mercoledì 10 novembre 2010

Prolusione del Cardinal Bagnasco: un piano per il lavoro

In questi giorni, abbiamo visto una presa di posizione della Chiesa nei confronti della politica italiana, troppo galleggiante e poco attenta ai reali bisogni del Paese, soprattutto nell'ambito del lavoro. Noi condividiamo la prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco e per questo la pubblichiamo interamente qui, per il suo forte valore socio-politico:

Venerati e Cari Confratelli,

come già lo scorso anno, anche in questo 2010 ci ritroviamo in autunno, ad Assisi, per un’assemblea residenziale, al cui ordine del giorno figurano argomenti importanti, meritevoli di una considerazione approfondita e di una circolarità di valutazione quali scaturiscono dalla collegialitas affectiva che è consolazione e stimolo del nostro ministero.

Esprimiamo fin d’ora la nostra gratitudine ai Frati Minori che gentilmente ci ospitano nella loro Domus Pacis e in edifici ad essa adiacenti, alle Suore Francescane Missionarie di Gesù Bambino e alle Suore Francescane Alcantarine che vi cooperano con tanta sollecitudine. Un saluto particolarmente cordiale lo dobbiamo al Vescovo di questa Chiesa assisiate, S.E. Mons. Domenico Sorrentino, e fin d’ora gli assicuriamo il nostro speciale ricordo all’altare del Signore. Deferente ossequio rivolgiamo al Nunzio Apostolico in Italia, l’Arcivescovo Giuseppe Bertello, e lo ringraziamo sentitamente per l’affabilità della sua presenza e per le parole che vorrà rivolgerci.

All’inizio dei nostri lavori salutiamo i Presuli che, nei mesi trascorsi dall’ultima Assemblea Generale, il Santo Padre ha chiamato a far parte della nostra Conferenza:
- S.E. Mons. Guglielmo Borghetti, Vescovo di Pitigliano – Sovana – Orbetello;
- S.E. Mons. Vito Angiuli, Vescovo eletto di Ugento – Santa Maria di Leuca;
- S.E. Mons. Douglas Regattieri, Vescovo eletto di Cesena – Sarsina;
- S.E. Mons. Emidio Cipollone, Arcivescovo eletto di Lanciano – Ortona;
- Dom Diego Gualtiero Rosa, Abate Ordinario di Monte Oliveto Maggiore.
Affidiamo con fiducia il loro ministero al Signore, grati del contributo che vorranno recare alla nostra Conferenza Episcopale, nella comunione delle Chiese d’Italia.
Hanno terminato il servizio pastorale attivo:
- S.E. Mons. Gerardo Pierro, Arcivescovo emerito di Salerno – Campagna – Acerno;
- S.E. Mons. Sebastiano Dho, Vescovo emerito di Alba;
- S.E. Mons. Ercole Lupinacci, Vescovo emerito di Lungro;
- S.E. Mons. Carlo Ghidelli, Arcivescovo emerito di Lanciano – Ortona;
- S.Em. Card. Severino Poletto, Arcivescovo emerito di Torino;
- Dom Michelangelo Riccardo Tiribilli, già Abate Ordinario di Monte Oliveto Maggiore;
- Dom Benedetto Chianetta, già Abate Ordinario di Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni.

A loro va la nostra riconoscenza per il generoso servizio alle Chiese particolari loro affidate e per il contributo di idee alla Conferenza Episcopale. Affidiamo alla misericordia del Padre, S.E. Mons. Alberto Ablondi, Vescovo emerito di Livorno, già Vice Presidente della CEI, e S.E. Mons. Simone Scatizzi, Vescovo emerito di Pistoia. Il Signore ricompensi i suoi servi fedeli.

Fra qualche settimana inizierà per la Chiesa, in concomitanza col nuovo anno liturgico, il periodo dell’Avvento, che è tempo forte anche per noi Vescovi, chiamati «a servire la Chiesa con lo stile del Dio fatto uomo» (Benedetto XVI, Discorso ai Vescovi di recente nomina, 11 settembre 2010). E proprio sotto questo profilo, desideriamo ricordare, nel centenario della sua nascita, il cardinale Antonio Poma, arcivescovo di Bologna, che fu presidente della nostra Conferenza per dieci anni – dal 1969 al 1979 – contribuendo a dotarla della sua attuale fisionomia. Pastore lungimirante e sapiente, affabile e austero, ebbe – come amava confidare – la vita segnata dall’evento conciliare, e in quella altissima scuola imparò la gioia del seminare e l’arte di custodire soprattutto − e nonostante le inquietudini del tempo − la comunione ecclesiale e, a fondamento di questa, la collegialità episcopale nei modi per l’Italia voluti dal Papa Paolo VI. A lui e alle altre indimenticabili figure di Pastori che ci hanno preceduto negli anni del Concilio Vaticano II, va la nostra commossa memoria e la perenne riconoscenza della Chiesa pellegrina in questo Paese.

