martedì 17 gennaio 2012

Iniziativa di Pax Christi per la Settimana dell'unità dei cristiani. Tra i protagonisti mons. Bettazzi, padre conciliare al Vaticano II

Da: Radio Vaticana


Nell'ambito della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, da domani al 25 gennaio sul tema “Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore”, Pax Christi Italia presenta venerdì prossimo a Venezia il sito Internet www.dodiciraccolti.it. L’iniziativa propone un’inedita e originale “catena di preghiera”, una “fraternità itinerante” in cui ogni giorno singole persone, famiglie, parrocchie, scuole, comunità, associazioni prendono l’impegno di raccogliersi in preghiera per la pace, incontrandosi su Internet. All’evento partecipa anche mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, testimone diretto del Concilio Ecumenico Vaticano II. Al presule, oggi 89enne, Giada Aquilino ha chiesto come iniziative quali quelle di Pax Christi Italia possano contribuire all’obiettivo dell’unità dei cristiani:

R. – Si tratta di iniziative importanti, frutto del Concilio. Prima di esso, si guardava all’esattezza dell’ortodossia: chi non era pienamente ortodosso, come noi, lo si considerava ‘escluso’. Ricordo che, ai nostri tempi, entrare in una chiesa protestante sembrava quasi un peccato mortale. Il Concilio ci dice di pensarci tutti in cammino: quelli che condividono con noi la fede in Gesù Cristo, il Battesimo, la Parola di Dio sono molti vicini a noi in questo cammino, anche se non partecipano a tutto l’insieme di verità. Con loro dobbiamo intraprendere questo cammino, per essere portatori della pace del Signore nel mondo.

D. – L’iniziativa dei ‘Dodici Raccolti’ arriva in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Come può contribuire a tale obiettivo?

R. – Credo che sia proprio il farci capire che la pace è dono del Signore, che dobbiamo pregare. L’iniziativa della preghiera per l’unità dei cristiani rappresenta proprio il riconoscimento da parte della Chiesa, soprattutto dopo il Concilio, del suo dovere di partecipare, di pregare con tutti coloro che credono in Cristo, con tutti coloro che hanno fede, per chiedere al Signore la grazia di essere sempre più uniti e sempre più portatori di pace nel mondo. A volte essere portatori di pace vuol dire, soprattutto per le nazioni più benestanti, più ricche e più potenti saper rinunciare a qualcosa per metterla a servizio di chi è più povero.

D. – Pregare per la pace: cosa può portare quest’impegno al cammino ecumenico?

R. – Prima di tutto una conversione interiore. Inoltre, comprendere - come diceva Papa Giovanni XXIII - quello che ci unisce, piuttosto che quello che ci divide. E’ pregando insieme che, forse, ci disponiamo ad essere sempre più uniti nelle cose che ancora ci dividono.

D. – Lei è testimone privilegiato del Concilio Vaticano II. Come avvenne la sua partecipazione? Quale fu la sua esperienza di padre conciliare?

R. – Io arrivai alla seconda sessione. Questo mi ha permesso di capire la differenza col vedere la prima sessione dall’esterno: sembrava che discutessero di cose formali, che non ci fossero grandi speranze. Diventai vescovo nel 1963, poi fui vescovo ausiliare del cardinale Giacomo Lercaro di Bologna, che era appena diventato uno dei quattro moderatori. Come aiutante aveva don Giuseppe Dossetti. Quando entrai a far parte del Concilio, mi resi conto che c’erano vescovi africani, latino-americani, asiatici. Mi resi conto proprio dell’universalità della Chiesa e del desiderio che c’era, da parte di tutti, di voler rinnovare quanto c’era di importante per non restare chiusi nelle proprie particolari visuali, per far sentire davvero l’importanza del popolo di Dio.

D. – A 50 anni dall’avvio, che contributo ha dato il Concilio al cammino verso l’unità dei cristiani?

R. – L’ecumenismo, anche attraverso il Concilio, ha aperto tante strade. Credo che il Concilio abbia dato una grande spinta, ad esempio per il fatto stesso che ci fossero dei “fratelli separati”, come si diceva allora, ma che in qualche modo ascoltavano e davano il loro contributo. Pensiamo ai grandi incontri di Assisi, iniziati per l’intuizione del Beato Giovanni Paolo II: non sarebbero stati possibili prima del Concilio. E lo stesso Papa Benedetto XVI ha voluto ripetere l’incontro ad Assisi, pochi mesi fa, allargandolo addirittura a tutti gli uomini di buona volontà ed anche a quelli che si presentano come non credenti, perché tutti quanti possiamo e dobbiamo contribuire a costruire la pace nel mondo.

D. – C’è un momento o un episodio del Concilio che in particolare ricorda?

R. – Ricordo gli sforzi che faceva Paolo VI per fare in modo che anche la minoranza, quei 500 vescovi che erano più legati alla tradizione e più esitanti al cambiamento, potesse votare i documenti. Allora, forse, questo faceva soffrire la maggioranza, che notava delle sfumature inserite nei testi. Adesso, a distanza di tempo, dobbiamo ringraziare proprio Paolo VI, perché se dei documenti fossero usciti ad esempio con 500 voti contrari si sarebbe sempre potuto discuterne, ma quando le grandi Costituzioni hanno avuto sette o otto voti contrari e 2.500 favorevoli si può dire che abbiano ottenuto l’unanimità della Chiesa cattolica, cioè l’insieme dei vescovi ha votato questi documenti orientativi per tutta la Chiesa cattolica.

D. – Proprio l’11 ottobre di quest’anno, nel 50.mo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, si aprirà l’Anno della fede, indetto da Benedetto XVI. Qual è, allora, il suo auspicio?

R. – Il mio auspicio è che l’Anno della fede non sia affrontato in astratto, ma che si viva la fede quale ci è stata aperta, orientata, sollecitata dal Concilio Vaticano II. Che sia quindi un grande ricupero del messaggio del Concilio, quello che Papa Giovanni presentò come “la Pentecoste del nostro tempo”. (vv)
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lunedì 16 gennaio 2012

Giornata per il dialogo fra cattolici ed ebrei sul tema "Non uccidere"

Da: Radio Vaticana


Domani si celebra la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra cattolici ed ebrei. Quest'anno, il tema dell'evento, nato da un’intuizione della Conferenza episcopale italiana, è “Non uccidere”. Su questa Giornata si sofferma, al microfono diAmedeo Lomonaco, il vescovo di Pistoia, mons. Mansueto Bianchi, presidente della Commissione per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della Cei:

R. – Mi pare una tematica di estrema attualità, perché il ventaglio del “Non uccidere” abbraccia la vicenda della vita, dal sorgere al tramonto dell’esistenza stessa. Dunque è una tematica su cui la responsabilità e l’impegno delle due religioni figlie di Abramo, l’ebraismo e il cristianesimo, e il cattolicesimo in particolare, sono chiamate a delle grandi sfide. E non sono soltanto sfide religiose, ma sono sfide etiche che riguardano la coscienza delle persone: allora il "non uccidere" è l’impegno al rispetto della vita, è l’impegno alla promozione della vita e anche la sfida culturale a guardare alla vita come ad un dono, a una risorsa. 

D. – Il comandamento “Non Uccidere” unisce cristiani ed ebrei, ma ci sono anche altri punti di convergenza. Come procede il dialogo tra ebrei e cattolici?

R. – Direi che è un dialogo che è estremamente utile e necessario. Ed è anche impegnativo da parte delle due esperienze religiose. E’ un dialogo che merita anche qualche fatica, merita anche qualche impegno per superare – diciamo – delle distonie che, momentaneamente, possono affacciarsi. Dunque credo che il percorso vada giudicato nel suo insieme, nella sua complessità e direi che, sotto questo aspetto, è veramente un itinerario che avanza. Ed è anche una sintonia che cresce tra queste due esperienze religiose. L’importante è non perdere di vista il respiro largo di queste vicende, la profondità e la lunghezza di questi percorsi e non lasciarsi troppo condizionare da vicende o da avvenimenti che potrebbero gettare dei coni d’ombra su quello che stiamo facendo. Sono comunque dei momenti, degli episodi che non ricoprono il cielo e l’orizzonte del dialogo ebraico-cristiano. (mg)
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domenica 15 gennaio 2012

Il Papa all'Angelus: i migranti "non sono numeri", ma persone che cercano "un luogo dove vivere in pace"

Da: Radio Vaticana


I migranti “non sono numeri”, ma persone che cercano soltanto “un luogo dove vivere in pace”. Nella seconda domenica del Tempo Ordinario e nell’odierna Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, Benedetto XVI all’Angelus ha pregato oggi per questi uomini, donne, bambini, giovani e anziani “protagonisti dell’annuncio del Vangelo” nella società contemporanea. Il Papa ha pure ricordato la prossima Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, salutando poi in varie lingue i fedeli presenti in Piazza San Pietro. Il servizio di Giada Aquilino:

Un invito a “essere testimoni autentici del Vangelo” e “portatori della Buona Novella” con i nostri fratelli e sorelle rifugiati e migranti, “vivendo concretamente la solidarietà e la carità cristiana, non soltanto con la preghiera ma anche con i fatti”. Sono le parole del Papa, oggi alla preghiera dell’Angelus e subito dopo nei saluti ai fedeli in Piazza San Pietro, nella 98.ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato:
“Milioni di persone sono coinvolte nel fenomeno delle migrazioni, ma esse non sono numeri! Sono uomini e donne, bambini, giovani e anziani che cercano un luogo dove vivere in pace. Nel mio Messaggio per questa Giornata ho richiamato l’attenzione sul tema 'Migrazioni e nuova evangelizzazione', sottolineando che i migranti sono non soltanto destinatari, ma anche protagonisti dell’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo”.
Esortando a “comprendere meglio i bisogni dei migranti e dei rifugiati e specialmente il loro desiderio di incontrare Dio” e a pregare per "tutti coloro che vivono in terra straniera", Benedetto XVI in particolare ha salutato i rappresentanti delle comunità migranti di Roma, oggi riunitisi in preghiera in Piazza San Pietro, e ha benedetto i polacchi “che vivono fuori della patria”. Il Pontefice ha quindi ricordato che dal 18 al 25 gennaio si svolgerà la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, sollecitando a pregare per la realizzazione di tale unità, verso la piena comunione:
“Invito tutti, a livello personale e comunitario, ad unirsi spiritualmente e, dove possibile, anche praticamente, per invocare da Dio il dono della piena unità tra i discepoli di Cristo”.
La riflessione del Santo Padre si è soffermata poi sul tema della vocazione, che emerge dalle Letture bibliche di oggi: “nel Vangelo - ha detto - è la chiamata dei primi discepoli da parte di Gesù; nella prima Lettura è la chiamata del profeta Samuele”. In entrambi i racconti, risalta l’importanza della figura del mediatore, “aiutando le persone chiamate a riconoscere la voce di Dio e a seguirla”. Nel caso di Samuele, ha spiegato il Papa, tale ruolo è svolto da Eli, sacerdote del tempio di Silo. Nel caso dei discepoli di Gesù, la figura mediatrice è quella di Giovanni Battista. Si sottolinea quindi “il ruolo decisivo della guida spirituale nel cammino di fede e, in particolare, nella risposta alla vocazione di speciale consacrazione per il servizio di Dio e del suo popolo”. 

“Già la stessa fede cristiana, di per sé, presuppone l’annuncio e la testimonianza: infatti essa consiste nell’adesione alla buona notizia che Gesù di Nazaret è morto e risorto, che è Dio. E così anche la chiamata a seguire Gesù più da vicino, rinunciando a formare una propria famiglia per dedicarsi alla grande famiglia della Chiesa, passa normalmente attraverso la testimonianza e la proposta di un 'fratello maggiore', di solito un sacerdote. Questo senza dimenticare il ruolo fondamentale dei genitori, che con la loro fede genuina e gioiosa e il loro amore coniugale mostrano ai figli che è bello ed è possibile costruire tutta la vita sull’amore di Dio”.

Pregando la Vergine Maria “per tutti gli educatori, specialmente i sacerdoti e i genitori, perché abbiano piena consapevolezza dell’importanza del loro ruolo spirituale, per favorire nei giovani, oltre alla crescita umana, la risposta alla chiamata di Dio”, Benedetto XVI ha quindi spiegato che “il nostro cristianesimo non si basa su una teoria arida e superata. Essere cristiano - ha proseguito - significa incontrare Gesù Cristo”, che vive e ci chiama. “Quanto più ci avviciniamo a Cristo, tanto più - ha aggiunto - siamo pieni del suo amore e della sua vita”. Vogliamo, dunque, “trasmettere al nostro prossimo questo entusiasmo nel Signore. Egli è Colui che rende la nostra vita luminosa e felice”. 

Nei saluti finali in varie lingue, il Papa ha quindi ricordato tra gli altri i ragazzi italiani del catechismo di Segni, accompagnati dal parroco e dagli educatori, i giovani di Le Castella – Isola di Capo Rizzuto, che domenica scorsa hanno ricevuto il Sacramento della Confermazione, e i professori e gli alunni dell’Istituto di Villafranca de los Barros, in Spagna.
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sabato 14 gennaio 2012

Udienza del Papa al premier italiano Monti: la situazione sociale in Italia e in Europa al centro dell’incontro

Da: Radio Vaticana


Benedetto XVI ha ricevuto, stamani, in Vaticano il presidente del Consiglio italiano, Mario Monti con la consorte e il seguito. Al centro dell’incontro, informa una nota della Sala Stampa vaticana, la situazione sociale italiana e europea. Il Papa e il premier italiano si sono inoltre soffermati sulla tutela delle minoranze religiose. Il servizio di Alessandro Gisotti:

“Grazie di questo privilegio e onore”: sono le prime parole di Mario Monti nell’incontrare Benedetto XVI che, a sua volta, ha ringraziato il premier italiano per la visita. Prima che le porte della Sala della Biblioteca si chiudessero, si sono potute ascoltare alcune parole. Parlando della crisi economica, Monti ha detto che “è importante dare un segno di determinazione”. “Questo è importante”, ha convenuto il Papa che ha anche detto "coraggio" al premier. Nel corso dei colloqui, informa una nota della Sala Stampa vaticana, “sono stati affrontati temi che riguardano la situazione sociale italiana e il relativo impegno del governo, nonché il contributo della Chiesa cattolica alla vita del Paese”. Il Papa e il premier hanno inoltre parlato di alcuni “aspetti dell’attuale quadro internazionale, dall’Europa alla situazione nell’area mediterranea meridionale”. Infine, ci si è “soffermati sulla tutela delle minoranze religiose, soprattutto cristiane, in alcune aree del mondo”. Le due parti, conclude la nota, “hanno confermato la volontà di continuare la costruttiva collaborazione a livello bilaterale e nel contesto della comunità internazionale”.

Mario Monti era giunto in Vaticano poco prima delle 11, accompagnato dalla moglie e da un seguito di 11 persone, tra cui il ministro degli Esteri, Giuliomaria Terzi di Sant’Agata. Al termine del colloquio con il Papa, durato circa 25 minuti, è avvenuto il tradizionale scambio di doni. Il premier ha fatto omaggio al Pontefice della riproduzione di un libro di mappe e carte nautiche e di un suo libro del 1992, “Il governo dell’economia e della moneta”. Da parte sua, il Papa ha contraccambiato donando al premier una preziosa penna e una stampa del ‘500 che raffigura la Basilica di San Pietro in costruzione. Quindi, il premier italiano si è incontrato con il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, accompagnato da mons. Ettore Balestrero, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati. Si tratta del primo incontro ufficiale tra il Papa e il premier, che si erano però già incontrati lo scorso 18 novembre, all’aeroporto di Fiumicino, quando Monti aveva salutato il Pontefice in partenza per il Benin. Del resto, non è la prima visita in Vaticano di Monti, da quando ha assunto l’incarico di presidente del Consiglio, lo scorso 16 novembre. Il primo gennaio, infatti, l’ex presidente della Bocconi si era recato in visita con la famiglia alla Basilica Vaticana e in particolare alla Tomba di Giovanni Paolo II. Mario Monti è il terzo premier italiano che Benedetto XVI incontra ufficialmente in Vaticano: nel 2006 aveva ricevuto Romano Prodi e nel 2008 Silvio Berlusconi.
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venerdì 13 gennaio 2012

Mons.Adwok: Trovare l'origine delle violenze in Sud Sudan

Pubblichiamo oggi un nuovo comunicato di ACS - Aiuto alla Chiesa che soffre* il quale si sofferma sui recenti scontri in Sud Sudan. Il testo contiene dichiarazioni di monsignor Daniel Adwok Kur, vescovo ausiliario di Khartoum:


Aiuto alla Chiesa che Soffre
Fondazione di Diritto Pontificio

JUBA DEVE APPROFONDIRE L’ORIGINE DELLE VIOLENZE
Mons. Daniel Adwok Kur
«Il governo del Sud Sudan deve risolvere le cause dei conflitti». In una conversazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre monsignor Daniel Adwok Kur, vescovo ausiliario di Khartoum, esprime preoccupazione per la rapida «propagazione» dei disordini nel neo nato Sudan del Sud.
Le parole del presule giungono appena dopo quelle di Benedetto XVI che, durante l’incontro annuale con i membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha invitato tutti «ad unire gli sforzi affinché per i popoli del Sudan e del Sud Sudan si apra finalmente un periodo di pace, di libertà e di sviluppo».
Dalla Sala Regia al Palazzo di Vetro, dove ieri i quindici membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - informati dal sottosegretario generale per le operazioni di pace in Sud Sudan, Herve Ladsous, di nuovi scontri interetnici tra Lou Nuer e Murle - hanno definito le violenze «inaccettabili».
Monsignor Adwok racconta ad ACS che in molte zone la situazione è estremamente tesa e che numerose contese riguardanti il bestiame o le proprietà terriere sono presto sfociate in faide tribali. Il presule si rivolge quindi al governo guidato dal presidente Salva Kiir Mayardit: «Juba deve approfondire le cause degli scontri e tentare la via della riconciliazione». Un appello che il vescovo ausiliario di Khartoum aveva già lanciato mesi prima dell’indipendenza del 9 luglio 2011. «Le autorità sudsudanesi – aveva detto alla Fondazione pontificia lo scorso aprile - dovranno risolvere tutti i problemi all’origine delle agitazioni. Inclusa la consegna di armi ai ribelli da parte del Nord islamico».
Monsignor Adwok è convinto che la Chiesa cattolica possa fornire un contributo determinante nel «favorire un clima di riconciliazione». In Sud Sudan la Chiesa ha infatti un discreto potere d’influenza non solo per l’alta percentuale di cattolici - in alcune regioni arrivano al 75% della popolazione - «ma soprattutto per l’essenziale aiuto umanitario prestato durante la guerra civile».
Negli ultimi cinque anni Aiuto alla Chiesa che Soffre ha donato al Sudan oltre quattro milioni di euro. Quasi un milione e ottocentomila euro nel solo 2010. Tra i numerosi progetti realizzati grazie ai benefattori della fondazione pontificia, si ricorda «Save the Saveable», il programma scolastico nato nel 1986 per volere dell’arcivescovo di Khartoum, il cardinale Gabriel Zubeir Wako, e grazie al quale tutti i bambini costretti dalla guerra ad abbandonare il Sud del Paese e a trasferirsi con le famiglie nei campi per rifugiati nei dintorni di Khartoum hanno potuto ricevere un’istruzione.  Il progetto ha permesso di studiare anche a molte bambine che sono escluse dalle scuole statali d’ispirazione islamica.

“Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), Fondazione di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come l’unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2010 ha raccolto oltre 65 milioni di dollari nei 17 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato oltre 5.500 progetti in 153 nazioni.  
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giovedì 12 gennaio 2012

Il Papa agli amministratori di Roma e Lazio: servono accoglienza, solidarietà e legalità per guardare con fiducia al futuro


La crisi economica, la tutela della sicurezza, l’impegno della solidarietà: sono i tre temi chiave del discorso del Papa agli amministratori locali di Roma e Lazio - Gianni Alemanno, Renata Polverini e Nicola Zingaretti - ricevuti stamani in Vaticano, nella tradizionale udienza di inizio anno. Benedetto XVI ha esortato i rappresentanti istituzionali a sostenere le famiglie e i giovani, che più di altri soffrono a causa della mancanza di lavoro. Il servizio di Alessandro Gisotti:


“L’accoglienza, la solidarietà e la legalità siano valori fondamentali per guardare all’anno iniziato con maggiore serenità”: è l’esortazione che Benedetto XVI ha rivolto agli amministratori locali di Roma e Lazio. Il Papa ha innanzitutto riconosciuto le difficoltà dei cittadini alle prese con la crisi economica e finanziaria. Una crisi, ha osservato, che ha “le sue radici più profonde in una crisi etica”. Ed è per questo, è stato il suo richiamo, che deve maturare “un rinnovato umanesimo” che metta al centro la persona umana:

“La crisi attuale, infatti, ha nelle sue radici anche l’individualismo, che oscura la dimensione relazionale dell’uomo e lo conduce a chiudersi nel proprio piccolo mondo, ad essere attento a soddisfare innanzitutto i propri bisogni e desideri, preoccupandosi poco degli altri”.

Il Papa non ha mancato di indicare alcuni dei mali di questa mentalità individualista: la speculazioni negli affitti, “l’inserimento sempre più faticoso nel mondo del lavoro per i giovani”, la solitudine degli anziani e ancora l’indifferenza verso situazioni di emarginazione e povertà. C’è bisogno, ha affermato, di riscoprire la relazione con Dio, “primo passo per dare vita a una società più umana”. Ed ha aggiunto:

“E’ un’esigenza di carità e giustizia che nei momenti difficili coloro che hanno maggiori disponibilità si prendano cura di chi vive in condizioni disagiate”.
Ha così rivolto il pensiero alle famiglie, che, specie quelle numerose, si trovano ancor più in difficoltà a causa della crisi. Dal Papa l’auspicio che siano sostenute "anche attraverso aiuti e agevolazioni fiscali che favoriscano la natalità" e che siano garantite “le condizioni necessarie per un vivere dignitoso”. Quindi, si è soffermato sulla condizione dei giovani che “sono i più penalizzati dalla mancanza di lavoro”:

“Una società solidale deve sempre avere a cuore il futuro delle nuove generazioni, predisponendo adeguate politiche che garantiscano un alloggio a costi equi e che facciano tutto il possibile per assicurare un’attività lavorativa”.

Tutto ciò, ha avvertito, “è importante per evitare il rischio che i giovani cadano vittime di organizzazioni illegali, che offrono facili guadagni e non rispettano il valore della vita umana”. Allo stesso tempo, ha soggiunto, “è necessario promuovere una cultura della legalità, aiutando i cittadini a comprendere che le leggi servono per incanalare le tante energie positive presenti nella società e così permettere la promozione del bene comune”: 

“Anche i recenti episodi di violenza nel territorio spingono a continuare nell’impegno per educare al rispetto della legalità e per tutelare la sicurezza”. 

Alle istituzioni, ha rammentato, “è affidato il compito, oltre che di essere esemplari nel rispetto delle leggi, di emanare provvedimenti giusti ed equi”. Parlando dell’impegno della Caritas diocesana, il Papa non ha poi mancato di soffermarsi sul valore della solidarietà e dell’accoglienza in particolare nei confronti di quanti a causa della povertà o per tutelare la propria incolumità “giungono nelle nostre città e bussano alle porte delle parrocchie”:

“E’ necessario tuttavia alimentare percorsi di piena integrazione, che consentano l’inserimento nel tessuto sociale, affinché essi possano offrire a tutti la ricchezza di cui sono portatori”.

In tal modo, ha ribadito, “ciascuno imparerà a sentire il luogo dove risiede come la ‘casa comune’ in cui abitare e dalla quale prendersi cura”. Il Papa ha infine ringraziato gli amministratori di Roma e Lazio per la preziosa collaborazione nell’accogliere le migliaia di pellegrini giunti nell’Urbe per la Beatificazione di Giovanni Paolo II.
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mercoledì 11 gennaio 2012

Il Papa all'udienza generale: nell'Eucaristia viviamo la preghiera di Gesù affinché il male non vinca

Da: Radio Vaticana


Prosegue la riflessione di Benedetto XVI sulla preghiera di Gesù, presentata nei Vangeli. All’Udienza generale di oggi, in Aula Paolo VI, il Papa ha infatti meditato sul momento della preghiera di Cristo all'Ultima Cena, ricordando che, partecipando all'Eucaristia, anche noi viviamo la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno, affinché il male non vinca sul bene. Il servizio di Giada Aquilino:

Nella solennità dell’Ultima Cena, “Gesù anticipa la sua morte e la sua risurrezione”. Lo ha ricordato Benedetto XVI all’udienza generale di oggi, spiegando che in quel “convito in cui Gesù si congeda dagli amici” sente “l’imminenza della sua morte”: “Gesù sa - ha aggiunto il Papa - che la vita sta per essergli tolta attraverso il supplizio della croce, la pena capitale degli uomini non liberi”. Il nucleo di quella “cena di addio” di Gesù ai suoi, nei giorni in prossimità della Pasqua ebraica, sta nei gesti - "del capofamiglia, che accoglie alla sua mensa i familiari" - dello spezzare il pane, del distribuirlo ai discepoli e del condividere il calice del vino con le parole che li accompagnano e nel contesto di preghiera in cui si collocano: “è l’istituzione dell’Eucaristia, è la grande preghiera di Gesù e della Chiesa”:

"Gesù guarda alla sua Passione, Morte e Risurrezione, essendone pienamente consapevole. Egli vuole vivere questa Cena con i suoi discepoli, con un carattere del tutto speciale e diverso dagli altri conviti; è la sua Cena, nella quale dona Qualcosa di totalmente nuovo: Se stesso. In questo modo, Gesù celebra la sua Pasqua, anticipa la sua Croce e la sua Risurrezione". 

Nella preghiera, Gesù mostra poi “la sua identità e la determinazione a compiere fino in fondo la sua missione di amore totale, di offerta in obbedienza alla volontà del Padre”. 

"Egli offre in anticipo la vita che gli sarà tolta e in questo modo trasforma la sua morte violenta in un atto libero di donazione di sé per gli altri e agli altri. La violenza subita si trasforma in un sacrificio attivo, libero e redentivo".

E nei gesti e nelle parole di quella notte, “vediamo chiaramente - ha detto il Papa - che il rapporto intimo e costante con il Padre è il luogo in cui Egli realizza il gesto di lasciare ai suoi, e a ciascuno di noi, il Sacramento dell'amore, il «Sacramentum caritatis»”. Quindi una riflessione proprio sulla profondità della preghiera di Cristo per i discepoli, che “sorregge la loro debolezza”, “la loro fatica di comprendere che la via di Dio passa attraverso il Mistero pasquale di morte e risurrezione, anticipato nell’offerta del pane e del vino”. D’altra parte, l’Eucaristia “è cibo dei pellegrini che diventa forza anche per chi è stanco, sfinito e disorientato”. Benedetto XVI si è quindi soffermato sull’attenzione di Gesù per ciascuno dei suoi, con una preghiera che “è particolarmente per Pietro, perché, una volta convertito, confermi i fratelli nella fede”.

"Cari fratelli e sorelle, partecipando all'Eucaristia, viviamo in modo straordinario la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno affinché il male, che tutti incontriamo nella vita, non abbia a vincere e agisca in noi la forza trasformante della morte e risurrezione di Cristo. Nell’Eucaristia la Chiesa risponde al comando di Gesù: «Fate questo in memoria di me»".

Le tradizioni neotestamentarie dell’istituzione dell’Eucaristia, ricordate dal Pontefice con Paolo e Luca, Marco e Matteo, riportano - dal greco - un significato di “eucaristia/ringraziamento” e “eulogia/benedizione”, che rimandano direttamente alla berakha ebraica, grande preghiera della tradizione d’Israele. “La berakha - ha spiegato il Santo Padre - è anzitutto ringraziamento e lode che sale a Dio per il dono ricevuto: nell’Ultima Cena di Gesù, si tratta del pane – lavorato dal frumento che Dio fa germogliare e crescere dalla terra – e del vino prodotto dal frutto maturato sulle viti. Questa preghiera di lode e ringraziamento, che si innalza verso Dio, ritorna come benedizione, che scende da Dio sul dono e lo arricchisce. Il ringraziare, lodare Dio diventa così benedizione, e l’offerta donata a Dio ritorna all’uomo benedetta dall’Onnipotente”.

L’esortazione del Papa è stata quella di chiedere “al Signore che, dopo esserci debitamente preparati, anche con il Sacramento della Penitenza, la nostra partecipazione alla sua Eucaristia, indispensabile per la vita cristiana, sia sempre il punto più alto di tutta la nostra preghiera. Domandiamo che, uniti profondamente nella sua stessa offerta al Padre, possiamo anche noi trasformare le nostre croci in sacrificio, libero e responsabile, di amore a Dio e ai fratelli”. 

