martedì 7 dicembre 2010

Papa Benedetto XVI: la teologia è impossibile nella «solitudine»

Oggi, nella Vigna dei Signore, abbiamo terminato un percorso volto alla scoperta del rapporto intercorrente tra fede e ragione, un percorso che però non conclude il cammino che proseguirà nelle prossime settimane. Facciamo questo breve preambolo per introdurre il prossimo contributo, legato molto alla materia teologica: si tratta del messaggio di Papa Benedetto XVI alla Commissione Teologica Internazionale il quale spiega perchè la teologia è impossibile nella solitudine, ma abbisogna del contributo dei Pastori della Chiesa. Vi invitiamo alla lettura per approfondire il delicato tema della teologia:

***


Signor Cardinale,
venerati Fratelli nell’Episcopato,
illustri Professori e cari Collaboratori!

È con gioia che vi accolgo, al termine dei lavori della vostra annuale Sessione Plenaria. Desidero anzitutto esprimere un sentito ringraziamento per le parole di omaggio che, a nome di tutti, Ella, Signor Cardinale, in qualità di Presidente della Commissione Teologica Internazionale, ha voluto rivolgermi. I lavori di questo ottavo "quinquennio" della Commissione, come Lei ha ricordato, affrontano i seguenti temi di grande peso: la teologia e la sua metodologia; la questione dell’unico Dio in rapporto alle tre religioni monoteistiche; l’integrazione della Dottrina sociale della Chiesa nel contesto più ampio della Dottrina cristiana.

"L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro" (2Cor 5,14-15). Come non sentire anche nostra questa bella reazione dell’apostolo Paolo al suo incontro col Cristo risorto? Proprio questa esperienza è alla radice dei tre importanti temi che avete approfondito nella vostra Sessione Plenaria appena conclusa.

Chi ha scoperto in Cristo l’amore di Dio, infuso dallo Spirito Santo nei nostri cuori, desidera conoscere meglio Colui da cui è amato e che ama. Conoscenza e amore si sostengono a vicenda. Come hanno affermato i Padri della Chiesa, chiunque ama Dio è spinto a diventare, in un certo senso, un teologo, uno che parla con Dio, che pensa di Dio e cerca di pensare con Dio; mentre il lavoro professionale di teologo è per alcuni una vocazione di grande responsabilità davanti a Cristo, davanti alla Chiesa. Poter professionalmente studiare Dio stesso e poterne parlare - contemplari et contemplata docere (S. Tommaso d’Aquino, Super Sent., lib. 3 d. 35 q. 1 a. 3 qc. 1 arg. 3) - è un grande privilegio. La vostra riflessione sulla visione cristiana di Dio potrà essere un contributo prezioso sia per la vita dei fedeli che per il nostro dialogo con i credenti di altre religioni ed anche con i non credenti. Di fatto la stessa parola "teo-logia" rivela questo aspetto comunicativo del vostro lavoro - nella teologia cerchiamo, attraverso il "logos", di comunicare ciò che "abbiamo veduto e udito" (1Gv 1,3). Ma sappiamo bene che la parola "logos" ha un significato molto più largo, che comprende anche il senso di "ratio", "ragione". E questo fatto ci conduce ad un secondo punto assai importante. Possiamo pensare a Dio e comunicare ciò che abbiamo pensato perché Egli ci ha dotati di una ragione in armonia con la sua natura. Non è per caso che il Vangelo di Giovanni comincia con l’affermazione "In principio era il Logos... e il Logos era Dio" (Gv 1,1). Accogliere questo Logos - questo pensiero divino - è infine anche un contributo alla pace nel mondo. Infatti conoscere Dio nella sua vera natura è anche il modo sicuro per assicurare la pace. Un Dio che non fosse percepito come fonte di perdono, di giustizia e di amore, non potrebbe essere luce sul sentiero della pace.

Siccome l’uomo tende sempre a collegare le sue conoscenze le une con le altre, anche la conoscenza di Dio si organizza in modo sistematico. Ma nessun sistema teologico può sussistere se non è permeato dall’amore del suo divino "Oggetto", che nella teologia necessariamente deve essere "Soggetto" che ci parla e con il quale siamo in relazione di amore. Così la teologia deve essere sempre nutrita dal dialogo con il Logos divino, Creatore e Redentore. Inoltre nessuna teologia è tale se non è integrata nella vita e riflessione della Chiesa attraverso il tempo e lo spazio. Sì, è vero che, per essere scientifica, la teologia deve argomentare in modo razionale, ma anche deve essere fedele alla natura della fede ecclesiale: centrata su Dio, radicata nella preghiera, in una comunione con gli altri discepoli del Signore garantita dalla comunione con il Successore di Pietro e tutto il Collegio episcopale.

Questa accoglienza e trasmissione del Logos ha anche come conseguenza che la stessa razionalità della teologia aiuta a purificare la ragione umana liberandola da certi pregiudizi ed idee che possono esercitare un forte influsso sul pensiero di ogni epoca. Occorre d’altra parte rilevare che la teologia vive sempre in continuità e in dialogo con i credenti e i teologi che sono venuti prima di noi; poiché la comunione ecclesiale è diacronica, lo è anche la teologia. Il teologo non incomincia mai da zero, ma considera come maestri i Padri e i teologi di tutta la tradizione cristiana. Radicata nella Sacra Scrittura, letta con i Padri e i Dottori, la teologia può essere scuola di santità, come ci ha testimoniato il beato John Henry Newman. Far scoprire il valore permanente della ricchezza trasmessa dal passato non è un contributo da poco della teologia al concerto delle scienze.

Cristo è morto per tutti, benché non tutti lo sappiano o lo accettino. Avendo ricevuto l’amore di Dio, come potremmo non amare quelli per i quali Cristo ha dato la propria vita? "Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" (1 Gv 3,16). Tutto questo ci porta al servizio degli altri nel nome di Cristo; in altre parole, l’impegno sociale dei cristiani deriva necessariamente dalla manifestazione dell’amore divino. Contemplazione di Dio rivelato e carità per il prossimo non si possono separare, anche se si vivono secondo diversi carismi. In un mondo che spesso apprezza molti doni del Cristianesimo - come per esempio l’idea di uguaglianza democratica - senza capire la radice dei propri ideali, è particolarmente importante mostrare che i frutti muoiono se viene tagliata la radice dell’albero. Infatti non c’è giustizia senza verità, e la giustizia non si sviluppa pienamente se il suo orizzonte è limitato al mondo materiale. Per noi cristiani la solidarietà sociale ha sempre una prospettiva di eternità.

Cari amici teologi, il nostro odierno incontro manifesta in modo prezioso e singolare l’unità indispensabile che deve regnare fra teologi e Pastori. Non si può essere teologi nella solitudine: i teologi hanno bisogno del ministero dei Pastori della Chiesa, come il Magistero ha bisogno di teologi che compiono fino in fondo il loro servizio, con tutta l’ascesi che ciò implica. Attraverso la vostra Commissione, desidero perciò ringraziare tutti i teologi e incoraggiarli ad aver fede nel grande valore del loro impegno. Nel porgervi i miei auguri per il vostro lavoro, vi imparto con affetto la mia Benedizione.
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lunedì 6 dicembre 2010

Un nuovo cammino - La Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica - II

 Continua il percorso di studio della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica: un valore importantissimo e valido per tutti gli uomini di buona volontà, il che lo rende molto trasversale e utile alla causa generale. Oggi leggiamo la parte introduttiva del Compendio che mostra il vivo interesse della Chiesa nel continuare ad annunciare il Vangelo anche nel terzo Millennio, rivolgendosi a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà. Non solo, essa spiega anche che l'amore è la via per migliorare i rapporti sociali degli uomini, per portare pace, giustizia ed equità nelle loro relazioni. In sostanza si tratta di capire che l'amore di Dio non è una cosa che deve essere accantonata solo per il privato: l'amore di Dio è la chiave per migliorare non solo noi stessi, ma anche per migliorare gli altri, essendo sensibili alle loro sollecitazioni, ai loro problemi e alle loro preoccupazioni. La politica se permeata dall'amore vero, simile a quello che Dio prova verso l'uomo, può davvero diventare un prezioso strumento per il conseguimento del bene collettivo, risolvendo i problemi dei più deboli e degli emarginati e divenendo così un punto di riferimento fondamentale nella vita sociale ed economica della nazione. Ecco perchè è importante tenere a mente la Dottrina Sociale della Chiesa: essa sensibilizza la nostra coscienza e ci spinge a vedere con gli occhi dell'amore per ricercare l'equità e la giustizia:

COMPENDIO
DELLA DOTTRINA SOCIALE
DELLA CHIESA


INTRODUZIONE

UN UMANESIMO INTEGRALE E SOLIDALE


a) All'alba del terzo millennio

1 La Chiesa, popolo pellegrinante, si inoltra nel terzo millennio dell'era cristiana guidata da Cristo, il « Pastore grande » (Eb 13,20): Egli è la Porta Santa (cfr. Gv 10,9) che abbiamo varcato durante il Grande Giubileo dell'anno 2000.1 Gesù Cristo è la Via, la Verità e la Vita (cfr. Gv 14,6): contemplando il Volto del Signore, confermiamo la nostra fede e la nostra speranza in Lui, unico Salvatore e traguardo della storia.

La Chiesa continua a interpellare tutti i popoli e tutte le Nazioni, perché solo nel nome di Cristo è data all'uomo la salvezza. La salvezza, che il Signore Gesù ci ha conquistato « a caro prezzo » (1 Cor 6,20; cfr. 1 Pt 1,18-19), si realizza nella vita nuova che attende i giusti dopo la morte, ma investe anche questo mondo nelle realtà dell'economia e del lavoro, della tecnica e della comunicazione, della società e della politica, della comunità internazionale e dei rapporti tra le culture e i popoli: « Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l'uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti della filiazione divina ».2

2 In quest'alba del terzo millennio, la Chiesa non si stanca di annunciare il Vangelo che dona salvezza e autentica libertà anche nelle cose temporali, ricordando la solenne raccomandazione rivolta da san Paolo al discepolo Timoteo: « Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero » (2 Tm 4,2-5).

3 Agli uomini e alle donne del nostro tempo, suoi compagni di viaggio, la Chiesa offre anche la sua dottrina sociale. Quando, infatti, la Chiesa « compie la sua missione di annunziare il Vangelo, attesta all'uomo, in nome di Cristo, la sua dignità e la sua vocazione alla comunione delle persone; gli insegna le esigenze della giustizia e della pace, conformi alla sapienza divina ».3 Tale dottrina ha una sua profonda unità, che sgorga dalla Fede in una salvezza integrale, dalla Speranza in una giustizia piena, dalla Carità che rende tutti gli uomini veramente fratelli in Cristo: è un'espressione dell'amore di Dio per il mondo, che Egli ha tanto amato « da dare il suo Figlio unigenito » (Gv 3,16). La legge nuova dell'amore abbraccia l'intera umanità e non conosce limiti, poiché l'annuncio della salvezza in Cristo si estende « fino agli estremi confini della terra » (At 1,8).

