martedì 7 giugno 2011

Sulla strada verso il Referendum - Appello VOTA SI per fermare il nucleare

Come anticipato la scorsa Domenica, siamo pronti a sospendere la nostra programmazione consueta per dar voce al Referendum che si terrà Domenica 12 e Lunedì 13 Giugno. si votano quattro quesiti referendari che si riferisco al nucleare, alla privatizzazione dell'acqua e al legittimo impedimento. Chi vuole abrogare l'attuale legislazione che prevede il ritorno al nucleare, la possibilità di affidamento del servizio idrico a soggetti privati e la possibilità del legittimo impedimento per il Presidente del Consiglio dei Ministri, deve votare SI. Oggi leggiamo l'appello del Comitato Nazionale Vota Sì per fermare il nucleare:

Il 12 e il 13 giugno liberiamo l’Italia dal nucleare.

Abbiamo tutti l’opportunità di dare al Paese un futuro nuovo.


Il governo teme l’opinione degli italiani e sta facendo di tutto per impedire che si esprimano col referendum. Prima ha negato l’accorpamento con le amministrative (caricando così la spesa pubblica di ben 400 mln di euro), poi con la moratoria-truffa vorrebbe farci credere che il referendum è inutile. Non è così!

Oggi abbiamo la grande occasione di chiudere definitivamente l’avventura nucleare e aprire una nuova stagione energetica.

Noi non abbiamo le risorse finanziarie e mediatiche dei grandi operatori energetici e della lobby nucleare. Non possiamo fare campagne pubblicitarie da milioni di euro. Noi abbiamo due sole grandi forze: i fatti concreti della storia che ci danno ragione – da ultimo il dramma che sta vivendo il Giappone – e il grande numero di persone che non vogliono per sé e per i propri cari un futuro nucleare e che oggi si possono mobilitare strada per strada, sul web, con le radio e le tv locali. Una grande squadra al lavoro in ogni città, in ogni quartiere, in ogni paese per convincere gli italiani ad andare a votare il 12 e 13 giugno per fermare il nucleare.

In queste settimane siamo tutti rimasti sconvolti dal dramma degli abitanti del distretto di Fukushima, costretti ad abbandonare chissà per quanti anni le proprie abitazioni. Per i milioni di cittadini di Tokyo che ancora oggi vivono sotto l’incubo degli effetti nefasti della radioattività, per i valorosi che stanno sacrificando la propria vita per tentare di impedire che il disastro assuma dimensioni catastrofiche. E’ lo stesso copione di Cernobyl, eppure ci troviamo nel Paese più tecnologico del mondo, che comunque non è riuscito a garantire ai propri cittadini la sicurezza dal rischio nucleare. Il motivo è semplice: oggi non esiste tecnologia in grado di farlo.

E il nucleare non è pericoloso solo in caso di incidenti, lo è anche nella gestione ordinaria, come dimostra lo studio epidemiologico fatto realizzare dalla Repubblica Federale Tedesca, che ha verificato un’incidenza di leucemie nei bambini sotto i cinque anni che abitano entro i 5 km dalla centrale di 2,2 volte superiore alla media nazionale.

Ma ciò che è davvero inaccettabile è che il nucleare rappresenta un rischio del tutto inutile. Basti pensare che sommando l’energia elettrica prodotta dal fotovoltaico e dall’eolico dal 2009 al 2011 all’energia risparmiata in questi tre anni grazie alla detrazione fiscale del 55% per la riqualificazione energetica degli edifici si raggiunge la stessa quantità di energia elettrica che sarebbe prodotta da tre centrali nucleari EPR, come quelle che si vorrebbero costruire in Italia. Se non bastasse, il Paese ha oggi una potenza elettrica installata di più di 110.000 megawatt, mentre il picco di consumi prima della crisi, nel 2007, non ha superato i 57.000 megawatt. Tanto che persino il più grande tifoso del nucleare e persecutore delle rinnovabili, il ministro Romani, è stato costretto ad ammettere che per sosituire l’energia elettrica eventualmente prodotta dalle centrali nucleari italiane basterebbe un po’ di pompaggio nelle centrali idroelettriche esistenti per farle lavorare sempre a pieno regime!

Infine i costi. Molte agenzie private e pubbliche (da Moody’s al Dipartimento Energia dell’Amministrazione USA) dichiarano senza ombra di dubbio che nel 2020 il nucleare sarà la fonte energetica più cara in assoluto!

La vittoria dei Sì all’abrogazione della legge che fa tornare il nucleare in Italia sarebbe un grande segnale anche per l’Europa ed il mondo sviluppato, che dopo il grave disastro di Fukushima si sta seriamente interrogando sul destino del nucleare.

Noi, in Italia, siamo fortunati e avvantaggiati. Perché non abbiamo centrali sul nostro territorio. E sostenere, come alcuni in malafede fanno, che averle oltre confine, di là delle Alpi, non diminuisce il rischio è una grande bufala. Fukushima lo dimostra ancora un volta: gli incidenti nucleari creano il massimo del disastro nel territorio circostante, più si è lontani più si riducono i danni.
Siamo fortunati e avvantaggiati perché non dobbiamo sopportare i costi del decommissioning di nuove centrali e dello smaltimento di sempre nuove scorie – per quelle vecchie continuiamo a pagare: solo l’anno scorso 280 milioni di euro.- Scorie per le quali nessun paese al mondo ha trovato una soluzione definitiva. Tutto ciò si traduce anche in un vantaggio economico perché, come ammette persino il ministro Tremonti, non dobbiamo portare sulle nostre spalle il debito nucleare. Liberi di questo fardello, possiamo perciò concentrare tutti gli sforzi del paese nella rivoluzione energetica, che si è già avviata; nello sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica; nella produzione distribuita e nella ricerca e innovazione. Tutti cavalli di battaglia, nei prossimi anni, per creare nuovi posti di lavoro e costruire nuove filiere industriali capaci di competere sui mercati mondiali. Anche perché la lotta ai cambiamenti climatici obbligherà tutti i paesi sviluppati ad impegnarsi su questi terreni.

Allora perché insistere? Una volta tanto vogliamo essere lungimiranti?
Mentre nel mondo ci si interroga su come uscire dal nucleare, qualcuno ci vuole obbligare a cascarci dentro.

Il referendum del 12 e 13 giugno è una splendida occasione di democrazia, per alzare la voce nell’interesse di tutto il paese.
Mettiamoci la nostra energia, costruiamo ovunque comitati referendari, lanciamo iniziative, facciamo circolare le informazioni: per smascherare i trucchetti dei nuclearisti e far capire cosa davvero è più utile, sicuro e conveniente per gli italiani.

Votiamo Sì per fermare il nucleare.

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Referendum sul nucleare: Via libera della Consulta

La Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibile il quesito referendario sul nucleare riformulato dalla Cassazione dopo le modifiche contenute nel dl omnibus. I comitati referendari esultano, esprimendo in un comunicato:

"Dalla Consulta arriva l'ennesimo e definitivo stop alle pretese di un governo che con una mano lascia libertà di voto e con l'altra cerca con ogni mezzo di sabotare il referendum. Ora la parola passa ai cittadini [...] Dopo i dubbi strumentali avanzati dai nuclearisti sul nuovo quesito oggi si compie un altro decisivo passo verso il quorum: adesso pretendiamo che l'informazione pubblica e quella privata facciano sapere ai cittadini che domenica e lunedì, coi quesiti su acqua e nucleare, si decide della loro sicurezza e del loro futuro"

Un altro passo in avanti per la democrazia, spesso ostacolata da chi dovrebbe favorirne il progresso. Anche noi della Vigna uniamo la nostra voce a quella di quanti desiderano informare sull'importanza del Referendum che si terrà nei giorni 12 e 13 giugno. Pertanto invitiamo voi tutti a votare "Sì" per un'Italia sicura, libera e giusta. E' importante votare "Sì" ai quattro quesiti referendari perché vengano annullate le leggi a favore del nucleare, della privatizzazione dell'acqua e del legittimo impedimento. Votando "Sì" eviteremo gli impianti nucleari in Italia, permetteremo all'acqua di rimanere pubblica e non diventare oggetto di una vergognosa speculazione e occasione di profitto per i privati, e infine permetteremo alla legge di rimanere uguale per tutti poiché il legittimo impedimento è una vergognosa discriminazione. La Legge è uguale per tutti e deve essere uguale anche per il Presidente del Consiglio.

Dalla sezione italiana di Wikipedia leggiamo cosa si deve fare per l'abrogazione delle leggi che favoriscono nucleare, privatizzazione dell'acqua e legittimo impedimento e vediamo quali sono i testi dei quattro quesiti ai quali dovremo rispondere il 12 e 13 giugno:


Referendum abrogativi del 2011 in Italia

I referendum abrogativi del 2011 si terranno in Italia il 12 e 13 giugno 2011[1].
I seggi resteranno aperti dalle 8 alle 22 di domenica 12 giugno, e dalle 7 alle 15 di lunedì 13 giugno. Per votare è necessario presentare un documento di riconoscimento e la tessera elettorale, sulla quale è indicato il numero e l'indirizzo del seggio elettorale presso il quale votare. Come per ogni altra consultazione elettorale e referendaria nel caso di smarrimento o mancata ricezione della tessera elettorale, la stessa può essere richiesta all'ufficio elettorale del proprio comune anche negli orari in cui sono aperti i seggi. L'elettore ha la facoltà di votare per uno o alcuni dei quesiti referendari.
Affinché il referendum sia valido, deve recarsi alle urne il 50% più uno degli aventi diritto al voto. Se vince il SÌ, vengono abrogate le norme sottoposte a referendum, se vince il NO, rimangono in vigore le norme oggetto del quesito.
Gli elettori chiamati al voto sono 47.357.878, più 3.236.990 residenti all'estero. Il quorum da raggiungere per la validità della consultazione è del 50% più uno degli aventi diritto (25.297.435)[1].

L'iniziativa referendaria

I quesiti sui servizi idrici derivano da un'iniziativa civica promossa dal "Forum Italiano dei movimenti per l'acqua"[2].
I referendum sull'energia nucleare e sul legittimo impedimento sono stati promossi su iniziativa dell'Italia dei Valori.

La calendarizzazione

Da calendarizzare, secondo legge, tra il 15 aprile e il 15 giugno, i referendum abrogativi sono stati infine fissati per il 12 e 13 giugno.
In un primo momento, era stato proposto l'accorpamento al primo turno (15-16 maggio) o al turno di ballottaggio (29-30 maggio) delle elezioni amministrative. Tuttavia il Ministro degli Interni Roberto Maroni ha optato per la divisione delle due consultazioni, dichiarando che «il referendum si svolgerà il 12 e 13 giugno secondo una tradizione italiana che ha sempre distinto le due date»[3]. A favore dell'accorpamento si sono dichiarati invece i comitati promotori e l'opposizione parlamentare, denunciando una evitabile spesa di 300 milioni di euro[4].

