento della Legge è l’amore. La comunità cristiana, seguendo le orme del suo Signore, ha adempiuto il mandato di andare nel mondo a “insegnare e curare gli infermi” e nei secoli “ha fortemente avvertito il servizio ai malati e sofferenti come parte integrante della sua missione” (Giovanni Paolo II, Motu Proprio Dolentium Hominum, 1), di testimoniare la salvezza integrale, che è salute dell’anima e del corpo.

Il Popolo di Dio pellegrinante per i sentieri tortuosi della storia unisce i suoi sforzi a quelli di tanti altri uomini e donne di buona volontà per dare un volto davvero umano ai sistemi sanitari. La giustizia sanitaria deve essere fra le priorità nell’agenda dei Governi e delle Istituzioni internazionali. Purtroppo, accanto a risultati positivi e incoraggianti, vi sono opinioni e linee di pensiero che la feriscono: mi riferisco a questioni come quelle connesse con la cosiddetta “salute riproduttiva”, con il ricorso a tecniche artificiali di procreazione comportanti distruzione di embrioni, o con l’eutanasia legalizzata. L’amore alla giustizia, la tutela della vita dal suo concepimento al termine naturale, il rispetto della dignità di ogni essere umano, vanno sostenuti e testimoniati, anche controcorrente: i valori etici fondamentali sono patrimonio comune della moralità universale e base della convivenza democratica.

Occorre lo sforzo congiunto di tutti, ma occorre anche e soprattutto una profonda conversione dello sguardo interiore. Solo se si guarda al mondo con lo sguardo del Creatore, che è sguardo d’amore, l’umanità imparerà a stare sulla terra nella pace e nella giustizia, destinando con equità la terra e le sue risorse al bene di ogni uomo e di ogni donna. Per questo, “auspico […] l’adozione di un modello di sviluppo fondato sulla centralità dell’essere umano, sulla promozione e condivisione del bene comune, sulla responsabilità, sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi, in previsione di ciò che può accadere domani”. (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2010, 9)

Ai Fratelli e Sorelle sofferenti esprimo la mia vicinanza e l’appello a vivere anche la malattia come occasione di grazia per crescere spiritualmente e partecipare alle sofferenze di Cristo per il bene del mondo, e a voi tutti impegnati nel vasto campo della salute il mio incoraggiamento per il vostro prezioso servizio. Nel chiedere la materna protezione della Vergine Maria, Salus infirmorum, imparto di cuore la Benedizione Apostolica che estendo anche alle vostre famiglie.

Dal Vaticano, 15 novembre 2010

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mercoledì 17 novembre 2010

Lettera da Baghdad

Un paio di settimane fa, parlammo del terribile avvenimento avvenuto a Baghdad, in una Chiesa cristiana. Ci fu un violento attentato che provocò la morte di ben 52 fedeli, tra cui lo stesso sacerdote che stava celebrando la Santa Messa. Abbiamo già espresso la nostra indignazione per quanto accaduto e oggi vi vogliamo rendere partecipi di una lettera pubblicata da due monache che hanno raccolto le testimonianze di alcuni sopravvissuti all'orrore di quel terribile giorno:

Cari fratelli e sorelle ovunque,

Vogliamo cominciare questa lettera ringraziandovi tutti per tutti i messaggi di comunione e di solidarietà che abbiamo ricevuto. Ci sono molte catastrofi naturali in questo momento nel mondo che fanno molte più vittime che da noi, ma la causa non è l’odio, e questo fa tutta la differenza. La nostra chiesa è abituata ai colpi duri, ma è la prima volta che ne riceve di così violenti e selvaggi e soprattutto è la prima volta che questo accade all’interno della chiesa, di norma fanno esplodere delle bombe nei cortili delle chiese. La chiesa di Nostra Signora dell Perpetuo Soccorso è una delle tre chiese siro-cattoliche di Baghdad; la maggior parte di quelli che la frequentano sono dei cristiani di rito siriaco originari di Mossul o di tre villaggi cristiano-siriaci vicini a Mossul: Qaragosh, di cui sono originari le nostre sorelle Virgin Hanan e Rajah Nour; Bartolla e Bashiqa di cui è originaria Mariam Farah. Grazie a Dio nessuna di loro ha avuto parenti prossimi uccisi o feriti gravemente.
La chiesa è stata presa d’assalto domenica 31 ottobre dopo mezzogiorno, proprio dopo l’omelia di padre Tha’er ch celebrava la messa. Padre Wasim, che è il figlio di una cugina di sorella Lamia, confessava al fondo della chiesa; padre Raphael era nel coro.
Gli attaccanti erano persone molto giovani (14-15 anni) non mascherati, armati di mitra e di granate e portavano una cintura esplosiva.
Hanno aperto subito il fuoco, uccidendo padre Wasim che cercava di chiudere la porta della chiesa, poi hanno sparato alla cieca, dopo aver ordinato alle persone di gettarsi a terra, di non muoversi e di non gridare. Qualcuno è riuscito a mandare messaggi con il cellulare, ma dopo gli attaccanti sparavano su chiunque vedevano usare il telefonino. Il padre Tha’er che continuava a celebrare è stato ucciso all’altare nei suoi paramenti liturgici, suo fratello e sua madre sono stati uccisi anch’essi. Dopo è stato il massacro, non possiamo raccontare tutto ciò che le persone ci hanno detto, anche i bambini che piangevano sono stati uccisi. Alcune persone si erano rifugiate nella sacrestia e hanno barricato la porta, ma gli attaccanti sono saliti sulla terrazza della chiesa e hanno gettato delle bombe a mano attraverso le finestre della sacrestia che sono in alto.
Tutto ciò fa pensare che si trattasse di un attacco ben preparato, e che hanno avuto dell’aiuto dall’esterno; come hanno potuto forzare lo sbarramento della polizia (nella strada che va alla chiesa) e conoscere la via per arrivare alla terrazza, ecc.? Hanno mitragliato anche gli apparecchi dell’aria condizionate in modo che il gas, uscendo, asfissiasse quelli che erano vicini.
Hanno mitragliato la croce, ridendo e dicendo alle persone: “Ditegli di salvarvi”. Poi hanno lanciato l’appello alla preghiera: “Allau akbar, la ilah illa allahu…”, e alla fine, quando l’esercito era sul punto di entrare si sono fatti esplodere. L’esercito e gli aiuti ci hanno messo circa due ore ad arrivare, così come gli americani che sorvolavano in elicottero, ma l’esercito non è addestrato a gestire queste situazioni, e non sapevano bene che cosa fare. Perché ci hanno messo tanto tempo ad arrivare? Tutto è finito verso le 10h30 – 11h di sera, è durato molto e pensiamo che molte persone siano morte in seguito alla perdita di sangue e alle ferite. Dopo i feriti sono stati condotti nei diversi ospedali e i morti in obitorio.
Le persone hanno cominciato ad arrivare per sapere che cosa era successo e avere notizie dei parenti, ma l’accesso alla chiesa era proibito e le persone hanno cominciato a peregrinare di ospedale in ospedale alla ricerca dei loro cari. Abbiamo visto persone che hanno cercato qualcuno fino alle 4h del mattino per scoprirlo infine all’obitorio. All’indomani ci sono state le esequie nella chiesa caldea vicina, la chiesa era piena, era impressionante, c’erano quindici bare allineate nel coro, le altre vittime sono state sepolte nei loro villaggi o separatamente, secondo i casi. C’erano rappresentanti di tutte le comunità cristiane come del governo, il nostro patriarca ha parlato così come il portavoce del governo e un religioso, capo di un partito islamico, Moammar el Hakim.
La preghiera ha avuto luogo con grande dignità e senza manifestazioni rumorose.
Padre Saad, responsabile di questa chiesa ha aiutato le persone a pregare man mano che arrivavano, prima che cominciasse la cerimonia.
I due giovani sacerdoti sono stati sepolti nella loro chiesa devastata. C’è un cimitero sotto la chiesa, e prima di seppellirli hanno fatto passare le bare nella chiesa in modo che potessimo dire loro addio.
All’inizio non sapevamo niente delle vittime, non conoscevamo nessuno direttamente, salvo padre Raphael, un sacerdote molto anziano; siamo andate all’ospedale per visitarlo e visitare i feriti che erano là. Erano le famiglie che ci accompagnavano di stanza in stanza, così come la gente dell’ospedale ci indicava i feriti. Per caso erano tutte donne o ragazze, ferite da proiettili, non era come un’esplosione in cui può accadere di perdere un braccio o una gamba. Siamo rimaste al loro fianco senza parlare molto, erano loro che parlavano o le loro famiglie, ciascuno riviveva la sua storia e la raccontava. Dal momento che l’attacco ha avuto luogo di domenica alla messa, membri di una stessa famiglia sono stati feriti o uccisi, alcuni proteggendo i loro bambini.
Siamo stati colpiti dalla loro calma e dalla loro fede quando raccontavano, sentivamo che erano persone venute da un altro mondo e che in quel momento là nulla contava più se non l’incontro vicino con il Signore non pensavano più a nulla e pregavano solo, e questo è durato cinque ore.

Il venerdì dopo pranzo i giovani di molte parrocchie sono venuti ad aiutare a spazzare i detriti e a pulire un po’, e la domenica seguente, 7 novembre, tutti i preti siriaci e caldei di Baghdad che erano liberi hanno celebrato la messa nella chiesa vuota e devastata su un altare di fortuna; c’erano poche persone perché questa messa non era stata annunciata. Non ci siamo andate perché non l’abbiamo saputo. Era molto commovente. C’è stato un soprassalto di fede e di determinazione soprattutto nei preti che restano a Baghdad che dicono: vogliono cacciarci e sterminarci ma noi siamo qui e ci resteremo, dopo 14 secoli non potrete finirla con noi.
La storia dei cristiani d’Iraq è una lunga storia di persecuzione, di martiri, di cristiani cacciati e mandati via. Pensiamo alla frase del salmo 69: “Più numerosi dei capello della testa coloro che mi odiano senza causa” e noi pensiamo soprattutto a Gesù, odiato senza ragione, mentre passava e faceva del bene. Terminiamo questa lettera con il grido di un bambino di tre anni che ha visto uccidere suo padre e che gridava “basta, basta” prima di essere ucciso anche lui. Sì, veramente con il nostro popolo gridiamo anche noi: basta.
***
Le vostre piccole sorelle di Baghdad, Alice e Martina.
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giovedì 11 novembre 2010

Udienza Generale Papa Benedetto XVI - 10 Novembre 2010


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 10 novembre 2010




Saluto ai pellegini nella Basilica Vaticana



Viaggio Apostolico a Santiago de Compostela e Barcellona

Cari fratelli e sorelle!

Oggi vorrei ricordare con voi il Viaggio Apostolico a Santiago di Compostela e Barcellona, che ho avuto la gioia di compiere sabato e domenica scorsi. Mi sono recato là per confermare nella fede i miei fratelli (cfr Lc 22,32); l’ho fatto come testimone di Cristo Risorto, come seminatore della speranza che non delude e non inganna, perché ha la sua origine nell’infinito amore di Dio per tutti gli uomini.

La prima tappa è stata Santiago. Fin dalla cerimonia di benvenuto, ho potuto sperimentare l’affetto che le genti di Spagna nutrono verso il Successore di Pietro. Sono stato accolto veramente con grande entusiasmo e calore. In quest’Anno Santo Compostelano, ho voluto farmi pellegrino insieme con quanti, numerosissimi, si sono recati a quel celebre Santuario. Ho potuto visitare la “Casa dell’Apostolo Giacomo il Maggiore”, il quale continua a ripetere, a chi vi giunge bisognoso di grazia, che, in Cristo, Dio è venuto nel mondo per riconciliarlo a sé, non imputando agli uomini le loro colpe.