1. Con un gesto semplice e inatteso, Benedetto XVI ha indirizzato – il 18 ottobre scorso, festa di san Luca evangelista – una Lettera ai seminaristi, come per consegnare loro – in una ideale staffetta – il testimone dell’importantissima iniziativa dell’Anno Sacerdotale da poco concluso. Di quest’Anno, il citato documento è come compendio e corona. Un testo ispirato, pervaso di confidenza e di amicizia che inizia con una scena di vita personale datata dicembre 1944. Il giovane Ratzinger intuiva che, dopo le enormi devastazioni causate dalla follia nazista, «ci sarebbe stato bisogno più che mai di sacerdoti». Anche oggi c’è questo bisogno, in un’ora in cui «l’uomo cerca rifugio nell’ebbrezza o nella violenza, dalla quale proprio la gioventù viene sempre più minacciata». Ma – ecco il fatto sconvolgente – «Dio vive. Ha creato ognuno di noi e conosce, quindi, tutti. È così grande che ha tempo per le nostre piccole cose […] ha bisogno di uomini che esistono per Lui e che Lo portano agli altri». Dio «non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il “big bang”». Egli si è mostrato in Gesù Cristo, nelle cui «parole sentiamo Dio stesso parlare con noi»: parlare e chiamarci con amore. È il lieto annuncio che riguarda personalmente ogni seminarista, raggiunto nella sua personalissima esistenza, come ghermito dalla grazia, giacché proprio di lui Dio ha bisogno. «Oggi – è sempre il Papa a parlare, commentando la vocazione di sant’Angela da Foligno – siamo tutti in pericolo di vivere come se Dio non esistesse: sembra così lontano dalla vita odierna. Ma Dio ha mille modi, per ciascuno il suo, di farsi presente nell’anima, di mostrare che esiste e mi conosce e mi ama» (Benedetto XVI, All’Udienza generale, 13 ottobre 2010). A quanti hanno risposto sì, il Papa dice: «Avete fatto bene […]. Sì, ha senso diventare sacerdote: il mondo ha bisogno di sacerdoti, di pastori, oggi, domani e sempre, fino a quando il mondo esisterà» (Benedetto XVI, Lettera cit.).

Il testo continua e dettaglia l’itinerario tipico di un giovane che tende al sacerdozio. Si sofferma sul rapporto intimo che lega a Dio. Il vero bene è stare vicino a Lui: «Lo abbiamo sempre davanti ai nostri occhi come punto di riferimento della nostra vita». Egli non è solo parola, «si dona a noi in persona, attraverso cose temporali». Con l’Eucaristia riceviamo il «nostro pane quotidiano»; grazie al sacramento della Penitenza impariamo ad essere onesti con noi stessi, a non fingere, a non dar corso ad alcuna doppia vita, a opporci cioè all’abbrutimento dell’anima, «all’indifferenza che si rassegna al fatto che siamo fatti così». Ricorda poi che la fede cristiana «ha una dimensione razionale e intellettuale che le è essenziale» e che richiede uno studio assiduo. E ancora si fa intrepido, il Papa, evocando «il giusto equilibrio» tra cuore e intelletto, un equilibrio che sia «umanamente integro», perché «quando non è integrata nella persona, la sessualità diventa banale e distruttiva allo stesso tempo». Comprensibile qui l’accenno agli abusi orribili che anche di recente sono venuti a galla, ma per concludere: «Ciò che è accaduto deve renderci più vigilanti e attenti» (ib).
Noi Vescovi d’Italia sentiamo vivo bisogno di ringraziare il Papa per questo atto di paternità e di magistero: vorremmo infatti che nell’abbondanza dei documenti e delle proposte, esso conservasse un posto di tutta evidenza nella crescita e nella formazione dei nostri seminaristi. Che figurasse tra le cose essenziali che ognuno di questi giovani porta con sé, ricorrendovi spesso come prova di quel colloquio «cuore a cuore» che è sempre stato decisivo nella tradizione educativa della Chiesa. Tradizione che oggi, in una stagione di soggettivismi leggeri e smodati, richiede invece interpreti, come il beato John Newman, sapienti e illuminati.