4 Scoprendosi amato da Dio, l'uomo comprende la propria trascendente dignità, impara a non accontentarsi di sé e ad incontrare l'altro in una rete di relazioni sempre più autenticamente umane. Uomini resi nuovi dall'amore di Dio sono in grado di cambiare le regole e la qualità delle relazioni e anche le strutture sociali: sono persone capaci di portare pace dove ci sono conflitti, di costruire e coltivare rapporti fraterni dove c'è odio, di cercare la giustizia dove domina lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Solo l'amore è capace di trasformare in modo radicale i rapporti che gli esseri umani intrattengono tra loro. Inserito in questa prospettiva, ciascun uomo di buona volontà può intravedere i vasti orizzonti della giustizia e dello sviluppo umano nella verità e nel bene.

5 L'amore ha davanti a sé un vasto lavoro al quale la Chiesa vuole contribuire anche con la sua dottrina sociale, che riguarda tutto l'uomo e si rivolge a tutti gli uomini. Tanti fratelli bisognosi attendono aiuto, tanti oppressi attendono giustizia, tanti disoccupati attendono lavoro, tanti popoli attendono rispetto: « È possibile che, nel nostro tempo, ci sia ancora chi muore di fame? chi resta condannato all'analfabetismo? chi manca delle cure mediche più elementari? chi non ha una casa in cui ripararsi? Lo scenario della povertà può allargarsi indefinitamente, se aggiungiamo alle vecchie le nuove povertà, che investono spesso anche gli ambienti e le categorie non prive di risorse economiche, ma esposte alla disperazione del non senso, all'insidia della droga, all'abbandono nell'età avanzata o nella malattia, all'emarginazione o alla discriminazione sociale. ... E come poi tenerci in disparte di fronte alle prospettive di un dissesto ecologico, che rende inospitali e nemiche dell'uomo vaste aree del pianeta? O rispetto ai problemi della pace, spesso minacciata con l'incubo di guerre catastrofiche? O di fronte al vilipendio dei diritti umani fondamentali di tante persone, specialmente dei bambini? ».4

6 L'amore cristiano spinge alla denuncia, alla proposta e all'impegno di progettazione culturale e sociale, ad una fattiva operosità, che sprona tutti coloro che hanno sinceramente a cuore la sorte dell'uomo ad offrire il proprio contributo. L'umanità comprende sempre più chiaramente di essere legata da un unico destino che richiede una comune assunzione di responsabilità, ispirata da un umanesimo integrale e solidale: vede che questa unità di destino è spesso condizionata e perfino imposta dalla tecnica o dall'economia e avverte il bisogno di una maggiore consapevolezza morale, che orienti il cammino comune. Stupiti dalle molteplici innovazioni tecnologiche, gli uomini del nostro tempo desiderano fortemente che il progresso sia finalizzato al vero bene dell'umanità di oggi e di domani.


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Finalmente i cristiani diventano una priorità...!

Finalmente una buona notizia! Dopo molto tempo di indecisione e di silenzio, finalmente abbiamo avuto una presa di posizione da parte del Parlamento Europeo, sulle persecuzione contro i cristiani in Iraq. 
Purtroppo, sono giorni duri per i nostri fratelli iracheni e abbiamo bisogno che la società civile si renda conto dell'orrore causato dalla repressione e dalla mancanza di libertà religiosa. Lo stesso Papa Benedetto XVI si è soffermato recentemente sull'importanza fondamentale che riveste la libertà di religione, all'interno di ogni sistema sociale: infatti, non vi può essere una civiltà evoluta se non vi è una vera quanto garantita libertà di religione che si deve tradurre in una concreto mancanza di discriminazione o di repressione o di intolleranza. 
Per questo apprendiamo con gioia la presa di posizione dell'Unione Europea attraverso l'Europarlamento, sperando che tale risoluzione venga accompagnata da misure ed atti concreti per la cessazione del clima di persecuzione a Baghdad, e non solo (visto che i cristiani perseguitati sono più di 50 milioni nel mondo). Speriamo sia questo il primo passo verso una società tollerante e rispettosa della fede religiosa, anche se minoranza. Ecco l'articolo dal sito dell'UCCR:

Il filosofo ateo Bernard -Henry Lèvy aveva fatto un appello dalle colonne del Corriere della Sera il 17/11/10: «i cristiani formano oggi, su scala planetaria, la comunità più costantemente, violentemente e impunemente perseguitata [...] Esiste oggi un permesso di uccidere quando si tratta dei fedeli del “papa tedesco”? Un permesso di opprimere, umiliare, martirizzare? Ebbene no. Oggi bisogna difendere i cristiani». Sembra proprio che il Parlamento Europeo si sia deciso di dare ascolto all’ennesima presa di posizione. Così pochi giorni fa l’Europarlamento ha approvato, col voto di tutti i gruppi politici, una risoluzione che, condannando i massacri di cristiani iracheni, impegna i governi dell’Ue a premere sui dirigenti di Baghdad perché vengano intensificati «in modo drastico gli sforzi per proteggere i cristiani e le comunità più vulnerabili». Alla rappresentante per la politica estera dell’Ue, Catherine Ashton, viene chiesto di considerare una priorità la sicurezza dei cristiani e di comportarsi in conseguenza. Promotore dell’iniziativa, con il gruppo Ppe di cui fa parte, Mario Mauro che ha espresso «grande soddisfazione» per il voto. In una dichiarazione -ripresa da Avvenire- con il capofila degli eurodeputati Pd David Sassoli, Mario Mauro – che è presidente degli eurodeputati del Pdl, vicepresidente dell’Europarlamento e rappresentante dell’Osce per la lotta alle discriminazioni contro i cristiani – ha sottolineato che la risoluzione «esprime la forte unità dell’Assemblea in difesa dei diritti fondamentali, chiedendo al governo iracheno di agire subito per la difesa della comunità cristiana irachena e per la libertà di religione, ed è anche un chiaro impegno contro la pena di morte chiedendo la sospensione dell’esecuzione di Tarek Aziz». «Il dato politico importante – ha detto ancora Mauro – è che il Parlamento nella sua interezza, oltre a condannare con forza gli attacchi, chiede che venga ristabilito in Iraq lo stato di diritto sulla base del principio della libertà religiosa, che è alla base di tutte le altre libertà, alla base di ogni sistema democratico ed è contenuto nella Costituzione del Paese» (su Il Sussidiario lo stesso Mario Mauro descrive nei dettagli la questione).

Commenti di piena soddisfazione per il contenuto e la forma unitaria del voto sono venuti egualmente da sinistra. A nome dell’intero gruppo di parlamentari Pd, di cui è presidente, Patrizia Toia ha annunciato il voto favorevole dichiarando che «la condanna a morte di Tareq Aziz, insieme a due altri ex funzionari, le uccisioni dei cristiani iracheni a Mosul e gli attacchi ai luoghi di culto cristiano non lasciano indifferente il Parlamento europeo, da sempre sensibile in prima linea per garantire il rispetto dei diritti fondamentali».


FONTE
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domenica 5 dicembre 2010

Un buon politico cristiano

Continuiamo il nostro cammino alla scoperta degli elementi fondamentali di una buona politica: oggi vediamo come dovrebbe essere un buon politico cristiano, attraverso le parole di Monsignor Tommaso Stenico:

Ci sono politici che onorano il proprio cristianesimo anche in politica? Quando affermano di orientarsi all’umanesimo cristiano, che cosa sottintendono? E di fronte a scelte quali la bioetica, l’aborto, l’eutanasia, il testamento biologico, la politica famigliare, le coppie omosessuali ... seguono la dottrina sociale o morale della Chiesa? E quando si parla di bene comune sanno che cosa significhi? La dottrina sociale cristiana non offre soluzioni tecniche ai problemi politici, ma assicura che tali soluzioni si possono trovare in mondo coerente e finalizzato al bene, fornendo “il senso del senso” e stimolando le persone a proseguire nella ricerca e nell’impegno per migliorare questo mondo. Il principio cardine dell’etica sociale è la dignità di ogni essere umano. Lo scopo precipuo della politica è il raggiungimento del bene comune. E un elemento essenziale del bene comune è la sua comunitarietà, vale a dire, la sua estensione ...

a tutte le persone e a tutti i settori della società: tutti, secondo le proprie condizioni, hanno il dovere di partecipare alla sua edificazione e il diritto di usufruirne.
La finalità del bene comune è, pertanto, quella di aiutare e facilitare la realizzazione di ogni persona umana, affinché essa sia di più, e progredisca secondo l’integra verità dell’uomo. Il bene comune non è la semplice somma degli interessi particolari, ma implica la loro valutazione e composizione, in base ad un’equilibrata gerarchia di valori e, in ultima analisi, ad un’esatta comprensione della dignità e dei diritti umani.

E’ vero che, in materia etica, la comunità cristiana non può imporre allo Stato le proprie posizioni, ma deve testimoniarle con la forza di una convinzione profonda, che metta in crisi le scelte di comodo. Ognuno ha il diritto di esercitare la propria libertà, ma nessuno può esigere il silenzio su argomenti in cui sono in gioco i valori più alti.

Forse che i politici cristiani preferiscono nascondersi dietro la vexata quaestio della laicità dello Stato, ovviamente mal compresa e pessimamente coniugata?
A ben vedere solo il cristianesimo è stato in grado di introdurre il principio di laicità nella storia: se il cristianesimo tradisce l’idea di laicità tradisce se stesso, si deforma e diventa fondamentalista. Ma, allo stesso modo, se la laicità non prende sul serio il cristianesimo tradisce se stessa, si deforma e si perde. La verità del mondo appartiene a tutti noi insieme; il laicismo, rifiutando di capire cosa è bene e cosa male, è destinato al suicidio.

Ovviamente non basta invocare l’umanesimo cristiano, ma avere la consapevolezza che esso fonda (e non potrebbe che essere così!) nel magistero della Chiesa e nella teologia.
Contrariamente all’Islam, il cristianesimo non ha alcun programma politico concreto. Si tratta di accogliere quell’invito evangelico assai complesso a “essere perfetti” (Mt 5,48), a praticare già qui in terra “la giustizia nuova” (Mt 5,20) del Regno.

«La Chiesa ha un’alta stima per la genuina azione politica; la dice “degna di lode e di considerazione” (Gaudium et spes, n. 75), l’addita come “forma esigente di carità” (Octogesima adveniens, n. 46).

Credo che i politici cristiani dovrebbero avere una maggiore audacia e un maggior coraggio – dove sono queste virtù nella politica italiana? per dire “no” quando la dignità della persona umana è conculcata o quando i principi dell’ “umanismo cristiano” son ridicolizzati.

I politici cristiani sono sottoposti oggi a molteplici tentazioni. Confondere, ad esempio il pluralismo legittimo con l’indifferentismo o il relativismo etico.
In questi ultimi tempi si è assistito a una indecente ritirata da parte dei politici cristiani davanti alla assunzione di responsabilità in ordine ai temi etici.
Tutto per non passare come illiberali o assuefatti alla Chiesa.

Ma la fede cristiana è necessariamente politica: è un’illusione volerla rinchiudere nella naftalina delle sacrestie; il messaggio di Gesù sgretola i muri alzati a protezione dei propri privilegi.

mons. Tommaso Stenico

FONTE
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Comprare la vita di una cristiana

 Maulana Yousef Qureshi, imam di una moschea della città di Peshawar in Piakista, ha offerto una ricompensa di 5800 dollari a chi uccide Asia Bibi, condannata a morte per blasfemia ma in attesa di grazia.