Nell’imponente Cattedrale di Compostela, dando, con emozione, il tradizionale abbraccio al Santo, pensavo a come questo gesto di accoglienza e amicizia sia anche un modo di esprimere l’adesione alla sua parola e la partecipazione alla sua missione. Un segno forte della volontà di conformarsi al messaggio apostolico, il quale, da un lato, ci impegna ad essere fedeli custodi della Buona Novella che gli Apostoli hanno trasmesso, senza cedere alla tentazione di alterarla, sminuirla o piegarla ad altri interessi, e, dall’altro, trasforma ciascuno di noi in annunciatori instancabili della fede in Cristo, con la parola e la testimonianza della vita in tutti i campi della società.

Vedendo il numero di pellegrini presenti alla Santa Messa solenne che ho avuto la grande gioia di presiedere a Santiago, meditavo su che ciò che spinge tanta gente a lasciare le occupazioni quotidiane e intraprendere il cammino penitenziale verso Compostela, un cammino a volte lungo e faticoso: è il desiderio di giungere alla luce di Cristo, cui anelano nel profondo del loro cuore, anche se spesso non lo sanno esprimere bene a parole. Nei momenti di smarrimento, di ricerca, di difficoltà, come pure nell’aspirazione a rafforzare la fede e a vivere in modo più coerente, i pellegrini a Compostela intraprendono un profondo itinerario di conversione a Cristo, che ha assunto in sé la debolezza, il peccato dell’umanità, le miserie del mondo, portandole dove il male non ha più potere, dove la luce del bene illumina ogni cosa. Si tratta di un popolo di silenziosi camminatori, provenienti da ogni parte del mondo, che riscoprono l’antica tradizione medioevale e cristiana del pellegrinaggio, attraversando borghi e città permeate di cattolicesimo.

In quella solenne Eucaristia, vissuta dai tantissimi fedeli presenti con intensa partecipazione e devozione, ho chiesto con fervore che quanti si recano in pellegrinaggio a Santiago possano ricevere il dono di diventare veri testimoni di Cristo, che hanno riscoperto ai crocevia delle suggestive strade verso Compostela. Ho pregato anche perché i pellegrini, seguendo le orme di numerosi Santi che nel corso dei secoli hanno compiuto il “Cammino di Santiago”, continuino a mantenerne vivo il genuino significato religioso, spirituale e penitenziale, senza cedere alla banalità, alla distrazione, alle mode. Quel cammino, intreccio di vie che solcano vaste terre formando una rete attraverso la Penisola Iberica e l’Europa, è stato e continua ad essere luogo di incontro di uomini e donne delle più diverse provenienze, uniti dalla ricerca della fede e della verità su se stessi, e suscita esperienze profonde di condivisione, di fraternità e di solidarietà.

E’ proprio la fede in Cristo che dà senso a Compostela, un luogo spiritualmente straordinario, che continua ad essere punto di riferimento per l’Europa di oggi nelle sue nuove configurazioni e prospettive. Conservare e rafforzare l’apertura al trascendente, così come un dialogo fecondo tra fede e ragione, tra politica e religione, tra economia ed etica, permetterà di costruire un’Europa che, fedele alle sue imprescindibili radici cristiane, possa rispondere pienamente alla propria vocazione e missione nel mondo. Perciò, certo delle immense possibilità del Continente europeo e fiducioso in un suo futuro di speranza, ho invitato l’Europa ad aprirsi sempre più a Dio, favorendo così le prospettive di un autentico incontro, rispettoso e solidale, con le popolazioni e le civiltà degli altri Continenti.

Domenica, poi, ho avuto la gioia veramente grande di presiedere, a Barcellona, la Dedicazione della chiesa della Sacra Famiglia, che ho dichiarato Basilica Minore. Nel contemplare la grandiosità e la bellezza di quell’edificio, che invita ad elevare lo sguardo e l’animo verso l’Alto, verso Dio, ricordavo le grandi costruzioni religiose, come le cattedrali del Medioevo, che hanno segnato profondamente la storia e la fisionomia delle principali Città dell’Europa. Quella splendida opera - ricchissima di simbologia religiosa, preziosa nell’intreccio delle forme, affascinante nel gioco delle luci e dei colori - quasi un’immensa scultura in pietra, frutto della fede profonda, della sensibilità spirituale e del talento artistico di Antoni Gaudí, rinvia al vero santuario, il luogo del culto reale, il Cielo, dove Cristo è entrato per comparire al cospetto di Dio in nostro favore (cfr Eb 9,24). Il geniale architetto, in quel magnifico tempio, ha saputo rappresentare mirabilmente il mistero della Chiesa, alla quale i fedeli sono incorporati con il Battesimo come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale (cfr 1Pt 2,5).

La chiesa della Sacra Famiglia fu concepita e progettata da Gaudí come una grande catechesi su Gesù Cristo, come un cantico di lode al Creatore. In quell’edificio così imponente, egli ha posto la propria genialità al servizio del bello. Infatti, la straordinaria capacità espressiva e simbolica delle forme e dei motivi artistici, come pure le innovative tecniche architettoniche e scultoree, evocano la Fonte suprema di ogni bellezza. Il famoso architetto considerò questo lavoro come una missione nella quale era coinvolta tutta la sua persona. Dal momento in cui accettò l’incarico della costruzione di quella chiesa, la sua vita fu segnata da un cambiamento profondo. Intraprese così un’intensa pratica di preghiera, digiuno e povertà, avvertendo la necessità di prepararsi spiritualmente per riuscire ad esprimere nella realtà materiale il mistero insondabile di Dio. Si può dire che, mentre Gaudì lavorava alla costruzione del tempio, Dio costruiva in lui l’edificio spirituale (cfr Ef 2,22), rafforzandolo nella fede e avvicinandolo sempre più all’intimità di Cristo. Ispirandosi continuamente alla natura, opera del Creatore, e dedicandosi con passione a conoscere la Sacra Scrittura e la liturgia, egli seppe realizzare nel cuore della Città un edificio degno di Dio e, perciò stesso, degno dell’uomo.

A Barcellona, ho visitato anche l’Opera del “Nen Déu”, un’iniziativa ultracentenaria, molto legata a quella Arcidiocesi, dove vengono curati, con professionalità e amore, bambini e giovani diversamente abili. Le loro vite sono preziose agli occhi di Dio e ci invitano costantemente ad uscire dal nostro egoismo. In quella casa, sono stato partecipe della gioia e della carità profonda e incondizionata delle Suore Francescane dei Sacri Cuori, del generoso lavoro di medici, di educatori e di tanti altri professionisti e volontari, che operano con encomiabile dedizione in quell’Istituzione. Ho anche benedetto la prima pietra di una nuova Residenza che sarà parte di questa Opera, dove tutto parla di carità, di rispetto della persona e della sua dignità, di gioia profonda, perché l’essere umano vale per quello che è, e non solo per quello che fa.

Mentre ero a Barcellona, ho pregato intensamente per le famiglie, cellule vitali e speranza della società e della Chiesa. Ho ricordato anche coloro che soffrono, in particolare in questi momenti di serie difficoltà economiche. Ho tenuto presente, allo stesso tempo, i giovani - che mi hanno accompagnato in tutta la visita a Santiago e Barcellona con il loro entusiasmo e la loro gioia - perché scoprano la bellezza, il valore e l’impegno del Matrimonio, in cui un uomo e una donna formano una famiglia, che con generosità accoglie la vita e la accompagna dal suo concepimento fino al suo termine naturale. Tutto quello che si fa per sostenere il matrimonio e la famiglia, per aiutare le persone più bisognose, tutto ciò che accresce la grandezza dell’uomo e la sua inviolabile dignità, contribuisce al perfezionamento della società. Nessuno sforzo è vano in questo senso.

Cari amici, rendo grazie a Dio per le giornate intense che ho trascorso a Santiago di Compostela e a Barcellona. Rinnovo il mio ringraziamento al Re e alla Regina di Spagna, ai Principi delle Asturie e a tutte le Autorità. Rivolgo ancora una volta il mio pensiero riconoscente e affettuoso ai cari Fratelli Arcivescovi di quelle due Chiese particolari e ai loro collaboratori, come pure a quanti si sono generosamente prodigati affinché la mia visita in quelle due meravigliose Città fosse fruttuosa. Sono stati giorni indimenticabili, che rimarranno impressi nel mio cuore! In particolare, le due Celebrazioni eucaristiche, accuratamente preparate e intensamente vissute da tutti i fedeli, anche attraverso i canti, tratti sia dalla grande tradizione musicale della Chiesa, sia dalla genialità di autori moderni, sono stati momenti di vera gioia interiore. Dio ricompensi tutti, come solo Lui sa fare; la Santissima Madre di Dio e l’Apostolo san Giacomo continuino ad accompagnare con la loro protezione il loro cammino. L’anno prossimo, a Dio piacendo, mi recherò di nuovo in Spagna, a Madrid, per la Giornata Mondiale della Gioventù. Affido fin d’ora alla vostra preghiera questa provvida iniziativa, affinché sia occasione di crescita nella fede per tanti giovani.

[Saluti in varie lingue]

Saluto ai pellegrini nella Basilica Vaticana

Cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di accogliervi e di rivolgere a ciascuno di voi il mio cordiale benvenuto. In particolare, saluto voi, fedeli di Carpineto Romano, qui convenuti con il vostro Pastore Mons. Lorenzo Loppa, per ricambiare la visita, breve ma intensa, che ho avuto la gioia di compiere nella vostra terra, nello scorso mese di settembre, in occasione del bicentenario della nascita di Papa Leone XIII. Cari amici, desidero rinnovare a tutti il mio vivo ringraziamento per la calorosa accoglienza che mi avete riservato in quella circostanza. Penso alla disponibilità delle Autorità civili, segnatamente del Sindaco e del Consiglio comunale, come pure al solerte impegno del vostro Vescovo, del Parroco e dei loro collaboratori, specialmente nella preparazione della Celebrazione eucaristica, così ben curata e partecipata. Il ricordo di quell’evento, carico di significato ecclesiale e spirituale, ravvivi in ciascuno il desiderio di approfondire sempre di più la vita di fede, nel solco degli insegnamenti del vostro illustre concittadino Papa Leone XIII, la cui coraggiosa azione pastorale suscitò un provvido rinnovamento dell’impegno dei cattolici nella società.

Cari amici, non stancatevi di affidarvi a Cristo e di annunciarlo con la vostra vita, in famiglia e in ogni ambiente. È questo che gli uomini anche oggi attendono dalla Chiesa. Con tali sentimenti, di cuore imparto a tutti la mia Benedizione, che volentieri estendo alle vostre famiglie e a tutte le persone care.




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mercoledì 10 novembre 2010

Prolusione del Cardinal Bagnasco: un piano per il lavoro

In questi giorni, abbiamo visto una presa di posizione della Chiesa nei confronti della politica italiana, troppo galleggiante e poco attenta ai reali bisogni del Paese, soprattutto nell'ambito del lavoro. Noi condividiamo la prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco e per questo la pubblichiamo interamente qui, per il suo forte valore socio-politico:

Venerati e Cari Confratelli,

come già lo scorso anno, anche in questo 2010 ci ritroviamo in autunno, ad Assisi, per un’assemblea residenziale, al cui ordine del giorno figurano argomenti importanti, meritevoli di una considerazione approfondita e di una circolarità di valutazione quali scaturiscono dalla collegialitas affectiva che è consolazione e stimolo del nostro ministero.