"Fin dall’inizio, la Chiesa ha compreso le parole di consacrazione come parte della preghiera fatta insieme a Gesù; come parte centrale della lode colma di gratitudine, attraverso la quale il frutto della terra e del lavoro dell’uomo ci viene nuovamente donato da Dio come corpo e sangue di Gesù, come auto-donazione di Dio stesso nell'amore accogliente del Figlio (cfr Gesù di Nazaret, II, pag. 146). Partecipando all’Eucaristia, nutrendoci della Carne e del Sangue del Figlio di Dio, noi uniamo la nostra preghiera a quella dell’Agnello pasquale nella sua notte suprema, perché la nostra vita non vada perduta, nonostante la nostra debolezza e le nostre infedeltà, ma venga trasformata".

Al termine dell’udienza, il Papa ha salutato tra gli altri un gruppo di 200 circensi e alcuni di loro - clown, acrobati e giocolieri - si sono esibiti ai piedi del palco offendo un colorato e spiritoso spettacolo al Pontefice. I saluti finali di Benedetto XVI sono andati anche ai dipendenti del Bioparco di Roma che, nel centenario di fondazione dell’istituzione, hanno portato in Aula Paolo VI un piccolo e raro coccodrillo cubano di 40 centimetri, che - dopo un periodo di affidamento e cure presso l’ex Zoo della capitale italiana - sarà restituito alla sua terra d’origine, in coincidenza con il viaggio apostolico di Benedetto XVI a Cuba, il prossimo marzo.
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martedì 10 gennaio 2012

Nuovi episodi di intolleranza anticristiana in India

Da: Radio Vaticana


In India si segnalano nuovi episodi che fanno temere in una ripresa dell’intolleranza nei confronti dei cristiani. Nello Stato dell’Orissa due leader sono stati arrestati con accuse che la comunità cristiana definisce “false e intimidatorie”. Si parla di collaborazione con la guerriglia e di conversioni fraudolente. C’è il timore che si torni ad una situazione di tensione che provocò i massacri anticristiani del 2008 nel distretto di Kandhamal. Sul clima in cui vivono i cristiani in India, Giancarlo La Vella ha intervistato padre Carlo Torriani, missionario del Pime nel Paese asiatico:

R. – E’ l’atmosfera che c’è in India da circa una decina d’anni, creata da un’organizzazione, il cui nome si può tradurre in “volontari per la difesa della cultura nazionale”. Dopo l’indipendenza si sono scagliati contro i musulmani e dopo sembra che abbiano detto: rivolgiamoci ai cristiani. Hanno cominciato a propagandare leggi contro le conversioni fraudolente. Si insinuano soprattutto nelle zone tribali, perché reagiscono male al fatto che chi si converte al Cristianesimo ha anche accesso alla scuola e questo apre gli occhi ai fuori-casta e ai tribali, che non si lasciano più sottomettere.

D. – C’è il timore che possano riesplodere episodi di estrema violenza come i massacri anticristiani avvenuti nel 2008?

R. – La possibilità c’è, specialmente in queste zone tribali in cui c’è poco la presenza dello Stato. Tuttavia nel governo centrale dell’India c’è consapevolezza di queste cose e c’è in piedi la proposta di varare una legge contro la violenza interreligiosa: la normativa consisterebbe nel riconoscere come un crimine l’azione di chi organizza e favorisce la discordia tra le comunità religiose e incita alla violenza promuovendo principi anche attraverso la propria stampa. 
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lunedì 9 gennaio 2012

Il Papa al Corpo diplomatico: non scoraggiarsi di fronte alla crisi, ma ripensare il cammino dell'umanità verso la pace


Per uscire dalla crisi economica e costruire la pace nel mondo, bisogna mettere al centro la persona umana: questo, in estrema sintesi, il messaggio che Benedetto XVI ha lanciato alla comunità internazionale, all’inizio del 2012, ricevendo stamani nella Sala Regia del Palazzo Apostolico i membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Il Papa ha pronunciato un articolato ed appassionato discorso, toccando tutti i principali temi dell’attualità internazionale. Attualmente, la Santa Sede intrattiene relazioni piene con 179 Stati. Il servizio di Alessandro Gisotti:

“Il mondo è buio laddove non è rischiarato dalla luce divina”: muove da questa convinzione il ragionamento di Benedetto XVI nel rivolgersi al Corpo diplomatico. Il Papa riconosce che il “momento attuale è segnato purtroppo da un profondo malessere”. Sottolinea così che la crisi economica-finanziaria mondiale ha colpito i Paesi in via di sviluppo non meno di quelli avanzati, dove tanti giovani si sentono oggi “disorientati e frustrati nelle loro aspirazioni”. Di qui, l’esortazione del Papa, a non scoraggiarsi, ma a “riprogettare risolutamente il nostro cammino”.

“La crise peut et doit…”
“La crisi – ha ribadito – può e deve essere uno sprone a riflettere sull’esistenza umana e sull’importanza della sua dimensione etica, prima ancora che sui meccanismi che governano la vita economica”. Servono, ha aggiunto, “nuove regole che assicurino a tutti la possibilità di vivere dignitosamente”. Ha quindi rivolto il pensiero al Nord Africa e al Medio Oriente, dove i giovani hanno lanciato il movimento della “primavera araba”. “L’ottimismo iniziale”, ha detto il Papa, ha ceduto “il passo al riconoscimento delle difficoltà di questo momento di transizione e di cambiamento”. Ed ha così indicato nel “riconoscimento della dignità inalienabile” della persona la “via adeguata per continuare il cammino intrapreso”. Ancora, ha invitato la Comunità internazionale “a dialogare con gli attori dei processi in atto, nel rispetto dei popoli” e in vista della costruzione di società “stabili e riconciliate”.

“J’eprouve une grande préoccupation…”
Il Papa ha espresso grande preoccupazione per le violenze in Siria, dove ha auspicato “una rapida fine degli spargimenti di sangue e l’inizio di un dialogo fruttuoso tra le parti”, favorito dalla presenza “degli osservatori indipendenti”. Non ha poi mancato di riferirsi con apprensione alla “recrudescenza della violenza in Nigeria”, ai recenti attentati in Iraq, alle tensioni e scontri nel Sud Sudan, in Costa d’Avorio, in Somalia e nella regione dei Grandi Laghi. Riferendosi poi al Medio Oriente ha auspicato che riparta il processo di pace in Terra Santa, elogiando l’iniziativa per il dialogo del Regno di Giordania. Palestinesi e israeliani, ha detto, devono adottare “decisioni coraggiose e lungimiranti in favore della pace”. Un’attenzione particolare il Pontefice l’ha poi rivolta al rispetto della libertà religiosa, che, ha ribadito, “è il primo dei diritti umani, perché essa esprime la realtà più fondamentale della persona”. Troppo spesso, è stato il rammarico del Papa, questo diritto viene “ancora limitato o schernito”: 

“Dans de nombreux pays…”
“In non pochi Paesi – ha constatato – i cristiani sono privati dei diritti fondamentali e messi ai margini della vita pubblica”, “in altri subiscono attacchi violenti contro le loro chiese e le loro abitazioni”. E talvolta sono “costretti ad abbandonare Paesi che essi hanno contribuito ad edificare”. Il Papa ha salutato con commozione la memoria del ministro pakistano Shahbaz Bhatti, la cui “infaticabile lotta per i diritti delle minoranze – ha affermato – si è conclusa con una morte tragica”. Di qui, richiamando l’incontro di Assisi dell’ottobre scorso, ha rinnovato la sua ferma condanna del “terrorismo motivato religiosamente”. Ha quindi dedicato una parte importante del discorso all’educazione dei giovani alla pace, ribadendo l’importanza innanzitutto della famiglia per questo compito. Il Papa ha affermato che “le politiche lesive della famiglia minacciano la dignità umana e il futuro stesso dell’umanità”. Allo stesso modo, ha proseguito, si oppongono all’educazione dei giovani “le misure che non solo permettono, ma talvolta addirittura favoriscono l’aborto, per motivi di convenienza o per ragioni mediche discutibili”:

“J’accueille donc avec satisfaction…”
Ha così elogiato la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che vieta di brevettare le cellule staminali embrionali, come anche la risoluzione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa che condanna la selezione prenatale. Un segnale incoraggiante, ha detto ancora, è la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in favore della presenza del Crocifisso nella aule scolastiche italiane. E proprio all’Italia, in occasione del 150.mo anniversario della sua unificazione, è andato un pensiero particolare del Papa: 

“Les relations entre Saint-Siège…”
“Le relazioni tra la Santa Sede e lo Stato italiano – ha rilevato – hanno attraversato momenti difficili dopo l’unificazione”, ma nel tempo “hanno prevalso la concordia e la reciproca volontà di cooperare” per il bene comune. Benedetto XVI ha quindi auspicato che l’Italia “continui a promuovere un rapporto equilibrato tra la Chiesa e lo Stato”, costituendo così un esempio per le altre nazioni. Nella parte conclusiva del suo discorso, il Papa ha richiamato l’importanza del rispetto del creato anche alla luce di recenti disastri ambientali come quello della centrale nucleare di Fukushima. “La salvaguardia dell’ambiente – ha osservato – la sinergia tra lotta contro la povertà e quella contro i cambiamenti climatici” sono ambiti rilevanti per la promozione dello sviluppo umano integrale”.
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domenica 8 gennaio 2012

Il Papa battezza 16 bambini nella Sistina: educare è arduo, serve la testimonianza della fede. All'Angelus: Cristo ci rende figli di Dio


Con la preghiera e la fedeltà ai Sacramenti, i genitori diventano per i figli testimoni della verità di Dio. È l’insegnamento che Benedetto XVI ha tratto dalla liturgia della Messa di questa mattina, presieduta nella Cappella Sistina nel giorno in cui la Chiesa celebra la solennità del Battesimo di Cristo. Come da tradizione, durante la cerimonia il Papa ha impartito il Sacramento del Battesimo a un gruppo di 16 bambini. All'Angelus, il Pontefice ha ripetuto che solo Cristo può darci la "dignità e il potere di diventare figli di Dio". Il servizio di Alessandro De Carolis:

(canto)

Parlare al cuore dei figli con la “voce della verità”, quella di Dio. Il compito complesso e sublime di ogni genitore cristiano. Sotto gli affreschi della Sistina e davanti ai piccoli visi dei neonati schierati di fronte a lui in braccio ai genitori – sei femminucce, tra cui due gemelle, e dieci maschietti – Benedetto XVI ha seguito il sentiero spirituale tracciato dalle letture della Messa per ribadire a mamme e papà che quella del Battesimo è stata la loro “prima scelta educativa”, scelta “fondamentale” perché è la prima testimonianza di fede offerta ai figli:

“Educare è molto impegnativo, a volte è arduo per le nostre capacità umane, sempre limitate. Ma educare diventa una meravigliosa missione se la si compie in collaborazione con Dio, che è il primo e vero educatore di ogni uomo”.
Dal profeta Isaia, il Papa ha tratto la certezza che Dio vuole dare ai credenti “cose che – ha detto – ci fanno bene”, anche se talvolta, ha proseguito, “usiamo male le nostre risorse” per “cose che non servono, anzi, che sono addirittura nocive”. Dio, ha affermato, “vuole darci soprattutto Se stesso e la sua Parola”, i Sacramenti, ovvero le fonti alle quali chi educa deve necessariamente attingere:

“I genitori devono dare tanto, ma per poter dare hanno bisogno a loro volta di ricevere, altrimenti si svuotano, si prosciugano. I genitori non sono la fonte, come anche noi sacerdoti non siamo la fonte: siamo piuttosto come dei canali, attraverso cui deve passare la linfa vitale dell’amore di Dio. Se ci stacchiamo dalla sorgente, noi stessi per primi ne risentiamo negativamente e non siamo più in grado di educare altri”.
Se invece preghiera e vita sacramentale sono l’anima di una madre e di un padre, i loro figli potranno goderne gli effetti, sotto forma di una educazione davvero “alta”:

“La preghiera e i Sacramenti ci ottengono quella luce di verità grazie alla quale possiamo essere al tempo stesso teneri e forti, usare dolcezza e fermezza, tacere e parlare al momento giusto, rimproverare e correggere nella giusta maniera”.
E prima di procedere al rito del Battesimo, Benedetto XVI si è rifatto alla scena del fiume Giordano, ricordando che “la prima e principale educazione avviene attraverso la testimonianza”. Il Battista lo dimostra, ha asserito, non trattenendo a sé i propri discepoli, ma indicando in Gesù il vero Maestro da seguire:

“Il vero educatore non lega le persone a sé, non è possessivo. Vuole che il figlio, o il discepolo, impari a conoscere la verità, e stabilisca con essa un rapporto personale. L’educatore compie il suo dovere fino in fondo, non fa mancare la sua presenza attenta e fedele; ma il suo obiettivo è che l’educando ascolti la voce della verità parlare al suo cuore e la segua in un cammino personale”.
All’Angelus, presieduto dalla finestra del suo studio affacciato su Piazza San Pietro, Benedetto XVI ha proseguito idealmente la riflessione della Messa spostando però l’accento sul fatto che ogni essere umano, pur non essendo necessariamente un genitore, è comunque un “figlio”. Ciò, ha continuato, aiuta a maturare un atteggiamento di accoglienza verso la vita come un “dono”. E inoltre, il sentirsi figlio suggerisce di aprire il cuore verso Dio, Padre di tutti e che tutti ama:

“Ognuno di noi è voluto, è amato da Dio. E anche in questa relazione con Dio noi possiamo, per così dire, ‘rinascere’, cioè diventare ciò che siamo. Questo accade mediante la fede (…) Il Battesimo è questa nuova nascita che precede il nostro fare. Con la nostra fede possiamo andare incontro a Cristo, ma solo Lui stesso può farci cristiani e dare a questa nostra volontà la risposta, la dignità, il potere di diventare figli di Dio, che da noi non abbiamo”. 

Al termine dell’Angelus, il Papa ha salutato i fedeli in cinque lingue, “augurando ogni bene per l’anno da poco iniziato”.
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sabato 7 gennaio 2012

Dalla Congregazione per la Dottrina della fede le linee pastorali per l'Anno della Fede


La Sala stampa della Santa Sede ha reso noto oggi la Nota della Congregazione per la Dottrina della fede che offre indicazioni pastorali per l’Anno della Fede indetto da Benedetto XVI dall’11 ottobre prossimo al 24 novembre del 2013. Un anno che cade nel 50° dell’apertura del Concilio Vaticano II e del 20° del Catechismo della Chiesa Cattolica. Le indicazioni pastorali – preparate da più dicasteri della Santa Sede – sono rivolte alla Chiesa universale – con molti eventi presieduti dal Papa - alle Conferenze episcopali, alle Diocesi ed alle Parrocchie, Comunità, Associazioni e Movimenti. Roberto Piermarini ha chiesto al padre Hermann Geissler, responsabile dell’Ufficio Dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede perché il suo Dicastero ha voluto offrire indicazioni pastorali per l’Anno della fede:

R. – Come si sa la Congregazione per la Dottrina della Fede è competente non solo per correggere gli errori, ma anche e primariamente per promuovere la dottrina della verità. Mi pare che questa Nota, con suggerimenti pastorali, entri perfettamente in questo compito promozionale, che è anche specifica della Congregazione stessa; mi pare anche che entri perfettamente nel programma del Papa che, sin dall’inizio del suo Pontificato, ha cercato di rinnovare la fede, partendo da Cristo: ricordo solo il suo accenno recentemente alla Curia Romana, quando ha detto “se la fede non riprende vitalità, tutte le altre riforme rimarranno inefficaci”. La riforma veramente necessaria, oggi, nella Chiesa è quindi il rinnovamento della fede. Direi che lo scopo di questa Nota è triplice. Il primo scopo è quello di aiutare i fedeli a riscoprire il nucleo della fede, il fondamento della fede, che è l’incontro personale con Cristo, l’incontro personale col Signore, che ci ama, ci sostiene, ci perdona, ci incoraggia e ci mostra un grande futuro. Partendo da questo, penso che ci sia un secondo scopo della Nota – anch’esso molto importante – che è quello di aiutare tutti a riscoprire il significato e i documenti del Vaticano II. Molti parlano del Vaticano II, ma quando poi si scende un po’ più approfonditamente, ci si accorge che pochi conoscono veramente i testi di questo grande e ultimo Concilio. Quindi penso che sia veramente molto importante riscoprire il tesoro di tutto questo. Menziono anche il terzo scopo, che è quello di riscoprire la fede in tutta la sua bellezza e nella sua integralità. Per questo credo, ovviamente, che il Catechismo della Chiesa Cattolica possa aiutarci molto, perché è importante oggi capire e comprendere anche la Dottrina della Fede. L’Anno della Fede vuole aiutarci proprio in questo. 

D. – Quali proposte pastorali offre la Nota?

R. – La Nota offre tante proposte: sono 40 e vengono proposte a livello di Chiesa universale, a livello di Conferenze episcopali, a livello poi delle diocesi, delle parrocchie, delle comunità, delle associazioni e dei movimenti. Per quanto riguarda le proposte della Chiesa universale saranno ovviamente caratterizzate da molti eventi che vedranno la partecipazione del Santo Padre: l’apertura dell’Anno della Fede, ad esempio, sarà una solenne celebrazione in ricordo del 50.mo di apertura del Vaticano II; ricordo poi il Sinodo dedicato alla nuova evangelizzazione, all’inizio di questo Anno della Fede, che rappresenterà un momento molto importante; ricordo anche i simposi e i convegni che si terranno qui a Roma a livello internazionale, per riscoprire proprio il significato del Vaticano II. Sempre a livello di Chiesa universale sono anche previste celebrazioni ecumeniche per promuovere l’unità dei fedeli: un punto forte, questo, del Concilio. Ci sarà una solenne celebrazione con tutti i cristiani per riaffermare la fede comune in Cristo. A livello poi delle Conferenze episcopali ricordo soltanto una proposta, che è quella di impegnarsi nuovamente nella catechesi, perché la Catechesi è assai importante per la Chiesa: sappiamo, infatti, che la catechesi sta vivendo un momento di crisi in molte parti della Chiesa e a questo riguardo la Nota incoraggia i vescovi a rifare i sussidi, che non sono in parte ancora conformi al Catechismo della Chiesa Cattolica. Credo che sia molto importante che i testi della catechesi siano veramente ben fatti per essere veramente di aiuto ai fedeli. Per quanto riguarda poi le proposte a livello diocesano, c’è la proposta che ogni vescovo faccia una Lettera pastorale sulla fede; c’è poi la proposta di offrire catechesi per i giovani nelle cattedrali e nelle grandi chiese o per quelle persone che stanno cercando la fede o il senso della vita; c’è ancora la proposta di un rinnovato dialogo tra fede e ragione, che appare molto importante ai nostri giorni, in cui non in pochi pensano che fra fede e ragione non vi possa essere una sintonia. Il Papa invece dice che c’è, che ci sia anzi un’amicizia. A questo scopo è stato chiesto alle Università cattoliche di impegnarsi nella promozione di simposi, di giornate di studio, etc. Per quanto riguarda poi le parrocchie, faccio presente che la proposta centrale è molto semplice, ma comunque centrale, ed è la celebrazione dell’Eucaristia: che sia ben fatta, perché l’Eucaristia è il Mistero della Fede e nell’Eucaristia Gesù stesso rinnova la fede in noi, ci incoraggia, ci sostiene, ci fortifica. Partendo dall’Eucaristia devono poi nascere tutte le altre proposte a livello parrocchiale: rinnovamento della catechesi, distribuzione del Catechismo, collaborazione con i movimenti, con le associazione. Qui ci vuole anche un nuovo accordo, una nuova sinergia, una nuova collaborazione di tutte le forze della Chiesa

D – A livello pastorale, come saranno ricordati i due eventi commemorativi che caratterizzano l’Anno della Fede, che lei ha già citato: il 50.mo del Concilio Vaticano II ed il 20.mo del Catechismo della Chiesa Cattolica?