La sentenza comminata alla donna ha rinnovato le discussioni sulla legge sulla blasfemia in vigore nel paese islamico. Tal elegge è uno spunto per perseguitare le minoranze non islamiche del paese, circa il 4 per cento su una popolazione di 170 milioni di persone. Qureshi è ovviamente contrario a ogni possibilità di abolire tale legge: “Resisteremo fortemente contro ogni tentativo del governo di abolire o cambiare la legge sulla blasfemia”.
Se Asia Bibi dovesse essere graziata, in molti hanno chiesto che venga uccisa comunque, tra cui Qureshi: “Chiunque uccida Asia riceverà 500mila rupie di ricompensa” ha detto. L’imam ha parlato con l’agenzia Reuter spiegando che “ci aspettiamo di vederla impiccata e se ciò non succederò chiederemo ai mujahideen e ai talibani di ucciderla”. FONTE


Abbiamo già parlato di Asia Bibi e purtroppo lei è ancora nelle mani dei suoi aguzzini, per il solo motivo di aver psoto una domanda su che cosa Maometto avesse fatto per il mussulmano. Oggi apprendiamo di una notizia scioccante e cioè che un imam avrebbe messo sul piatto ben 5800 dollari per chi uccide Asia. Ora, è questa la religione di Dio? Come ci si può ergere a giudici se Dio non ci ha dato alcuno autorità per farlo? Ecco, Gesù diceva che dai frutti li riconosceremo: ed infatti, in quella terra martoriata vediamo cogliere frutti di morte, persecuzione, disperazione. Dov'è l'amore? Come possono pensare di convertire l'uomo se non sanno dimostrare né trasmettere l'amore di Dio Padre? 
E purtroppo, ancora una volta, è proprio il cristiano a dover patire e soffrire a causa della mano dell'empio che non accetta la verità. Forse, bastava semplicemente rispondere alla domanda di Asia: Gesù ha dato tutto sé stesso per noi, ma Maometto cosa ha dato all'uomo?
Speriamo che tutto finisca bene e che Asia possa tornare libera, come donna e come figlia di Dio perchè non è possibile vedere che ci siano ancora simili restrizioni alla libertà di religione, la quale è una libertà fondamentale che dovrebbe essere garantita in tutto il mondo. 
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sabato 4 dicembre 2010

La Chiesa nel mondo contemporaneo - I parte

Continuiamo questo nuovo cammino politichese attraverso la lettura di un nuovo documento cattolico e cioè la Costituzione Pastorale "Gaudiem et spes" di Papa Paolo VI. All'inizio potrà sembrare non attinente, ma nel proseguo scopriremo alcune linne fondamentali per capire come si dovrebbe muovere la classe politica, per creare un ordine che meglio serva l'uomo e aiuti i singoli e i gruppi ad affermare e sviluppare la propria dignità.:

PAOLO VESCOVO
SERVO DEI SERVI DI DIO
UNITAMENTE AI PADRI DEL SACRO CONCILIO
A PERPETUA MEMORIA

COSTITUZIONE PASTORALE
SULLA CHIESA NEL MONDO CONTEMPORANEO (1)
GAUDIUM ET SPES

PROEMIO

1. Intima unione della Chiesa con l'intera famiglia umana.
Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.

Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.

2. A chi si rivolge il Concilio.

Per questo il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l'azione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall'amore del Creatore: esso è caduto, certo, sotto la schiavitù del peccato, ma il Cristo, con la croce e la risurrezione ha spezzato il potere del Maligno e l'ha liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento.

3. A servizio dell'uomo.

Ai nostri giorni l'umanità, presa d'ammirazione per le proprie scoperte e la propria potenza, agita però spesso ansiose questioni sull'attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell'uomo nell'universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini. Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione più eloquente di solidarietà, di rispetto e d'amore verso l'intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare l'uomo, si tratta di edificare l'umana società.

È l'uomo dunque, l'uomo considerato nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l'uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione.

Pertanto il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione dell'uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre all'umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione.

Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità (2), a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito (3) .
 

 
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L'orrore del definire la vita umana, un tumore

Da qualche tempo, il sabato è divenuto per noi della Vigna, il giorno in cui ci dedichiamo alla lotta contro la piaga dell'aborto. Stiamo leggendo diverse testimonianze anonime che mostrano l'errore, il tremendo errore che si commette decidendo di abortire e di non voler quindi un figlio. Quest'ultima frase è devastante perchè si traduce in un rifiuto alla vita, quasi come se noi ci mettessimo nella posizione di giudicare se una vita deve venire al mondo o meno. Noi non siamo padroni delle vite altrui e abortire è invece sinonimo di un potere che noi non possediamo.
Nonostante quest'ovvia verità, c'è qualcuno che osa definire la vita nascente come un tumore. Questa è un'affermazione orribile, privo di tatto e sentimento umano, che denota la cattiveria, la mancanza di amore e l'acidità di chi è lontano da Dio. Infatti, solo un uomo che non conosce Dio può pronunciare simili orrori e speriamo che nessuno segua queste cose invece di seguire la via dell'amore e della vita. Ringraziamo il nostro amico Daniele per la collaborazione e per averci segnalato quest'articolo di Unione Cristiani Cattolici Razionali:

La nota femminista pro-aborto Florence Thomas ha pubblicato un resoconto del suo aborto illegale, eseguito all'età di 22 anni. Durante il racconto si rivolge disumanamente al suo bambino non ancora nato chimandolo "tumore". La questione ha scatenato un putiferio negli Stati Uniti. Nel racconto la Thomas descrive la sua relazione fuori dal matrimonio: «Mi ricordo le notti di calore e amore. Amore ogni notte, amore a mezzogiorno, e l'euforia di avere il mondo nelle nostre mani. E sì, abbiamo anche corso dei rischi». Dopo la pacchia, il "rischio" inevitabilmente si è trasformò in realtà e una nuova vita cominciò germogliare nel ventre della Thomas, la quale intervenì immediatamente per sopprimerla. Si rivolse ad un medico abortista (il quale verrà espulso dall'Associazione di ginecologi). La Thomas continua il racconto e afferma che dopo l'intervento si sentì «sollevata, Un sollievo immenso. Questo tumore se n'era andato e io potei tornare a vivere». La Thomas, fondatrice del gruppo abortista "Donna e Società", si è anche detta convinta che sia l'amore della madre e il suo punto di vista a rendere il feto una "persona umana". Esclude quindi che esso possa avere uno status a sè, indipendente dal giudizio degli altri. Nella cultura laicista esistono molte donne che, come la Thomas, paragonano la gravidanza ad un'infezione. Così l'aborto diventa di conseguenza la medicina da prendere per estirpare il "tumore". La notizia è apparsa su LifeNews e sempre sullo stesso sito ma in un altro articolo, Matthew Hoffman definisce queste persone come "psicopatiche", poiché secondo gli specialisti «questa definizione è molto più ampia dell'immagine evocata dalla cultura popolare. Uno psicopatico è qualcuno che è fondamentalmente privo di empatia umana, che vede gli altri esseri umani come meri oggetti di manipolazione. Lo psicopatico, secondo i professionisti, è fondamentalmente egoista, incapace di trascendere il proprio senso personale di sé per riconoscere la dignità degli altri». Non poteva trovare una descrizione più adatta per i profeti della cultura anticristiana.
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venerdì 3 dicembre 2010

I cattolici sono «soci fondatori» d’Italia

In occasione del X Forum del progetto culturale, in corso a Roma (fino al 4 dicembre, sul tema: “Nei 150 anni dell’Unità d’Italia. Tradizione e progetto”), il Cardinal Angelo Bagnasco è intervenuto con un interessante discorso sul contributo fondamentale apportato dalla Chiesa e dai cattolici alla formazione dell'Italia, durante i suoi centocinquant'anni di vita. E' importante leggere questa prolusione perchè rappresenta le linee fondanti del rapporto che il cristiano può e deve avere con la politica, per apportare il suo contributo all'interesse generale:

Il tema di questo Forum – «Nei 150 anni dell’unità d’Italia. Tradizione e progetto» – costituisce un invito a fare di questo importante anniversario non una circostanza retorica, ma l’occasione per un ripensamento sereno della nostra vicenda nazionale, così da ritrovare in essa una memoria condivisa e una prospettiva futura in grado di suscitare un «nuovo innamoramento dell’essere italiani, in una Europa saggiamente unita e in un mondo equilibratamente globale» (prolusione all’assemblea generale della Cei, 24 maggio 2010).

La ricorrenza vede la Chiesa unita a tutto il Paese nel festeggiare l’evento fondativo dello Stato unitario, e già questa constatazione è sufficiente per misurare la distanza che ci separa dalla «breccia di Porta Pia», l’importanza del cammino comune percorso e la parzialità di talune letture che enfatizzano contrapposizioni ormai remote. Il contributo dei cattolici all’unità del Paese è – del resto – ben noto e non si limita al periodo pre-unitario, ma si allarga anche alla fase successiva del suo sviluppo, come è stato di recente autorevolmente sottolineato dal Presidente della Repubblica, nel telegramma a me inviato lo scorso 3 maggio: «Anche dopo la formazione dello Stato unitario l’intero mondo cattolico, sia pure non senza momenti di attrito e di difficile confronto, è stato protagonista di rilievo della vita pubblica, fino ad influenzare profondamente il processo di formazione ed approvazione della costituzione repubblicana».

Vorrei dunque rileggere il contributo dei cattolici che, a giusto titolo, si sentono «soci fondatori» di questo Paese, alla luce delle sfide che siamo chiamati ad affrontare, per consentire a ciascuno di sentirsi parte di un «noi» capace in ogni tempo di superare interessi particolaristici, e di sprigionare energie insospettate e slanci di generosità.

L’Italia «prima» dell’Italia
Cogliere il contributo cristiano rispetto al destino del nostro Paese richiede una lettura della storia scevra da pregiudizi e seriamente documentata, lontana dunque tanto da conformismi quanto da revisionismi. In effetti, ben prima del 1861 la nostra realtà italiana, per quanto frammentata in mille rivoli feudali, poi comunali, quindi statali, aveva conosciuto una profonda sintonia in virtù dell’eredità cristiana. Ne è prova assai significativa la persona di san Francesco d’Assisi, cui si lega il ripetuto uso del termine Italia, ancora poco corrente nel Medioevo. Proprio in relazione a san Francesco, all’irradiazione della sua presenza, invece comincia ad avere sostanza quella che pure per lunghi secoli resterà soltanto un’espressione geografica, viva però di una corposissima identità culturale, spirituale e soprattutto religiosa. Accanto a san Francesco sono innumerevoli le figure – anche femminili, come santa Caterina da Siena – a dare un incisivo contributo alla crescita religiosa e allo sviluppo sociale e perfino economico della nostra Penisola. Da qui si ricava la constatazione che l’unico sentimento che accomunava gli italiani, a qualsiasi ceto sociale appartenessero e in qualunque degli Stati preunitari vivessero, era quello religioso e cattolico. Affermare questa origine dell’Italia non significa ingenuamente rimarcare diritti di primogenitura, ma solo cogliere la segreta attrazione tra l’identità profonda di un popolo e quella che sarebbe diventata la sua forma storica unitaria, per altro non senza gravi turbamenti di coscienza e, per lungo tempo, irrisolti conflitti istituzionali. È qui sufficiente accennare che al fondo di tali vicende vi era anche la principale preoccupazione della Chiesa di garantire la piena libertà e l’indipendenza del Pontefice, necessarie per l’esercizio del suo supremo ministero apostolico, e più in generale di scongiurare un «assoggettamento» della Chiesa allo Stato.