Esprimiamo fin d’ora la nostra gratitudine ai Frati Minori che gentilmente ci ospitano nella loro Domus Pacis e in edifici ad essa adiacenti, alle Suore Francescane Missionarie di Gesù Bambino e alle Suore Francescane Alcantarine che vi cooperano con tanta sollecitudine. Un saluto particolarmente cordiale lo dobbiamo al Vescovo di questa Chiesa assisiate, S.E. Mons. Domenico Sorrentino, e fin d’ora gli assicuriamo il nostro speciale ricordo all’altare del Signore. Deferente ossequio rivolgiamo al Nunzio Apostolico in Italia, l’Arcivescovo Giuseppe Bertello, e lo ringraziamo sentitamente per l’affabilità della sua presenza e per le parole che vorrà rivolgerci.

All’inizio dei nostri lavori salutiamo i Presuli che, nei mesi trascorsi dall’ultima Assemblea Generale, il Santo Padre ha chiamato a far parte della nostra Conferenza:
- S.E. Mons. Guglielmo Borghetti, Vescovo di Pitigliano – Sovana – Orbetello;
- S.E. Mons. Vito Angiuli, Vescovo eletto di Ugento – Santa Maria di Leuca;
- S.E. Mons. Douglas Regattieri, Vescovo eletto di Cesena – Sarsina;
- S.E. Mons. Emidio Cipollone, Arcivescovo eletto di Lanciano – Ortona;
- Dom Diego Gualtiero Rosa, Abate Ordinario di Monte Oliveto Maggiore.
Affidiamo con fiducia il loro ministero al Signore, grati del contributo che vorranno recare alla nostra Conferenza Episcopale, nella comunione delle Chiese d’Italia.
Hanno terminato il servizio pastorale attivo:
- S.E. Mons. Gerardo Pierro, Arcivescovo emerito di Salerno – Campagna – Acerno;
- S.E. Mons. Sebastiano Dho, Vescovo emerito di Alba;
- S.E. Mons. Ercole Lupinacci, Vescovo emerito di Lungro;
- S.E. Mons. Carlo Ghidelli, Arcivescovo emerito di Lanciano – Ortona;
- S.Em. Card. Severino Poletto, Arcivescovo emerito di Torino;
- Dom Michelangelo Riccardo Tiribilli, già Abate Ordinario di Monte Oliveto Maggiore;
- Dom Benedetto Chianetta, già Abate Ordinario di Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni.

A loro va la nostra riconoscenza per il generoso servizio alle Chiese particolari loro affidate e per il contributo di idee alla Conferenza Episcopale. Affidiamo alla misericordia del Padre, S.E. Mons. Alberto Ablondi, Vescovo emerito di Livorno, già Vice Presidente della CEI, e S.E. Mons. Simone Scatizzi, Vescovo emerito di Pistoia. Il Signore ricompensi i suoi servi fedeli.

Fra qualche settimana inizierà per la Chiesa, in concomitanza col nuovo anno liturgico, il periodo dell’Avvento, che è tempo forte anche per noi Vescovi, chiamati «a servire la Chiesa con lo stile del Dio fatto uomo» (Benedetto XVI, Discorso ai Vescovi di recente nomina, 11 settembre 2010). E proprio sotto questo profilo, desideriamo ricordare, nel centenario della sua nascita, il cardinale Antonio Poma, arcivescovo di Bologna, che fu presidente della nostra Conferenza per dieci anni – dal 1969 al 1979 – contribuendo a dotarla della sua attuale fisionomia. Pastore lungimirante e sapiente, affabile e austero, ebbe – come amava confidare – la vita segnata dall’evento conciliare, e in quella altissima scuola imparò la gioia del seminare e l’arte di custodire soprattutto − e nonostante le inquietudini del tempo − la comunione ecclesiale e, a fondamento di questa, la collegialità episcopale nei modi per l’Italia voluti dal Papa Paolo VI. A lui e alle altre indimenticabili figure di Pastori che ci hanno preceduto negli anni del Concilio Vaticano II, va la nostra commossa memoria e la perenne riconoscenza della Chiesa pellegrina in questo Paese.

1. Con un gesto semplice e inatteso, Benedetto XVI ha indirizzato – il 18 ottobre scorso, festa di san Luca evangelista – una Lettera ai seminaristi, come per consegnare loro – in una ideale staffetta – il testimone dell’importantissima iniziativa dell’Anno Sacerdotale da poco concluso. Di quest’Anno, il citato documento è come compendio e corona. Un testo ispirato, pervaso di confidenza e di amicizia che inizia con una scena di vita personale datata dicembre 1944. Il giovane Ratzinger intuiva che, dopo le enormi devastazioni causate dalla follia nazista, «ci sarebbe stato bisogno più che mai di sacerdoti». Anche oggi c’è questo bisogno, in un’ora in cui «l’uomo cerca rifugio nell’ebbrezza o nella violenza, dalla quale proprio la gioventù viene sempre più minacciata». Ma – ecco il fatto sconvolgente – «Dio vive. Ha creato ognuno di noi e conosce, quindi, tutti. È così grande che ha tempo per le nostre piccole cose […] ha bisogno di uomini che esistono per Lui e che Lo portano agli altri». Dio «non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il “big bang”». Egli si è mostrato in Gesù Cristo, nelle cui «parole sentiamo Dio stesso parlare con noi»: parlare e chiamarci con amore. È il lieto annuncio che riguarda personalmente ogni seminarista, raggiunto nella sua personalissima esistenza, come ghermito dalla grazia, giacché proprio di lui Dio ha bisogno. «Oggi – è sempre il Papa a parlare, commentando la vocazione di sant’Angela da Foligno – siamo tutti in pericolo di vivere come se Dio non esistesse: sembra così lontano dalla vita odierna. Ma Dio ha mille modi, per ciascuno il suo, di farsi presente nell’anima, di mostrare che esiste e mi conosce e mi ama» (Benedetto XVI, All’Udienza generale, 13 ottobre 2010). A quanti hanno risposto sì, il Papa dice: «Avete fatto bene […]. Sì, ha senso diventare sacerdote: il mondo ha bisogno di sacerdoti, di pastori, oggi, domani e sempre, fino a quando il mondo esisterà» (Benedetto XVI, Lettera cit.).

Il testo continua e dettaglia l’itinerario tipico di un giovane che tende al sacerdozio. Si sofferma sul rapporto intimo che lega a Dio. Il vero bene è stare vicino a Lui: «Lo abbiamo sempre davanti ai nostri occhi come punto di riferimento della nostra vita». Egli non è solo parola, «si dona a noi in persona, attraverso cose temporali». Con l’Eucaristia riceviamo il «nostro pane quotidiano»; grazie al sacramento della Penitenza impariamo ad essere onesti con noi stessi, a non fingere, a non dar corso ad alcuna doppia vita, a opporci cioè all’abbrutimento dell’anima, «all’indifferenza che si rassegna al fatto che siamo fatti così». Ricorda poi che la fede cristiana «ha una dimensione razionale e intellettuale che le è essenziale» e che richiede uno studio assiduo. E ancora si fa intrepido, il Papa, evocando «il giusto equilibrio» tra cuore e intelletto, un equilibrio che sia «umanamente integro», perché «quando non è integrata nella persona, la sessualità diventa banale e distruttiva allo stesso tempo». Comprensibile qui l’accenno agli abusi orribili che anche di recente sono venuti a galla, ma per concludere: «Ciò che è accaduto deve renderci più vigilanti e attenti» (ib).
Noi Vescovi d’Italia sentiamo vivo bisogno di ringraziare il Papa per questo atto di paternità e di magistero: vorremmo infatti che nell’abbondanza dei documenti e delle proposte, esso conservasse un posto di tutta evidenza nella crescita e nella formazione dei nostri seminaristi. Che figurasse tra le cose essenziali che ognuno di questi giovani porta con sé, ricorrendovi spesso come prova di quel colloquio «cuore a cuore» che è sempre stato decisivo nella tradizione educativa della Chiesa. Tradizione che oggi, in una stagione di soggettivismi leggeri e smodati, richiede invece interpreti, come il beato John Newman, sapienti e illuminati.

2. Dai seminaristi ai giovani. Da tempo infatti è in corso l’itinerario di avvicinamento alla 26ª Giornata mondiale della Gioventù, in calendario per l’agosto 2011, a Madrid, con la presenza del Papa che, quindi, ritornerà in Spagna dopo l’importante visita compiuta tra sabato e domenica, avendo per tappe Santiago de Compostela e Barcellona. Il Messaggio che il 6 agosto scorso è stato diffuso, è dunque già nelle mani dei nostri giovani, i quali si stanno preparando a vivere questa esperienza che ancora una volta potrà rivelarsi «decisiva per la vita» (ib). Il tema è, come tutti sappiamo: “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede”, e sulle sue note Benedetto XVI ha composto un testo in cui qualcuno ha visto quasi una mini-enciclica scritta apposta per i giovani che spesso mancano di punti di riferimento veri: «Il relativismo diffuso – riflette il Papa − secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento». «Il giovane è come un albero in crescita: per svilupparsi bene ha bisogno di radici profonde che, in caso di tempeste, lo tengano ben piantato al suolo» (Benedetto XVI, Angelus, 5 settembre 2010). Riteniamo con ciò che il lavoro pastorale che si è sviluppato attorno alle GMG, meriti una considerazione serena e non sbrigativa. Noi Pastori abbiamo la grazia di vivere tra i giovani e ben ne conosciamo aspirazioni e problemi, slanci e fragilità. Se da una parte sembra che la secolarizzazione abbia trionfato – e lo ha fatto per diverse partite – dall’altra, nel suo insieme, si presenta come terra impalpabile che promette una libertà senza vincoli in cambio di solitudine senza futuro. Ma una libertà che si arrotola sulla sua assolutezza è triste e mortale. La nostalgia di felicità vera, di luce e respiro, è incomprimibile e reagisce: fa dei giovani dei cercatori di infinito, dei cercatori di Dio e dei suoi sentieri Questi sentieri hanno la libertà dello Spirito: attraversano la vita ordinaria delle Parrocchie e dei gruppi, si vestono anche dell’abito straordinario di occasioni ed eventi come la felice intuizione e la decisa prosecuzione delle Giornate Mondiali della Gioventù. Tutto ciò che si vive – anche oltre l’ordinario – lascia il segno nell’anima e rifluisce nella vita quotidiana di ciascuno. Per questo noi Vescovi incoraggiamo i giovani, da qualunque ambiente provengano, a non mancare alla GMG, vero appuntamento di grazia.