R. – Direi che c’è ovviamente una celebrazione solenne di apertura dell’Anno della Fede e che sarà un momento commemorativo anche dell’apertura del Concilio Vaticano II, cinquant’anni fa, e ci sarà poi anche una solenne celebrazione conclusiva non solo a Roma – perché ci si propone di farlo in tutte le diocesi del mondo – in cui riaffermare la fede della Chiesa, riaffermare la gioia della fede della Chiesa. L’accento della Nota, però, non è sulle celebrazioni; l’accento è anzitutto sulla formazione: ciò che mi pare oggi importante è quello di fare una grande opera di formazione in tutta la Chiesa. Ho già fatto un accenno di come sia necessario riscoprire veramente il significato e i testi del Vaticano II, proprio perché questo Concilio ha voluto, partendo proprio da Cristo, rinnovare tutta la Chiesa, approfondendo così la sua natura e il suo rapporto con il mondo contemporaneo. Mi pare che qui ci siano gravi lacune, perché molti – come ho già detto – non conoscono i testi; molti non hanno capito bene il Vaticano II. Il Vaticano II ha voluto aprire le finestre affinché lo Spirito del Signore potesse penetrare il mondo: ma, in realtà, in molte parti purtroppo è lo spirito del mondo che è entrato nella Chiesa. Dobbiamo quindi ritornare ai testi del Concilio per riscoprire di nuovo le grandi intenzioni e il vero significato di questi testi. Mi pare che il Catechismo della Chiesa Cattolica, che è l’altro grande movimento che verrà commemorato, è di grande aiuto: il Catechismo presenta la dottrina del Concilio all’interno di tutta la tradizione, di tutta la dottrina della Chiesa, della fede, dei sacramenti, della morale, della preghiera e rappresenta veramente una grande opera di sintesi che ci presenta la sinfonia della fede, la bellezza della fede, l’integralità della fede. Mi pare quindi che sia di grande aiuto e spero che i fedeli e tutti coloro che ricoprono un ruolo nella Chiesa usino molto questo strumento per riscoprire il tesoro della fede.

D. - Tra i suggerimenti particolari a livello delle diocesi, la nota propone “celebrazioni penitenziali per chiedere perdono a Dio specialmente per i peccati contro la fede”. Può approfondire il significato che si vuole dare a queste celebrazioni e il valore di queste iniziative nel contesto dell’Anno della Fede?

R. – Sì, ho già detto che la fede è un dono prezioso. Il Vangelo parla una volta della “perla preziosa” e se la fede è veramente un grande dono dobbiamo valorizzare questo dono, dobbiamo accoglierlo, dobbiamo nutrirlo, dobbiamo diffonderlo, dare testimonianza, e mi pare che, se siamo sinceri, dobbiamo dire che nella Chiesa ci sono grandi lacune. Ci sono fedeli che non conoscono affatto la fede, che non praticano la fede, che non si interessano di formare la fede. Per non parlare della testimonianza, che non c’è: quando il cuore non brucia, la fede non può essere trasmessa. Dobbiamo ammettere che ci sono queste grandi lacune e mi permetto anche di dire che ci sono catechisti e sacerdoti che non presentano la fede nella sua integralità, nella sua bellezza e che, in parte, seminano anche dubbi e incertezze. Queste sono cose gravi. In parti della Chiesa l’accento è stato anche posto molto sulla dimensione sociale, umanitaria, che è importante, però talvolta la fede è stata messa in seconda fila. Penso che questo sia un problema e dobbiamo ammettere che anche all’interno della Chiesa abbiamo sbagliato. Secondo me, dobbiamo capire di nuovo che i peccati contro la fede sono molto gravi, sono molto nocivi per la Chiesa. Gesù stesso dice: “se il sale perde il suo sapore a che cosa serve?” Mi pare una domanda molto seria. Gesù dice un’altra volta:” il Figlio dell’uomo quando tornerà troverà ancora fede sulla terra?” Dobbiamo porci queste domande e dobbiamo umilmente chiedere perdono a Dio per i peccati contro la fede che abbiamo commesso.

D. – La nota si avvale del contributo di altri Dicasteri della Santa Sede?

R. – Naturalmente. A Roma si lavora sempre in modo collegiale. La nota è stata preparata sostanzialmente dal Comitato per la preparazione dell’Anno della Fede e questo comitato è stato composto da circa 15 cardinali e presuli, in parte da grandi diocesi del mondo, in parte da capi Dicastero qui a Roma, i capi dei Dicasteri più coinvolti: anzitutto l’Educazione cattolica, i Vescovi, il Clero, l’Evangelizzazione, la Nuova evangelizzazione, anche i Laici... Quindi già nella preparazione di tutto l’Anno della Fede c’è stato un lavoro collegiale qui a Roma – come, secondo me, deve essere - e poi quando il progetto della nota è stato elaborato, è stato trasmesso a tutti i Dicasteri coinvolti, anche a quelli che non erano rappresentati nel comitato, come il Dicastero per la Vita Consacrata, il Dicastero per l’Unità della Chiesa, per la Cultura, tutti hanno contribuito per la stesura finale della nota. Mi permetto di aggiungere che auspico che questo lavoro collegiale, così ben iniziato, possa continuare e non solo a Roma. Penso che dobbiamo tutti stringerci intorno al Papa: tutti i vescovi, i sacerdoti, i laici, tutta la Chiesa, per promuovere questo Anno della Fede, perché diventi veramente un anno di grazia.

D. - Come saranno coordinate le diverse iniziative promosse dai vari Dicasteri della Santa Sede per questo anno della fede?

R. – E’ una domanda importante perché bisogna coordinare bene le diverse iniziative. A questo scopo, presso il Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, è stata istituita una segreteria che ha il compito di coordinare tutte le iniziative promosse qui a Roma, le iniziative maggiori a livello universale e, poi, anche proporre iniziative, suggerire nuove iniziative, perché le proposte che la nota offre sono solo esemplificative, possono nascerne molte altre che lo Spirito Santo magari suscita nella testa e nei cuori dei fedeli, dei pastori… Poi sempre questa segreteria strutturerà un sito internet che offrirà informazioni utili per i fedeli per essere veramente informati bene e aggiornati su tutte le iniziative dell’Anno della Fede. (mg/bf)
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venerdì 6 gennaio 2012

Cari Vescovi, siate stelle di Dio per gli uomini

Nel giorno dell'Epifania il Papa ha annunciato ventidue nuovi cardinali che nel Concistoro convocato per il 18 e 19 febbraio riceveranno la sua imposizione. Proprio nell'omelia odierna il Santo Padre si è voluto soffermare sul ruolo dei Vescovi ai quali egli chiede umiltà, vigilanza e capacità di guidare gli uomini verso la vera Luce rappresentata da Gesù Cristo. Prima di leggere le parole del Papa, purtroppo dobbiamo registrare come anche oggi la violenza abbia colpito i cristiani nel territorio nigeriano: il nostro pensiero vola verso tutti coloro che sono perseguitati a causa della loro fede in Cristo e che rischiano la morte pur di non rinnegare ciò in cui credono. Possa l'Altissimo sostenerli così come ha sostenuto tutti coloro che sono stati perseguitati dal mondo a causa della loro fedeltà a Gesù Cristo.

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI 

Basilica Vaticana
 Venerdì, 6 gennaio 2012 

Cari fratelli e sorelle!

L’Epifania è una festa della luce. “Àlzati, [Gerusalemme,] rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1). Con queste parole del profeta Isaia, la Chiesa descrive il contenuto della festa. Sì, è venuto nel mondo Colui che è la vera Luce, Colui che rende gli uomini luce. Egli dona loro il potere di diventare figli di Dio (cfr Gv 1,9.12). Il cammino dei Magi d’Oriente è per la liturgia soltanto l’inizio di una grande processione che continua lungo tutta la storia. Con questi uomini comincia il pellegrinaggio dell’umanità verso Gesù Cristo – verso quel Dio che è nato in una stalla; che è morto sulla croce e che, da Risorto, rimane con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (cfr Mt 28,20). La Chiesa legge il racconto del Vangelo di Matteo insieme con la visione del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: il cammino di questi uomini è solo un inizio. Prima erano venuti i pastori – le anime semplici che dimoravano più vicino al Dio fattosi bambino e che più facilmente potevano “andare di là” (cfr Lc 2,15) verso di Lui e riconoscerLo come Signore. Ora, però, vengono anche i sapienti di questo mondo. Vengono grandi e piccoli, re e servi, uomini di tutte le culture e di tutti i popoli. Gli uomini d’Oriente sono i primi, ai quali tanti, lungo tutti i secoli, vengono dietro. Dopo la grande visione di Isaia, la lettura tratta dalla Lettera agli Efesini esprime la stessa cosa in modo sobrio e semplice: le genti condividono la stessa eredità (cfr Ef 3,6). Il Salmo 2 l’aveva formulato così: “Ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane” (Sal 2,8).