L’anniversario che ci apprestiamo a celebrare è, dunque, rilevante non tanto «perché l’Italia sia un’invenzione di quel momento, ossia del 1861, ma perché in quel momento, per una serie di combinazioni, veniva a compiersi anche politicamente una nazione che da un punto di vista geografico, linguistico, religioso, culturale e artistico era già da secoli in cammino» (cfr. prolusione all’assemblea generale della Cei, 24 maggio 2010). In altre parole, veniva generato un popolo. È di tutta evidenza che lo Stato in sé ha bisogno di un popolo, ma il popolo non è tale in forza dello Stato, lo precede in quanto non è una somma di individui ma una comunità di persone, e una comunità vera e affidabile è sempre di ordine spirituale ed etica, ha un’anima. Ed è questa la sua spina dorsale. Ma se l’anima si corrompe, allora diventa fragile l’unità del popolo, e lo Stato si indebolisce e si sfigura. Quando ciò può accadere? Quando si oscura la coscienza dei valori comuni, della propria identità culturale. Parlare di identità culturale non significa ripiegarsi o rinchiudersi, ma si tratta di non sfigurare il proprio volto: senza volto infatti non ci si incontra, non si riesce a conoscersi, a stimarsi, a correggersi, a camminare insieme, a lavorare per gli stessi obiettivi, ad essere «popolo». Lo Stato non può creare questa unità che è pre-istituzionale e pre-politica, ma nello stesso tempo deve essere attento e preservarla e a non danneggiarla. Sarebbe miope e irresponsabile attentare a ciò che unisce in nome di qualsivoglia prospettiva.

L’unità del Paese si fa attorno al «retto vivere»
A questo livello dunque – quello più profondo – si pone in primo luogo la presenza dinamica dei cattolici di ieri e di oggi. L’humus popolare nasce sul territorio e nella società civile, è il frutto delle relazioni delle varie famiglie spirituali di cui la società si compone. La religione in genere, e in Italia le comunità cristiane in particolare, sono state e sono fermento nella pasta, accanto alla gente; sono prossimità di condivisione e di speranza evangelica, sorgente generatrice del senso ultimo della vita, memoria permanente di valori morali. Sono patrimonio che ispira un sentire comune diffuso che identifica senza escludere, che fa riconoscere, avvicina, sollecita il senso di cordiale appartenenza e di generosa partecipazione alla comunità ecclesiale, alla vita del borgo e del paese, delle città e delle regioni, dello Stato.

Non è forse vero che quanto più l’uomo si ripiega su se stesso, egocentrico o pauroso, tanto più il tessuto sociale si sfarina, e ognuno tende a estraniarsi dalla cosa pubblica, sente lo Stato lontano? Ma – in forma speculare – è anche vero che quanto più lo Stato diventa autoreferenziale, chiuso nel palazzo, tanto più rischia di ritrovarsi vuoto e solo, estraneo al suo popolo. Si tratta di una circolarità da non perdere mai di vista, da fiutare nei suoi movimenti profondi non per rincorrere le inclinazioni del momento in modo demagogico e inutile, ma perché non si indebolisca quella unità di fondo che non è fare tutti le stesse cose, ma è un sentire comune circa le cose più importanti del vivere e del morire. È a questo livello di base – potremmo dire non ideologico ma ontologico – che si crea, resiste e cresce un popolo come anima dinamica dello Stato.

Vorrei, a titolo esemplificativo, richiamare sommessamente quanto le comunità cristiane di ogni epoca esprimono nel variegato tessuto sociale, iniziative religiose, culturali, caritative e formative nei vari ambiti. E così ricordare con gratitudine la vasta rete di associazioni e aggregazioni cooperative sia a livello religioso che laicale. La fede certamente non può essere mai ridotta a «religione civile», ma è innegabile la sua ricaduta nella vita personale e pubblica.

La religione però non è valorizzabile nella società civile solo per le sue attività assistenziali – orizzontalmente –, ma anche proprio in quanto religione, verticalmente. L’esperienza universale, infatti, per un verso documenta che l’apertura verso la trascendenza non è né sovrastruttura né questione esclusivamente individuale e privata, e d’altro verso attesta che l’approccio al mistero di Dio dà origine a cultura e civiltà. L’autocoscienza di una società – che si esprime anche nei suoi ordinamenti giuridici e statuali – è conseguenza dell’autocoscienza dell’uomo, cioè di come l’uomo si concepisce nel suo essere e nei suoi significati, e senza la prospettiva di una vita oltre la morte, la vita politica tenderà a farsi semplicemente organizzazione delle cose materiali, equilibrio di interessi, freno di appetiti individuali o corporativi, amministrazione e burocrazia.

A nessuno sfugge come la visione dell’uomo e della vita assuma, nella luce della fede cattolica, prospettive e criteri che creano uno specifico ethos del vivere: il Vangelo invita l’uomo a guardare al cielo per poter meglio guardare alla terra, invita a rivolgersi a Dio per scoprire che gli altri non sono solamente dei simili ma anche dei fratelli, ricorda che il pane è necessario, ma che non di solo pane l’uomo vive. Infine, la dignità della persona, che oggi le Carte internazionali riconoscono come un dato che precede la legislazione positiva, trova la sua incondizionatezza solo nella trascendenza, cioè oltre l’individuo e ogni autorità umana. È questo riferimento creatore e ordinatore che origina, fonda e garantisce il valore dell’uomo e il suo agire morale. Ed è il rispetto e la promozione di questa dignità che costituisce il nucleo dinamico e orientativo del «bene comune», scopo di ogni vero Stato. E alla definizione teorica, nonché alla realizzazione pratica del bene comune, il contributo dei cattolici non è stato certamente modesto.

Com’è noto, il Concilio Vaticano II definisce il bene comune come «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (Gaudium et Spes, 26). Ma che cos’è la perfezione dei diversi soggetti, perfezione alla quale sono ordinate le condizioni della vita sociale? È «il vivere retto» sia dei cittadini che dei loro rappresentanti. È la comunione nel vivere bene, cioè rettamente. Benedetto XVI è stato esplicito a questo proposito: «Lo sviluppo non sarà mai garantito compiutamente da forze in qualche misura automatiche e impersonali,… Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune. Sono necessarie sia la preparazione professionale sia la coerenza morale» (Caritas in veritate, 71). Non sono le strutture in quanto tali né il semplice proceduralismo delle leggi a garantire <+corsivo>ipso facto<+tondo> il «retto vivere», ma la vita di persone rette che intendono lasciarsi plasmare dalla giustizia: giustizia che già san Tommaso definiva una «virtù generale» in quanto ha di mira l’attitudine sociale della persona, la quale non può essere circoscritta dai suoi bisogni e dalle sue esigenze particolari, ma è chiamata a farsi carico responsabilmente dell’insieme.

Nella sollecitudine per il bene comune rientra l’impegno a favore dell’unità nazionale, che resta una conquista preziosa e un ancoraggio irrinunciabile. In tale impegno, come sottolinea il presidente Napolitano, «nessuna ombra pesa sull’unità d’Italia che venga dai rapporti tra laici e cattolici, tra istituzioni dello Stato repubblicano e istituzioni della Chiesa cattolica, venendone piuttosto conforto e sostegno». È nel terreno fertile dello «stare insieme» che si impianta anche un federalismo veramente solidale: uno stare insieme positivo che non è il trovarsi accanto selezionando gli uni o gli altri in modo interessato, ma che è fatto di stima e rispetto, di simpatia, di giustizia, di attenzione operosa e solidale verso tutti, in particolare verso chi è più povero, debole e indifeso. Attenzione d’amore di cui Cristo, il grande samaritano dell’umanità, è modello, maestro e sorgente.

Lo sguardo fisso al Crocifisso, ovunque si trovi, richiama al senso della gratuità: il dono della sua vita, infatti, è la continua testimonianza del dono senza pretese. Quando in una società si mantiene la gioia diffusa dell’aiutarsi senza calcoli utilitaristici, allora lo Stato percepisce se stesso in modo non mercantile, e si costruisce aperto nel segno della solidarietà e della sussidiarietà. E da questo humus di base, che innerva i rapporti nei mondi vitali – famiglia, lavoro, tempo libero, fragilità, cittadinanza – che nasce quella realtà di volontariato cattolico e laico che fa respirare in grande e che è condizione di ogni sforzo comune, e di operosa speranza.

La Chiesa educa per il bene dell’Italia
Di questo modo di pensare, accanto alla famiglia – incomparabile matrice dell’umano - la società intera è frutto, cattedra e palestra. E in questa gigantesca ed entusiasmante opera educativa la Chiesa non farà mai mancare il suo contributo in continuità con la sua storia millenaria, consapevole di partecipare – oggi come allora – alla costruzione del bene comune. A questo proposito, gli «Orientamenti pastorali», recentemente pubblicati dalla nostra Conferenza episcopale, rappresentano una opportunità per mantenere o ricostituire il patrimonio spirituale e morale indispensabile anche all’uomo post-moderno.

L’annuncio integrale del Vangelo di Gesù Cristo è ciò che di più caro e prezioso la Chiesa ha da offrire perché non si smarrisca l’identità personale e sociale, e anche il miglior antidoto a certo individualismo che mette a dura prova la coesistenza e il raggiungimento del bene comune. «Educare alla vita buona del Vangelo» si inserisce peraltro nel cammino della Chiesa italiana che continua nel tempo la sua opera che è sempre un intreccio fecondo di evangelizzazione e di cultura. La Chiesa del resto educa sempre e inseparabilmente ai valori umani e cristiani, e oggi rappresenta, nel concreto delle nostre città e dei nostri centri, un riferimento affidabile soprattutto per i ragazzi e i giovani. A questi soprattutto il mondo degli adulti deve poter offrire un esempio e una risposta credibili, contrastando quella «cultura del nulla» che è l’anticamera di una diffusa «tristezza». Ma non dobbiamo dimenticare che la cultura non è una entità astratta, in qualche misura dipende da ciascuno di noi, singoli e gruppi.

Possiamo dire che la cultura siamo noi: se gli stili di vita, gli orientamenti complessivi, le leggi hanno un notevole influsso sulla formazione dei giovani – ma anche degli adulti! – sia in bene che in male, è anche vero che se ogni persona di buona volontà pone in essere comportamenti virtuosi, e questi si allargano grazie a reti positive che si sostengono e si propongono, l’ambiente in generale può migliorare. All’interno di questa stagione di rinnovato impegno educativo, si colloca pure quello che mi ero permesso di confidare come «un sogno», di quelli che si fanno ad occhi aperti. Infatti, senza voler affatto disconoscere quanto di positivo c’è già e anzi con la cooperazione scaturente dalle esperienze già presenti sul campo, formulavo l’auspicio che possa sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che sentono la cosa pubblica come fatto importante e decisivo, che credono fermamente nella politica come forma di carità autentica perché volta a segnare il destino di tutti (cfr. prolusione al Consiglio permanente, 25 gennaio 2010). Alla luce di quanto determinante sia stato il contributo dei cattolici nella storia del nostro Paese torno a sottolineare questa necessità.