I quesiti

Primo quesito

  • Colore scheda: rosso
  • Titolo: Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione
  • Descrizione: Il quesito prevede l’abrogazione di norme che attualmente consentono di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a operatori economici privati[1].

Testo del primo quesito
Volete voi che sia abrogato l'art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 recante «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria», convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall'art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante «Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia», e dall'art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante «Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea», convertito, con modificazioni, dalla legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?

Secondo quesito
  • Colore scheda: giallo
  • Titolo: Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma
  • Descrizione: Il quesito propone l’abrogazione delle norme che stabiliscono la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua, il cui importo prevede attualmente anche la remunerazione del capitale investito dal gestore[1].

Testo del secondo quesito
Volete voi che sia abrogato il comma 1 dell'art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante «Norme in materia ambientale», limitatamente alla seguente parte: «dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito»?
Terzo quesito
  • Colore scheda: grigio
  • Titolo: Abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare
  • Descrizione: Il quesito propone l’abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare[1].
Testo del terzo quesito
Volete voi che siano abrogati i commi 1 e 8 dell'articolo 5 del decreto-legge 31/03/2011 n.34 convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n.75?

Quarto quesito

  • Colore scheda: verde
  • Titolo: Abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale
  • Descrizione: Il quesito propone l’abrogazione di norme in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale[1].
Testo del quarto quesito
Volete voi che siano abrogati l'art. 1, commi 1, 2, 3, 5 e 6, e l'art. 2 della legge 7 aprile 2010, n. 51, recante «Disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza», quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 13-25 gennaio 2011 della Corte costituzionale?

***

Si conclude qui parte del testo presente sulla pagina Wikipedia Italia inerente ai Referendum abrogativi 2011. Non possiamo che invitarvi ancora una volta ad andare a votare, perché ciascuno di noi può cambiare il futuro dell'Italia. E' importante che venga raggiunto il quorum: in poche parole più siamo più aumentano le possibilità di avere in futuro un'Italia più libera, sicura, pulita e giusta.


Ancora una volta vi invitiamo a votare "Sì" e a diffondere la voce sull'importanza di questo Referendum.
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lunedì 6 giugno 2011

Un nuovo cammino - La Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica - XXV

Continua il percorso di studio della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica: un valore importantissimo e valido per tutti gli uomini di buona volontà, il che lo rende molto trasversale e utile alla causa generale. Oggi approfondiremo sull'universalità del peccato e della salvezza.


II. LA PERSONA UMANA « IMAGO DEI »

c) Universalità del peccato e universalità della salvezza

120 La dottrina del peccato originale, che insegna l'universalità del peccato, ha una fondamentale importanza: « Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi » (1 Gv 1,8). Questa dottrina induce l'uomo a non restare nella colpa e a non prenderla alla leggera, cercando di continuo capri espiatori negli altri uomini e giustificazioni nell'ambiente, nell'ereditarietà, nelle istituzioni, nelle strutture e nelle relazioni. Si tratta di un insegnamento che smaschera tali inganni.

La dottrina dell'universalità del peccato, tuttavia, non deve essere slegata dalla consapevolezza dell'universalità della salvezza in Gesù Cristo. Se ne viene isolata, essa ingenera una falsa angoscia del peccato e una considerazione pessimistica del mondo e della vita, che induce a disprezzare le realizzazioni culturali e civili dell'uomo.

121 Il realismo cristiano vede gli abissi del peccato, ma nella luce della speranza, più grande di ogni male, donata dall'atto redentivo di Gesù Cristo, che ha distrutto il peccato e la morte (cfr. Rm 5,18-21; 1 Cor 15,56-57): « In Lui Dio ha riconciliato l'uomo con Sé ».231 Cristo, l'Immagine di Dio (cfr. 2 Cor 4,4; Col 1,15), è Colui che illumina pienamente e porta a compimento l'immagine e somiglianza di Dio nell'uomo. La Parola che si fece uomo in Gesù Cristo è da sempre la vita e la luce dell'uomo, luce che illumina ogni uomo (cfr. Gv 1,4.9). Dio vuole nell'unico mediatore Gesù Cristo, Suo Figlio, la salvezza di tutti gli uomini (cfr. 1 Tm 2,4-5). Gesù è al tempo stesso il Figlio di Dio e il nuovo Adamo, ossia il nuovo uomo (cfr. 1 Cor 15,47-49; Rm 5,14): « Con la rivelazione del mistero del Padre e del suo amore Cristo, nuovo Adamo, manifesta pienamente l'uomo all'uomo e gli svela la sua altissima vocazione ».232 In Lui noi siamo da Dio « predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli » (Rm 8,29).

122 La realtà nuova che Gesù Cristo dona non s'innesta nella natura umana, non le si aggiunge dall'esterno: è invece quella realtà di comunione con il Dio trinitario verso la quale gli uomini sono da sempre orientati nel profondo del loro essere, grazie alla loro creaturale similitudine con Dio; ma si tratta anche di una realtà che essi non possono raggiungere con le loro sole forze. Mediante lo Spirito di Gesù Cristo, Figlio incarnato di Dio, nel quale tale realtà di comunione è già realizzata in modo singolare, gli uomini vengono accolti come figli di Dio (cfr. Rm 8,14-17; Gal 4,4-7). Per mezzo di Cristo, partecipiamo alla natura di Dio, che ci dona infinitamente di più « di quanto possiamo domandare o pensare » (Ef 3,20). Ciò che gli uomini hanno già ricevuto non è che un pegno o una « caparra » (2 Cor 1,22; Ef 1,14) di ciò che otterranno completamente soltanto davanti a Dio, visto « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12), ossia una caparra della vita eterna: « Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo » (Gv 17,3).

123 L'universalità della speranza cristiana include, oltre agli uomini e alle donne di tutti i popoli, anche il cielo e la terra: « Stillate, cieli, dall'alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia. Io, il Signore, ho creato tutto questo » (Is 45,8). Secondo il Nuovo Testamento anche la creazione intera, infatti, insieme con tutta l'umanità, è in attesa del Redentore: sottoposta alla caducità, si protende piena di speranza, tra i gemiti e i dolori del parto, attendendo di essere liberata dalla corruzione (cfr. Rm 8,18-22).

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Discorso di congedo del Santo Padre Benedetto XVI

Il nostro Osservatorio ha seguito con attenzione il viaggio apostolico in Croazia del nostro caro Papa Benedetto XVI: per questo vogliamo rendervi partecipi anche del discorso di congedo del Santo Padre, tenuto nella giornata di ieri. Domani, invece, leggeremo le impressioni e le reazioni susseguenti questo proficuo viaggio apostolico:
 
VIAGGIO APOSTOLICO IN CROAZIA
(4-5 GIUGNO 2011)

CERIMONIA DI CONGEDO

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Aeroporto Internazionale di Zagreb Pleso
 Domenica, 5 giugno 2011

Signor Presidente,
Illustri Autorità,
cari Fratelli nell’Episcopato,
fratelli e sorelle nel Signore!

La mia visita nella vostra terra giunge al termine. Anche se breve, essa è stata ricca di incontri, che mi hanno fatto sentire parte di voi, della vostra storia, e mi hanno offerto l’occasione per confermare la Chiesa pellegrina in Croazia nella fede in Gesù Cristo, unico Salvatore.

Questa fede, giunta fino a voi attraverso la testimonianza coraggiosa e fedele di tanti vostri fratelli e sorelle, alcuni dei quali non hanno esitato a morire per Cristo e il suo Vangelo, ho qui ritrovato viva e sincera. A Dio rendiamo lode per gli abbondanti doni di grazia che largamente dispone sul quotidiano cammino dei suoi figli! Desidero ringraziare quanti hanno collaborato all’organizzazione di questa mia visita e al suo ordinato svolgimento.

Porto vive nella mente e nel cuore le impressioni di queste giornate. Corale e sentita è stata, stamani, la partecipazione alla santa Messa in occasione della Giornata Nazionale delle Famiglie. L’incontro di ieri nel Teatro Nazionale mi ha dato modo di condividere una riflessione con i rappresentanti della società civile e delle comunità religiose. I giovani, poi, durante l’intensa Veglia di preghiera, mi hanno mostrato il volto luminoso della Croazia, rivolto al futuro, illuminato da una fede viva, come la fiamma di una lampada preziosa, ricevuta dai padri e che chiede di essere custodita e alimentata lungo il cammino. La preghiera presso la tomba del Beato Cardinale Stepinac ci ha fatto ricordare, in modo speciale, tutti coloro che hanno sofferto – e anche oggi soffrono – a motivo della fede nel Vangelo. Continuiamo ad invocare l’intercessione di questo intrepido testimone del Signore risorto, affinché ogni sacrificio, ogni prova, offerti a Dio per amore suo e dei fratelli, possano essere come chicco di grano che, caduto nella terra, muore per portare frutto.

È stato per me motivo di gioia constatare quanto sia ancora viva nell’oggi l’antica tradizione cristiana del vostro popolo. L’ho toccato con mano soprattutto nella calorosa accoglienza che la gente mi ha riservato, come aveva fatto nelle tre visite del beato Giovanni Paolo II, riconoscendo la visita del Successore di san Pietro, che viene a confermare i fratelli nella fede. Questa vitalità ecclesiale, da mantenere e rafforzare, non mancherà di produrre i suoi effetti positivi sull’intera società, grazie alla collaborazione, che auspico sempre serena e proficua, tra la Chiesa e le istituzioni pubbliche. In questo tempo, nel quale sembrano mancare punti di riferimento stabili e affidabili, i cristiani, uniti “insieme in Cristo”, pietra angolare, possano continuare a costituire come l’anima della Nazione, aiutandola a svilupparsi e progredire.

Nel ripartire per Roma, vi affido tutti alle mani di Dio. Egli, datore di ogni bene e provvidenza amorevole, benedica sempre questa terra e il popolo croato e conceda pace e prosperità ad ogni famiglia.