2. Dai seminaristi ai giovani. Da tempo infatti è in corso l’itinerario di avvicinamento alla 26ª Giornata mondiale della Gioventù, in calendario per l’agosto 2011, a Madrid, con la presenza del Papa che, quindi, ritornerà in Spagna dopo l’importante visita compiuta tra sabato e domenica, avendo per tappe Santiago de Compostela e Barcellona. Il Messaggio che il 6 agosto scorso è stato diffuso, è dunque già nelle mani dei nostri giovani, i quali si stanno preparando a vivere questa esperienza che ancora una volta potrà rivelarsi «decisiva per la vita» (ib). Il tema è, come tutti sappiamo: “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede”, e sulle sue note Benedetto XVI ha composto un testo in cui qualcuno ha visto quasi una mini-enciclica scritta apposta per i giovani che spesso mancano di punti di riferimento veri: «Il relativismo diffuso – riflette il Papa − secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento». «Il giovane è come un albero in crescita: per svilupparsi bene ha bisogno di radici profonde che, in caso di tempeste, lo tengano ben piantato al suolo» (Benedetto XVI, Angelus, 5 settembre 2010). Riteniamo con ciò che il lavoro pastorale che si è sviluppato attorno alle GMG, meriti una considerazione serena e non sbrigativa. Noi Pastori abbiamo la grazia di vivere tra i giovani e ben ne conosciamo aspirazioni e problemi, slanci e fragilità. Se da una parte sembra che la secolarizzazione abbia trionfato – e lo ha fatto per diverse partite – dall’altra, nel suo insieme, si presenta come terra impalpabile che promette una libertà senza vincoli in cambio di solitudine senza futuro. Ma una libertà che si arrotola sulla sua assolutezza è triste e mortale. La nostalgia di felicità vera, di luce e respiro, è incomprimibile e reagisce: fa dei giovani dei cercatori di infinito, dei cercatori di Dio e dei suoi sentieri Questi sentieri hanno la libertà dello Spirito: attraversano la vita ordinaria delle Parrocchie e dei gruppi, si vestono anche dell’abito straordinario di occasioni ed eventi come la felice intuizione e la decisa prosecuzione delle Giornate Mondiali della Gioventù. Tutto ciò che si vive – anche oltre l’ordinario – lascia il segno nell’anima e rifluisce nella vita quotidiana di ciascuno. Per questo noi Vescovi incoraggiamo i giovani, da qualunque ambiente provengano, a non mancare alla GMG, vero appuntamento di grazia.

I milioni di pellegrini che si sono messi in marcia per l’Anno santo compostelano, come quelli che nei mesi precedenti avevano cercato nell’icona della Sindone l’ombra misteriosa del Gesù storico, o che si sono messi in fila per venerare i resti mortali di Sant’Antonio da Padova o di San Pio da Pietrelcina, o che hanno raggiunto Lourdes, Fatima, Loreto, Pompei, come i singoli Santuari che costellano le nostre regioni, o ancor più i Luoghi della Terra Santa, sono un segno che merita un’attenta considerazione, e non solo nostra. Non sfugga l’autocritica dello studioso americano, anche da noi assai noto, Georg Weigel: troppo presto – ha detto in sostanza – ho sentenziato sulla decadenza del cattolicesimo europeo. Oggi mi sento obbligato a cercare una risposta più plausibile che tenga debitamente conto dei fenomeni di pietà popolare che sono indubbiamente in contro tendenza, e a loro modo incoraggianti (cfr Avvenire, 10 ottobre 2010, Agorà pag. 1). Ben sappiamo che queste esperienze alimentano la vita cristiana e, non di rado, l’accendono. Devono però trovare nelle nostre comunità dei focolari vivi e l’accompagnamento disponibile dei nostri Sacerdoti.
L’istituzione da parte del Santo Padre di un Pontificio Consiglio impegnato nella nuova evangelizzazione, come il Motu proprio Ubicumque et semper che lo avvia, e infine l’annuncio per il 2012 di un Sinodo mondiale sulla nuova evangelizzazione, a 38 anni di distanza da quello voluto da Paolo VI e dal quale nacque l’Evangelii Nuntiandi, prospettano il cammino che la Sede Apostolica intende perseguire. E sono per noi indizi che ci confermano sull’orizzonte cui merita mirare per attraversare, senza complessi e con determinazione, i processi di secolarismo in atto.