I milioni di pellegrini che si sono messi in marcia per l’Anno santo compostelano, come quelli che nei mesi precedenti avevano cercato nell’icona della Sindone l’ombra misteriosa del Gesù storico, o che si sono messi in fila per venerare i resti mortali di Sant’Antonio da Padova o di San Pio da Pietrelcina, o che hanno raggiunto Lourdes, Fatima, Loreto, Pompei, come i singoli Santuari che costellano le nostre regioni, o ancor più i Luoghi della Terra Santa, sono un segno che merita un’attenta considerazione, e non solo nostra. Non sfugga l’autocritica dello studioso americano, anche da noi assai noto, Georg Weigel: troppo presto – ha detto in sostanza – ho sentenziato sulla decadenza del cattolicesimo europeo. Oggi mi sento obbligato a cercare una risposta più plausibile che tenga debitamente conto dei fenomeni di pietà popolare che sono indubbiamente in contro tendenza, e a loro modo incoraggianti (cfr Avvenire, 10 ottobre 2010, Agorà pag. 1). Ben sappiamo che queste esperienze alimentano la vita cristiana e, non di rado, l’accendono. Devono però trovare nelle nostre comunità dei focolari vivi e l’accompagnamento disponibile dei nostri Sacerdoti.
L’istituzione da parte del Santo Padre di un Pontificio Consiglio impegnato nella nuova evangelizzazione, come il Motu proprio Ubicumque et semper che lo avvia, e infine l’annuncio per il 2012 di un Sinodo mondiale sulla nuova evangelizzazione, a 38 anni di distanza da quello voluto da Paolo VI e dal quale nacque l’Evangelii Nuntiandi, prospettano il cammino che la Sede Apostolica intende perseguire. E sono per noi indizi che ci confermano sull’orizzonte cui merita mirare per attraversare, senza complessi e con determinazione, i processi di secolarismo in atto.

3. Uno degli ambiti che saranno considerati nel corso di questa assemblea è la vita liturgica della Chiesa che è in Italia. Giunge infatti a conclusione la traduzione della prima parte dell’editio typica tertia del Messale Romano. Naturalmente non entro nel merito di quello che concretamente sarà sottoposto al vaglio comune; mi limito, con la vostra benevolenza, a dire una parola sul tema più ampio. La liturgia, infatti, «mediante la quale – afferma il Concilio Vaticano II – , specialmente nel divino Sacrificio dell’Eucaristia, ‘si attua l’opera della nostra Redenzione’, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa, che ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell’azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina; tutto questo in modo che ciò che in lei è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, la realtà presente alla futura città verso la quale siamo incamminati» (Sacrosanctum Concilium, n. 2). Parole che non solo hanno la forza della chiarezza, ma che commuovono l’anima e inquadrano l’orizzonte della nostra missione: «La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù. Poiché il lavoro apostolico è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il Battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al Sacrificio e alla mensa del Signore» (ib, n. 10).

La liturgia è talmente al cuore della vita e del mandato ecclesiale che, come è noto, il primo dei sedici volumi dell’Opera omnia di Papa Benedetto XVI, è quello dedicato agli scritti liturgici. E parlando − appunto − del Concilio, Benedetto XVI osserva che «cominciando con l’argomento della liturgia, si poneva inequivocabilmente in luce il primato di Dio, la priorità assoluta del tema ‘Dio’. Prima di tutto Dio: questo dice l’iniziare con la liturgia. La dove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento» (Joseph Ratzinger, Opera omnia, Teologia della liturgia, Libreria Editrice Vaticana, pagg. 5-6). Se «la gloria di Dio − come afferma sant’Ireneo – è l’uomo vivente, ma la vita dell’uomo è vedere Dio», allora la gloria di Dio è l’uomo che guarda a Dio e si lascia guardare da Dio, è l’uomo che riceve la forma della sua vita dallo sguardo rivolto a Cristo: la liturgia è infatti l’incontro tra il volto dell’uomo e quello di Dio in Gesù. Da questo incontro di sguardi e di cuori l’uomo trova gli altri e li riconosce fratelli, e la Chiesa si rinnova nel suo mistero e nella sua missione. Accennando poi ai suoi lavori sulla liturgia, il Papa precisa: «Il mio obiettivo non erano i problemi specifici della scienza liturgica, ma sempre l’ancoraggio della liturgia all’atto fondamentale della nostra fede e quindi anche il suo posto nell’insieme della nostra esistenza umana» (ib, pag. 6). Veramente la liturgia è il fuoco dal quale si accende la vita, e il grande Protagonista è Cristo: «La singolarità della liturgia eucaristica consiste appunto nel fatto che è Dio stesso ad agire e che noi veniamo attratti dentro a questo agire di Dio» (Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Davanti al Protagonista, Cantagalli Edizioni, pag. 123). Sono solo alcune parole che appartengono alla nostra vita di discepoli e di Pastori, e che ci possono aiutare nell’impegno di questi giorni.

4. Una vasta eco ha avuto, all’interno del recente viaggio compiuto da Benedetto XVI nel Regno Unito, il Discorso che egli ha pronunciato nell’incontro con le Autorità civili (il 17 settembre 2010). Invitato dalla Regina Elisabetta a compiere il primo viaggio di Stato di un Pontefice romano in quella nazione cruciale per le sorti del cristianesimo dell’età moderna, il Papa ha avuto quello che lui stesso ha chiamato il «privilegio» di parlare nella Westminster Hall, edificio simbolicamente unico nella storia della democrazia non solo inglese. Ebbene, in una circostanza tanto significativa, ha affrontato quella che è la vertenza nodale di ogni democrazia, chiamata a confrontarsi con le sfide della modernità avanzata e del dominio tecnologico. «Dove – si è chiesto – può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche?», convogliando su questo interrogativo anche le «esigenze che i governi possono ragionevolmente imporre ai propri cittadini, e fin dove esse possono estendersi».

Nello stesso contesto, s’è domandato anche : «A quale autorità ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali?» (ib). Questioni cruciali, appunto, che evocano il terreno su cui si svolge oggi «la reale sfida per la democrazia». L’argomentazione svolta – raccontano le cronache – ha colpito gli interlocutori. Ci si attendeva probabilmente un discorso modulato su un impianto confessionale o emozionale, e invece è stato ancora una volta articolato dalla parte della ragione, attraverso un susseguirsi logico di argomenti plausibili per se stessi. «Le norme obiettive – ha detto – che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione». E sono leggi scritte nel modo più vincolante e stringente che se fossero stillate da mano d’uomo, o fossero istruite attraverso un consenso partecipato eppure transeunte. Sono regole desumibili dalla struttura dell’uomo stesso, quale bene che sta al vertice, indisponibile per qualunque transazione. Solo indicando l’uomo nella sua integralità, dotato di diritti incomprimibili, e salvaguardato prima di ogni ulteriore determinazione politica, si ha il codice basilare, quello che acquista il valore di fondamento razionale oggettivo comune a tutti i popoli.

In altre parole, il rinvio alla legge iscritta anzitutto nella natura umana, diventa la garanzia per ogni persona di poter affermare la propria dignità non a motivo di circostanze più o meno benevole o a convenzioni più o meno illuminate, ma in ragione della verità profonda della propria essenza personale. L’uomo non è un prodotto della cultura che, nel proprio evolversi, si compiace di elargire questo o quel riconoscimento; l’uomo in sé è il valore per eccellenza, che di volta in volta si rifrange in una cultura che tale è quando non lo imprigiona, consentendogli di porsi in una continua tensione verso la pienezza della verità.

Esiste, insomma, un «terreno solido e duraturo» (Benedetto XVI, Discorso ai Rappresentanti del Consiglio d’Europa, 8 settembre 2010) che è quello dei principi o valori «essenziali e nativi» (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 71), detti anche «non negoziabili», e che sono definiti tali non perché non si debbano argomentare ma perché, nel farlo e nel legiferare, non possono essere intaccati in quanto inviolabili, inalienabili e indivisibili (cfr Benedetto XVI, Discorso cit.). Appartengono, per così dire, al DNA della natura umana, al ceppo vivo e originario di ogni altro germoglio valoriale. Il Santo Padre, nella Caritas in veritate, dopo aver osservato che «la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità» (n. 18), dichiara che il vero sviluppo ha un centro vitale e propulsore, e questo è «l’apertura alla vita» (n. 28). Infatti, quando una società si incammina verso la negazione della vita, «finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono» (ib). In questo decisivo orizzonte, si pone la recente Dichiarazione del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, a conclusione dell’incontro svoltosi in Croazia: «Siamo convinti che la coscienza umana è capace di aprirsi ai valori presenti nella natura creata e redenta da Dio per mezzo di Gesù Cristo. La Chiesa, consapevole della sua missione di servire l’uomo e la società con l’annuncio di Cristo Salvatore, ricorda le implicazioni antropologiche e sociali che da Lui derivano. Per questa ragione non cessa di affermare i valori fondamentali della vita, del matrimonio fra un uomo e una donna, della famiglia, della libertà religiosa e educativa: valori sui quali si impianta ed è garantito ogni altro valore declinato sul piano sociale e politico» (Assemblea plenaria CCEE, Zagabria 3 ottobre 2010). Senza un reale rispetto di questi valori primi che costituiscono l’etica della vita, è illusorio pensare ad un’etica sociale che vorrebbe promuovere l’uomo ma in realtà lo abbandona nei momenti di maggiore fragilità. Ogni altro valore, infatti, necessario al bene della persona e della società – il lavoro, la salute, la casa, l’inclusione sociale, la sicurezza, l’ambiente, la pace… – germoglia e prende linfa dai primi. Mentre staccati dall’accoglienza in radice della vita, potremmo dire della «vita nuda», questi ultimi valori inaridiscono e perdono di senso.

A chi sostiene che i valori essenziali, in quanto non negoziabili, sarebbero divisivi per il tessuto sociale, e quindi inopportuni e scorretti, vorrei dire invece che, a ben vedere, essi sono intrinsecamente dotati di una forza unitiva che si esprime a più livelli e in più ambiti. Si pensi al principio di uguaglianza tra tutti i cittadini: quanto è decisivo il fatto che – nonostante le diversità che si possono registrare sotto diversi profili – gli uomini siano essenzialmente eguali, e come tali possano combattere le disuguaglianze e costruire società e culture strutturate sulle «pari opportunità»? Serve qui comprendere che un criterio comportamentale acquista spessore e autorevolezza quando, anziché essere motivato solo da convenienze pragmatiche, è radicato sul terreno ontologico, connesso cioè con la natura stessa dell’uomo. Questi valori tuttavia risultano unitivi anche in un'altra accezione: rappresentano il vincolo che può di volta in volta dare espressione all’unità politica dei cattolici, ovunque essi si collochino in base alla loro opzione politica. Quanto poi alla scena internazionale, questi valori sono la base insostituibile e conveniente, dunque non arbitraria o strumentale, per l’azione che viene condotta dalle istituzioni comunitarie. In ragione infatti della loro stabilità, universalità e interpretazione in ogni caso favorevole alla persona, costituiscono il presupposto per il dialogo possibile tra culture, religioni e Stati sovrani (cfr Benedetto XVI, Discorso cit.). Su molte questioni si procede attraverso mediazioni e buoni compromessi, ma ci sono valori che, per il contenuto loro proprio, difficilmente sopportano mediazioni, per quanto volonterose, giacché non sono né quantificabili né parcellizzabili, pena trovarsi di fatto negati.