Puntuali e come sempre illuminanti risuonano le parole di Benedetto XVI nell’accomiatarsi dal presidente della Repubblica durante l’ultima visita compiuta dal pontefice il 4 ottobre 2008 al Palazzo del Quirinale: «Mi auguro… che l’apporto della comunità cattolica venga da tutti accolto con lo stesso spirito di disponibilità con il quale viene offerto. Non vi è ragione di temere una prevaricazione ai danni della libertà da parte della Chiesa e dei suoi membri, i quali peraltro si attendono che venga loro riconosciuta la libertà di non tradire la propria coscienza illuminata dal Vangelo. Ciò sarà ancor più agevole se mai verrà dimenticato che tutte le componenti della società devono impegnarsi, con rispetto reciproco, a conseguire nella comunità quel vero bene dell’uomo di cui i cuori e le menti della gente italiana, nutriti da venti secoli di cultura impregnata di cristianesimo, sono ben consapevoli».
 
Il Cardinal Angelo Bagnasco

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La vittoria della vita sulla morte

E' stata data notizia che il prossimo nove Febbraio sarà celebrata la “Giornata Nazionale degli Stati Vegetativi”. E' una ricorrenza che coincide con la morte di Eluana Englaro e quindi è molto significativa, anche se forse si commette un errore ad agganciare un tema così ampio, ad un singolo caso. 
Parlando di casi, ci siamo resi conto che i mass media non danno spazio alle guarigioni, ai fenomeni di reversione miracolosa di stati vegetativi mentre  tutti parlano volentieri della necessità dell'eutanasia legalizzata e della dignità dell'uomo. Allora, sfogliando la rete (che può essere, come vedete,anche veicolo di buone cose, se usata nel miglior modo) abbiamo trovato molti casi di guarigioni e di reversioni di questi stati vegetativi. Sulla Vigna, tempo fa, abbiamo visto il caso della malata di SLA completamente guarita dopo l'immersione nelle acque di Lourdes. Oggi, vediamo un caso diverso: un uomo dato per spacciato, che riesce ad aggrapparsi alla vita con tutte le forze, fino ad ottenere un vero e proprio miracolo che oggi lo rende un uomo simbolo della lotta per la vita. Infatti, c'è molta più dignità in questi uomini che lottano con tutte le forze pur di vivere piuttosto in coloro che cercano la morte, bestemmiando la vita come dono prezioso e incalcolabile.
Leggiamo questa storia di speranza e diffondiamo queste belle notizie affinché l'uomo capisca l'importanza della vita e l'immortalità della speranza e della fede:


La Provvidenza, o il caso per chi non crede, si è incaricata di dare un altro duro colpo ai sostenitori del suicidio assistito in Gran Bretagna. Lo ha fatto attraverso la vicenda della guarigione di Graham Miles, affetto dalla sindrome neurologica chiamata “locked-in” (imprigionato dentro), che lo ha paralizzato dalla testa ai piedi, costringendolo in quella condizione che i giudici della prima sezione civile della Corte d’Appello di Milano avrebbero considerato «vita non degna di essere vissuta», in quanto priva di una «pienezza di facoltà motorie e psichiche» (decreto 9 luglio 2008 sul caso Englaro).

Miles, che ora è un pensionato di 66 anni, non solo riesce a camminare e parlare, ma si è persino dedicato all’hobby delle corse automobilistiche al volante della sua Jaguard E-type.
La storia di quest’uomo merita di essere raccontata. Graham Miles, ingegnere nel settore energetico, viveva a Sanderstead, nel Surrey, con la moglie Brenda ed i figli Claire e Richard. Una splendida famiglia ed un’ottima professione.
E’ però il suo disordinato stile di vita - fumo eccessivo e stress da lavoro - a tradirlo, all’età di quarantanove anni. La sera del 2 dicembre 1993, durante il viaggio di ritorno a casa dall’ufficio, viene gravemente colpito da un ictus celebrale che determinerà la paralisi totale del suo corpo, ad eccezione degli occhi.
Trascorre sei mesi al Mayday University Hospital di Croydon e sei mesi in una struttura riabilitativa prima di essere mandato a casa. La diagnosi è di quelle che non lasciano scampo: paralisi totale irreversibile. Al punto che Miles percepisce di essere «left to die», lasciato morire dallo staff medico. Il racconto di quell'esperienza è davvero drammatico. «All’inizio - spiega Miles - il problema era riuscire a respirare, perché sebbene i muscoli involontari come il cuore ed i polmoni funzionassero, la paralisi del petto ostacolava la respirazione». Solo il suo ostinato desiderio di vivere è riuscito a fargli superare quell’incubo.

Poi, il miracolo. Sbalordendo prima di tutto gli stessi medici, Graham Miles ha clamorosamente smentito la sicumera degli specialisti che lo davano senza speranza, la stessa sicumera sulla presunta irreversibilità dimostrata dai giudici milanesi nel caso della povera Eluana Englaro. Colpisce, in realtà, il fatto che nonostante siano diversi e abbastanza frequenti i casi di guarigione dalla “locked-in syndrom” (mi viene in mente anche il caso di Kerry Pink reso noto agli inizi di agosto), i media preferiscano non parlarne.


La spinta ideologica pro-eutanasia, e gli interessi economici che la sostengono, è ancora troppo forte. Graham Miles, tra l’altro, era affetto dalla stessa identica sindrome che colpì il giornalista francese Jean-Dominique Bauby, autore nel 1997 delle celebri memorie intitolate Lo scafandro e la farlalla, da cui è stato tratto l’omonimo film di Julian Schnabel, premiato al festival di Cannes nel 2007.


Il caso di Graham Miles appare, inoltre, diametralmente speculare a quello di Tony Nicklinson, anche lui ingegnere e affetto da “locked-in syndrom” a causa di un ictus celebrale, il quale ha adito la Suprema Corte britannica per chiedere che la moglie Jane possa accompagnarlo nel suo ultimo viaggio in Svizzera, presso la clinica Dignitas specializzata in eutanasia, senza che essa venga incriminata secondo le leggi inglesi. E’ interessante vedere come due uomini della stessa provenienza culturale, della medesima professione, di identica condizione sociale, colpiti entrambi alla stessa età di 49 anni da un evento tragico, possano avere una reazione così diversa.

Uno che combatte ostinatamente per vivere, spinto da una forza misteriosa capace di sconfiggere la malattia, ed uno che invoca la morte, imprecando contro la vita («sono stufo di vivere e non sono affatto grato ai medici che mi hanno salvato la vita; se potessi tornare indietro, non chiamerei mai più quella maledetta ambulanza»). Questa differenza mi ha fatto venire in mente la domanda posta da mons. Giussani nella sua opera Il Senso Religioso: «Non è più vero e grande amare l’Infinito, che bestemmiare la vita, il destino?». Graham Miles ci ha dato la risposta a quest’interrogativo. E ha anche dimostrato che i miracoli possono sempre accadere.

Gianfranco Amato
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giovedì 2 dicembre 2010

Discorso del Cardinal Bertone in seno all'OSCE

Davanti ai 56 capi di Stato o di governo dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) riuniti nella capitale kazaka Astana, il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, rilegge i dieci principi dell’Atto finale di Helsinki: la “Magna Charta” scritta nel 1975 per costruire – da «Vancouver a Vladivostok» – una pace basata sulla cooperazione degli individui e il rispetto di alcuni imperativi etici. (Avvenire).
Pubblichiamo il testo integrale del discorso del Cardinal Bertone che si sofferma sulla necessità che sia riconosciuta libertà religiosa perchè essa è compatibile anche con diversi sistemi sociali: questo alla luce della marginalizzazione del cristianesimo e di una, a volte velata, discriminazione dei cattolici, in alcuni ambienti:

Signor Presidente,

Eccellenze,

1. Desidererei innanzitutto esprimere la mia gratitudine al Presidente del Kazakhstan per la gentile e cordiale accoglienza riservata a tutte le Autorità, in occasione di questo Incontro al Vertice dei Capi di Stato o di Governo dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa – il primo del ventunesimo secolo. Grazie anche per la squisita ospitalità, testimoniata in molti modi! La mia gratitudine va inoltre alle Autorità amministrative del Kazakhstan, come pure a quanti hanno preparato la riunione e ne hanno curato i dettagli organizzativi: a tutti e a ciascuno va l’espressione della più viva riconoscenza da parte della Santa Sede.

Un particolare ringraziamento va tributato alla Presidenza in esercizio kazaca, che con perseveranza e grande impegno è riuscita a convincere gli Stati partecipanti dell’utilità di questo passo e che con il suo lavoro instancabile ha creato i presupposti perché esso possa favorire decisioni politiche importanti per l’Organizzazione.

2. Il Kazakhstan è un Paese carico di secoli di storia, che sa quanto la pace sia importante e urgente! Per conformazione geografica, esso è Terra di confine e di incontro. Qui, in queste sconfinate steppe, si sono incontrati e continuano a incontrarsi pacificamente uomini e donne appartenenti ad etnie, culture e religioni diverse. Non posso non ricordare le parole del grande pensatore e poeta kazaco Abai Kunanbai: «L’umanità ha come principio l’amore e la giustizia, esse sono il coronamento dell’opera dell’Altissimo» (I detti, cap. 45).

In un certo senso, tali principi dell’amore e della giustizia stanno alla base dell’Atto Finale di Helsinki, di cui ricorre quest’anno il trentacinquesimo anniversario. Il suo Documento Finale è uno degli strumenti più significativi del dialogo internazionale. I trentacinque Paesi firmatari raggiunsero infatti un accordo fondamentale; la pace non è assicurata solo quando le armi tacciono; è piuttosto il risultato della cooperazione degli individui da una parte e delle società stesse dall’altra, ed è anche il risultato del rispetto di alcuni imperativi etici.

I famosi «dieci principi» che aprono il Documento Finale costituiscono la base sulla quale i popoli d’Europa, che sono stati per anni vittime di guerre e divisioni, hanno voluto consolidare e preservare la pace, in modo tale da permettere alle generazioni future di vivere nell’armonia e nella sicurezza. Gli autori del documento finale hanno compreso chiaramente che la pace sarebbe molto precaria senza una cooperazione proficua tra le nazioni e tra i singoli, senza una migliore qualità della vita e senza la promozione dei valori che essi hanno in comune.

Signor Presidente!

3. Quanto sono attuali tali «dieci principi»! Non v’è dubbio infatti che, accanto agli innegabili progressi conseguiti, esistono settori in cui l’affievolirsi della reciproca fiducia tra Stati partecipanti ha impedito il raggiungimento di obiettivi più ambiziosi. È su questi settori che devono concentrarsi gli sforzi del Vertice per offrire precise indicazioni sulle quali sviluppare le attività dell’OSCE nel 2011 e negli anni a venire.