I Magi d’Oriente precedono. Inaugurano il cammino dei popoli verso Cristo. Durante questa santa Messa conferirò a due sacerdoti l’Ordinazione episcopale, li consacrerò Pastori del popolo di Dio. Secondo le parole di Gesù, precedere il gregge fa parte del compito del Pastore (cfr Gv 10,4). Quindi, in quei personaggi che come primi pagani trovarono la via verso Cristo, possiamo forse cercare – nonostante tutte le differenze nelle vocazioni e nei compiti – indicazioni per il compito dei Vescovi. Che tipo di uomini erano costoro? Gli esperti ci dicono che essi appartenevano alla grande tradizione astronomica che, attraverso i secoli, si era sviluppata nella Mesopotamia e ancora vi fioriva. Ma questa informazione da sola non basta. C’erano forse molti astronomi nell’antica Babilonia, ma solo questi pochi si sono incamminati e hanno seguito la stella che avevano riconosciuto quale stella della promessa, quale indicatore della strada verso il vero Re e Salvatore. Essi erano, possiamo dire, uomini di scienza, ma non soltanto nel senso che volevano sapere molte cose: volevano di più. Volevano capire che cosa conta nell’essere uomini. Probabilmente avevano sentito dire della profezia del profeta pagano Balaam: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Nm 24,17). Essi approfondirono quella promessa. Erano persone dal cuore inquieto, che non si accontentavano di ciò che appare ed è consueto. Erano uomini alla ricerca della promessa, alla ricerca di Dio. Ed erano uomini vigilanti, capaci di percepire i segni di Dio, il suo linguaggio sommesso ed insistente. Ma erano anche uomini coraggiosi e insieme umili: possiamo immaginare che dovettero sopportare qualche derisione, perché si incamminarono verso il Re dei Giudei, affrontando per questo molta fatica. Per essi non era decisivo ciò che pensava e diceva di loro questo o quello, anche persone influenti ed intelligenti. Per loro contava la verità stessa, non l’opinione degli uomini. Per questo affrontarono le rinunce e le fatiche di un percorso lungo ed incerto. Fu il loro coraggio umile a consentire ad essi di potersi chinare davanti al bambino di gente povera e di riconoscere in Lui il Re promesso, la cui ricerca e il cui riconoscimento era stato lo scopo del loro cammino esteriore ed interiore.

Cari amici, come non vedere in tutto ciò alcuni tratti essenziali del ministero episcopale? Anche il Vescovo deve essere un uomo dal cuore inquieto che non si accontenta delle cose abituali di questo mondo, ma segue l’inquietudine del cuore che lo spinge ad avvicinarsi interiormente sempre di più a Dio, a cercare il suo Volto, a conoscerLo sempre di più, per poterLo amare sempre di più. Anche il Vescovo deve essere un uomo dal cuore vigilante che percepisce il linguaggio sommesso di Dio e sa discernere il vero dall’apparente. Anche il Vescovo deve essere ricolmo del coraggio dell’umiltà, che non si interroga su che cosa dica di lui l’opinione dominante, bensì trae il suo criterio di misura dalla verità di Dio e per essa s’impegna: “opportune – importune”. Deve essere capace di precedere e di indicare la strada. Deve precedere seguendo Colui che ha preceduto tutti noi, perché è il vero Pastore, la vera stella della promessa: Gesù Cristo. E deve avere l’umiltà di chinarsi davanti a quel Dio che si è reso così concreto e così semplice da contraddire il nostro stolto orgoglio, che non vuole vedere Dio così vicino e così piccolo. Deve vivere l’adorazione del Figlio di Dio fattosi uomo, quell’adorazione che sempre di nuovo gli indica la strada.

La liturgia dell’Ordinazione episcopale interpreta l’essenziale di questo ministero in otto domande rivolte ai Consacrandi, che iniziano sempre con la parola: “Vultis? – volete?”. Le domande orientano la volontà e le indicano la strada da prendere. Vorrei qui brevemente menzionare soltanto alcune delle parole-chiave di tale orientamento, nelle quali si concretizza ciò su cui poc’anzi abbiamo riflettuto a partire dai Magi dell’odierna festa. Compito dei Vescovi è il “praedicare Evangelium Christi”, il “custodire” e “dirigere”, il “pauperibus se misericordes praebere”, l’“indesinenter orare”. L’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, il precedere e dirigere, il custodire il sacro patrimonio della nostra fede, la misericordia e la carità verso i bisognosi e i poveri, in cui si rispecchia l’amore misericordioso di Dio per noi e, infine, la preghiera continua sono caratteristiche fondamentali del ministero episcopale. La preghiera continua che significa: non perdere mai il contatto con Dio; lasciarsi sempre toccare da Lui nell’intimo del nostro cuore ed essere così pervasi dalla sua luce. Solo chi conosce personalmente Dio può guidare gli altri verso Dio. Solo chi guida gli uomini verso Dio, li guida sulla strada della vita.

Il cuore inquieto, di cui abbiamo parlato rifacendoci a sant’Agostino, è il cuore che, in fin dei conti, non si accontenta di niente che sia meno di Dio e, proprio così, diventa un cuore che ama. Il nostro cuore è inquieto verso Dio e rimane tale, anche se oggi, con “narcotici” molto efficaci, si cerca di liberare l’uomo da questa inquietudine. Ma non soltanto noi esseri umani siamo inquieti in relazione a Dio. Il cuore di Dio è inquieto in relazione all’uomo. Dio attende noi. È in ricerca di noi. Anche Lui non è tranquillo, finché non ci abbia trovato. Il cuore di Dio è inquieto, e per questo si è incamminato verso di noi – verso Betlemme, verso il Calvario, da Gerusalemme alla Galilea e fino ai confini del mondo. Dio è inquieto verso di noi, è in ricerca di persone che si lasciano contagiare dalla sua inquietudine, dalla sua passione per noi. Persone che portano in sé la ricerca che è nel loro cuore e, al contempo, si lasciano toccare nel cuore dalla ricerca di Dio verso noi. Cari amici, questo era il compito degli Apostoli: accogliere l’inquietudine di Dio verso l’uomo e portare Dio stesso agli uomini. E questo è il vostro compito sulle orme degli Apostoli: lasciatevi colpire dall’inquietudine di Dio, affinché il desiderio di Dio verso l’uomo possa essere soddisfatto.

I Magi hanno seguito la stella. Attraverso il linguaggio della creazione hanno trovato il Dio della storia. Certo, il linguaggio della creazione da solo non basta. Solo la Parola di Dio che incontriamo nella Sacra Scrittura poteva indicare loro definitivamente la strada. Creazione e Scrittura, ragione e fede devono stare insieme per condurci al Dio vivente. Si è molto discusso su che genere di stella fosse quella che guidò i Magi. Si pensa ad una congiunzione di pianeti, ad una Super nova, cioè ad una di quelle stelle inizialmente molto deboli in cui un’esplosione interna sprigiona per un certo tempo un immenso splendore, ad una cometa, e così via. Continuino pure gli scienziati questa discussione. La grande stella, la vera Super nova che ci guida è Cristo stesso. Egli è, per così dire, l’esplosione dell’amore di Dio, che fa splendere sul mondo il grande fulgore del suo cuore. E possiamo aggiungere: i Magi d’Oriente di cui parla il Vangelo di oggi, così come generalmente i Santi, sono diventati a poco a poco loro stessi costellazioni di Dio, che ci indicano la strada. In tutte queste persone il contatto con la Parola di Dio ha, per così dire, provocato un’esplosione di luce, mediante la quale lo splendore di Dio illumina questo nostro mondo e ci indica la strada. I Santi sono stelle di Dio, dalle quali ci lasciamo guidare verso Colui al quale anela il nostro essere. Cari amici, voi avete seguito la stella Gesù Cristo, quando avete detto il vostro “sì” al sacerdozio e al ministero episcopale. E certamente hanno brillato per voi anche stelle minori, aiutandovi a non perdere la strada. Nelle Litanie dei Santi invochiamo tutte queste stelle di Dio, affinché brillino sempre di nuovo per voi e vi indichino la strada. Venendo ordinati Vescovi, siete chiamati ad essere voi stessi stelle di Dio per gli uomini, a guidarli sulla strada verso la vera Luce, verso Cristo. Preghiamo dunque in quest’ora tutti i Santi, affinché voi possiate sempre rispondere a questo vostro compito e mostrare agli uomini la luce di Dio. Amen.

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mercoledì 4 gennaio 2012

Il Papa all'udienza generale: la Chiesa non è la luce, ma riceve la luce di Cristo per diffonderla nel mondo

Da: Radio Vaticana


Portare nel mondo la luce e la gioia della Nascita di Cristo: è questo in sintesi l’invito che Benedetto XVI ha rivolto davanti a oltre 7mila persone nella prima udienza generale del 2012 che si è tenuta nell’Aula Paolo VI in Vaticano. “Il Natale celebra il fatto storico della nascita di Gesù a Betlemme”, ricorda il Papa, ed è la festa in cui Dio rivela all’uomo “la sua dignità più profonda: quella di essere figlio di Dio”. Il servizio di Debora Donnini.

Da una parte il nascondimento di Dio nell’umiltà della condizione umana, nel Bambino di Betlemme; dall’altra il suo apparire attraverso questa stessa umanità: due realtà sottolineate rispettivamente nel Natale e nell’Epifania, sottolinea il Papa nella prima udienza generale del nuovo anno. Una festa, l’Epifania, che ricorda l’adorazione dei Magi e, in quanto manifestazione, richiama anche il Battesimo di Gesù e le Nozze di Cana. Benedetto XVI pone l’accento su due aspetti di queste feste: la gioia e la luce. La gioia e lo stupore di contemplare “il volto di quell’umile bambino perché sappiamo che è il Volto di Dio presente per sempre nell’umanità, per noi e con noi”:

"Il Natale è gioia perché vediamo e siamo finalmente sicuri che Dio è il bene, la vita, la verità dell’uomo e si abbassa fino all’uomo, per innalzarlo a Sé: Dio diventa così vicino da poterlo vedere e toccare".