3. Uno degli ambiti che saranno considerati nel corso di questa assemblea è la vita liturgica della Chiesa che è in Italia. Giunge infatti a conclusione la traduzione della prima parte dell’editio typica tertia del Messale Romano. Naturalmente non entro nel merito di quello che concretamente sarà sottoposto al vaglio comune; mi limito, con la vostra benevolenza, a dire una parola sul tema più ampio. La liturgia, infatti, «mediante la quale – afferma il Concilio Vaticano II – , specialmente nel divino Sacrificio dell’Eucaristia, ‘si attua l’opera della nostra Redenzione’, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa, che ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell’azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina; tutto questo in modo che ciò che in lei è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, la realtà presente alla futura città verso la quale siamo incamminati» (Sacrosanctum Concilium, n. 2). Parole che non solo hanno la forza della chiarezza, ma che commuovono l’anima e inquadrano l’orizzonte della nostra missione: «La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù. Poiché il lavoro apostolico è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il Battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al Sacrificio e alla mensa del Signore» (ib, n. 10).

La liturgia è talmente al cuore della vita e del mandato ecclesiale che, come è noto, il primo dei sedici volumi dell’Opera omnia di Papa Benedetto XVI, è quello dedicato agli scritti liturgici. E parlando − appunto − del Concilio, Benedetto XVI osserva che «cominciando con l’argomento della liturgia, si poneva inequivocabilmente in luce il primato di Dio, la priorità assoluta del tema ‘Dio’. Prima di tutto Dio: questo dice l’iniziare con la liturgia. La dove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento» (Joseph Ratzinger, Opera omnia, Teologia della liturgia, Libreria Editrice Vaticana, pagg. 5-6). Se «la gloria di Dio − come afferma sant’Ireneo – è l’uomo vivente, ma la vita dell’uomo è vedere Dio», allora la gloria di Dio è l’uomo che guarda a Dio e si lascia guardare da Dio, è l’uomo che riceve la forma della sua vita dallo sguardo rivolto a Cristo: la liturgia è infatti l’incontro tra il volto dell’uomo e quello di Dio in Gesù. Da questo incontro di sguardi e di cuori l’uomo trova gli altri e li riconosce fratelli, e la Chiesa si rinnova nel suo mistero e nella sua missione. Accennando poi ai suoi lavori sulla liturgia, il Papa precisa: «Il mio obiettivo non erano i problemi specifici della scienza liturgica, ma sempre l’ancoraggio della liturgia all’atto fondamentale della nostra fede e quindi anche il suo posto nell’insieme della nostra esistenza umana» (ib, pag. 6). Veramente la liturgia è il fuoco dal quale si accende la vita, e il grande Protagonista è Cristo: «La singolarità della liturgia eucaristica consiste appunto nel fatto che è Dio stesso ad agire e che noi veniamo attratti dentro a questo agire di Dio» (Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Davanti al Protagonista, Cantagalli Edizioni, pag. 123). Sono solo alcune parole che appartengono alla nostra vita di discepoli e di Pastori, e che ci possono aiutare nell’impegno di questi giorni.

4. Una vasta eco ha avuto, all’interno del recente viaggio compiuto da Benedetto XVI nel Regno Unito, il Discorso che egli ha pronunciato nell’incontro con le Autorità civili (il 17 settembre 2010). Invitato dalla Regina Elisabetta a compiere il primo viaggio di Stato di un Pontefice romano in quella nazione cruciale per le sorti del cristianesimo dell’età moderna, il Papa ha avuto quello che lui stesso ha chiamato il «privilegio» di parlare nella Westminster Hall, edificio simbolicamente unico nella storia della democrazia non solo inglese. Ebbene, in una circostanza tanto significativa, ha affrontato quella che è la vertenza nodale di ogni democrazia, chiamata a confrontarsi con le sfide della modernità avanzata e del dominio tecnologico. «Dove – si è chiesto – può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche?», convogliando su questo interrogativo anche le «esigenze che i governi possono ragionevolmente imporre ai propri cittadini, e fin dove esse possono estendersi».

Nello stesso contesto, s’è domandato anche : «A quale autorità ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali?» (ib). Questioni cruciali, appunto, che evocano il terreno su cui si svolge oggi «la reale sfida per la democrazia». L’argomentazione svolta – raccontano le cronache – ha colpito gli interlocutori. Ci si attendeva probabilmente un discorso modulato su un impianto confessionale o emozionale, e invece è stato ancora una volta articolato dalla parte della ragione, attraverso un susseguirsi logico di argomenti plausibili per se stessi. «Le norme obiettive – ha detto – che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione». E sono leggi scritte nel modo più vincolante e stringente che se fossero stillate da mano d’uomo, o fossero istruite attraverso un consenso partecipato eppure transeunte. Sono regole desumibili dalla struttura dell’uomo stesso, quale bene che sta al vertice, indisponibile per qualunque transazione. Solo indicando l’uomo nella sua integralità, dotato di diritti incomprimibili, e salvaguardato prima di ogni ulteriore determinazione politica, si ha il codice basilare, quello che acquista il valore di fondamento razionale oggettivo comune a tutti i popoli.