5. Anche da qui discende il ruolo della religione in ambito politico-sociale, che non è quello di «fornire» le norme obiettive che regolano il retto agire «come se esse non potessero esser conosciute dai non credenti; ancor meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete – cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione – bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce nell’applicazione della ragione, nella scoperta dei valori morali oggettivi» (Benedetto XVI, Discorso con le Autorità cit.,). E dà un nome, il Papa, a questo compito della religione nei riguardi delle cose della ragione: è un ruolo – dice – «correttivo», nel senso che – illuminando – recupera la profondità dei singoli principi e, ad un tempo, rischiara sull’applicazione che ne viene fatta, aiutando dunque, quando serve, a rettificare le distorsioni, a indirizzare meglio l’azione, a non lasciarsi deviare dai riduzionismi concettuali o dalle manipolazioni ideologiche, a non confondere mai il fine coi mezzi e viceversa. Ma nella visione di Benedetto XVI, anche la ragione ha, a sua volta, un compito «purificatore» e «strutturante» da svolgere all’interno della religione, in particolare nell’arginare fenomeni come il settarismo o il fondamentalismo religioso, nei quali il deficit di razionalità è generalmente uno dei fattori caratteristici. Si tratta cioè di «un processo che avviene nel doppio senso», ossia in una reciprocità all’interno della quale nessuna delle due diverse realtà – ragione e religione – viene umiliata. E conclude, il Papa: «Per questo vorrei suggerire che il mondo della ragione ed il mondo della fede – il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso – hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà» (ib). Chi non coglie l’impostazione realistica che è sottesa a questa visione? La religione infatti, diversamente da quanto preconizzato in frettolose previsioni, continua ad avere un ruolo importante nella vita della gente.

A trovarsi immediatamente corretta qui è anche la prospettiva di uno Stato «neutrale», evidentemente ingenua e non avvalorata fino ad oggi da esperienze in grado di imporsi per credibilità ed efficacia. Se uno Stato, in nome di un’ipotetica neutralità o di altri pregiudizi, non si allarmasse a fronte di un prosciugamento dei presupposti etico-culturali cui deve invece attingere se vuole prosperare, come potrà rispondere con solidarietà e giustizia a situazioni e sfide emergenti? Ad esempio, di fronte a ondate di nuovi cittadini che, per età o storia personale, non hanno sufficientemente interiorizzato il codice fondativo della nazione in cui vivono? Oppure a fronte della stessa crisi economico-finanziaria? E come potrebbe la collettività garantirsi una continuità di ideali e una gradualità di evoluzione nei costumi se non c’è l’apporto, sul piano educativo e culturale, di agenzie in grado di ricaricare la riserva interiore e morale di cui ogni Paese necessita nel fronteggiare le spinte più tumultuose quando non le degenerazioni più disinibite? Ecco la ragione per cui, con passo mite ma a fronte alta, il Papa − dinanzi al più antico Parlamento del mondo − ha detto: «La religione per i legislatori non è un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico della nazione» (ib). Il privatismo religioso si sta rivelando un’ipotesi asettica sul piano sociologico e avvizzita sul piano esistenziale. Per uno Stato moderno, l’autoreferenzialità valoriale si rivela presto infeconda e propiziatrice di inedite paure.

Che in una società pluralista le Chiese possano essere se stesse, e secondo il loro statuto capaci di interloquire potenzialmente con tutti, esercitando al meglio le proprie attitudini di annuncio teologale, di educazione per i più giovani, di formazione delle coscienze, di riserva critica, di partecipazione ragionata al dibattito pubblico, è una risorsa non surrogabile; come lo è la presenza di un cattolicesimo interferente con il più vasto tessuto culturale. Aspettarsi che i cattolici circoscrivano il loro apporto all’ambito sempre importante della carità – fosse pure per contribuire ai doveri dello Stato in ordine al bene comune – significa scadere in una visione utilitaristica, quando non anche autoritaria. I cattolici non possono consegnarsi all’afasia, ideologica o tattica: se lo facessero tradirebbero le consegne di Gesù ma anche le attese specifiche di ogni democrazia partecipata.

6. A nessuno oggi, nei Paesi liberi, viene formalmente inibito di manifestare liberamente le proprie posizioni culturali o religiose. Ma agisce sottilmente un conformismo per il quale «diventa obbligatorio pensare come pensano tutti, agire come agiscono tutti. Le sottili aggressioni contro la Chiesa, al pari di quelle meno sottili, dimostrano come questo conformismo possa realmente essere una vera dittatura» (Benedetto XVI, Omelia alla Pontificia Commissione Biblica, 15 aprile 2010). Per quel che ci riguarda, nell’orizzonte di una benevolenza complessiva, dobbiamo muoverci senza complessi di inferiorità (cfr. Benedetto XVI, Messaggio per la 46ª Settimana sociale dei cattolici italiani), perché questo è esigito dalla dignità di ciò in cui si crede. Siamo, e come, interessati alla vita della società; in essa ci si coinvolge con stile congruo, ma a determinarci non sono l’istinto di far da padroni né logiche di mera contrapposizione

Si deve obbedire più a Dio che agli uomini (cfr At 4,19), «ma ciò suppone che conosciamo veramente Dio e che vogliamo veramente obbedire a Lui» (Benedetto XVI, Omelia cit.). Se nei vari campi, i credenti conoscono solo le parole del mondo, e non dispongono all’occorrenza di parole diverse e coerenti, verranno omologati alla cultura dominante o creduta tale, e finiranno per essere anche culturalmente irrilevanti. Il punto non è una smania di rilevanza, ma il dovere di servire. L’immagine insuperabile cui rifarci è quella evangelica del «sale della terra» e della «luce del mondo» (cfr Mt 5, 13-14), dove il sale suggerisce lo stile dell’incarnazione, la discesa nella pasta della storia per diventare vicinanza e condivisione rispetto alla vita di tutti. Mentre la luce della città posta sul monte ricorda al discepolo, come a tutta la Chiesa, che la visibilità non è quella artefatta, inseguita per apparire e mostrarsi, ma quella intrinseca all’essere, e dunque dello stare – quando serve – anche in faccia al mondo. Viene facile notare, al riguardo, come Gesù assuma toni non tanto esortativi, dicendo “siate” sale e luce, ma affermi perentorio che i discepoli “sono” sale e luce, rivelando così ciò che Egli ha fatto non solo per loro, ma di loro. Va da sé che la mitezza non è scambiabile con la mimetizzazione, l’opportunismo, la facile dimissione dal compito. Bisogna invece che noi salviamo l’autonomia della coscienza credente rispetto alle pressioni pubblicitarie, ai ragionamenti di corto respiro, ai qualunquismi variamente mascherati, alle lusinghe. In questo senso capiterà talora di essere scomodi, ma non sarà per posa o per pregiudizio, quanto per sofferta, umile, serena coerenza.

Su questo orizzonte desidero collocare il felice esito della recente Settimana sociale, convocata a Reggio Calabria nel mese di ottobre, come di una occasione che ha segnato un passo in avanti rispetto a elaborazioni precedenti. E tra le ragioni del genuino successo, c’è senz’altro quella di essersi svolta al Sud, in quella terra calabra non poco tribolata, la quale tuttavia sa puntualmente raccontare come esista un altro Meridione, motivo di fierezza e di consolazione per l’Italia tutta. L’altra circostanza positiva è stata assicurata dalla consistente rappresentanza giovanile che figurava in assemblea come tra i volontari. E con i giovani, la Settimana ha parlato delle esperienze di riscatto, di maturazione delle coscienze, della necessità di leggere al positivo anche i momenti socialmente più difficoltosi. Un terzo motivo di riuscita è da individuarsi nella chiave della speranza per cercare di leggere e di ordinare i problemi secondo un’agenda propositiva, in modo ragionato e plausibile, e comunque non schiacciata sul pessimismo dilagante. Un quarto elemento è l’aver messo al centro di ogni problematica storica e sociale la “questione antropologica” nella sua integralità, sulla scorta dell’enciclica Caritas in veritate. Vogliamo dunque esprimere la gratitudine più sincera, da una parte all’Arcidiocesi di Reggio e al suo Pastore, S.E. Mons. Vittorio Mondello, per l’ospitalità pronta e generosa che hanno assicurato all’incontro e ai suoi partecipanti, e dall’altra al Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali e al suo Presidente, S.E. Mons. Arrigo Miglio, per l’intelligente dedizione con cui questa Settimana è stata pensata e realizzata: insieme – Arcidiocesi di Reggio Calabria e Comitato – hanno condotto in porto un’iniziativa di pregio, che rimarrà nella memoria della nostra comunità ecclesiale.

7. Nel contempo, vorrei segnalare come stia progressivamente emergendo, dal vissuto delle nostre Chiese, un approccio che ci pare sempre più consapevole – dunque meno imbarazzato e scevro anche da manicheismi – verso la dimensione politica, per ciò che essa è, e per quello che esprime ai vari livelli. Non c’è dubbio che si sia passati da un atteggiamento più preoccupato della denuncia, spesso anche veemente o semplicistica, ad un approccio più articolato ai problemi, seppure non meno pervaso di tensione etica e di slancio verso il futuro. La politica è esigente anche perché richiede un’attitudine di analisi che va acquisita con l’applicazione, così da superare un certo genericismo, e approdare invece a visioni più pertinenti e più incalzanti sui problemi, non per questo però meno attente sotto il profilo morale.

È probabile che allo stadio attuale si sia arrivati anche grazie alle tante attività e scuole di formazione socio-politica che negli ultimi vent’anni si sono dispiegate, senza dare forse quei risultati immediati sui quali si faceva affidamento. Hanno però attrezzato persone e gruppi ad esprimersi con una maggiore competenza e autonomia culturale. Sarà bene che nel prossimo futuro ci si interroghi su come, alla luce delle esperienze fatte, si possa procedere per favorire la maturazione spirituale e culturale richiesta a chi desidera servire nella forma della politica, e così preparare giovani all’esercizio di quella leadership che difficilmente può essere improvvisata. Dunque, la politica deve interessare i cattolici, e deve entrare nella loro mentalità un’attitudine a ragionare delle questioni politiche senza spaventarsi dei problemi seri che oggi, non troppo diversamente da ieri, sono sul tappeto. E soprattutto adottando un giudizio morale che non sia esclusivamente declamatorio, ma punti ai processi interni delle varie articolazioni e responsabilità sociali e istituzionali.

E i problemi hanno oggi obiettivamente una dimensione preoccupante. Non dimentichiamo certo che la crisi ha colpito il mondo e Paesi più ricchi del nostro, e neppure ci sfugge che molto si è fatto e ancora si sta facendo; ma purtroppo sembra non sufficiente rispetto ad una situazione critica che perdura e sotto alcuni profili si aggrava. Famiglie in difficoltà, adulti che sono estromessi dal sistema, giovani in cerca di occupazione stabile anche in vista di formare una propria famiglia, sono situazioni che continuano a farsi sentire con accoratezza. È necessario inoltre che le riforme in agenda siano istruite nelle maniere utili, perché non si indebolisca la rappresentatività politica. Finché infatti non si profilano condizioni realistiche di una maggiore stabilità per il Paese intero, è comprensibile che si avverta una sorta di esitazione e di diffusa incertezza. Si aggiunge a livello della scena politica una caduta di qualità, che va soppesata con obiettività, senza sconti e senza strumentalizzazioni, se davvero si hanno a cuore le sorti del Paese, e non solamente quelle della propria parte. Se la gente perde fiducia nella classe politica, fatalmente si ritira in se stessa, cade lo slancio partecipativo, tutto diventa pesante e contorto, ma soprattutto viene meno quella possibilità di articolata e dinamica compattezza che è assolutamente necessaria per affrontare insieme gli ostacoli e guardare al futuro del Paese. In causa qui è non solo la dimensione tecnicamente politico-amministrativa, ma anche quella culturale e morale che ne è, a sua volta, lo specifico orizzonte. Questo prende forma nella tensione necessaria tra ideali personali, valori oggettivi e la vita vissuta, tra loro profondamente intrecciati. In sostanza, è la politica intesa come «casa comune» quella che ancora una volta si propone quale aspirazione persuasiva ed urgente: alla casa tuttavia non basta un tetto, ha bisogno di strutture varie e elementi diversi, tra loro ben congegnati e connessi; e per vivere in essa in modo accettabile, c’è bisogno di un comune atteggiamento di fondo, che fa clima e rende possibile quel senso di appartenenza che motiva al sacrificio e dà senso all’impegno di tutti.