Per quanto attiene alla prima dimensione, quella politico-militare, non possiamo che felicitarci del fatto che, negli oltre dieci anni trascorsi dall’ultimo Vertice di Istanbul, le minacce tradizionali alla sicurezza che avevano caratterizzato gli anni precedenti si siano indebolite, in quanto efficacemente contrastate dall’attuazione di importanti strumenti sul Controllo degli Armamenti e sulle Misure di Fiducia e di Sicurezza.

Tuttavia, la situazione degli armamenti (forze in campo, dottrine di impiego, organizzazione e nuove tecnologie degli armamenti) è evoluta ed è quindi appropriato che questo Vertice ne prenda atto, impegnando gli Stati partecipanti a negoziare migliorie ed aggiornamenti degli strumenti esistenti e ad idearne, se del caso, di nuovi. Ci riferiamo naturalmente alla rivitalizzazione del Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa (CFE), ad un completo riesame del Documento di Vienna 1999 e, perché no, ad eventuali sviluppi del Codice di Condotta sugli aspetti politico-militari della Sicurezza.

Un importante lavoro propedeutico in questa direzione è stato compiuto dal Foro per la Cooperazione in materia di Sicurezza (FSC) sotto la competente guida delle varie Presidenze che si sono succedute, da ultimo quella dell’Irlanda, alle quali va tutto il nostro plauso. Questo ci rende ottimisti per ulteriori progressi.

Altrettanto, se non maggiore impulso, devono ricevere gli sforzi atti a risolvere i conflitti protratti che, pur nella loro dimensione localizzata, rappresentano una grave minaccia alla sicurezza ed alla stabilità dell’intera area OSCE.

Vanno anche affinate le potenzialità dell’Organizzazione, limitatamente ai settori in cui essa può fornire un originale contributo, nella lotta alle minacce rappresentate dal terrorismo. Do atto al Segretariato degli sforzi che sta compiendo al riguardo tramite le sue Unità specializzate e concordo sull’opportunità di un più stretto coordinamento.

Auspico infine che ricevano ulteriore sostegno quelle attività che, in maniera più immediata, incidono sulla sicurezza dei cittadini, quali l’eliminazione della minaccia rappresentata dalle Armi Leggere e di Piccolo Calibro (SALW) e dai Depositi di Munizioni Convenzionali (SCA), la lotta alle Armi di Distruzione di Massa (WMD) e la tutela dell’ambiente cibernetico.

Signor Presidente!

4. L’Atto Finale di Helsinki ha riconosciuto anche l’importanza dei fattori economici e ambientali per la pace, la sicurezza e la cooperazione.

Al riguardo, la Santa Sede non cessa di ribadire che obiettivo comune degli Stati dovrebbe essere la tutela e il rispetto della dignità umana che unisce l’intera famiglia umana, un’unità radicata nei quattro principi fondamentali della centralità della persona umana, della solidarietà, della sussidiarietà e del bene comune. Questi principi sono più che consoni al concetto comprensivo della sicurezza che è alla base della nostra Organizzazione e costituiscono un continuo richiamo di cui deve farsi carico la comunità politica.

Papa Benedetto XVI nella sua ultima Enciclica Caritas in veritate afferma: «La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell’etica sociale, quali la trasparenza, l’onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica. Ciò è un’esigenza dell’uomo nel momento attuale, ma anche un’esigenza della stessa ragione economica. Si tratta di una esigenza ad un tempo della carità e della verità» (N. 36).

Infatti, proprio la crisi economico-finanziaria ha mostrato l’importanza della dimensione etica per il settore economico-ambientale e la necessità di non trascurare i principi di solidarietà, di gratuità e della logica del dono anche nelle relazioni interstatali, per poter realizzare pace e sicurezza eque, giuste e durature. La Santa Sede ritiene che sia urgente introdurre una logica che metta la persona umana e, in particolare, la famiglia e le persone bisognose, come centro e fine dell’economia.

Il Vertice ci offre un’opportunità unica per affrontare le sfide odierne alla pace ed alla sicurezza, causate anche dai problemi economici e ambientali, e per riaffermare un approccio integrato all’attuazione di tutti i diritti dell’uomo, inclusi quelli economici e sociali. Vorrei qui richiamare il principio di solidarietà fra i popoli, essenziale per il progresso economico e sociale. La solidarietà implica anche l’impegno degli Stati a sviluppare la cooperazione, al fine di migliorare il benessere dei popoli e di contribuire al soddisfacimento delle loro aspirazioni. I vantaggi delle realizzazioni in campo economico, scientifico, tecnico, sociale, culturale e umanitario contribuiranno alla creazione di condizioni favorevoli per rendere tali vantaggi accessibili a tutti attraverso la riduzione dei divari nei livelli di sviluppo economico.

Un campo particolare in cui l’OSCE potrebbe intensificare le sue attività è quello della cooperazione tecnica e scientifica con la facilitazione del trasferimento delle tecnologie e del know-how nel campo dei trasporti, della gestione delle frontiere, della sicurezza energetica e di quella cibernetica.

Nel campo ambientale non può mancare un’attenzione all’acqua - una necessità fondamentale per la vita. Ad ogni essere umano dovrebbe essere assicurata la disponibilità di una sufficiente quantità di acqua di adeguata qualità. Una maggiore disponibilità di acqua significa più cibo, meno fame, salute migliore ed un generale stimolo ad uno sviluppo sostenibile.

La Santa Sede sostiene anche altri temi di cui tradizionalmente si occupa l’OSCE, inter alia, la promozione del buon governo, la lotta alla corruzione, la sicurezza e l’efficacia dei trasporti, la prevenzione delle catastrofi naturali, causate dall’uomo e dalla natura stessa, come anche la gestione dei flussi migratori, con un’attenzione particolare ai diritti dei migranti e delle loro famiglie.

Specialmente in questo tempo di crisi economica c’è la tendenza a dimenticare i diritti dei migranti. Dobbiamo ricordare, in ogni caso, che tutti gli esseri umani, senza alcuna eccezione, inclusi i migranti, sono dotati di diritti inalienabili che non possono, né essere violati, né tanto meno ignorati. Lo status di migrante non cancella la sua dignità umana. Inoltre, gli Stati devono agire in modo tale da assicurare ai lavoratori migranti legalmente residenti un giusto impiego e la sicurezza sociale. In riferimento ai diritti del migrante non possiamo dimenticare la famiglia. Essa ha un valore fondamentale nella costruzione di una qualsiasi società. La Santa Sede sottolinea, in particolar modo, il diritto di riunificare le famiglie, che gli Stati partecipanti si sono impegnati a facilitare nell’Atto Finale di Helsinki, nel Documento di Madrid del 1983 e nel Documento Finale di Vienna del 1989.

Signor Presidente!

5. Le discussioni alla base del Processo di Corfù hanno posto l’accento sul fatto che, nell’acquis che l’OSCE si è costruita negli anni, sono contenuti impegni di grande portata in favore della difesa delle libertà fondamentali e dei diritti umani, del diritto allo sviluppo umano integrale e del sostegno alla legge internazionale e delle istituzioni globali. La CSCE e l’OSCE hanno sempre avuto nelle loro rispettive agende la promozione e la protezione dei diritti umani. È la dignità della persona umana che motiva il desiderio della nostra Organizzazione a lavorare per la realizzazione effettiva di tutti i diritti umani.

Tra queste libertà fondamentali vi è il diritto alla libertà religiosa. Essa è divenuta un tema ricorrente nel contesto degli affari internazionali. Il problema è divenuto parte della cultura del nostro tempo, poiché i nostri contemporanei hanno imparato molto dagli eccessi del passato, e hanno capito che credere in Dio, praticando la religione e unendosi agli altri nell’esprimere la propria fede, non è una concessione elargita dallo Stato, ma un vero diritto fondato nella dignità stessa della persona umana. La libertà religiosa protegge la dimensione trascendentale dell’essere umano ed esprime il suo diritto di cercare Dio e di relazionarsi con Lui, sia come individuo, sia come comunità di credenti.

Gli sviluppi di questi ultimi anni e i progressi fatti nella stesura dei vari testi emanati dall’OSCE dimostrano, sempre più chiaramente, che la libertà religiosa può esistere in differenti sistemi sociali. Purtroppo, si nota una "crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambiti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore" (Discorso del Santo Padre alla società britannica, Westminster Hall, 17 settembre 2010)." L’idea della religione come forma di alienazione è smentita dalla costatazione che i credenti rappresentano un asse fondamentale a favore del bene comune.

La vita religiosa, quale fattore importante per la vita sociale e culturale dei Paesi, non è minacciata solo da restrizioni vessatorie, ma anche dal relativismo e da un falso secolarismo, che esclude la religione dalla vita pubblica. Ecco perché è di vitale importanza per i credenti partecipare liberamente al dibattito pubblico per presentare così una visione del mondo ispirata dalla loro fede. In questo modo essi contribuiscono alla crescita morale della società in cui vivono. Gli Stati partecipanti dell’OSCE hanno sempre più acquisito la consapevolezza che un franco confronto di idee e di convinzioni è condizione indispensabile per il loro sviluppo globale. Per questa ragione la zona da «Vancouver a Vladivostok» può a buon diritto aspettarsi dalle religioni un efficace contributo alla coesione sociale, alla sicurezza e alla pace.

Strettamente correlata alla libertà religiosa, laddove essa viene negata, si trovano l’intolleranza e la discriminazione a causa di motivi religiosi, in special modo quelle contro i Cristiani. È ampiamente documentato che i Cristiani sono il gruppo religioso maggiormente perseguitato e discriminato. Oltre 200 milioni di essi, appartenenti a confessioni diverse, si trovano in situazioni di difficoltà a causa di strutture legali e culturali.

La comunità internazionale deve combattere l’intolleranza e la discriminazione contro i Cristiani con la stessa determinazione con cui lotta contro l’odio nei confronti di membri di altre comunità religiose. E gli Stati partecipanti all’OSCE si sono impegnati a farlo. Nelle discussioni durante la Tavola Rotonda del marzo del 2009 è emerso chiaramente che l’intolleranza e la discriminazione contro i Cristiani si manifestano sotto forme diverse all’interno dell’intera area dell’OSCE. In alcuni Paesi esistono ancora leggi intolleranti e discriminatorie, decisioni e comportamenti, azioni e omissioni che negano questa libertà. Si registrano episodi ricorrenti di violenza e perfino assassinii di Cristiani. Restrizioni eccessive rimangono nei confronti della registrazione di Chiese e comunità religiose, come anche contro l’importazione e la distribuzione del loro materiale religioso. Ci sono anche interferenze illegittime nel campo della loro autonomia a livello organizzativo, che impediscono di agire in maniera coerente con le convinzioni morali. Talvolta viene esercitata una pressione eccessiva su persone impiegate nella pubblica amministrazione che ledono il diritto di seguire i dettami della propria coscienza con chiari segni di resistenza contro il riconoscimento del ruolo pubblico della religione L’educazione civica è carente nel rispettare l’identità e i principi dei Cristiani e dei membri di altre religioni. Neppure i mezzi di comunicazione e i discorsi pubblici sono sempre liberi da atteggiamenti d’intolleranza e, a volte, da vere denigrazioni nei confronti dei Cristiani e di membri di altre religioni. L’OSCE dovrebbe, quindi, sviluppare proposte effettive per combattere dette ingiustizie.