La Vergine Maria vegli sul cammino storico della vostra patria e su quello dell’intera Europa, e vi accompagni anche la mia Apostolica Benedizione, che vi lascio con grande affetto.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
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domenica 5 giugno 2011

Discorso di Papa Benedetto XVI alla società civile

Continuiamo a seguire il viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI in terra croata: oggi leggiamo un nuovo discorso del Santo Padre, pronunciato in occasione dell'incontro con gli esponenti della società civile, politica, culturale, imprenditoriale ed accademica del Paese. Tale discorso tocca nuovamente temi importanti come la famiglia e soprattutto l'Unione Europea: Benedetto XVI ribadisce ciò che è indispensabile per l'evoluzione dell'Unione e ciò che potrebbe portare ad una sua inevitabile involuzione:

VIAGGIO APOSTOLICO IN CROAZIA
(4-5 GIUGNO 2011)

INCONTRO CON ESPONENTI DELLA SOCIETÀ CIVILE,
DEL MONDO POLITICO, ACCADEMICO,
CULTURALE E IMPRENDITORIALE,
CON IL CORPO DIPLOMATICO E CON I LEADERS RELIGIOSI

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Teatro Nazionale Croato - Zagreb
 Sabato, 4 giugno 2011

Signor Presidente,
Signori Cardinali,
venerati Fratelli,
illustri Signori e Signore,
cari fratelli e sorelle!

Sono molto lieto di entrare nel vivo della mia visita incontrando voi, che rappresentate ambiti qualificati della società croata e il Corpo diplomatico. Il mio saluto cordiale va a ciascuno personalmente e anche alle realtà vitali a cui appartenete: alle comunità religiose, alle istituzioni politiche, scientifiche e culturali, ai settori artistico, economico, sportivo. Ringrazio sentitamente Mons. Puljić e il Prof. Zurak per le cortesi parole che mi hanno rivolto, come pure i musicisti che mi hanno accolto con il linguaggio universale della musica. La dimensione dell’universalità, distintiva dell’arte e della cultura, è particolarmente congeniale al Cristianesimo e alla Chiesa Cattolica. Cristo è pienamente uomo, e tutto ciò che è umano trova in Lui e nella sua Parola pienezza di vita e di significato.

Questo splendido Teatro è un luogo simbolico, che esprime la vostra identità nazionale e culturale. Potervi incontrare qui, riuniti insieme, è un motivo ulteriore di gioia dello spirito, perché la Chiesa è un mistero di comunione e gioisce sempre della comunione, nella ricchezza delle diversità. La partecipazione dei Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità cristiane, come pure delle religioni ebraica e musulmana, contribuisce a ricordare che la religione non è una realtà a parte rispetto alla società: è invece una sua componente connaturale, che costantemente richiama la dimensione verticale, l’ascolto di Dio come condizione per la ricerca del bene comune, della giustizia e della riconciliazione nella verità. La religione mette l’uomo in relazione con Dio, Creatore e Padre di tutti, e deve quindi essere una forza di pace. Le religioni devono sempre purificarsi secondo questa loro vera essenza per corrispondere alla loro genuina missione.

E qui vorrei introdurre il tema centrale della mia breve riflessione: quello della coscienza. Esso è trasversale rispetto ai differenti campi che vi vedono impegnati ed è fondamentale per una società libera e giusta, sia a livello nazionale che sovranazionale. Penso, naturalmente all’Europa, di cui la Croazia è da sempre parte sul piano storico-culturale, mentre sta per entrarvi su quello politico-istituzionale. Ebbene, le grandi conquiste dell’età moderna, cioè il riconoscimento e la garanzia della libertà di coscienza, dei diritti umani, della libertà della scienza e, quindi, di una società libera, sono da confermare e da sviluppare mantenendo però aperte la razionalità e la libertà al loro fondamento trascendente, per evitare che tali conquiste si auto-cancellino, come purtroppo dobbiamo constatare in non pochi casi. La qualità della vita sociale e civile, la qualità della democrazia dipendono in buona parte da questo punto “critico” che è la coscienza, da come la si intende e da quanto si investe sulla sua formazione. Se la coscienza, secondo il prevalente pensiero moderno, viene ridotta all’ambito del soggettivo, in cui si relegano la religione e la morale, la crisi dell’occidente non ha rimedio e l’Europa è destinata all’involuzione. Se invece la coscienza viene riscoperta quale luogo dell’ascolto della verità e del bene, luogo della responsabilità davanti a Dio e ai fratelli in umanità – che è la forza contro ogni dittatura – allora c’è speranza per il futuro.

Sono grato al Prof. Zurak perché ha ricordato le radici cristiane di numerose istituzioni culturali e scientifiche di questo Paese, come del resto è avvenuto in tutto il continente europeo. Ricordare queste origini è necessario, anche per la verità storica, ed è importante saper leggere in profondità tali radici, perché possano animare anche l’oggi. Decisivo, cioè, è cogliere il dinamismo che sta dentro l’avvenimento – per esempio – della nascita di un’università, o di un movimento artistico, o di un ospedale. Occorre comprendere il perché e il come ciò sia avvenuto, per valorizzare nell’oggi tale dinamismo, che è una realtà spirituale che diventa culturale e quindi sociale. Alla base di tutto ci sono uomini e donne, ci sono delle persone, delle coscienze, mosse dalla forza della verità e del bene. Ne sono stati citati alcuni, tra i figli illustri di questa terra.

Vorrei soffermarmi su Padre Ruđer Josip Bošković, gesuita, che nacque a Dubrovnik trecento anni or sono, il 18 maggio 1711. Egli impersona molto bene il felice connubio tra la fede e la scienza, che si stimolano a vicenda per una ricerca al tempo stesso aperta, diversificata e capace di sintesi. La sua opera maggiore, la Theoria philosophiae naturalis, pubblicata a Vienna e poi a Venezia a metà del Settecento, porta un sottotitolo molto significativo: redacta ad unicam legem virium in natura existentium, cioè “secondo l’unica legge delle forze esistenti in natura”. In Bošković c’è l’analisi, c’è lo studio di molteplici rami del sapere, ma c’è anche la passione per l’unità. E questo è tipico della cultura cattolica. Per questo è segno di speranza la fondazione di un’Università Cattolica in Croazia. Auspico che essa contribuisca a fare unità tra i diversi ambiti della cultura contemporanea, i valori e l’identità del vostro Popolo, dando continuità al fecondo apporto ecclesiale alla storia della nobile Nazione croata. Ritornando a Padre Bošković, gli esperti dicono che la sua teoria della “continuità”, valida sia nelle scienze naturali sia nella geometria, si accorda in modo eccellente con alcune delle grandi scoperte della fisica contemporanea. Che dire? Rendiamo omaggio all’illustre Croato, ma anche all’autentico Gesuita; rendiamo omaggio al cultore della verità che sa bene quanto essa lo superi, ma che sa anche, alla luce della verità, impegnare fino in fondo le risorse della ragione che Dio stesso gli ha dato.

Oltre all’omaggio, però, occorre far tesoro del metodo, dell’apertura mentale di questi grandi uomini. Ritorniamo dunque alla coscienza come chiave di volta per l’elaborazione culturale e per la costruzione del bene comune. È nella formazione delle coscienze che la Chiesa offre alla società il suo contributo più proprio e prezioso. Un contributo che comincia nella famiglia e che trova un importante rinforzo nella parrocchia, dove i bambini e i ragazzi, e poi i giovani imparano ad approfondire le Sacre Scritture, che sono il “grande codice” della cultura europea; e al tempo stesso imparano il senso della comunità fondata sul dono, non sull’interesse economico o sull’ideologia, ma sull’amore, che è “la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera” (Caritas in veritate, 1). Questa logica della gratuità, appresa nell’infanzia e nell’adolescenza, si vive poi in ogni ambito, nel gioco e nello sport, nelle relazioni interpersonali, nell’arte, nel servizio volontario ai poveri e ai sofferenti, e una volta assimilata la si può declinare nei più complessi ambiti della politica e dell’economia, collaborando per una polis che sia accogliente e ospitale e al tempo stesso non vuota, non falsamente neutra, ma ricca di contenuti umani, con un forte spessore etico. È qui che i Christifideles laici sono chiamati a spendere generosamente la loro formazione, guidati dai principi della Dottrina sociale della Chiesa, per una autentica laicità, per la giustizia sociale, per la difesa della vita e della famiglia, per la libertà religiosa e di educazione.

Illustri amici, la vostra presenza e la tradizione culturale croata mi hanno suggerito queste brevi riflessioni. Ve le lascio quale segno della mia stima e soprattutto della volontà della Chiesa di camminare con la luce del Vangelo in mezzo a questo popolo. Vi ringrazio per la vostra attenzione e di cuore benedico tutti voi, i vostri cari e le vostre attività.

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Il punto della settimana - Il dopo voto e il referendum "della vita o della morte"

Eccoci per fare il punto della settimana: una settimana veramente ricca che ha portato la luce di un cambiamento trasversale da Nord a Sud. Infatti, i risultati delle ultime consultazione elettorali amministrative ha emesso il verdetto: il berlusconismo non appare più la soluzione perfetta ai problemi del Paese. Significativo è stato vedere il crollo del PDL a Napoli, a Milano, a Gallarate e persino ad Arcore, dove abita il Cavaliere. La gente ha votato per protesta contro l'abbandono di un governo che ha pensato di vivere di rendita, senza interessarsi ai problemi reali e concreti di una società civile sempre più logorata dalla crisi economica. Invece di monopolizzare il Parlamento con il caso Ruby, il Governo avrebbe dovuto procedere alla riforma del Fisco (la pressione fiscale è una tenaglia che stringe sempre più le famiglie e le imprese medio-piccole), alla riforma del lavoro (non si può pensare di basare il sistema sulla precarietà e sul lavoro volante), alla riforma sociale (il welfare va migliorato e potenziato soprattutto nei sistemi di assistenza sanitaria). I cittadini volevano queste cose e non volevano sentirsi dire che tutto va bene e che il governo pensa a loro mentre si occupa di tutt'altro, calunniando quotidianamente i giudici e l'intero ordinamento giudiziario.
Ecco che la punizione prevedibile è giunta e ora speriamo che questo serva da lezione ai governanti: per ora abbiamo visto la prima reazione (nomina di Angelino Alfano a segretario del PDL) e francamente se fosse l'unica, ci sarebbe bisogno di mettersi le proverbiali mani tra i capelli.
Per quanto riguarda l'altra parte della medaglia e cioè i vincitori della "sinistra", vogliamo sperare che sappiano trarre insegnamento da quanto accaduto perchè ora hanno uno grossa responsabilità: devono governare in maniera credibile per dimostrare che vi è il cambiamento e che quindi non è solo un cambio nominativo, ma anche e soprattutto qualitativo. Soprattutto Napoli è un interessante banco di prova: se il neo-sindaco Luigi De Magistris riuscirà a governare quella città in maniera adeguata, allora finalmente le parole saranno seguite da fatti concreti. Per ora non possiamo esprimerci e quindi diamo tempo al tempo!