Dicevamo – un mese e mezzo fa – che, nel nostro animo di sacerdoti, «siamo angustiati per l’Italia» che scorgiamo come inceppata nei suoi meccanismi decisionali, mentre il Paese appare attonito e guarda disorientato. Non abbiamo peraltro suggerimenti tecnico-politici da offrire, salvo un invito sempre più accorato e pressante a cambiare registri, a fare tutti uno scatto in avanti concreto e stabile verso soluzioni utili al Paese e il più possibile condivise. Non è più tempo di galleggiare. Un rischio – lo diciamo con un senso di apprensione profonda –, è che il Paese si divida non tanto per questa o quella iniziativa di partito, quanto per i trend profondi che attraversano l’Italia e che, ancorandone una parte all’Europa, potrebbero lasciare indietro l’altra parte. Il che sarebbe un esito infausto per l’Italia, proprio nel momento in cui essa vuole ricordare – a 150 anni dalla sua unità – i traguardi e i vantaggi di una matura coscienza nazionale. Mentre tuttavia si fa quest’ultimo esame di coscienza, è possibile – chiediamo rispettosi – convocare ad uno stesso tavolo governo, forze politiche, sindacati e parti sociali e, rispettando ciascuno il proprio ruolo ma lasciando da parte ciò che divide, approntare un piano emergenziale sull’occupazione? Sarebbe un segno che il Paese non potrebbe non apprezzare. Grande vicinanza esprimiamo alle popolazioni che di recente sono state colpite da esondazioni e allagamenti, come in precedenza da smottamenti che hanno provocato violente trasformazioni del territorio. C’è di continuo una parte consistente della comunità nazionale che deve essere soccorsa e aiutata a risorgere, dovendo affrontare le conseguenze di eventi dovuti a calamità naturali, ma anche all’incuria e all’imperizia troppo spesso riservate all’habitat umano. Già in un’altra occasione, abbiamo avuto modo di osservare che il Paese abbisogna di un piano puntuale di messa in sicurezza del territorio, e che a quest’opera va riconosciuta la necessaria priorità, in un’ottica di concreta e solerte cooperazione tra i diversi livelli dell’amministrazione pubblica.

8. Una parola vorrei offrire ancora circa il tessuto connettivo della società italiana, che tiene nonostante le prove e le tensioni di una stagione non facile. Verrebbe da dire che le difficoltà temperano e probabilmente inducono non pochi a riscoprire il fascino di esperienze e testimonianze davvero forti, quelle «capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza» (Gaudium et spes, n. 31). Si sa che osservatori di altri Paesi, guardando più attentamente a quello che succede da noi, rilevano come una singolare opportunità la circostanza che in Italia non si sia ancora arrivati ad una vera e propria «disfatta educativa». Rinunciamo in questo momento ad approfondire le ragioni di questa affermazione, e assumiamo la provocazione positiva che potrebbe essere interna a tali parole. Non occorre cioè arrivare agli esiti ultimi prima di prendersi in carico la responsabilità di una risalita. La cronaca non manca, d’altra parte, di indicare come sintomi inquietanti episodi che danno la percezione di quanto profondo sia l’abisso in cui può cadere il cuore umano. Casi che probabilmente sono sempre accaduti nella storia delle comunità umane, e fatale sarebbe che, per una sorta di illuministica illusione, si pensasse che quasi all’improvviso spariscano dal costume. Per questo dobbiamo chiederci sempre di nuovo: che cosa stiamo facendo per mantenere o ricostituire il patrimonio spirituale e morale indispensabile anche all’uomo post-moderno? Non è che la nostra generazione vive, tutto sommato, ancora di rendita mentre le scorte si vanno esaurendo, anzi in varie situazioni sono già esaurite? Ecco il senso del piano decennale – Educare alla vita buona del Vangelo – che abbiamo da pochissimo varato e che ora è delineato negli “Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020”. Se potessimo anche solo per un istante parlare al cuore di ogni coppia di sposi e di ogni famiglia, noi Vescovi vorremmo dire loro una parola di fiducia, di incoraggiamento, di sostegno al loro essere nativamente votati ad educare. Non è impossibile l’impresa. Certamente non è facile, ma essa è assolutamente possibile, possibile anche a questa generazione di adulti, i quali sperimentano che crescere non è un automatismo legato all’età o ai titoli di studio, ma richiede la coltivazione di sé, la capacità di riflessione, la palestra delle virtù. L’educazione è anche questione di «ambiente»: una società, una famiglia ripiegate, litigiose, miopi − in una parola egocentriche − generano figli complessati, che si ritengono inferiori o superiori agli altri. Da genitori che rifiutano il dolore che è connesso al ruolo educativo, ai “no” che pur bisogna saper dire, discendono adolescenti scompaginati e atrofizzati dentro, incapaci di captare alcunché della cultura che li ha preceduti. Tra i singoli e l’insieme vi è sempre un circolo ermeneutico che dobbiamo saper evidenziare per il benessere comune. Non c’è crescita, non c’è maturità ad di fuori della fatica che queste esigono inderogabilmente da ciascuno, e rispetto alla quale non c’è esonero possibile, neppure se decretato per eccesso di amore. Occorre che sulla cultura del soggetto si innesti il principio di realtà, «qualcosa» che è ostico allo scetticismo imperioso di questi tempi fintamente allegri e spensierati; si innesti cioè quel realismo che è caratteristico della cultura classico-cristiana, per la quale le pulsioni interiori vanno regolate − e occorre saperlo fare − se non si vuol finire deragliati da se stessi.
Oggi, è vero, c’è una frontiera prodigiosa, quella mediatica comprensiva dei nuovi media, che esalta le opportunità di conoscenza e di relazione. È però anche una cultura capziosa che, mentre offre molto, se non si sta attenti ruba alla persona sempre qualcosa, e qualcosa di importante. Questo vale per i giovanissimi e i giovani per ore davanti ad internet, ma vale anche per gli adulti quando si lasciano drogare da una informazione morbosa che sembra dare sempre qualche particolare in più, mentre di fatto induce alla indifferenza e al cinismo. Inaridisce il cuore e suggerisce una serie di alibi per non migliorare se stessi. Nessuno ha rimpianti per stilemi autoritari e illiberali, per sistemi monopolistici e monoculturali; e tuttavia la corsa all’audience ha fatto raggiungere livelli di esasperazione brutale. «Essendo in concorrenza sempre più forte – osservava di recente il Papa – i mezzi di comunicazione si credono spinti a suscitare la massima attenzione possibile. Inoltre, è il contrasto che fa notizia in genere, anche se va a discapito della veridicità del racconto» (Benedetto XVI, Discorso al nuovo Ambasciatore di Germania, 13 settembre 2010). Forse, proprio in questo decennio, sarebbe necessaria una riflessione più profonda e onesta su questi meccanismi per ravvivare una responsabilità più grande ed incisiva verso la missione e le potenzialità proprie di questo straordinario mondo.

Come comunità ecclesiale vorremmo sommessamente dire all’intera comunità nazionale che, per quello che possiamo, per tutto quello che siamo e saremo in grado di mettere in campo in termini di passione educativa, di dedizione per la vocazione e la felicità delle nuove generazioni, noi continueremo ad esserci. Ci sono stati deficit e anche degli scandali, dei peccati di omissione e dei tradimenti della fiducia. Per di più, non sempre siamo stati pronti a identificare la gravità di certe azioni e abbiamo adeguatamente compreso che vi sono condizioni non guaribili con l’ammonizione, il pentimento, la volontà di ricominciare in situazioni nuove. Ci sono storture della psiche che necessitano di un pronto isolamento e di cure particolari, oltre che di una sanzione commisurata alle ingiustizie. Su questo fronte la comunità nazionale, che tanta stima e confidenza da sempre nutre verso la Chiesa, deve sapere che ha tutto il nostro impegno assunto nel modo più solenne. Abbiamo vivissime nell’anima le parole pregnanti, e per noi programmatiche, del Santo Padre pronunciate sabato 30 ottobre dinanzi ai centomila ragazzi dell’Azione Cattolica. Un evento che ci rallegra e ci incoraggia ad essere più decisi, attenti ed entusiasti nella missione educativa che è specifica della Chiesa.

Gli “Orientamenti” che poc’anzi citavo sono già nelle mani dei nostri sacerdoti, dei religiosi, dei laici attivi nelle comunità diocesane e parrocchiali. Naturalmente non posso non augurarmi che trovino la migliore accoglienza, e siano – sulla base dei Piani pastorali promulgati dai Vescovi – assunti quale binario per un’adeguata, ulteriore riflessione sulla situazione locale. Probabilmente meriterà ritornare su questo, ma fin d’ora segnalo che il 5° capitolo, che porta il titolo «Indicazioni per la progettazione pastorale» contiene già, nella sua novità metodologica, una serie di suggerimenti preziosi sui quali conviene non sorvolare.

Concludo, venerati e cari Confratelli, affidando alla vostra magnanimità e alla vostra considerazione queste mie riflessioni, unendo un invito – che vale per me anzitutto – a continuare i nostri lavori respirando il respiro del mondo, il respiro della Chiesa universale. Oltre gli argomenti toccati, altri avrebbero meritato a partire dal recente Sinodo per il Medio-Oriente, incentrato cioè su quella terra che tra tutte è la più cara – perché quella di Gesù – eppure così tormentata e vessata. Un posto speciale hanno nel nostro cuore i cristiani dell’Iraq, solo ultimi nel tempo, bersaglio continuo di attentati sanguinosi, forieri di lutti e di dolore. Ancora otto giorni fa la cattedrale siro-cattolica di Bagdad è stata scenario di decine di morti e feriti, fra i quali due sacerdoti e un gruppo di fedeli riuniti per la santa Messa. E poi l’Afghanistan dove altri 4 alpini sono di recente morti per la pace, lasciando nello strazio le rispettive famiglie. Sono tutte «ferite aperte» che vogliamo presentare alla Vergine Maria, Madre di Cristo e Madre della Chiesa, perché si chini su questi figli. Il 1° novembre di sessant’anni fa Pio XII proclamava verità di fede la sua Assunzione al Cielo: così continuiamo a contemplarla e a invocarla, per noi e i nostri lavori, per ciascuna delle nostre amate Chiese.

Angelo Card. Bagnasco
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lunedì 8 novembre 2010

Viaggio apostolico del Papa - Cerimonia di congedo

Negli scorsi giorni, nell'Angolo di Angel, abbiamo seguito il viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI in terra spagnola. Oggi, concludiamo questo breve momento, attraverso la lettura delle parole del nostro Santo Padre, durante la cerimonia di congedo:
 
VIAGGIO APOSTOLICO A SANTIAGO DE COMPOSTELA E BARCELONA
(6-7 NOVEMBRE 2010)

CERIMONIA DI CONGEDO

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Aeroporto Internazionale di Barcelona (El Prat)
Domenica, 7 novembre 2010



Maestà,
Signor Cardinale Arcivescovo di Barcellona,
Signor Cardinale Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola,
Signori Cardinali e Fratelli nell’Episcopato,
Signor Presidente del Governo,
Distinte Autorità Nazionali, Regionali e Locali,
Cari fratelli e sorelle,
Amici tutti.