In altre parole, il rinvio alla legge iscritta anzitutto nella natura umana, diventa la garanzia per ogni persona di poter affermare la propria dignità non a motivo di circostanze più o meno benevole o a convenzioni più o meno illuminate, ma in ragione della verità profonda della propria essenza personale. L’uomo non è un prodotto della cultura che, nel proprio evolversi, si compiace di elargire questo o quel riconoscimento; l’uomo in sé è il valore per eccellenza, che di volta in volta si rifrange in una cultura che tale è quando non lo imprigiona, consentendogli di porsi in una continua tensione verso la pienezza della verità.

Esiste, insomma, un «terreno solido e duraturo» (Benedetto XVI, Discorso ai Rappresentanti del Consiglio d’Europa, 8 settembre 2010) che è quello dei principi o valori «essenziali e nativi» (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 71), detti anche «non negoziabili», e che sono definiti tali non perché non si debbano argomentare ma perché, nel farlo e nel legiferare, non possono essere intaccati in quanto inviolabili, inalienabili e indivisibili (cfr Benedetto XVI, Discorso cit.). Appartengono, per così dire, al DNA della natura umana, al ceppo vivo e originario di ogni altro germoglio valoriale. Il Santo Padre, nella Caritas in veritate, dopo aver osservato che «la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità» (n. 18), dichiara che il vero sviluppo ha un centro vitale e propulsore, e questo è «l’apertura alla vita» (n. 28). Infatti, quando una società si incammina verso la negazione della vita, «finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono» (ib). In questo decisivo orizzonte, si pone la recente Dichiarazione del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, a conclusione dell’incontro svoltosi in Croazia: «Siamo convinti che la coscienza umana è capace di aprirsi ai valori presenti nella natura creata e redenta da Dio per mezzo di Gesù Cristo. La Chiesa, consapevole della sua missione di servire l’uomo e la società con l’annuncio di Cristo Salvatore, ricorda le implicazioni antropologiche e sociali che da Lui derivano. Per questa ragione non cessa di affermare i valori fondamentali della vita, del matrimonio fra un uomo e una donna, della famiglia, della libertà religiosa e educativa: valori sui quali si impianta ed è garantito ogni altro valore declinato sul piano sociale e politico» (Assemblea plenaria CCEE, Zagabria 3 ottobre 2010). Senza un reale rispetto di questi valori primi che costituiscono l’etica della vita, è illusorio pensare ad un’etica sociale che vorrebbe promuovere l’uomo ma in realtà lo abbandona nei momenti di maggiore fragilità. Ogni altro valore, infatti, necessario al bene della persona e della società – il lavoro, la salute, la casa, l’inclusione sociale, la sicurezza, l’ambiente, la pace… – germoglia e prende linfa dai primi. Mentre staccati dall’accoglienza in radice della vita, potremmo dire della «vita nuda», questi ultimi valori inaridiscono e perdono di senso.

A chi sostiene che i valori essenziali, in quanto non negoziabili, sarebbero divisivi per il tessuto sociale, e quindi inopportuni e scorretti, vorrei dire invece che, a ben vedere, essi sono intrinsecamente dotati di una forza unitiva che si esprime a più livelli e in più ambiti. Si pensi al principio di uguaglianza tra tutti i cittadini: quanto è decisivo il fatto che – nonostante le diversità che si possono registrare sotto diversi profili – gli uomini siano essenzialmente eguali, e come tali possano combattere le disuguaglianze e costruire società e culture strutturate sulle «pari opportunità»? Serve qui comprendere che un criterio comportamentale acquista spessore e autorevolezza quando, anziché essere motivato solo da convenienze pragmatiche, è radicato sul terreno ontologico, connesso cioè con la natura stessa dell’uomo. Questi valori tuttavia risultano unitivi anche in un'altra accezione: rappresentano il vincolo che può di volta in volta dare espressione all’unità politica dei cattolici, ovunque essi si collochino in base alla loro opzione politica. Quanto poi alla scena internazionale, questi valori sono la base insostituibile e conveniente, dunque non arbitraria o strumentale, per l’azione che viene condotta dalle istituzioni comunitarie. In ragione infatti della loro stabilità, universalità e interpretazione in ogni caso favorevole alla persona, costituiscono il presupposto per il dialogo possibile tra culture, religioni e Stati sovrani (cfr Benedetto XVI, Discorso cit.). Su molte questioni si procede attraverso mediazioni e buoni compromessi, ma ci sono valori che, per il contenuto loro proprio, difficilmente sopportano mediazioni, per quanto volonterose, giacché non sono né quantificabili né parcellizzabili, pena trovarsi di fatto negati.