Ma non è tutto: oggi vogliamo parlare del prossimo referendum che si terrà Domenica 12 e Lunedì 13 Giugno. Adriano Celentano ha definito questo referendum una questione di vita o di morte: non mi sento di dire che si tratta di un'esagerazione. Premessa: i quattro quesiti referendari concernono due la privatizzazione dell'acqua, uno il ritorno al nucleare e l'ultimo il legittimo impedimento. Quello che preoccupa maggiormente l'artista è ovviamente il ritorno al nucleare: ed ecco perchè condivido la tonalità della sua affermazione. Per ora, in poco più di venti anni abbiamo assistito a due tragedie: la prima a Chernobyl e la seconda, ancora in corso, a Fukushima. La prima cosa che ci viene da dire è che si tratta quindi di una forma di energia instabile, assolutamente non sicura al 100 %. Molti dicono che oggi è sicura, ma davvero vogliamo sfidare la natura? In Giappone si è sfidato la natura e la natura ha dimostrato di essere una forza imprevedibile quanto devastante; vogliamo davvero consegnare ai nostri figli un Paese non sicuro, ricco di scorie radioattive che si estinguono dopo centinaia di migliaia di anni e con un reattore che non si spegnerà mai più (una volta acceso non si può spegnere, come dimostra Chernobyl dove è ancora in funzione con il rischio di contaminamento delle falde acquifere)? Altri ancora dicono che pagheremmo meno in bolletta con il nucleare: alzi la mano chi tra la salute e il denario sceglierebbe il denaro. Io personalmente sarei disposto a pagare il triplo piuttosto di ritrovarmi una centrale alle spalle di casa mia, con il terrore di poter assistere ad un incidente mortale e radioattivo. Già vedere quattromila bambini vittima del cancro tiroidale è un deterrente molto forte...
Dunque il nucleare è un'energia facile, ma insicura e se anche l'indice di insicurezza fosse dello 0.001%, quel piccolo numero non potrebbe farci dormire sonni tranquilli. Ecco perchè dobbiamo andare a votare e votare SI per abrogare ogni riferimento al ritorno del nucleare in Italia. Nei prossimi giorni continueremo l'approfondimento dei temi referendari, essendo pronti anche a sospendere la nostra consueta programmazione pur di dar spazio alle voci di questo importante appuntamento storico. Per ora, dopo aver visto il tema nucleare, possiamo dirvi questo, come ribadito qui a sinistra:

Il 12-13 Giugno si votano quattro quesiti referendari: andiamo a votare e votiamo SI per abrogare il nucleare, la privatizzazione dell'acqua e la discriminazione del legittimo impedimento

 
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sabato 4 giugno 2011

La Chiesa nel mondo contemporaneo - XXIII parte

Continuiamo il nostro cammino di lettura della Costituzione Pastorale "Gaudiem et spes" di Papa Paolo VI. Proprio mentre Papa Benedetto XVI si rivolge ai governanti per sollecitare il loro intervento a tutela della famiglia, leggiamo oggi qual era il problema ritenuto più urgente da Paolo VI e cioè l'istituzione familiare ritenuta in crisi. Purtroppo sono passati moltissimi anni, ma queste parole trovano ancora un fondamento reale come dimostrato dall'intervento recente del nostro Papa Benedetto XVI. C'è bisogno di tutelare la dignità dell'istituto familiare, cercando di salvaguardarlo dalle manipolazioni che oggi si vogliono introdurre come le coppie di fatto e le coppie omosessuali in particolare:

PARTE II

ALCUNI PROBLEMI PIÙ URGENTI 

46. Proemio

Dopo aver esposto di quale dignità è insignita la persona dell'uomo e quale compito, individuale e sociale, egli è chiamato ad adempiere sulla terra, il Concilio, alla luce del Vangelo e dell'esperienza umana, attira ora l'attenzione di tutti su alcuni problemi contemporanei particolarmente urgenti, che toccano in modo specialissimo il genere umano. Tra le numerose questioni che oggi destano l'interesse generale, queste meritano particolare menzione: il matrimonio e la famiglia, la cultura umana, la vita economico-sociale, la vita politica, la solidarietà tra le nazioni e la pace. Sopra ciascuna di esse risplendano i principi e la luce che provengono da Cristo; così i cristiani avranno una guida e tutti gli uomini potranno essere illuminati nella ricerca delle soluzioni di problemi tanto numerosi e complessi.

CAPITOLO I

DIGNITÀ DEL MATRIMONIO E DELLA FAMIGLIA E SUA VALORIZZAZIONE 

47. Matrimonio e famiglia nel mondo d'oggi

Il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare. Perciò i cristiani, assieme con quanti hanno alta stima di questa comunità, si rallegrano sinceramente dei vari sussidi, con i quali gli uomini favoriscono oggi la formazione di questa comunità di amore e la stima ed il rispetto della vita: sussidi che sono di aiuto a coniugi e genitori della loro eminente missione; da essi i cristiani attendono sempre migliori vantaggi e si sforzano di promuoverli.

Però la dignità di questa istituzione non brilla dappertutto con identica chiarezza poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto libero amore e da altre deformazioni. Per di più l'amore coniugale è molto spesso profanato dall'egoismo, dall'edonismo e da pratiche illecite contro la fecondità. Inoltre le odierne condizioni economiche, socio-psicologiche e civili portano turbamenti non lievi nella vita familiare. E per ultimo in determinate parti del mondo si avvertono non senza preoccupazioni i problemi posti dall'incremento demografico. Da tutto ciò sorgono difficoltà che angustiano la coscienza. Tuttavia il valore e la solidità dell'istituto matrimoniale e familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell'odierna società, nonostante le difficoltà che ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura di questa istituzione.

Perciò il Concilio, mettendo in chiara luce alcuni punti capitali della dottrina della Chiesa, si propone di illuminare e incoraggiare i cristiani e tutti gli uomini che si sforzano di salvaguardare e promuovere la dignità naturale e l'altissimo valore sacro dello stato matrimoniale.

48. Santità del matrimonio e della famiglia

L'intima comunità di vita e d'amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dall'alleanza dei coniugi, vale a dire dall'irrevocabile consenso personale. E così, è dall'atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono, che nasce, anche davanti alla società, l'istituzione del matrimonio, che ha stabilità per ordinamento divino. In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo legame sacro non dipende dall'arbitrio dell'uomo . Perché è Dio stesso l'autore del matrimonio, dotato di molteplici valori e fini (106): tutto ciò è di somma importanza per la continuità del genere umano, il progresso personale e la sorte eterna di ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità della stessa famiglia e di tutta la società umana.

Per la sua stessa natura l'istituto del matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento. E così l'uomo e la donna, che per l'alleanza coniugale « non sono più due, ma una sola carne » (Mt 19,6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l'intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono.

Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l'indissolubile unità (107).

Cristo Signore ha effuso l'abbondanza delle sue benedizioni su questo amore dai molteplici aspetti, sgorgato dalla fonte della divina carità e strutturato sul modello della sua unione con la Chiesa. Infatti, come un tempo Dio ha preso l'iniziativa di un'alleanza di amore e fedeltà (108) con il suo popolo cosi ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa (109) viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa (110) così anche i coniugi possano amarsi l'un l'altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione. L'autentico amore coniugale è assunto nell'amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi in maniera efficace siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre (111). Per questo motivo i coniugi cristiani sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento (112) per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo con la forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dello spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, ed assieme rendono gloria a Dio.

Prevenuti dall'esempio e dalla preghiera comune dei genitori, i figli, anzi tutti quelli che vivono insieme nell'ambito familiare, troveranno più facilmente la strada di una formazione veramente umana, della salvezza e della santità.

Quanto agli sposi, insigniti della dignità e responsabilità di padre e madre, adempiranno diligentemente il dovere dell'educazione, soprattutto religiosa, che spetta loro prima che a chiunque altro.

 I figli, come membra vive della famiglia, contribuiscono pure in qualche modo alla santificazione dei genitori. Risponderanno, infatti, ai benefici ricevuti dai genitori con affetto riconoscente, con pietà filiale e fiducia; e li assisteranno, come si conviene a figli, nelle avversità della vita e nella solitudine della vecchiaia. La vedovanza, accettata con coraggio come continuazione della vocazione coniugale sia onorata da tutti (113). La famiglia metterà con generosità in comune con le altre famiglie le proprie ricchezze spirituali. Allora la famiglia cristiana che nasce dal matrimonio, come immagine e partecipazione dell'alleanza d'amore del Cristo e della Chiesa (114) renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura della Chiesa, sia con l'amore, la fecondità generosa, l'unità e la fedeltà degli sposi, che con l'amorevole cooperazione di tutti i suoi membri.

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Papa Benedetto XVI in difesa della famiglia

Oggi Papa Benedetto XVI è giunto in terra croata in visita apostolica e appena giunto all'aeroporto di Zagreb Pleso, ha tenuto un discorso che ha toccato da vicino il tema familiare. Considerando l'identità dei temi, cogliamo l'occasione per pubblicare prima il telegramma inviato dal nostro Papa al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (con relativa risposta) sempre in riferimento al tema della famiglia. Subito dopo pubblichiamo il testo integrale del discorso tenuto da Sua Santità all'aeroporto croato:

[Repubblica.it] Nel testo del telegramma di legge: "Mi è caro rivolgere a Lei, signore presidente, un deferente saluto nel momento in cui lascio Roma per recarmi in Croazia in occasione della Giornata delle Famiglie cattoliche, e mentre invoco sull'intera nazione italiana copiosi doni di luce e sapienza affinché continui a riconoscere l'istituto familiare cellula fondamentale della società, sostenendolo con adeguati interventi, porgo a Lei ed ai suoi collaboratori fervidi auguri di proficuo impegno a servizio del popolo italiano, a cui invio la mia benedizione".
Al messaggio del Papa ha risposto Napolitano: "Santità, desidero farLe pervenire il più sincero ringraziamento per il messaggio che Ella ha voluto cortesemente indirizzarmi nel momento in cui si accinge a partire per il viaggio Apostolico in Croazia. Ella - scrive Napolitano - visiterà una terra che ha grandemente contribuito a forgiare il patrimonio di valori e di cultura che è alla base della comune civiltà europea. Nei vent'anni trascorsi dalla propria indipendenza, la Croazia ha ripreso il proprio posto tra gli
stati democratici nella comunità internazionale. Essa
persegue il traguardo di quella piena integrazione nell'Europa unita che anche l'Italia considera necessaria per garantire la stabilità della travagliata regione balcanica e un armonico sviluppo economico e sociale al nostro continente. Nell'augurarLe pieno successo per la sua missione - conclude il capo dello stato - mi è gradito, Santità, rinnovarLe i sensi della mia profonda stima e considerazione".

*** 

VIAGGIO APOSTOLICO IN CROAZIA
(4-5 GIUGNO 2011)

CERIMONIA DI BENVENUTO

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Aeroporto Internazionale di Zagreb Pleso
 Sabato, 4 giugno 2011


Signor Presidente della Repubblica,
venerati Fratelli nell’Episcopato,
distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!