Moltissime grazie. Desidererei che queste brevi parole potessero racchiudere i sentimenti di gratitudine che porto nel cuore nel concludere la mia visita a Santiago di Compostela e a Barcellona. Moltissime grazie, Maestà, per aver voluto essere qui presenti. Sono riconoscente per le cortesi parole che Vostra Maestà ha avuto la gentilezza di rivolgermi e che sono espressione dell’affetto di questo nobile popolo verso il Successore di Pietro. Insieme, voglio manifestare la mia cordiale gratitudine alle Autorità che ci accompagnano, ai Signori Arcivescovi di Santiago di Compostela e di Barcellona, all’Episcopato spagnolo e a tante persone che, senza risparmiare sacrifici, hanno collaborato perché questo viaggio riuscisse felicemente. Ringrazio vivamente per tutte le continue e delicate attenzioni che avete riservato in questi giorni al Papa, e che mettono in rilievo l’ospitalità e l’accoglienza delle genti di queste terre, tanto vicine al mio cuore.

A Compostela ho voluto unirmi, come un pellegrino tra gli altri, alle tante persone della Spagna, dell’Europa e di altri luoghi del mondo che giungono alla tomba dell’Apostolo per rafforzare la propria fede e ricevere il perdono e la pace. Come successore di Pietro, sono inoltre venuto per confermare i miei fratelli nella fede. Quella fede che agli albori del cristianesimo giunse a queste terre e si radicò tanto profondamente che è venuta forgiando lo spirito, le usanze, l’arte e il carattere delle genti che vi abitano. Preservare e accrescere questo ricco patrimonio spirituale, è segno non solo dell’amore di un Paese verso la propria storia e cultura, ma è anche una via privilegiata per trasmettere alle giovani generazioni quei valori fondamentali tanto necessari per edificare un futuro di convivenza armoniosa e solidale.

Le strade che attraversavano l’Europa per raggiungere Santiago erano molto diverse tra loro, ciascuna con la propria lingua e le proprie peculiarità, ma la fede era la stessa. C’era un linguaggio comune, il Vangelo di Cristo. In qualsiasi luogo, il pellegrino poteva sentirsi come a casa sua. Al di là delle differenze nazionali, era consapevole di essere membro di una grande famiglia, alla quale appartenevano gli altri pellegrini e abitanti che incontrava sul suo cammino. Che questa fede trovi nuovo vigore in questo Continente, e si trasformi in fonte di ispirazione, facendo crescere la solidarietà e il servizio verso tutti, specialmente i gruppi umani e le Nazioni più bisognose.

A Barcellona, ho avuto l’immensa gioia di dedicare la Basilica della Sacra Famiglia, che Gaudí concepì come una lode in pietra a Dio, e ho visitato anche una significativa istituzione ecclesiale di carattere benefico e sociale. Sono come due simboli, nella Barcellona di oggi, della fecondità di quella stessa fede, che segnò anche le profondità di questo popolo e che, attraverso la carità e la bellezza del mistero di Dio, contribuisce a creare una società più degna dell’uomo. In effetti, la bellezza, la santità e l’amore di Dio portano l’uomo a vivere nel mondo con speranza.

Rientro a Roma dopo aver visitato solo due luoghi della vostra meravigliosa terra. Ciò nonostante, con la preghiera e il pensiero ho desiderato abbracciare tutti gli spagnoli, senza eccezione alcuna, e tanti altri che vivono in mezzo a voi senza essere nati qui. Porto tutti nel mio cuore e prego per tutti, in particolare per coloro che soffrono, e li metto sotto la protezione materna di Maria Santissima, tanto venerata e invocata in Galizia, in Catalogna e nelle altre regioni della Spagna. A Lei chiedo anche che vi ottenga dall’Altissimo copiosi doni celesti, che vi aiutino a vivere come una sola famiglia, guidati dalla luce della fede. Vi benedico nel nome del Signore. Con il suo aiuto, ci rivedremo a Madrid il prossimo anno, per celebrare la Giornata Mondiale della Gioventù. Arrivederci.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
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giovedì 4 novembre 2010

La caccia al cristiano

In questi giorni di grande tensione in Iraq, dove è giunta la notizia che il terrorista Osama Bin Laden ha confermato la liceità degli attacchi a cristiani, si respira ancora un'aria di paura e minaccia. Sono trascorsi più di duemila anni da quando Gesù, con le Sue stesse parole, annunciava un'era di persecuzione a causa della fede in Lui: e purtroppo, quelle parole hanno trovato conferma e ancora oggi sono vive e attuali perchè la persecuzione, violenta e non, è ancora in atto e sempre contro i cristiani, ormai i più perseguitati al mondo. In questi giorni, il quotidiano "La Stampa" ha pubblicato un'intervista-denuncia al Vescovo di Baghdad Monsignor Shlemon Warduni, della quale pubblichiamo solo alcuni punti. L'intervista completa la trovate cliccando sul link al termine del post:

"Una tragedia del genere era impensabile persino in un Paese senza sicurezza né stabilità come l’Iraq. Ma ormai purtroppo ormai nessuno può prevedere dove possa arrivare una violenza che non risparmia più niente e nessuno. Come minoranza siamo un bersaglio costante e conviviamo con un logorante senso di precarietà e di timore costante. Il sacrificio di questi nostri fratelli dimostra a che punto di follia si è arrivati. Neppure quando si prega in una chiesa si è al riparo dalla persecuzione del terrorismo.""

Poi il Vescovo prosegue spiegando come i fedeli siano davvero terrorizzati e chiedono quale sia il disegno di Dio per loro, e lui risponde così:

«Viene lo sconforto anche a me davanti ai lenzuoli bianchi di persone miti, uccise in chiesa. C’è anche il corpicino senza vita di una bambina. Per non cadere nella disperazione quaggiù le persone devono avere una fede talmente forte da essere addirittura pronte come cristiani alla testimonianza estrema, alla morte. Ma non si può pretendere da tutti una fede eroica, perciò anche in Occidente ci si deve fare carico di questa condizione di terrore costante. Nessuno ci spiega da dove arrivano le armi delle bande che si muovono indisturbate dentro e fuori i nostri confini».

Noi pensavamo che l'epoca del martirio fosse ormai un lontano ricordo e invece non è così e mentre noi quasi ci vergogniamo a professarci cristiani praticanti, dall'altra parte del mondo vi è la prova più dura, la professione di fede a costo della propria vita. Ma Monsignor Warduni pone anche un pesante interrogativo sulla provenienza dei rifornimenti delle armi alle organizzazioni terroristiche:

«Io non sospetto nessuno, è la corte internazionale a dover stabilire chi ci sta massacrando. Noi ci aspettiamo l’aiuto di Dio che ci ha creato e fatti vivere qui e delle persone di buona volontà che possono sensibilizzare i governi e l’Onu a non abbandonarci al nostro destino. Come pastore posso solo pregare per le vittime e per la conversione del cuore indurito dei terroristi». 

E quest'ultimo auspicio noi lo accogliamo e sproniamo tutti voi ad unirvi alla preghiera per poter chiedere la conversione di questi cuori duri come il marmo che non distinguono più tra amore e odio, guerra e religione: la religione non è una guerra di imposizione, ma è vita, amore, fede, carità che nascono non con la coercizione, ma con la libertà dei figli di Dio.

Articolo intero: La Stampa 
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Opposizione e maggioranza: Come tento di prenderti e/o mantenere la poltrona mentre l'italiano si morde le mani

Nei giorni scorsi si è tornato ad attaccare il Presidente del Consiglio con gli ultimi fatti, in accertamento, venuti alla luce sui quotidiani di tutta Italia: il caso di Ruby, delle Escort. Da un lato la sinistra che tenta un'offensiva approfittando della ghiotta occasione per spodestare il Premier e prenderne il posto, non si sa con quali intenzioni dato il fallimento della scorsa legislatura, e da un lato la destra, in questo caso rappresentata da Berlusconi, che tenta di tutelarsi e dice un "NO" fermo e deciso sulle dimissioni chieste dall'opposizione. La politica si è trasformata in un campo da gioco dove anziché segnarsi goal a vicenda e a difendersi con parate di classe giocando entro i limiti del regolamento, si comincia a strattonare l'avversario e a lanciargli contro pesanti cannonate che volano sul terreno della carta stampata e dei teleschermi, a scapito del popolo che sugli spalti borbotta per i costi esosi del biglietto della vita mentre gli alti dirigenti sembrano infischiarsene della sgradevole partita fatta di insulti, scivoloni e simulazioni. Chi ci rimette naturalmente è sempre il popolo, ancora in attesa di una legislatura che giochi democraticamente e che faccia qualcosa per ridurre i costi esorbitanti della vita. Mentre l'opposizione tenta di usurpare la poltrona della maggioranza, l'italiano medio si improvvisa ragioniere per cercare di contenere i costi altrimenti insostenibili causati da una demagogia sfrenata e oserei aggiungere "diabolica". Non ci debbono essere né destre né sinistre, ma un solo ed unico partito capace di lavorare per il bene di tutti e senza litigarsi il posto come vergognosamente sta accadendo in questi giorni. Sulle facce dell'opposizione sembra esserci una voglia sfegatata di prendere il posto occupato dalla destra e da questo si evince la loro smania di sedere sui seggi d'onore, altrimenti con calma e pazienza avrebbero aspettato le prossime elezioni e non approfittando dei presunti scandali del Presidente del Consiglio  per gridare "DIMISSIONI, DIMISSIONI". E mentre i due litiganti si attaccano e replicano a vicenda spuntano nuovi partiti che emanano l'ennesimo odore di false promesse, e un terzo gode e che chiede ad alta voce le elezioni anticipate per poter fare il suo comodo ed attuare il suo piano di divisione per spaccare un'Italia che ha solo bisogno di restare unita. Nella politica non possono esserci squadre, divisioni, ma un solo ed unico team con vero amore per il popolo ma se questo non fosse possibile la maggioranza deve poter dare la possibilità all'opposizione di poter cooperare e l'opposizione dal suo canto deve saper lavorare concordemente con chi ha avuto la meglio al ballottaggio elettorale. Questi scontri verbali colmi di perbenismo devono lasciare posto ad un'operazione atta a garantire la serenità delle famiglie e non a turbare gli animi con dei tentati golpe mediatici. Stiamo assistendo ad atti degni della più alta teatralità comica quasi evocanti le sceneggiature di Eduardo De Filippo, e a dei lascia-lascia e un crea-crea riferendomi naturalmente ai litigi all'interno dei partiti e alla creazione di nuovi altri i quali non fanno altro che lasciare il povero elettore nella confusione più totale. E mentre loro si azzuffano per salire al potere come accade nel mondo animale, noi italiani stiamo ancora in attesa che arrivi il giorno nel quale venga eletto un presidente che sappia davvero mettere da parte gli interessi personali per fare del suo impegno politico, il centro della risoluzione dei problemi della nazione. Ma questa forse è un'altra ed ennesima utopia. Noi stringiamo la cinghia mentre loro la cinghia la usano per frustrarsi a vicenda nell'aspirazione della tanto famigerata e discussa "poltrona".

Mikhael
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martedì 2 novembre 2010

Angelus di Papa Benedetto XVI - Ognissanti


SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Lunedì, 1° novembre 2010



Cari fratelli e sorelle!