5. Anche da qui discende il ruolo della religione in ambito politico-sociale, che non è quello di «fornire» le norme obiettive che regolano il retto agire «come se esse non potessero esser conosciute dai non credenti; ancor meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete – cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione – bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce nell’applicazione della ragione, nella scoperta dei valori morali oggettivi» (Benedetto XVI, Discorso con le Autorità cit.,). E dà un nome, il Papa, a questo compito della religione nei riguardi delle cose della ragione: è un ruolo – dice – «correttivo», nel senso che – illuminando – recupera la profondità dei singoli principi e, ad un tempo, rischiara sull’applicazione che ne viene fatta, aiutando dunque, quando serve, a rettificare le distorsioni, a indirizzare meglio l’azione, a non lasciarsi deviare dai riduzionismi concettuali o dalle manipolazioni ideologiche, a non confondere mai il fine coi mezzi e viceversa. Ma nella visione di Benedetto XVI, anche la ragione ha, a sua volta, un compito «purificatore» e «strutturante» da svolgere all’interno della religione, in particolare nell’arginare fenomeni come il settarismo o il fondamentalismo religioso, nei quali il deficit di razionalità è generalmente uno dei fattori caratteristici. Si tratta cioè di «un processo che avviene nel doppio senso», ossia in una reciprocità all’interno della quale nessuna delle due diverse realtà – ragione e religione – viene umiliata. E conclude, il Papa: «Per questo vorrei suggerire che il mondo della ragione ed il mondo della fede – il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso – hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà» (ib). Chi non coglie l’impostazione realistica che è sottesa a questa visione? La religione infatti, diversamente da quanto preconizzato in frettolose previsioni, continua ad avere un ruolo importante nella vita della gente.

A trovarsi immediatamente corretta qui è anche la prospettiva di uno Stato «neutrale», evidentemente ingenua e non avvalorata fino ad oggi da esperienze in grado di imporsi per credibilità ed efficacia. Se uno Stato, in nome di un’ipotetica neutralità o di altri pregiudizi, non si allarmasse a fronte di un prosciugamento dei presupposti etico-culturali cui deve invece attingere se vuole prosperare, come potrà rispondere con solidarietà e giustizia a situazioni e sfide emergenti? Ad esempio, di fronte a ondate di nuovi cittadini che, per età o storia personale, non hanno sufficientemente interiorizzato il codice fondativo della nazione in cui vivono? Oppure a fronte della stessa crisi economico-finanziaria? E come potrebbe la collettività garantirsi una continuità di ideali e una gradualità di evoluzione nei costumi se non c’è l’apporto, sul piano educativo e culturale, di agenzie in grado di ricaricare la riserva interiore e morale di cui ogni Paese necessita nel fronteggiare le spinte più tumultuose quando non le degenerazioni più disinibite? Ecco la ragione per cui, con passo mite ma a fronte alta, il Papa − dinanzi al più antico Parlamento del mondo − ha detto: «La religione per i legislatori non è un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico della nazione» (ib). Il privatismo religioso si sta rivelando un’ipotesi asettica sul piano sociologico e avvizzita sul piano esistenziale. Per uno Stato moderno, l’autoreferenzialità valoriale si rivela presto infeconda e propiziatrice di inedite paure.

Che in una società pluralista le Chiese possano essere se stesse, e secondo il loro statuto capaci di interloquire potenzialmente con tutti, esercitando al meglio le proprie attitudini di annuncio teologale, di educazione per i più giovani, di formazione delle coscienze, di riserva critica, di partecipazione ragionata al dibattito pubblico, è una risorsa non surrogabile; come lo è la presenza di un cattolicesimo interferente con il più vasto tessuto culturale. Aspettarsi che i cattolici circoscrivano il loro apporto all’ambito sempre importante della carità – fosse pure per contribuire ai doveri dello Stato in ordine al bene comune – significa scadere in una visione utilitaristica, quando non anche autoritaria. I cattolici non possono consegnarsi all’afasia, ideologica o tattica: se lo facessero tradirebbero le consegne di Gesù ma anche le attese specifiche di ogni democrazia partecipata.