La teologia e la spiritualità del Natale parlano di un “mirabile scambio” fra la divinità e l’umanità: Dio assume la nostra umanità, condivide l’atto di nascere e rivela così all’uomo “la sua dignità più profonda: quella di essere figlio di Dio”:

"E così il sogno dell’umanità cominciando in Paradiso - vorremmo essere come Dio - si realizza in modo inaspettato non per la grandezza dell’uomo che non può farsi Dio, ma per l’umiltà di Dio che scende e così entra in noi nella sua umiltà e ci eleva alla vera grandezza del suo essere".

Uno scambio che si rende presente in modo reale nell’Eucaristia. L’invito del profeta Isaia: Alzati, rivestiti di luce…” è rivolto alla Chiesa e a ciascuno di noi, ricorda Benedetto XVI. Ed è un invito a prendere sempre più coscienza della missione di portare “la luce nuova del Vangelo”:

"Il Vangelo è la luce da non nascondere, da mettere sulla lucerna. La Chiesa non è la luce, ma riceve la luce di Cristo, la accoglie per esserne illuminata e per diffonderla in tutto il suo splendore. E questo deve avvenire anche nella nostra vita personale".

Anche oggi la luce di Cristo dirada le tenebre del mondo, ricorda Benedetto XVI:

"Celebrare il Natale è quindi manifestare la gioia, la novità, la luce che questa Nascita ha portato in tutta la nostra esistenza, per essere anche noi portatori della gioia, della vera novità, della luce di Dio agli altri".
L’esortazione centrale di Benedetto XVI è dunque quella di annunciare il Vangelo e accogliere in noi stessi quel Bambino “per vivere della sua stessa vita, per far sì che i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le sue azioni, siano i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni”. Infine a tutti i presenti il Papa rivolge i suoi auguri di Natale:

"Ancora a tutti l’augurio di un tempo natalizio benedetto dalla presenza di Dio!"

(Applausi)

Nei saluti finali il Papa rivolge un pensiero ai ministranti della diocesi di Asti e li esorta a svolgere con amore l’importante servizio all’altare che permette di essere particolarmente vicini al Signore. Quindi saluta le Suore Figlie della Misericordia e della Croce che celebrano in questi giorni il loro Capitolo Generale, assicurando la sua preghiera “affinché esso susciti nell’intero Istituto un rinnovato ardore apostolico”. E ancora i gruppi dell’Azione Cattolica di Pompei e di San Marzano sul Sarno e i giovani dell’Oratorio inter-parrocchiale di Mortara.
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lunedì 2 gennaio 2012

Viaggio del Papa in Messico e Cuba: gli episcopati locali pubblicano il programma della visita

Da: Radio Vaticana


Le Conferenze episcopali di Messico e Cuba hanno pubblicato ieri il programma del viaggio apostolico che il Papa compirà nei due Paesi, dal 23 al 28 marzo prossimo. Si tratta del 23.mo viaggio internazionale, annunciato da Benedetto XVI lo scorso 12 dicembre durante la Messa per l’America Latina. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Messico e Cuba attendono con gioia e trepidazione il Papa. Il Pontefice, informa una nota dell’episcopato messicano, arriverà il pomeriggio di venerdì 23 marzo all’aeroporto di León nello Stato di Guanajuato, nel nord del Messico. Qui si svolgerà la cerimonia di benvenuto con il presidente Felipe Calderón. Quindi, il Papa si recherà alla residenza “Colegio Miraflores” dove soggiornerà durante la permanenza in Messico. Sabato 24, dopo la visita di cortesia al presidente, il Papa saluterà e benedirà i bambini messicani raccolti nella “Plaza de la Paz” nella città di Guanajuato. Momento culminante del viaggio la Messa - nella mattinata di domenica 25 marzo - nel Parco Bicentenario di León. Quindi nel pomeriggio, nella Cattedrale cittadina, il Papa celebrerà i Vespri assieme ai vescovi messicani e ad una delegazione di presuli latinoamericani e dei Caraibi. 

La mattina dopo, il Papa volerà dunque alla volta di Cuba. Il Pontefice sarà ricevuto dal presidente Raul Castro a Santiago de Cuba, quindi si recherà nella sede dell’arcivescovado. Nel pomeriggio, nella Festa dell’Annunciazione, il Papa celebrerà una grande Messa nella Piazza della Rivoluzione “Antonio Maceo”. La mattina del 27 marzo, si recherà dunque in visita privata al Santuario della “Vergine della Carità” del Cobre per un momento di preghiera, poi si trasferirà in aereo all’Avana dove sarà ricevuto dal cardinale arcivescovo della città, Jaime Ortega Alamino. Nel pomeriggio, colloquio ufficiale con il presidente cubano Raul Castro, infine l’incontro con i vescovi cubani nella nunziatura. Il 28 marzo, ultimo giorno del viaggio, il Papa presiederà la Messa nella Piazza della Rivoluzione “José Marti” dell’Avana, quindi nel pomeriggio si trasferirà all’aeroporto per fare ritorno a Roma.
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domenica 1 gennaio 2012

Il Papa invoca la benedizione di Dio sull'umanità: compito urgente di tutti è educare i giovani alla giustizia e alla pace

Da: Radio Vaticana


Il Papa invoca la benedizione di Dio sul mondo. Nella Messa d’inizio anno, presieduta nella Basilica di San Pietro nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e nella 45.ma Giornata mondiale della pace, porge il suo augurio all’umanità perché accolga Cristo: Lui è la vera pace. Il servizio di Sergio Centofanti.

L’umanità cerca la pace, aspira alla giustizia, desidera l’amore. Il Papa indica la strada: guardare verso Maria, Madre di Dio, “che ha accolto Gesù in sé e lo ha dato alla luce per tutta la famiglia umana” portando la vera benedizione al mondo intero:

“Come Maria, la Chiesa è mediatrice della benedizione di Dio per il mondo: la riceve accogliendo Gesù e la trasmette portando Gesù. E’ Lui la misericordia e la pace che il mondo da sé non può darsi e di cui ha bisogno sempre come e più del pane”.

“Educare i giovani alla giustizia e alla pace” è il tema del Messaggio del Papa per questa Giornata: è un compito che riguarda tutti – afferma Benedetto XVI - e “la famiglia umana, dopo le tragedie delle due grandi guerre mondiali, ha mostrato di esserne sempre più consapevole”. Ma educare oggi è “una sfida decisiva … almeno per due motivi”:

“In primo luogo, perché nell’era attuale, fortemente caratterizzata dalla mentalità tecnologica, voler educare e non solo istruire non è scontato, ma è una scelta; in secondo luogo, perché la cultura relativista pone una questione radicale: ha ancora senso educare?, e poi educare a che cosa?”.

Quindi aggiunge:

“Di fronte alle ombre che oggi oscurano l’orizzonte del mondo, assumersi la responsabilità di educare i giovani alla conoscenza della verità, ai valori fondamentali dell’esistenza, alle virtù intellettuali, teologali e morali, significa guardare al futuro con speranza”.

Per i giovani “oggi più che mai – sottolinea il Papa - è indispensabile imparare il valore e il metodo della convivenza pacifica, del rispetto reciproco, del dialogo e della comprensione”:

“I giovani sono per loro natura aperti a questi atteggiamenti, ma proprio la realtà sociale in cui crescono può portarli a pensare e ad agire in modo opposto, persino intollerante e violento. Solo una solida educazione della loro coscienza può metterli al riparo da questi rischi e renderli capaci di lottare sempre e soltanto contando sulla forza della verità e del bene”.

Il Papa indica la responsabilità educativa della famiglia, della scuola e anche delle religioni, chiamate a far conoscere che “Dio è amore, è giusto e pacifico”:

"Si tratta essenzialmente di aiutare i bambini, i ragazzi, gli adolescenti, a sviluppare una personalità che unisca un profondo senso della giustizia con il rispetto dell’altro, con la capacità di affrontare i conflitti senza prepotenza, con la forza interiore di testimoniare il bene anche quando costa sacrificio, con il perdono e la riconciliazione. Così potranno diventare uomini e donne veramente pacifici e costruttori di pace”.

In Gesù “amore e verità” – conclude il Papa - si sono incontrati, “giustizia e pace” si sono baciate:

"Gesù è una via praticabile, aperta a tutti. E’ la via della pace. Oggi la Vergine Madre ce lo indica, ci mostra la Via: seguiamola! E tu, Santa Madre di Dio, accompagnaci con la tua protezione. Amen”.

A mezzogiorno il Papa si è poi affacciato dalla finestra del suo studio privato per recitare l’Angelus con i fedeli riuniti in Piazza San Pietro ed è tornato a ribadire l’urgenza di offrire ai giovani nuove opportunità per la loro vita:
"I giovani guardano oggi con una certa apprensione al futuro, manifestando aspetti della loro vita che meritano attenzione, come il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale”.

Quindi ha lanciato un appello ai responsabili delle nazioni perché s’impegnino per la pace: “cessino le guerre, le divisioni e le inimicizie tra gli uomini” – è stato il suo auspicio – ci sia “riconciliazione e perdono nelle aree di conflitto” e “una più giusta distribuzione delle risorse della terra”. La “Regina della Pace – è stata la sua preghiera - guardi con tenerezza tutti i bambini segnati dalla violenza, dalla guerra, dalle persecuzioni e che sono alla ricerca di un mondo più fraterno!”. Il Papa ha poi rivolto un “deferente augurio” al presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, formulando all’intero popolo italiano “ogni miglior auspicio di pace e di prosperità per l’anno appena iniziato”. Infine, ha salutato tutte le iniziative promosse per la Giornata mondiale della pace ricordando la Marcia di Brescia, organizzata da Pax Christi e Caritas, e quella di Roma dalla Comunità di Sant’Egidio, senza dimenticare i giovani dell’Opera Don Orione e le famiglie del Movimento dell’Amore Familiare, che stanotte hanno vegliato in preghiera in Piazza San Pietro.
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