Con profonda gioia vengo in mezzo a voi come pellegrino, nel nome di Gesù Cristo. Rivolgo il mio più cordiale saluto all’amata terra croata e, quale successore dell’apostolo Pietro, stringo in un grande abbraccio tutti i suoi abitanti. Saluto in particolare la Comunità cattolica: i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i fedeli laici, specialmente le famiglie di questa terra, fecondata dall’annuncio del Vangelo, speranza di vita e di salvezza per ogni uomo. Rivolgo un deferente saluto a Lei, Signor Presidente della Repubblica, e alle altre Autorità civili e militari qui convenute. La ringrazio, Signor Presidente, per le cortesi parole che mi ha indirizzato, e formulo ogni miglior auspicio per l’alto incarico a Lei affidato e per la pace e la prosperità dell’intera Nazione.

Desidero in questo momento ricongiungermi idealmente alle tre visite pastorali compiute in Croazia dal mio amato predecessore, il Beato Papa Giovanni Paolo II, e ringraziare il Signore per la lunga storia di fedeltà che lega il vostro Paese alla Santa Sede. Possiamo contare oltre tredici secoli di forti e speciali legami, sperimentati e consolidati in circostanze talvolta difficili e dolorose. Questa storia è testimonianza eloquente dell’amore del vostro popolo per il Vangelo e per la Chiesa. Fin dalle origini, la vostra Nazione appartiene all’Europa e ad essa offre, in modo peculiare, il contributo di valori spirituali e morali che hanno plasmato per secoli la vita quotidiana e l’identità personale e nazionale dei suoi figli. Le sfide che derivano dalla cultura contemporanea, caratterizzata dalla differenziazione sociale, dalla poca stabilità, e segnata da un individualismo che favorisce una visione della vita senza obblighi e la ricerca continua di “spazi del privato”, richiedono una convinta testimonianza e un dinamismo intraprendente per la promozione dei valori morali fondamentali che sono alla radice del vivere sociale e dell’identità del vecchio Continente. A vent’anni dalla proclamazione dell’indipendenza e alla vigilia della piena integrazione della Croazia nell’Unione Europea, la storia passata e recente di questo vostro Paese può costituire un motivo di riflessione per tutti gli altri popoli del Continente aiutando ciascuno di essi, e l’intera compagine, a conservare e a ravvivare l’inestimabile patrimonio comune di valori umani e cristiani. Possa così questa cara Nazione, forte della sua ricca tradizione, contribuire a far sì che l’Unione Europea valorizzi appieno tale ricchezza spirituale e culturale.

Con il motto “Insieme in Cristo”, cari fratelli e sorelle, giungo a voi per celebrare la 1ª Giornata Nazionale delle Famiglie Cattoliche Croate. Questo importante momento sia occasione per riproporre i valori della vita familiare e del bene comune, per rafforzare l’unità, ravvivare la speranza e guidare alla comunione con Dio, fondamento di condivisione fraterna e di solidarietà sociale.

Ringrazio sentitamente fin da ora tutti coloro che hanno collaborato alla preparazione e all’organizzazione della mia visita. Dinanzi alle sfide che interpellano oggi la Chiesa e la società civile, invoco su questa terra e su quanti vi abitano l’intercessione e l’aiuto del Beato Alojzije Stepinac, Pastore amato e venerato dal vostro popolo. Possa egli accompagnare le giovani generazioni a vivere in quella carità che spinse il Signore Gesù Cristo a donare la vita per tutti gli uomini. San Giuseppe, custode premuroso del Redentore e celeste Patrono della vostra Nazione, insieme con la Vergine Maria, “Fidelissima Advocata Croatiae”, vi ottenga oggi e sempre pace e salvezza. Grazie!

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
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venerdì 3 giugno 2011

"Fondamentale il ruolo dell'Italia di incessante ricerca del dialogo e della cooperazione e di fermo presidio dei valori alla base della sicurezza, dello sviluppo e della pace"

All'indomani della Festa della Repubblica, riportiamo un articolo pubblicato dal sito del Quirinale, riportante le parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha voluto sottolineare l'importanza del ruolo ricoperto dal nostro Paese in ambito internazionale: 

"Nell'anno in cui celebriamo il centocinquantesimo dell'Unità d'Italia, il 2 giugno ci offre un'opportunità del tutto speciale per soffermarci a riflettere sulla storia del nostro Paese e sui grandi eventi che l'hanno segnata: dalle guerre risorgimentali ai due conflitti mondiali, tra i quali si collocarono gli anni bui della dittatura e del bellicismo fascista; e poi, finalmente, la Liberazione, la Repubblica e la Costituzione e, con esse, una nuova alba e la rinascita della Patria, illuminata dalla riconquistata libertà e dalla ricostruzione della democrazia".

È quanto ha scritto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato al Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Biagio Abrate, in occasione della Festa Nazionale della Repubblica, rivolgendo il suo "commosso pensiero a tutti i militari caduti per la difesa della Patria, al servizio e per la salvaguardia delle sue libere istituzioni".

"Da allora - ha proseguito il Presidente Napolitano - l'Italia è cresciuta, quale Stato moderno ed industrializzato, protagonista del concerto delle nazioni, in una nuova Europa e nell'ambito delle organizzazioni internazionali di cui essa è stata sempre convinta ed attiva sostenitrice".

"Negli scenari complessi ed in costante trasformazione che caratterizzano il mondo sempre più interdipendente e globalizzato in cui viviamo - ha sottolineato il Capo dello Stato - il nostro Paese svolge un ruolo fondamentale di equilibrio ed apertura, di incessante ricerca del dialogo e della cooperazione, ma anche di fermo presidio dei valori fondamentali che sono alla base della sicurezza, dello sviluppo e della pace. Le Forze Armate sostengono una parte considerevole di questo gravoso impegno ed hanno contribuito sostanzialmente ai risultati straordinari conseguiti in questi ultimi decenni, grazie alla loro professionalità, alla loro abnegazione, al modo costruttivo in cui esse interpretano i compiti che sono chiamate quotidianamente ad assolvere in tante regioni del mondo: compiti difficili e densi di rischi, come gli eventi di questi giorni in Libano ed in Afghanistan purtroppo ancora una volta dimostrano".

"Ai militari italiani di ogni grado, specialità e categoria - ha concluso il Presidente Napolitano - vanno il plauso incondizionato dei cittadini, la riconoscenza delle popolazioni presso le quali ogni giorno essi prestano la propria opera di protezione e di assistenza. Ad essi va egualmente il rispetto dei Paesi alleati che di tale opera hanno imparato ad apprezzare sul campo il valore e l'efficacia".

Rientrato al Qurinale, al termine della Rivista Militare del 2 Giugno, alla presenza di migliaia di cittadini e con la partecipazione di numerosissimi Capi di Stato e di Governo, ministri ed autorità, giunti in rappresentanza di Paesi amici di ogni continente, il Presidente della Repubblica in un messaggio ha espresso al Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, il suo compiacimento per il perfetto svolgimento della manifestazione.

"Nell'anno in cui celebriamo il centocinquantesimo dell'Unità d'Italia - ha scritto il Capo dello Stato - la speciale caratterizzazione storico-rievocativa conferita all'evento ha presentato, attraverso lo sfilare impeccabile di bandiere, reparti e mezzi d'epoca ed attuali, un'immagine viva e dinamica del nostro Paese, della sua storia passata e recente e del ruolo rilevante che esso svolge nell'ambito della comunità e delle organizzazioni internazionali".

È quindi "con orgoglio e soddisfazione" che il Presidente Napolitano ha chiesto al Ministro di "far pervenire a tutto il personale militare e civile che ha contribuito al successo della manifestazione il più sentito ringraziamento e l'apprezzamento mio e degli italiani per questa ulteriore brillante espressione di impegno e professionalità".

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Il Papa a Zagabria per la Giornata mondiale delle famiglie cattoliche croate

Nella giornata di domani e domenica, Papa Benedetto XVI sarà a Zagabria  in occasione della Giornata mondiale delle famiglie cattoliche croate. Di seguito l'articolo di Radio Vaticana in preparazione dell'evento:



La Croazia attende Benedetto XVI, che domani e domenica sarà a Zagabria per il suo 19.mo viaggio apostolico internazionale, in occasione della Giornata delle famiglie cattoliche croate. Il servizio della nostra inviata a Zagabria, Giada Aquilino:

Un Paese che “da sempre vive nell'ambito della civiltà europea”. E' la Croazia nelle parole di Benedetto XVI, quando nel luglio 2006 ricevette in Vaticano i vescovi croati in visita ad Limina. Quasi cinque anni dopo quell’incontro, il Papa verrà in Croazia domani e domenica per il suo 19.mo viaggio apostolico internazionale, all’insegna del motto ‘Insieme in Cristo’. In effetti è un ritorno: perché Joseph Ratzinger è già stato nel Paese due volte da cardinale e perché per la Croazia, questa di Benedetto XVI, è la quarta visita di un Pontefice. I croati infatti abbracciarono Giovanni Paolo II nel settembre '94, nell'ottobre '98 - per la Beatificazione, nel santuario di Marija Bistrica, del cardinale Alojzije Stepinac, grande pastore della Chiesa croata, morto martire nel 1960 per le conseguenze di una dura prigionia sotto il regime comunista di Tito - e nel giugno 2003. Una visita, quella di Benedetto XVI, che avviene in occasione del primo Incontro nazionale delle famiglie cattoliche croate, affinché - come ha ricordato il Papa all’udienza generale di mercoledì scorso - “le famiglie cristiane siano sale della terra e luce del mondo”. Proprio per l’importanza data a tale aspetto pastorale del viaggio, ad accompagnare il Papa, oltre al cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, tra gli altri ci saranno anche il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, il nuovo sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, l’arcivescovo Giovanni Angelo Becciu, al suo primo viaggio con tale incarico, e l’arcivescovo croato Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei Vescovi.