Signor Presidente,

La Santa Sede è stata sempre consapevole della gravità del crimine del traffico di esseri umani, una forma moderna di schiavitù. Proprio oggi ricorre la Giornata Mondiale per l’Abolizione della Schiavitù.

Tutti gli sforzi volti ad affrontare le attività criminali e a proteggere le vittime del traffico dovrebbero includere uomini e donne e porre i diritti umani al centro di tutte le strategie. Questo stesso approccio dovrebbe essere applicato ad altre forme di traffico, come le forme illecite di subappalto che traggono profitto da condizioni di lavoro basate sullo sfruttamento.

Il traffico di esseri umani è un problema pluridimensionale, sovente legato alla migrazione, ma va ben al di là dell’industria del sesso, comprendendo anche il lavoro forzato di uomini, donne e bambini in vari settori industriali e commerciali. Se da una parte il lavoro coatto è collegato alla discriminazione, alla povertà, agli usi locali, alla mancanza di terra e all’analfabetismo della vittima, dall’altra ha un nesso con il lavoro flessibile e a buon mercato. Le diverse forme di traffico richiedono misure e approcci distinti, volti a ridare dignità alle vittime.

Per prevenire il traffico di esseri umani oggigiorno si fa spesso ricorso a politiche d’immigrazione più severe, a maggiori controlli alle frontiere e alla lotta al crimine organizzato. Tuttavia, fin quando le vittime che sono state rimpatriate si ritrovano nelle stesse condizioni da cui hanno cercato scampo, il traffico non si interromperà facilmente. Quindi le iniziative anti-traffico devono mirare anche a sviluppare ed offrire possibilità concrete per sfuggire appunto al ciclo povertà-abuso-sfruttamento. Come affermato da Papa Benedetto XVI, nella sua Enciclica Spe salvi: «La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società» (N. 38).

Signor Presidente,

6. La Dichiarazione Finale del Vertice, come anche il Piano di Azione, attestano l’attualità dei "dieci principi" di Helsinki. Questi documenti rivelano al mondo che gli impegni concordati dell’OSCE sono forti e nobili, sono supportati da un solido mandato e dal principio del consenso. La Santa Sede riafferma questi impegni e incoraggia l’Organizzazione a rimanere ferma su di essi.

Mi sia permesso, Signor Presidente, concludere il mio intervento citando le parole di Papa Giovanni Paolo II in occasione della sua Visita Pastorale in Finlandia nel 1989. Rivolgendosi ai componenti dell’Associazione Paasikivi, disse: «Nel nobile compito di portare a termine il processo di Helsinki la Chiesa cattolica non mancherà di essere accanto a voi, al vostro fianco, in quel modo discreto che caratterizza la sua missione religiosa. Essa è infatti convinta della validità dell’ideale incarnato qui quattordici anni fa in un documento che per milioni di Europei è più di un documento finale: è un "atto di speranza!"».

Che l’Incontro al Vertice di Astana sia anche un «atto di speranza» per la nostra generazione!

La ringrazio, Signor Presidente!

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Storie di quotidiane resurrezioni...

Nelle scorse settimane abbiamo visto l'immane tragedia provocata dalla diffusione del virus del colera, in terra haitiana. Purtroppo è una brutta pagina della nostrra storia contemporanea, anche un pò troppo ridimensionata dai mass media. Ma è anche una pagina che mostra quotdianamente eroi, cioè persone che affrontano quella terribile situazione, solo per aiutare i bisognosi: è come se Haiti fosse piena di buoni Samaritani che si comportano proprio come il protagonista della parabola di Gesù. Ed è bello poter raccontare questi episodi di solidarietà, amore e carità. E fortunatamente c'è chi lo fa: il sito ilsussidiario.net, ha pubblicato il diario di un medico presente ad Haiti e ci ha colpito molto al punto che l'abbiamo salvato per condividerlo con tutti voi. Leggete e rendetevi conto di come si incarna la Parabola del Buon Samaritano, nei giorni difficili di Haiti:

giovedì 2 dicembre 2010

Carissimi tutti,
siamo stati qualche giorno senza internet, ma sopratutto senza il tempo materiale di aprire il computer quindi non mi sono fatta viva. È arrivato Omero Grava, amico dai tempi dell'università, a darci una mano, quindi un grande sollievo anche perché si può scambiare un'idea e un conforto.
Forse il numero dei malati sta un po’ diminuendo, ma arrivano ancora gravi. L'altro giorno mi sono commossa pensando a Madre Teresa, quando mi hanno chiamato per andare a prendere un uomo per la strada. L'infermiera di MSF con il loro autista sono stati molto bravi, subito non si capiva se era vivo o morto, poi lo abbiamo portato in ospedale, mentre sedevo vicino a lui prendendo il polso pensavo se sarei stata capace come Madre Teresa di lavarlo e pulirlo. Messo a letto e in flebo, si è un po’ ripreso e ha detto: Mesì. Che in creolo significa “grazie”.

Si fa quello che si può. Le infermiere haitiane vanno formate, c’è anche chi si sente di imparare e di accudire i malati (vomiti e diarree continue) che non è la cosa più facile. Dopo ogni vomito si sente chiamare: depusson!, non so come si scrive, all'inizio pensavo fosse il nome di una persona, invece è il disinfettatore che arriva con la pompa come quella per le piante, per decontaminare il secchio. Dovreste vedere i poveri ragazzi che lo fanno, fortunatamente hanno un certo humour!

Ieri ho fatto la mia prima notte, perché non c'era nessuno, così tra i malati mi sono goduta anche la luna e il fresco del mare. Chiaramente non ho dormito, ma durante la notte c'è sempre un rapporto diverso con la gente, sia malati che pazienti. Sono riuscita verso mezzogiorno ad andare a casa; ho lasciato Omero che se la cava bene, io con un gran mal di testa; ma stare un po’ a casa fa bene.

Siccome Worf Jeremie è uno dei pochi posti dove a Port-au-Prince c'e il colera, c'e un gran via vai di giornalisti, fotografi, Ong che vengono e vanno. Suor Marcella era andata a dormire, ieri pomeriggio, e mi ha lasciato il suo telefono per rispondere, così è capitata a me l'intervista di un quotidiano che volevano fare a lei. Noi sul lavoro però seguiamo i malati, lasciamo Marcella alle prese con i "curiosi" , sono molti quelli che aiutano, come una signora americana che ci ha portato un po’ di casse di acqua con le bottigliette piccole che diamo ad ogni paziente e non bastano mai.

(lettera successiva)

I malati stanno un po’ diminuendo, quindi stiamo disinfettando una alla volta le stanze e i letti, ma arrivano ancora dei ragazzotti molto gravi che sembrano morti e il giorno dopo risorti e anche bambini piccoli con cui si lotta per trovare le vene.
Ieri, approfittando di una certa calma e della presenza di Omero, sono andata a fare un giro a piedi a vedere i bambini mangiare nella mensa e tra le nuove case. Bello, ma quanto ancora da fare, soprattutto nel ricostruire l'umano, bimbi di pochi mesi abbandonati alle nonne che danno loro omogeneizzati invece di favorire l’allattamento al seno, anche per sottolineare quel gesto materno e di affetto che genera l’uomo fin dalla nascita, o altri che invece di dormire nudi sulla terra sono sul cemento del piccolo porticato di ogni casa.

Il posto, come dice Omero, potrebbe essere bellissimo, fresco sul mare (siamo ai Caraibi), ma tutto intorno discariche invece che spiaggia.
Sempre approfittando di Omero sono andata ad accompagnare con uno dei ragazzi di Marcella, a casa col taptap (famoso taxi camioncino tutto colorato), il nostro vecchietto preso sulla strada l’altro giorno, che dopo una settimana stava meglio, per essere sicura che vi arrivasse e che ci fosse qualcuno. Abita in una casa discreta e c'erano due signore (forse le figlie) che lo tenevano sulla porta, ho persino dovuto dire che non era colera, per paura che non lo facessero entrare, forse si sono spaventate di me bianca, ma poi sono state cordiali, lui ha ringraziato ancora moltissimo.

Aspettiamo i medici infettivologi dell’ospedale Sacco di Milano, poi vediamo come organizzare turni e passare le consegne e come metterci a dormire. Prevediamo 3 brandine in più nel soggiorno. Penso che Omero ed io ci trasferiremo negli appartamenti di AVSI, che purtroppo sono lontani da questo quartiere. Speriamo si adattino, anche loro come abbiamo fatto tutti noi. Omero lava i pazienti, insegna alle infermiere un po’ di "nursing" cioè di cura del malato. Sono cose semplici, ma solo la carità cristiana di un san Camillo o san Giuseppe Moscati sono capaci di fare senza essere sindacalisti. Mi commuovo quando qualcuna delle infermiere ci segue e fa insieme a noi.
Spesso ci chiediamo cosa serva tutto questo, ma la nostra coscienza che Lui viene, attraverso la nostra misera pelle, ci fa stare qui con umiltà e letizia.

(Chiara Mezzalira)
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mercoledì 1 dicembre 2010

Carità e Verità: Caritas in Veritate

Oggi, facciamo un balzo in avanti, attraverso la lettura della nuova Enciclica di Papa Benedetto XVI "Caritas in veritate". Quest'enciclica è stata la terza del pontificato di Benedetto XVI e si sofferma su temi molto attuali, come la crisi economica e vari temi di natura sociale. La sua lettura è molto importante poiché rivolta non solo ai fedeli, ma a tutti gli uomini di buona volontà, mostrando come un vero sviluppo umano si può ottenere solo attraverso la carità e la verità, due valori imprescindibili per una società più giusta, sotto tutti i punti di vista, e la cui mancanza ha portato il mondo nell'attuale situazione di crisi e povertà. 

LETTERA ENCICLICA
CARITAS IN VERITATE
DEL SOMMO PONTEFICE
BENEDETTO XVI
AI VESCOVI
AI PRESBITERI E AI DIACONI
ALLE PERSONE CONSACRATE
AI FEDELI LAICI
E A TUTTI GLI UOMINI
DI BUONA VOLONTÀ
SULLO SVILUPPO UMANO INTEGRALE
NELLA CARITÀ E NELLA VERITÀ


INTRODUZIONE - prima parte

1. La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera. L'amore — « caritas » — è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace. È una forza che ha la sua origine in Dio, Amore eterno e Verità assoluta. Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la sua verità ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (cfr Gv 8,32). Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità. Questa, infatti, « si compiace della verità » (1 Cor 13,6). Tutti gli uomini avvertono l'interiore impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai completamente, perché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo. Gesù Cristo purifica e libera dalle nostre povertà umane la ricerca dell'amore e della verità e ci svela in pienezza l'iniziativa di amore e il progetto di vita vera che Dio ha preparato per noi. In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la Verità (cfr Gv 14,6).