6. A nessuno oggi, nei Paesi liberi, viene formalmente inibito di manifestare liberamente le proprie posizioni culturali o religiose. Ma agisce sottilmente un conformismo per il quale «diventa obbligatorio pensare come pensano tutti, agire come agiscono tutti. Le sottili aggressioni contro la Chiesa, al pari di quelle meno sottili, dimostrano come questo conformismo possa realmente essere una vera dittatura» (Benedetto XVI, Omelia alla Pontificia Commissione Biblica, 15 aprile 2010). Per quel che ci riguarda, nell’orizzonte di una benevolenza complessiva, dobbiamo muoverci senza complessi di inferiorità (cfr. Benedetto XVI, Messaggio per la 46ª Settimana sociale dei cattolici italiani), perché questo è esigito dalla dignità di ciò in cui si crede. Siamo, e come, interessati alla vita della società; in essa ci si coinvolge con stile congruo, ma a determinarci non sono l’istinto di far da padroni né logiche di mera contrapposizione

Si deve obbedire più a Dio che agli uomini (cfr At 4,19), «ma ciò suppone che conosciamo veramente Dio e che vogliamo veramente obbedire a Lui» (Benedetto XVI, Omelia cit.). Se nei vari campi, i credenti conoscono solo le parole del mondo, e non dispongono all’occorrenza di parole diverse e coerenti, verranno omologati alla cultura dominante o creduta tale, e finiranno per essere anche culturalmente irrilevanti. Il punto non è una smania di rilevanza, ma il dovere di servire. L’immagine insuperabile cui rifarci è quella evangelica del «sale della terra» e della «luce del mondo» (cfr Mt 5, 13-14), dove il sale suggerisce lo stile dell’incarnazione, la discesa nella pasta della storia per diventare vicinanza e condivisione rispetto alla vita di tutti. Mentre la luce della città posta sul monte ricorda al discepolo, come a tutta la Chiesa, che la visibilità non è quella artefatta, inseguita per apparire e mostrarsi, ma quella intrinseca all’essere, e dunque dello stare – quando serve – anche in faccia al mondo. Viene facile notare, al riguardo, come Gesù assuma toni non tanto esortativi, dicendo “siate” sale e luce, ma affermi perentorio che i discepoli “sono” sale e luce, rivelando così ciò che Egli ha fatto non solo per loro, ma di loro. Va da sé che la mitezza non è scambiabile con la mimetizzazione, l’opportunismo, la facile dimissione dal compito. Bisogna invece che noi salviamo l’autonomia della coscienza credente rispetto alle pressioni pubblicitarie, ai ragionamenti di corto respiro, ai qualunquismi variamente mascherati, alle lusinghe. In questo senso capiterà talora di essere scomodi, ma non sarà per posa o per pregiudizio, quanto per sofferta, umile, serena coerenza.

Su questo orizzonte desidero collocare il felice esito della recente Settimana sociale, convocata a Reggio Calabria nel mese di ottobre, come di una occasione che ha segnato un passo in avanti rispetto a elaborazioni precedenti. E tra le ragioni del genuino successo, c’è senz’altro quella di essersi svolta al Sud, in quella terra calabra non poco tribolata, la quale tuttavia sa puntualmente raccontare come esista un altro Meridione, motivo di fierezza e di consolazione per l’Italia tutta. L’altra circostanza positiva è stata assicurata dalla consistente rappresentanza giovanile che figurava in assemblea come tra i volontari. E con i giovani, la Settimana ha parlato delle esperienze di riscatto, di maturazione delle coscienze, della necessità di leggere al positivo anche i momenti socialmente più difficoltosi. Un terzo motivo di riuscita è da individuarsi nella chiave della speranza per cercare di leggere e di ordinare i problemi secondo un’agenda propositiva, in modo ragionato e plausibile, e comunque non schiacciata sul pessimismo dilagante. Un quarto elemento è l’aver messo al centro di ogni problematica storica e sociale la “questione antropologica” nella sua integralità, sulla scorta dell’enciclica Caritas in veritate. Vogliamo dunque esprimere la gratitudine più sincera, da una parte all’Arcidiocesi di Reggio e al suo Pastore, S.E. Mons. Vittorio Mondello, per l’ospitalità pronta e generosa che hanno assicurato all’incontro e ai suoi partecipanti, e dall’altra al Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali e al suo Presidente, S.E. Mons. Arrigo Miglio, per l’intelligente dedizione con cui questa Settimana è stata pensata e realizzata: insieme – Arcidiocesi di Reggio Calabria e Comitato – hanno condotto in porto un’iniziativa di pregio, che rimarrà nella memoria della nostra comunità ecclesiale.