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giovedì 2 giugno 2011

"Il nostro no alla mafia" - discorso di Mons.Michele Pennisi

Continuiamo a denunciare la piaga mafiosa attraverso le testimonianze e gli scritti di numerosi lottatori di questo cancro. Dopo aver letto la lettera di Don Peppino Diana e l'omelia del cardinale Salvatore Pappalardo, leggiamo oggi l'intervento, risalente a due anni fa, di monsignor Michele Pennisi, membro della commissione Cei per l'Educazione cattolica: il messaggio principale di questo discorso (estratto da un articolo di Giacomo Galeazzi) è il punto che non si può essere cristiani e mafiosi allo stesso tempo. I mafiosi pensano, infatti, di essere cristiani, ma è un abominio a Cristo riconoscersi tali quando si commettono crimini orrendi e spargimenti di sangue:

Vescovo Michele Pennisi: "La Chiesa come comunità inserita nella storia che esercita una responsabilità verso l'intera società non può non fare i conti con il fenomeno della mafia per esercitare un suo "servizio" in nome del messaggio di cui è portatrice. È un segno positivo l'attuale sensibilità che la Chiesa, a vari livelli, mostra nei confronti del fenomeno mafioso. È una sensibilità che si esprime nella denuncia dal pulpito e in una serie di iniziative concrete volte a creare un costume e una mentalità alternativi a quella della cultura in cui alligna la mafia. La Chiesa siciliana, di fronte alla mafia, ha trovato difficoltà ad elaborare una risposta che superasse il livello dell'etica civile, del comune rimando alla giustizia e alla condanna della violenza che stanno alla base di una società ordinata. È ovvio che questo piano è assolutamente necessario, ma dovrebbe essere altresì ovvio per il cristiano che esso resta insufficiente, perché esso non lascia emergere ancora l'originalità del messaggio evangelico. Spesso si sono usati termini presi dal vocabolario religioso, come quello di "pentito", che non necessariamente è coincisa con la persona che si è "convertito" deciso a cambiare vita a riparare il male fatto, ma spesso ha offerto la sua collaborazione allettato dallo sconto della pena o da incentivi economici e in qualche caso dalla convinzione che per distruggere il proprio avversario non era necessaria un arma ma bastava la lingua. Ho voluto fare questa premessa non per sostenere che bisogna abbassare la guardia per contrastare la criminalità mafiosa, ma per sostenere che i cristiani devono trovare motivazioni valide per contrastare questo fenomeno a partire dalla loro originale esperienza di fede e dalla loro appartenenza ecclesiale. Negli ultimi due decenni in seguito anche al grave e ripetuto manifestarsi dell'esclusiva natura criminale e dell'estrema pericolosità sociale dell'organizzazione mafiosa e, conseguentemente, al crescere di una diffusa coscienza collettiva di rifiuto di forme di tolleranza e di pur tacita e passiva connivenza col fenomeno , è maturata nella Chiesa siciliana una chiara, esplicita e ferma convinzione dell'incompatibilità dell'appartenenza mafiosa con la professione di fede cristiana: il mafioso , in forza della stessa appartenenza alla cosca dedita strutturalmente al crimine , si pone oggettivamente fuori della comunione ecclesiale.L'atteggiamento pastorale verso i mafiosi va accompagnato dalla esigenza di prevenire i fenomeni criminosi ed aiutare i mafiosi a pentirsi , a riparare il male fatto e a diventare persone nuove. Per la maturazione di questa mentalità sono stati importanti gli esempi di tanti cristiani preti e laici impegnati a prevenire e contrastare il fenomeno mafioso e i pronunciamenti episcopali e dello stesso papa Giovanni Paolo II, che ha contribuito alla interpretazione e alla condanna della mafia a partire dalle tradizionali e originali categorie cristiane. Il riferimento principale della predicazione è ridiventato il vangelo. Ciò appare con chiarezza nella predicazione di Giovanni Paolo II. Giovanni Paolo II, nel 1991, in occasione della visita ad limina dei vescovi siciliani, così si esprimeva: “Tale piaga sociale rappresenta una seria minaccia non solo alla società civile, ma anche alla missione della Chiesa, giacché mina dall'interno la coscienza etica e la cultura cristiana del popolo siciliano”.Nella Nota pastorale Nuova evangelizzazione e pastorale, la Conferenza episcopale siciliana, denunciando l'incompatibilità tra mafia e Vangelo, affermava che “tale incompatibilità è intrinseca alla mafia per se stessa, per le sue motivazioni e per le sue finalità, oltre che per i mezzi e per i metodi adoperati. La mafia appartiene, senza possibilità di eccezioni, al regno del peccato e fa dei suoi operatori altrettanti operai del maligno. Per questa ragione, tutti coloro che in qualsiasi modo deliberatamente fanno parte della mafia e ad essa aderiscono o pongono atti di connivenza con essa debbono sapere di essere e di vivere in insanabile opposizione al Vangelo di Gesù Cristo e, per conseguenza, di essere fuori dalla comunione della sua Chiesa” (n. 12). La stessa Conferenza, nella riflessione per il 50° anniversario dello Statuto della Regione Siciliana, ribadiva: “La mafia attenta, in maniera diretta e continuativa, alla coscienza etica di ogni uomo proponendogli una scala di valori propri, in aperto contrasto con quelli comunemente recepiti e provocando pertanto profonde lacerazioni nel tessuto etico della società. Essa, con la sua deleteria forza pervasiva, inquina la nostra civile convivenza e ne condiziona ogni suo possibile sviluppo e progresso, paralizza ogni lecita attività economica, distoglie dalla sua finalizzazione sociale e solidale ogni intervento pubblico, strumentalizzandolo ai suoi nefasti interessi” (n. 16). Questi e altri pronunciamenti culminano nel grido accorato del Papa ad Agrigento il 9 maggio 1993: “Dio ha detto una volta: "Non uccidere". Nessun uomo, nessuna associazione umana, nessuna mafia può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Questo popolo siciliano è un popolo che ama la vita, che dà la vita. Non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, di una civiltà della morte. Qui ci vuole la civiltà della vita. Nel nome Cristo, crocifisso e risorto, di Cristo che è Via, verità e Vita, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi, un giorno arriverà il giudizio di Dio". Si tratta di un appello chiaramente evangelico, di competenza specifica della Chiesa e che giustifica, quindi, l'intervento pastorale. Questa affermazione, che ha molto impressionato tutti i mass-media, è una chiave per comprendere l'atteggiamento di Giovanni Paolo II nei confronti della mafia o, meglio, dei mafiosi. Più e oltre che una condanna del fenomeno mafioso, il Papa lancia un richiamo forte e intenso alla conversione, andando al cuore del problema: ciascun uomo renderà conto del suo operato a Dio, con cui deve necessariamente rapportarsi. A Siracusa nel 1994 il Papa aveva detto : "colgo l'occasione per rivolgermi agli uomini della mafia e dir loro: In nome di Dio, basta con la violenza! Basta con il sopruso! E' tempo di aprire il cuore a quel Dio che è giusto e misericordioso insieme, e vi chiede un sincero cambiamento di vita”.E' significativo che il Papa si rivolga non al fenomeno, la mafia, ma a gli uomini che producono tale fenomeno e lo faccia in nome di Dio. A Catania il Papa ha detto “Chi si rende responsabile di violenze e sopraffazioni macchiate di sangue umano dovrà rispondere davanti al giudizio di Dio”.Da questi appelli si deduce che il ministero pastorale deve rivolgersi soprattutto agli uomini mafiosi per invitarli alla conversione.A questa chiara coscienza di radicale incompatibilità tra mafia e vita cristiana e di conseguente rifiuto di ogni compromissione della comunità ecclesiale col fenomeno mafioso, la Chiesa siciliana non può non sentirsi legata. Essa non può tornare indietro su questa via. Tanto più che questo cammino storico della Chiesa siciliana è stato, per così dire, suggellato dalla splendida testimonianza del martirio di don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia solo perché fedele al suo ministero. La memoria di questo martirio è impegnativa per la Chiesa siciliana tutta. Il suo "martirio" è venuto a siglare questa stagione di impegno ecclesiale anche se questo martirio non va disgiunto e isolato da quello di numerosi altri uomini tra cui alcuni magistrati e appartenenti alle forze dell'ordine. Da questo derivano alcune conseguenze in campo pastorale e dell'impegno morale. La Chiesa, particolarmente nella predicazione e negli interventi autorevoli, non può limitarsi alla denuncia del fenomeno mafioso, per la prevalente preoccupazione di parlare all'opinione pubblica, ma deve rivolgere il pressante appello e dare un vero aiuto alla conversione, facendo prevalere la preoccupazione di parlare alle coscienze.Urge formare una nuova coscienza di fronte alla mafia. Una nuova mentalità sarà in grado di creare una reale cultura "antimafia": qui la Chiesa deve ravvisare il campo specifico del suo intervento propositivo ed educativo. L'educazione alla legalità va coniugata con l'educazione alla socialità e ad una cittadinanza responsabile , nell'ambito di una educazione globale alla pace. La Conferenza Episcopale Italiana ha voluto sottolineare questo stretto legame con tre Note pastorali che costituiscono una piccola trilogia : Educare alla legalità (1991), Stato sociale ed educazione alla socialità (1995) ed Educare alla pace (1998). E' compito della Chiesa sia aiutare a prendere consapevolezza che tutti, anche i cristiani, alimentiamo l' humus dove alligna e facilmente cresce la mafia, sia indurre al superamento dell'attuale situazione attraverso la conversione al Vangelo, capace di creare una cultura antimafia fondata sulla consapevolezza che il bene comune è frutto dell'apporto responsabile di tutti e di ciascuno. La lotta alla mafia passa , anche se non si esaurisce, attraverso un rinnovato impegno educativo e pastorale che porti ad un cambiamento della mentalità e dei comportamenti concreti, ad una profonda "conversione" personale e comunitaria. La Chiesa sente di avere una sua responsabilità per la formazione di una diffusa coscienza civile di rifiuto del costume e della mentalità mafiosi e si impegna nell'opera educativa e formativa dei suoi fedeli e, più in generale, di quanti, anche non credenti, vengono a contatto con le strutture educative (ad es. scuole cattoliche) da essa condotte o animate. Essa non si sente estranea all'impegno, che è di tutta la società siciliana, di liberazione dalla triste piaga della mafia.Tuttavia non confonde la sua azione pastorale con quella dello Stato. Non intende configurare se stessa come una sorta di “religione civile”. Impegno civile e azione propriamente pastorale della Chiesa possono incontrarsi, ma non sono la stessa cosa. La Chiesa, in forza della sua stessa missione, non può non rivolgere anche ai mafiosi l'appello alla conversione e, quindi, mettere in atto quei passi che possono condurre i singoli mafiosi a tale conversione. Tuttavia essa deve vigilare affinché l'esercizio del ministero di annuncio della misericordia di Dio non sia strumentalizzato dal mafioso, ad esempio durante la sua latitanza, e non si configuri, di fatto, come copertura o favoreggiamento di quanti hanno violato e talvolta continuano a violare la legge di Dio e quella degli uomini. Bisogna analizzare poi criticamente il fatto che, spesso, vari mafiosi si ritengono membri della Chiesa a pieno titolo, nient'affatto fuori della sua comunione, nonostante la loro appartenenza a quella “struttura di peccato” che è la cosca mafiosa.Nel suo appello alla conversione la Chiesa non può non fare presenti le esigenze propie della conversione cristiana e quindi non ricordare, anche ai mafiosi, che: a) La conversione non può essere ridotta a fatto intimistico ma ha sempre una proiezione storica ed esige comunque la riparazione. Nel caso del mafioso, la conversione non potrà certo ridare la vita agli uccisi, ma comporta comunque un impegno fattivo affinché sia debellata la struttura organizzativa della mafia, fonte costante di ingiustizie e violenza; anche con l'indicazione all'autorità giudiziaria di situazioni e uomini, che se non fermati in tempo, potrebbero continuare a provocare ingiustizie. La mancanza di una tale indicazione da parte del mafioso convertito, oltre a configurarsi come atto di omertà, sembra ignorare il dovere della riparazione. b) C'è un nesso tra peccato di cui ci si pente e pena da assumere in espiazione del peccato.Lo slogan "pecca confessati e continua a peccare" ha poco a vedere con la dottrina cattolica, per la quale, come ricorda il CCC il peccato comporta oltre una pena eterna che viene rimessa con l' assoluzione a chi è veramente pentito, anche una pena temporale da scontare " o quaggiù, o dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio".La grazia del perdono è stata meritata da Gesù Cristo a caro prezzo- il prezzo della sua vita donata- e non può essere svenduta a prezzi di liquidazione.Nel caso di peccati legati all'appartenenza mafiosa, la “soddisfazione” del peccato sia da vedere anche nelle pene sancite dalla condanna detentiva della magistratura, alle quali perciò il mafioso convertito potrebbe cercare di non sottrarsi. Alla comunità cristiana si richiedono dei gesti originali che facciano superare la concezione della pena di carattere retributivo o vendicativo, e che interpellino cattolici e laici ad interrogarsi sulle modalità di una prevenzione dei reati collegati col fenomeno mafioso( favorire cooperative di lavoro, collaborare con fondazioni antiusura e associazioni antiracket, impegnarsi diffusione di una cultura della legalità al recupero ed inserimento sociale dei carcerati ed assistenza alle loro famiglie e ad un uso modigerato del denaro che non ne faccia l’idolo a cui sacrificare tutto). Per essere concreto vorrei citare alcuni piccoli segni che si stanno realizzando nella nostra diocesi. A Gela è sorta la Casa del Volontariato nata dalla collaborazione tra un centro di servizi per il volontariato e i gruppi giovanili ecclesiali. Si è realizzata una sinergia tra istituzioni civili e ecclesiali, per un progetto educativo che serva a costruire una città solidale. La prima sperimentazione è stata una manifestazione denominata 10 mila passi per Gela in cui migliaia di ragazzi hanno una messo una firma con l'impegno a contrasta la mafia e l’illegalità .Una seconda iniziativa è la costituzione di una cooperativa sociale in collaborazione con le Acli che ha avuto assegnato un terreno confiscato alla mafia che fa lavorare anche alcuni ex carcerati. Una terza iniziativa è il Polo di eccellenza Luigi e Mario Sturzo in collaborazione con il Rinnovamento nello Spirito che in un fondo donato alla diocesi dai fratelli Luigi e Mario Sturzo , attraverso una Fondazione diocesana si occupa del reinserimento sociale dei carcerati attraverso la riscoperta della fede, il lavoro, la cultura e la famiglia.A Pietraperzia la Comunità Frontiera , animata da un padre francescano(p. Giuseppe De Stefano) ha realizzato un centro giovanile e sta progettando una città dei ragazzi che interesserà anche il comune di Barrafranca. A Gela e a Niscemi alcuni ragazzi difficili o ex baby-mafiosi vengono seguiti nel progetto “Cieli e Terra nuova” promosso dalla Caritas con attività di catechesi, di recupero scolastico e di formazione professionale. Nel carcere di Enna nel reparto dell’alta sicurezza ci sono un gruppo di detenuti che stanno compiendo un cammino di fede animato da una comunità neocatecumenale. Per sconfiggere questa barriera invisibile, contro cui si infrangono i discorsi ufficiali, le denunzie morali, le prese di posizione istituzionali, è necessario un lavoro lungo, lento, capillare, volto ad educare più che a reprimere, a far capire, più che a promettere o minacciare, ad aprire prospettive nuove più che a dissertare su misure straordinarie. Per battere le mafie bisogna educare la gente, e per educare la gente bisogna essere convincenti. In famiglia, a scuola, in parrocchia, dev'essere possibile accompagnare le parole con l'indicazione di esempi efficaci; bisogna poter additare uomini e donne rappresentanti di una classe dirigente che non si ripiega su se stessa e sui propri interessi, lasciando il popolo al proprio destino, ma condivide davvero i problemi di tutti. Solo così il bene comune cesserà di essere un'elegante astrazione, buona per abbellire i discorsi di circostanza, e diventerà un valore condiviso anche dalla gente comune. E la criminalità organizzata quel giorno avrà davvero perduto la sua triste battaglia.In questo momento storico in cui vari imprenditori hanno avuto il coraggio di denunziare “il pizzo” e in cui vari appartenenti alla mafia sono stati catturati o uccisi è necessaria una collaborazione fra i vari settori della società civile ( imprenditori piccoli e grandi, sindacalisti, insegnanti, giornalisti) , Chiesa in tutte le sue articolazioni, e pubbliche istituzioni (magistratura, forze dell’ordine, amministratori locali, politici), ognuno nelle sue specifiche competenze senza confusioni di ruoli, per contrastare il fenomeno mafioso nella fondata speranza che la mafia può essere se non definitivamente debellata almeno significativamente ridimensionata e comunque isolata dal punto di vista morale e civile Verso questa direzione ci sono alcuni semi che bisogna far germogliare con la collaborazione di tutti. Alla chiara coscienza della radicale incompatibilità tra mafia e vita cristiana e di conseguente rifiuto di ogni compromissione della comunità ecclesiale col fenomeno mafioso, la Chiesa non solo siciliana non può non sentirsi legata. Tanto più che questa coscienza è stata suggellata dalla splendida testimonianza del martirio di don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia solo perché fedele al suo ministero. Bisogna ricordare che l’influsso nefasto delle mafie non è ristretto alla regioni meridionali ma ha dimensioni nazionali ed internazionali. Già nel 1900 don Luigi Sturzo scriveva che “la mafia ha i piedi in Sicilia ma afferra anche a Roma”. Di fronte a questa piaga profonda la Chiesa per non ridursi a “religione civile” deve dare sull’esempio di Giovanni Paolo II un giudizio originale a partire da categorie tipicamente evangeliche, come “peccato”, “conversione”, “giudizio di Dio” che le permettano di offrire un contributo specifico alla formazione di una rinnovata coscienza cristiana . Su questo tema mi sono espresso, come Tu sai, su Regno Documenti n. 11 del 2008 pp. 356-359. E' compito della Chiesa sia aiutare a prendere consapevolezza che tutti, anche i cristiani, alimentiamo l' humus dove alligna e facilmente cresce la mafia, sia mettere in atto quei passi che possono condurre i singoli mafiosi a tale conversione. Tuttavia essa deve vigilare affinché l'esercizio del ministero di annuncio della misericordia di Dio non sia strumentalizzato dal mafioso, ad esempio durante la sua latitanza, e non si configuri, di fatto, come copertura o favoreggiamento di quanti hanno violato e talvolta continuano a violare la legge di Dio e quella degli uomini. Per i mafiosi è più importante apparire religiosi che esserlo veramente. Io a Gela sono stato insultato e minacciato per aver proibito, d’accordo con le autorità civili, il funerale solenne di un capomafia, che rischiava di trasformarsi in una legittimazione sociale del suo comportamento oggettivamente peccaminoso. Bisogna analizzare criticamente il fatto che, spesso, vari mafiosi si ritengono membri della Chiesa a pieno titolo, nient'affatto fuori della sua comunione, e danno per scontato nonostante la loro appartenenza a quella “struttura di peccato” che è la cosca mafiosa. Questa mentalità risulta da alcune pubblicazioni recenti come “La mafia devota” della sociologa Alessandra Dino e “Dio dei mafiosi” di Augusto Cavadi. L'atteggiamento pastorale verso i mafiosi va accompagnato dalla esigenza di prevenire i fenomeni criminosi ed aiutare i mafiosi a pentirsi , a riparare il male fatto e a diventare persone nuove".