2. La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa. Ogni responsabilità e impegno delineati da tale dottrina sono attinti alla carità che, secondo l'insegnamento di Gesù, è la sintesi di tutta la Legge (cfr Mt 22,36-40). Essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici. Per la Chiesa — ammaestrata dal Vangelo — la carità è tutto perché, come insegna san Giovanni (cfr 1 Gv 4,8.16) e come ho ricordato nella mia prima Lettera enciclica, « Dio è carità » (Deus caritas est): dalla carità di Dio tutto proviene, per essa tutto prende forma, ad essa tutto tende. La carità è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua promessa e nostra speranza.

Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l'irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali. Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della « veritas in caritate » (Ef 4,15), ma anche in quella, inversa e complementare, della « caritas in veritate ». La verità va cercata, trovata ed espressa nell'« economia » della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio.

3. Per questo stretto collegamento con la verità, la carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica. Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l'intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione. Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell'amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale. Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme « Agápe » e « Lógos »: Carità e Verità, Amore e Parola.

4. Perché piena di verità, la carità può essere dall'uomo compresa nella sua ricchezza di valori, condivisa e comunicata. La verità, infatti, è “lógos” che crea “diá-logos” e quindi comunicazione e comunione. La verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La verità apre e unisce le intelligenze nel lógos dell'amore: è, questo, l'annuncio e la testimonianza cristiana della carità. Nell'attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l'adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale. Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività.

5. La carità è amore ricevuto e donato. Essa è « grazia » (cháris). La sua scaturigine è l'amore sorgivo del Padre per il Figlio, nello Spirito Santo. È amore che dal Figlio discende su di noi. È amore creatore, per cui noi siamo; è amore redentore, per cui siamo ricreati. Amore rivelato e realizzato da Cristo (cfr Gv 13,1) e « riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo » (Rm 5,5). Destinatari dell'amore di Dio, gli uomini sono costituiti soggetti di carità, chiamati a farsi essi stessi strumenti della grazia, per effondere la carità di Dio e per tessere reti di carità.

A questa dinamica di carità ricevuta e donata risponde la dottrina sociale della Chiesa. Essa è « caritas in veritate in re sociali »: annuncio della verità dell'amore di Cristo nella società. Tale dottrina è servizio della carità, ma nella verità. La verità preserva ed esprime la forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della storia. È, a un tempo, verità della fede e della ragione, nella distinzione e insieme nella sinergia dei due ambiti cognitivi. Lo sviluppo, il benessere sociale, un'adeguata soluzione dei gravi problemi socio-economici che affliggono l'umanità, hanno bisogno di questa verità. Ancor più hanno bisogno che tale verità sia amata e testimoniata. Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c'è coscienza e responsabilità sociale, e l'agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali.
 
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Quando è nato Gesù?

Oggi, primo Dicembre, entriamo ufficialmente nel mese natalizio, dedicato alla nascita del nostro Signore Gesù Cristo, in Terra di Betlemme! Ma, è davvero Dicembre il mese in cui Gesù è entrato nel nostro mondo terreno? Molti non ci credono, pensando che questo sia solo un mese convenzionalmente scelto dalla Chiesa e che dunque non corrisponde ad una verità storica.
Ma, contrariamente alla generalità dei pensieri, abbiamo la prova che Gesù sia effettivamente nato nel mese dicembrino. L'autore dell'articolo contenente una sensazionale scoperta è il prof. Michele Loconsole il quale è dottore in Sacra Teologia ecumenica, nonché Presidente dell’associazione internazionale ENEC (L’EUROPE – NEAR EAST CENTRE) e Vicepresidente della Fondazione Nikolaos e dell’Associazione Puglia d'Oriente. Vi invitiamo alla lettura per scoprirne le scoperte sensazionali che hanno confermato la scelta liturgica della Chiesa
:


Molti si interrogano se Gesù sia nato veramente il 25 dicembre. Ma cosa sappiamo in realtà sulla storicità della sua data di nascita? I Vangeli, come è noto, non precisano in che giorno è nato il fondatore del cristianesimo.

E allora, come mai la Chiesa ha fissato proprio al 25 dicembre il suo Natale? È vero, inoltre, che questa festa cristiana - seconda solo alla Pasqua - è stata posta al 25 dicembre per sostituire il culto pagano del dio Sole, celebrato in tutto il Mediterraneo anche prima della nascita di Gesù?

Cominciamo col dire che il solstizio d’inverno – data in cui si festeggiava nelle culture politeiste il Sol Invictus - cade il 21 dicembre e non il 25.

In secondo luogo è bene precisare che la Chiesa primitiva, soprattutto d’Oriente, aveva fissato la data di nascita di Gesù al 25 dicembre già nei primissimi anni successivi alla sua morte.

Dato che è stato ricavato dallo studio della primitiva tradizione di matrice giudeo-cristiana - risultata fedelissima al vaglio degli storici contemporanei - e che ha avuto origine dalla cerchia dei familiari di Gesù, ossia dalla originaria Chiesa di Gerusalemme e di Palestina.

E allora, se la Chiesa ha subito fissato al 25 dicembre la nascita di Gesù, abbiamo oggi prove documentali e archeologiche che possono confermare la veneranda tradizione ecclesiale? La risposta è si.

Nel 1947 un pastorello palestinese trova casualmente una giara, semisepolta in una grotta del deserto di Qumran, un’arida regione a pochi chilometri da Gerusalemme. La località era stata sede della comunità monastica degli esseni, che oltre all’ascetismo praticava la copiatura dei testi sacri appartenuti ai loro antenati israeliti. I monaci del Mar Morto produssero in pochi decenni una grande quantità di testi, poi nascosti in grandi anfore per salvarli dall’occupazione romana del 70 d.C.

All’indomani della fortunata scoperta, archeologi di tutto il mondo avviarono una grande campagna di scavi nell’intera zona desertica, rinvenendo ben 11 grotte, che custodivano, da quasi venti secoli, numerosi vasi e migliaia di manoscritti delle Sacre Scritture israelitiche, arrotolati e ben conservati.

Tra questi importanti documenti, uno ci interessa particolarmente: è il Libro dei Giubilei, un testo del II secolo a.C.

La fonte giudaica ci ha permesso di conoscere, dopo quasi due millenni, le date in cui le classi sacerdotali di Israele officiavano al Tempio di Gerusalemme, ciclicamente da sabato a sabato, quindi sempre nello stesso periodo dell’anno.

Il testo in questione riferisce poi che la classe di Abia, l’VIII delle ventiquattro che ruotavano all’officiatura del Tempio - classe sacerdotale cui apparteneva il sacerdote Zaccaria, il padre di Giovanni Battista - entrava nel Tempio nella settimana compresa tra il 23 e il 30 settembre.

La notizia apparentemente secondaria si è rivelata invece una vera bomba per gli studiosi del cristianesimo antico. Infatti, se Zaccaria è entrato nel Tempio il 23 settembre, giorno in cui secondo il vangelo di Luca ha ricevuto l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele, che gli ha comunicato - nonostante la sua vecchia età e la sterilità della moglie Elisabetta - che avrebbe avuto un figlio, il cui nome sarebbe stato Giovanni, questo vuol dire che il Precursore del Signore potrebbe essere nato intorno al 24 giugno, nove mesi circa dopo l’Annuncio dell’angelo.

Guarda caso gli stessi giorni in cui la Chiesa commemora nel calendario liturgico, già dal I secolo, sia il giorno dell’Annunciazione a Zaccaria che la nascita di Giovanni.

Detto ciò, Maria potrebbe avere avuto la visita, sempre di Gabriele, giorno dell’Annunciazione, proprio il 25 marzo. Infatti, quando Maria si reca da sua cugina Elisabetta, subito dopo le parole dell’Arcangelo, per comunicare la notizia del concepimento di Gesù, l’evangelista annota: “Elisabetta era al sesto mese di gravidanza”.

Passo evangelico che mette in evidenza la differenza di sei mesi tra Giovanni e Gesù. E allora, se Gesù è stato concepito il 25 marzo, la sua nascita può essere ragionevolmente commemorata il 25 dicembre, giorno più, giorno meno.

Se così stanno i fatti - e la fonte qumranica li documenta - possiamo affermare senza tema di smentita che grazie alla scoperta della prezioso testo, avvenuto appena sessant’anni fa, la plurimillenatria tradizione ecclesiastica è confermata: le ricorrenze liturgiche dei concepimenti e dei giorni di nascita, sia di Giovanni che soprattutto di Gesù, si sono rivelati pertanto compatibili con la scoperta archeologica del Deserto di Giuda.

Cosa sarebbe accaduto se, per esempio, avessimo scoperto che il sacerdote Zaccaria fosse entrato nel Tempio nel mese di marzo o di luglio? Tutte le date liturgiche che ricordano i principali avvenimenti dei due personaggi evangelici sopra citati sarebbero diverse da quelle indicate dalla tradizione ecclesiale. E subito gli scettici, strappandosi le vesti, avrebbero gridato al mondo intero che la Chiesa si è inventata tutto, compreso la data di nascita del suo fondatore.

Ma l’indagine non è ancora terminata! Alcuni detrattori della storicità della data del Natale al 25 dicembre hanno, infatti, osservato che in quel mese - cioè in pieno inverno - gli angeli non potevano incontrare in aperta campagna e di notte greggi e pastori a cui dare la lieta notizia della nascita del Salvatore dell’umanità.

Eppure, quanti sostengono questa ipotesi dovrebbe sapere che nell’ebraismo tutto è soggetto alle norme di purità. Secondo non pochi antichi trattati ebraici, i giudei distinguono tre tipi di greggi.

Il primo, composto da sole pecore dalla lana bianca: considerate pure, possono rientrare, dopo i pascoli, nell’ovile del centro abitato. Un secondo gruppo è, invece, formato da pecore la cui lana è in parte bianca, in parte nera: questi ovini possono entrare a sera nell’ovile, ma il luogo del ricovero deve essere obbligatoriamente al di fuori del centro abitato.

Un terzo gruppo, infine, è formato da pecore la cui lana è nera: questi animali, ritenuti impuri, non possono entrare né in città né nell’ovile, neppure dopo il tramonto, quindi costretti a permanere all’aperto con i loro pastori sempre, giorno e notte, inverno e estate.

Non dimentichiamo, poi, che il testo evangelico riferisce che i pastori facevano turni di guardia: fatto che appare comprensibile solo se la notte è lunga e fredda, proprio come quelle d’inverno. Ricordo che Betlemme è ubicata a 800 metri sul livello del mare.

Alla luce di queste considerazioni, possiamo ritenere risolto il mistero: i pastori e le greggi incontrati dagli angeli in quella santa notte a Betlemme appartengono al terzo gruppo, formato da sole pecore nere. Prefigurazione, se vogliamo, di quella parte della società, composta da emarginati, esclusi, derelitti e peccatori che tanto piacerà avvicinare al Gesù predicatore.

In conclusione, possiamo dunque affermare non solo che Gesù è nato proprio il 25 dicembre ma che i vangeli dicono la verità storica circa i fatti accaduti nella notte più santa di tutti i tempi: coloriamo di nero le bianche pecorelle dei nostri presepi e saremo più fedeli non solo alla storia quanto al cuore dell’insegnamento del Nazareno.

di Michele Loconsole*

ROMA, lunedì, 21 dicembre 2009 (ZENIT.org).
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