La solennità di Tutti i Santi, che oggi celebriamo, ci invita ad innalzare lo sguardo al Cielo e a meditare sulla pienezza della vita divina che ci attende. “Siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1Gv 3,2): con queste parole l’apostolo Giovanni ci assicura la realtà del nostro profondo legame con Dio, come pure la certezza della nostra sorte futura. Come figli amati, perciò, riceviamo anche la grazia per sopportare le prove di questa esistenza terrena – la fame e sete di giustizia, le incomprensioni, le persecuzioni (cfr Mt 5,3-11) – e, nel contempo, ereditiamo fin da ora ciò che è promesso nelle beatitudini evangeliche, “nelle quali risplende la nuova immagine del mondo e dell’uomo che Gesù inaugura” (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Milano 2007, 95). La santità, imprimere Cristo in sé stessi, è lo scopo di vita del cristiano. Il beato Antonio Rosmini scrive: “Il Verbo aveva impresso se stesso nelle anime dei suoi discepoli col suo aspetto sensibile … e con le sue parole … aveva dato ai suoi quella grazia … con la quale l’anima percepisce immediatamente il Verbo” (Antropologia soprannaturale, Roma 1983, 265-266). E noi pregustiamo il dono e la bellezza della santità ogni volta che partecipiamo alla Liturgia eucaristica, in comunione con la “moltitudine immensa” degli spiriti beati, che in Cielo acclamano in eterno la salvezza di Dio e dell’Agnello (cfr Ap 7,9-10). “Alla vita dei Santi non appartiene solo la loro biografia terrena, ma anche il loro vivere ed operare in Dio dopo la morte. Nei Santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino” (Enc. Deus caritas est, 42).

Consolati da questa comunione della grande famiglia dei santi, domani commemoreremo tutti i fedeli defunti. La liturgia del 2 novembre e il pio esercizio di visitare i cimiteri ci ricordano che la morte cristiana fa parte del cammino di assimilazione a Dio e scomparirà quando Dio sarà tutto in tutti. La separazione dagli affetti terreni è certo dolorosa, ma non dobbiamo temerla, perché essa, accompagnata dalla preghiera di suffragio della Chiesa, non può spezzare il legame profondo che ci unisce in Cristo. Al riguardo, san Gregorio di Nissa affermava: “Chi ha creato ogni cosa nella sapienza, ha dato questa disposizione dolorosa come strumento di liberazione dal male e possibilità di partecipare ai beni sperati” (De mortuis oratio, IX, 1, Leiden 1967, 68).

Cari amici, l’eternità non è “un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità” (Enc. Spe salvi, 12). Alla Vergine Maria, guida sicura alla santità, affidiamo il nostro pellegrinaggio verso la patria celeste, mentre invochiamo la sua materna intercessione per il riposo eterno di tutti i nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati nella speranza della risurrezione.

Dopo l'Angelus

Ieri sera, in un gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Bagdad, ci sono state decine di morti e feriti, fra i quali due sacerdoti e un gruppo di fedeli riuniti per la Santa Messa domenicale. Prego per le vittime di questa assurda violenza, tanto più feroce in quanto ha colpito persone inermi, raccolte nella casa di Dio, che è casa di amore e di riconciliazione. Esprimo inoltre la mia affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, nuovamente colpita, e incoraggio pastori e fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza. Davanti agli efferati episodi di violenza, che continuano a dilaniare le popolazioni del Medio Oriente, vorrei infine rinnovare il mio accorato appello per la pace: essa è dono di Dio, ma è anche il risultato degli sforzi degli uomini di buona volontà, delle istituzioni nazionali e internazionali. Tutti uniscano le loro forze affinché termini ogni violenza!

[Saluti in varie lingue]

Infine, saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i partecipanti alla manifestazione “La corsa dei Santi”, promossa dai Salesiani per sostenere progetti di solidarietà in situazioni di estremo bisogno, come ad Haiti e in Pakistan. Saluto inoltre il gruppo di ragazzi di Modena che si stanno preparando al Sacramento della Confermazione. A tutti auguro pace e serenità nella spirituale compagnia dei Santi.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
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lunedì 1 novembre 2010

Orrore a Baghdad

Apprendiamo con orrore quanto accaduto in una Chiesa cattolica a Baghdad: un attacco di violenza pura, in un luogo di preghiera, che non ha nulla a che vedere con Dio. Questa non è religione, ma violenza, odio e tutte queste cose non salvano l'uomo, ma lo condannano. Preghiamo affinché i nostri fratelli cristiani in Oriente siano tutelati da episodi persecutori e possano liberamente manifestare il proprio credo in Dio e in Cristo Gesù il quale ha promesso il Regno dei Cieli a chi sarebbe stato perseguitato a causa del Suo nome. 

 ROMA - Continua a crescere il bilancio del massacro compiuto da terroristi di al Qaida ieri sera in una chiesa nel centro di Baghdad: fonti della sicurezza, che chiedono l'anonimato, riferiscono questa mattina di oltre 50 morti e circa 80 feriti. Della strage di ieri ha parlato anche il Papa all'Angelus. Nelle prime ore di oggi e' arrivata la rivendicazione, via internet, da parte dello 'Stato islamico in Iraq', un cartello di gruppi terroristi guidati dal ramo iracheno di al Qaida. ''Un gruppo di mujaheddin in collera fra i fedeli di Allah ha effettuato un raid in uno dei rifugi osceni dell'idolatria, che era stato sempre usato dai cristiani dell'Iraq come quartier generale per la lotta contro la religione dell'islam'', e' scritto in un comunicato.

Nel testo si pone anche un ultimatum di 48 ore alla Chiesa copta d'Egitto affinche' liberi le mogli di due sacerdoti che secondo i terroristi sarebbero ''detenute nei monasteri'' perche' una di loro si sarebbe convertita all'Islam e l'altra starebbe per farlo. E dal Cairo giunge notizia di misure di sicurezza rafforzate nelle chiese e la ferma condanna del ministero degli esteri Secondo quanto si e' appreso, i fedeli rimasti uccisi sono almeno 37, tra cui due preti, freddati dai terroristi poco dopo la loro irruzione nella chiesa, la Nostra Signora per perpetuo soccorso, nel quartiere Karrada, vicino alla super-fortificata Zona Verde dove hanno sede le massime istituzioni irachene.

Tra le forze di sicurezza che hanno compiuto il blitz contro i terroristi, ovvero gli agenti di una squadra di pronto intervento definita la 'Golden Force', i morti sarebbero sette e sette i feriti. I terroristi uccisi sarebbero invece cinque e otto sarebbero stati arrestati. Le fonti ufficiali forniscono dati piu' contenuti e parlano di una ''operazione che ha avuto successo, con poche vittime e terroristi arrestati''. Il vescovo di Baghdad, monsignor Shlemon Warduni, ha frattanto espresso ''sconforto'', affermando che in Iraq ''le persone devono avere una fede talmente forte da essere addirittura pronte, come cristiani, alla testimonianza estrema, alla morte''. Nel corso dell'Angelus domenicale in piazza San Pietro, Papa Benedetto XVI ha espresso stamane la sua ''affettuosa vicinanza alla comunita' cristiana'', nuovamente colpita dal ''gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad, e ha incoraggiato ''pastori e fedeli ad essere forti e saldi nella speranza''.

FONTE: Ansa
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Angelus di Papa Benedetto XVI - 31 Ottobre 2010


BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 31 ottobre 2010



Cari fratelli e sorelle!

L’Evangelista san Luca riserva una particolare attenzione al tema della misericordia di Gesù. Nella sua narrazione, infatti, troviamo alcuni episodi che mettono in risalto l’amore misericordioso di Dio e di Cristo, il quale afferma di essere venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori (cfr Lc 5,32). Tra i racconti tipici di Luca vi è quello della conversione di Zaccheo, che si legge nella liturgia di questa domenica. Zaccheo è un “pubblicano”, anzi, il capo dei pubblicani di Gerico, importante città presso il fiume Giordano. I pubblicani erano gli esattori dei tributi che i Giudei dovevano pagare all’Imperatore romano, e già per questo motivo erano considerati pubblici peccatori. Per di più, approfittavano spesso della loro posizione per estorcere denaro alla gente. Per questo Zaccheo era molto ricco, ma disprezzato dai suoi concittadini. Quando dunque Gesù, attraversando Gerico, si fermò proprio a casa di Zaccheo, suscitò uno scandalo generale. Il Signore, però, sapeva molto bene quello che faceva. Egli, per così dire, ha voluto rischiare, e ha vinto la scommessa: Zaccheo, profondamente colpito dalla visita di Gesù, decide di cambiare vita, e promette di restituire il quadruplo di ciò che ha rubato. “Oggi per questa casa è venuta la salvezza”, dice Gesù, e conclude: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto”.

Dio non esclude nessuno, né poveri né ricchi. Dio non si lascia condizionare dai nostri pregiudizi umani, ma vede in ognuno un’anima da salvare ed è attratto specialmente da quelle che sono giudicate perdute e che si considerano esse stesse tali. Gesù Cristo, incarnazione di Dio, ha dimostrato questa immensa misericordia, che non toglie nulla alla gravità del peccato, ma mira sempre a salvare il peccatore, ad offrirgli la possibilità di riscattarsi, di ricominciare da capo, di convertirsi. In un altro passo del Vangelo, Gesù afferma che è molto difficile per un ricco entrare nel Regno dei cieli (cfr Mt 19,23). Nel caso di Zaccheo, vediamo proprio che quanto sembra impossibile si realizza: “egli – commenta san Girolamo – ha dato via la sua ricchezza e immediatamente l’ha sostituita con la ricchezza del regno dei cieli” (Omelia sul salmo 83, 3). E san Massimo di Torino aggiunge: “Le ricchezze, per gli stolti sono un alimento per la disonestà, per i saggi invece sono un aiuto per la virtù; a questi si offre un’opportunità per la salvezza, a quelli si procura un inciampo che li perde” (Sermoni, 95).

Cari amici, Zaccheo ha accolto Gesù e si è convertito, perché Gesù per primo aveva accolto lui! Non lo aveva condannato, ma era andato incontro al suo desiderio di salvezza. Preghiamo la Vergine Maria, modello perfetto di comunione con Gesù, affinché anche noi possiamo sperimentare la gioia di essere visitati dal Figlio di Dio, di essere rinnovati dal suo amore, e trasmettere agli altri la sua misericordia.

Dopo l'Angelus

Ieri, nella cattedrale di Oradea Mare in Romania, il Cardinale Peter Erdö ha proclamato beato Szilárd Bogdánffy, vescovo e martire. Nel 1949, quando aveva 38 anni, egli fu consacrato vescovo in clandestinità e quindi arrestato dal regime comunista del suo Paese, la Romania, con l’accusa di cospirazione. Dopo quattro anni di sofferenze e umiliazioni, morì in carcere. Rendiamo grazie a Dio per questo eroico Pastore della Chiesa che ha seguito l’Agnello fino alla fine! La sua testimonianza conforti quanti anche oggi sono perseguitati a causa del Vangelo.

[Saluti in varie lingue]

Saluto cordialmente i pellegrini di lingua italiana, in particolare il gruppo di Bovino, comprendente anche alcuni “Cavalieri” devoti della Madonna di Valleverde. Saluto i fedeli venuti da Monteroni di Lecce, i ragazzi di Petosino con i loro catechisti, e il Lions Club Erchie San Pancrazio. A tutti auguro una buona domenica.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
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