(fonte: La Stampa.it)

Monsignor Michele Pennisi
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Liberare Asia Bibi e promuovere la libertà religiosa

 Nel 2011 ci sono ancora Paesi che mantengono viva la condanna a morte per reati di blasfemia, nuocendo in questo modo ad ogni senso di unità fraterna e di libertà religiosa. Asia Bibi è una vittima di quest'arcaico sistema che punisce solo chi la pensa diversamente o chi crede in fedi differenti. 
Noi sappiamo che la Volontà di Dio non è quella di una fede forzata: Egli chiama i figli ad amarLo senza costrizione e quindi non possiamo essere noi a costringere qualcuno a credere o ad amare Dio, altrimenti non vi sarebbe alcun libero arbitrio. La conversione che Dio chiede è la conversione del cuore e non la conversione delle labbra o del proprio credo formale. C'è dunque bisogno di cambiare le cose perché non è possibile condannare Asia Bibi solo per aver "offeso" il profeta Maometto. Quante offese ha ricevuto Gesù? Pensiamo al Suo Calvario: Egli non ha chiesto al Padre di punire i suoi persecutori, ma ha chiesto Lui di perdonarli perchè non consapevoli di ciò che stavano compiendo. Questo è il Volto di Dio: il Volto della Divina Misericordia che concede a tutti i peccatori la possibilità della conversione. Ma come si può sperare nella conversione di un peccatore se lo si condanna a morte? Se Paolo di Tarso fosse stato condannato a morte per le sue persecuzioni contro i discepoli di Cristo e per l'offesa al Suo Santo Nome, non avremmo mai avuto la figura di San Paolo apostolo! Cristo ci ha mostrato che nessuno può esser condannato perchè la Provvidenza divina chiama anche i peccatori alla conversione del cuore.
 Ieri a Parigi, il nunzio apostolico in Francia, mons. Luigi Ventura, ha espresso la vicinanza del Santo Padre alla figlia e al marito di Asia Bibi: su questo incontro leggiamo un'intervista allo stesso mons.Ventura, intervistato da Amedeo Lomonaco di Radio Vaticana:

R. – Ho espresso soprattutto la preghiera del Santo Padre, consegnando un Rosario benedetto dal Papa, li ho rassicurati, ho ripetuto quello che Benedetto XVI aveva detto nell’udienza del mercoledì di novembre, quando aveva espresso la preoccupazione per la difficile situazione dei cristiani in Pakistan e aveva assicurato la sua prossimità alle vittime della violenza e della discriminazione. Ho quindi sottolineato questa vicinanza spirituale del Santo Padre ad Asia Bibi per la famiglia, auspicando che le sia data la libertà.

D. – La vicenda di Asia Bibi, condannata a morte in Pakistan per blasfemia, ripropone anche la contrapposizione tra le spinte del fondamentalismo e il diritto alla libertà religiosa...

R. – Il caso è emblematico. E’ un caso personale, che coinvolge le persone, ma è anche un caso simbolico per i valori che devono trovare spazio per affermarsi. In Pakistan c’è una situazione di legge imposta, però ci sono delle forze, delle realtà che sono dinamiche, che stanno lavorando per l’evoluzione della situazione. La famiglia stessa di Asia Bibi riconosce che tra i musulmani ci sono persone che sono a favore dell’amicizia, del rispetto, della solidarietà, di questa relazione umana più fraterna e rispettosa, ma che al contempo ci sono anche dei radicalismi e dei fanatismi che sono duri da estirpare.

D. – Fanatismi difficili da estirpare anche se la difesa della libertà religiosa è un valore ed un principio per molti musulmani...

R. – I familiari di Asia Bibi mi dicevano che nell’incontro con l’imam della moschea di Parigi lo stesso imam li ha confortati citando questa frase del Corano: Dio non vuole la morte, ma salvando una persona si salva l’umanità. In questo senso, aveva espresso anche lui lo stesso auspicio di libertà religiosa per tutti. C’è, quindi, la via per lavorare per la soluzione di questo caso che è molto importante, perché la libertà religiosa è legata ad ogni altra libertà.

D. – L’auspicio, dunque, è che si possa passare, percorrendo questa via, dalla solidarietà, dalla preghiera, dalla vicinanza ad un cambiamento concreto...

R. – Credo che questo faccia parte di una coscienza e di una maturazione di coscienza, ed è senz’altro utile alla sensibilizzazione. Quelli che sono i sentimenti devono diventare anche azioni politiche. (vv)
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mercoledì 1 giugno 2011

Carità e Verità: Caritas in Veritate - XXV

Continuiamo la lettura della nuova Enciclica di Papa Benedetto XVI "Caritas in Veritate". Oggi vedremo il Santo Padre toccare temi molto forti quali il turismo sessuale, una delle piaghe del nostro tempo, denunciando questo tipo di turismo malsano e promuovendo invece un turismo pulito fatto di riposo e sano divertimento, un divertimento cioè esente da peccato. Inoltre vediamo toccare anche l'attuale tema delle migrazioni, soffermandosi in particolare sui diritti fondamentali inalienabili di ogni migrante. Si parlerà anche di poveri e disoccupazione, di lavoro "decente" che rispetti i diritti dei lavoratori, specie dei migranti purtroppo spesso sfruttati. Ed è proprio sulla decenza del lavoro che si conclude questa venticinquesima parte dell'Enciclica:


61. Una solidarietà più ampia a livello internazionale si esprime innanzitutto nel continuare a promuovere, anche in condizioni di crisi economica, un maggiore accesso all'educazione, la quale, d'altro canto, è condizione essenziale per l'efficacia della stessa cooperazione internazionale. Con il termine “educazione” non ci si riferisce solo all'istruzione o alla formazione al lavoro, entrambe cause importanti di sviluppo, ma alla formazione completa della persona. A questo proposito va sottolineato un aspetto problematico: per educare bisogna sapere chi è la persona umana, conoscerne la natura. L'affermarsi di una visione relativistica di tale natura pone seri problemi all'educazione, soprattutto all'educazione morale, pregiudicandone l'estensione a livello universale. Cedendo ad un simile relativismo, si diventa tutti più poveri, con conseguenze negative anche sull'efficacia dell'aiuto alle popolazioni più bisognose, le quali non hanno solo necessità di mezzi economici o tecnici, ma anche di vie e di mezzi pedagogici che assecondino le persone nella loro piena realizzazione umana.

Un esempio della rilevanza di questo problema ci è offerto dal fenomeno del turismo internazionale [141], che può costituire un notevole fattore di sviluppo economico e di crescita culturale, ma che può trasformarsi anche in occasione di sfruttamento e di degrado morale. La situazione attuale offre singolari opportunità perché gli aspetti economici dello sviluppo, ossia i flussi di denaro e la nascita in sede locale di esperienze imprenditoriali significative, arrivino a combinarsi con quelli culturali, primo fra tutti l'aspetto educativo. In molti casi questo avviene, ma in tanti altri il turismo internazionale è evento diseducativo sia per il turista sia per le popolazioni locali. Queste ultime spesso sono poste di fronte a comportamenti immorali, o addirittura perversi, come nel caso del turismo cosiddetto sessuale, al quale sono sacrificati tanti esseri umani, perfino in giovane età. È doloroso constatare che ciò si svolge spesso con l'avallo dei governi locali, con il silenzio di quelli da cui provengono i turisti e con la complicità di tanti operatori del settore. Anche quando non si giunge a tanto, il turismo internazionale, non poche volte, è vissuto in modo consumistico ed edonistico, come evasione e con modalità organizzative tipiche dei Paesi di provenienza, così da non favorire un vero incontro tra persone e culture. Bisogna, allora, pensare a un turismo diverso, capace di promuovere una vera conoscenza reciproca, senza togliere spazio al riposo e al sano divertimento: un turismo di questo genere va incrementato, grazie anche ad un più stretto collegamento con le esperienze di cooperazione internazionale e di imprenditoria per lo sviluppo.

62. Un altro aspetto meritevole di attenzione, trattando dello sviluppo umano integrale, è il fenomeno delle migrazioni. È fenomeno che impressiona per la quantità di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale. Possiamo dire che siamo di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per essere adeguatamente affrontato. Tale politica va sviluppata a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati. Nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori. Il fenomeno, com'è noto, è di gestione complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d'origine grazie alle rimesse finanziarie. Ovviamente, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione [142].

63. Nella considerazione dei problemi dello sviluppo, non si può non mettere in evidenza il nesso diretto tra povertà e disoccupazione. I poveri in molti casi sono il risultato della violazione della dignità del lavoro umano, sia perché ne vengono limitate le possibilità (disoccupazione, sotto-occupazione), sia perché vengono svalutati « i diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia » [143]. Perciò, già il 1° maggio 2000, il mio Predecessore Giovanni Paolo II, di venerata memoria, in occasione del Giubileo dei Lavoratori, lanciò un appello per « una coalizione mondiale in favore del lavoro decente » [144], incoraggiando la strategia dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro. In tal modo, conferiva un forte riscontro morale a questo obiettivo, quale aspirazione delle famiglie in tutti i Paesi del mondo. Che cosa significa la parola « decente » applicata al lavoro? Significa un lavoro che, in ogni società, sia l'espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa.

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Il Papa affida alla Beata Vergine Maria la Chiesa e il mondo intero

Nella serata di ieri al termine del Santo Rosario presieduto dal cardinale Angelo Comastri nella grotta di Nostra Signora di  Lourdes in Vaticano, il Santo Padre ha concluso il mese mariano di maggio affidando alla Beata Vergine Maria la Chiesa e il mondo intero. Il Papa ha anche ricordato il suo beato predecessore come vedremo nel testo integrale del discorso pronunziato dal Sommo Pontefice:




CONCLUSIONE DEL MESE MARIANO

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI 

Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani
Martedì, 31 maggio 2011



Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di unirmi a voi in preghiera, ai piedi della Vergine Santa, che oggi contempliamo nella Festa della Visitazione. Saluto e ringrazio il Signor Cardinale Angelo Comastri, Arciprete della Basilica di San Pietro, i Cardinali e i Vescovi presenti, e tutti voi che siete qui convenuti questa sera. A conclusione del mese di Maggio, vogliamo unire la nostra voce a quella di Maria, nel suo stesso cantico di lode; con Lei vogliamo magnificare il Signore per le meraviglie che continua ad operare nella vita della Chiesa e di ciascuno di noi. In particolare, è stato e rimane per tutti motivo di grande gioia e gratitudine l’avere iniziato questo mese mariano con la memorabile Beatificazione di Giovanni Paolo II. Quale grande dono di grazia è stata, per la Chiesa intera, la vita di questo grande Papa! La sua testimonianza continua ad illuminare le nostre esistenze e ci è di sprone ad essere veri discepoli del Signore, a seguirLo con il coraggio della fede, ad amarLo con lo stesso entusiasmo con cui egli ha donato a Lui la propria vita.

Meditando oggi la Visitazione di Maria, siamo portati a riflettere proprio su questo coraggio della fede. Colei che Elisabetta accoglie nella sua casa è la Vergine che “ha creduto” all’annuncio dell’Angelo e ha risposto con fede, accettando con coraggio il progetto di Dio per la sua vita e accogliendo così in sé la Parola eterna dell’Altissimo. Come sottolineava il mio beato Predecessore nell’Enciclica Redemptoris Mater, è mediante la fede che Maria ha pronunciato il suo fiat, «si è abbandonata a Dio senza riserve ed “ha consacrato totalmente se stessa, quale ancella del Signore, alla persona e all’opera del Figlio suo”» (n. 13; cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56). Per questo Elisabetta, nel salutarla, esclama: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). Maria ha davvero creduto che “nulla è impossibile a Dio” (v. 37) e, forte di questa fiducia, si è lasciata guidare dallo Spirito Santo nell’obbedienza quotidiana ai suoi disegni. Come non desiderare, per la nostra vita, lo stesso abbandono fiducioso? Come potremmo precluderci quella beatitudine che nasce da una così intima e profonda consuetudine con Gesù? Perciò, rivolgendoci oggi alla “piena di grazia”, le chiediamo di ottenere anche a noi, dalla Provvidenza divina, di poter pronunciare ogni giorno il nostro “sì” ai disegni di Dio con la stessa fede umile e schietta con cui Lei ha pronunciato il suo. Ella che, accogliendo in sé la Parola di Dio, si è abbandonata a Lui senza riserve, ci guidi ad una risposta sempre più generosa e incondizionata ai suoi progetti, anche quando in essi siamo chiamati ad abbracciare la croce.

In questo tempo pasquale, mentre invochiamo dal Risorto il dono del suo Spirito, affidiamo alla materna intercessione della Madonna la Chiesa e il mondo intero. Maria Santissima che nel Cenacolo ha invocato con gli Apostoli il Consolatore, ottenga ad ogni battezzato la grazia di una vita illuminata dal mistero del Dio crocifisso e risorto, il dono di saper accogliere sempre più nella propria esistenza la signoria di Colui che con la sua risurrezione ha sconfitto la morte. Cari amici, su ciascuno di voi, sui vostri cari, in particolare su quanti soffrono, imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
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