7. Nel contempo, vorrei segnalare come stia progressivamente emergendo, dal vissuto delle nostre Chiese, un approccio che ci pare sempre più consapevole – dunque meno imbarazzato e scevro anche da manicheismi – verso la dimensione politica, per ciò che essa è, e per quello che esprime ai vari livelli. Non c’è dubbio che si sia passati da un atteggiamento più preoccupato della denuncia, spesso anche veemente o semplicistica, ad un approccio più articolato ai problemi, seppure non meno pervaso di tensione etica e di slancio verso il futuro. La politica è esigente anche perché richiede un’attitudine di analisi che va acquisita con l’applicazione, così da superare un certo genericismo, e approdare invece a visioni più pertinenti e più incalzanti sui problemi, non per questo però meno attente sotto il profilo morale.

È probabile che allo stadio attuale si sia arrivati anche grazie alle tante attività e scuole di formazione socio-politica che negli ultimi vent’anni si sono dispiegate, senza dare forse quei risultati immediati sui quali si faceva affidamento. Hanno però attrezzato persone e gruppi ad esprimersi con una maggiore competenza e autonomia culturale. Sarà bene che nel prossimo futuro ci si interroghi su come, alla luce delle esperienze fatte, si possa procedere per favorire la maturazione spirituale e culturale richiesta a chi desidera servire nella forma della politica, e così preparare giovani all’esercizio di quella leadership che difficilmente può essere improvvisata. Dunque, la politica deve interessare i cattolici, e deve entrare nella loro mentalità un’attitudine a ragionare delle questioni politiche senza spaventarsi dei problemi seri che oggi, non troppo diversamente da ieri, sono sul tappeto. E soprattutto adottando un giudizio morale che non sia esclusivamente declamatorio, ma punti ai processi interni delle varie articolazioni e responsabilità sociali e istituzionali.

E i problemi hanno oggi obiettivamente una dimensione preoccupante. Non dimentichiamo certo che la crisi ha colpito il mondo e Paesi più ricchi del nostro, e neppure ci sfugge che molto si è fatto e ancora si sta facendo; ma purtroppo sembra non sufficiente rispetto ad una situazione critica che perdura e sotto alcuni profili si aggrava. Famiglie in difficoltà, adulti che sono estromessi dal sistema, giovani in cerca di occupazione stabile anche in vista di formare una propria famiglia, sono situazioni che continuano a farsi sentire con accoratezza. È necessario inoltre che le riforme in agenda siano istruite nelle maniere utili, perché non si indebolisca la rappresentatività politica. Finché infatti non si profilano condizioni realistiche di una maggiore stabilità per il Paese intero, è comprensibile che si avverta una sorta di esitazione e di diffusa incertezza. Si aggiunge a livello della scena politica una caduta di qualità, che va soppesata con obiettività, senza sconti e senza strumentalizzazioni, se davvero si hanno a cuore le sorti del Paese, e non solamente quelle della propria parte. Se la gente perde fiducia nella classe politica, fatalmente si ritira in se stessa, cade lo slancio partecipativo, tutto diventa pesante e contorto, ma soprattutto viene meno quella possibilità di articolata e dinamica compattezza che è assolutamente necessaria per affrontare insieme gli ostacoli e guardare al futuro del Paese. In causa qui è non solo la dimensione tecnicamente politico-amministrativa, ma anche quella culturale e morale che ne è, a sua volta, lo specifico orizzonte. Questo prende forma nella tensione necessaria tra ideali personali, valori oggettivi e la vita vissuta, tra loro profondamente intrecciati. In sostanza, è la politica intesa come «casa comune» quella che ancora una volta si propone quale aspirazione persuasiva ed urgente: alla casa tuttavia non basta un tetto, ha bisogno di strutture varie e elementi diversi, tra loro ben congegnati e connessi; e per vivere in essa in modo accettabile, c’è bisogno di un comune atteggiamento di fondo, che fa clima e rende possibile quel senso di appartenenza che motiva al sacrificio e dà senso all’impegno di tutti.

Dicevamo – un mese e mezzo fa – che, nel nostro animo di sacerdoti, «siamo angustiati per l’Italia» che scorgiamo come inceppata nei suoi meccanismi decisionali, mentre il Paese appare attonito e guarda disorientato. Non abbiamo peraltro suggerimenti tecnico-politici da offrire, salvo un invito sempre più accorato e pressante a cambiare registri, a fare tutti uno scatto in avanti concreto e stabile verso soluzioni utili al Paese e il più possibile condivise. Non è più tempo di galleggiare. Un rischio – lo diciamo con un senso di apprensione profonda –, è che il Paese si divida non tanto per questa o quella iniziativa di partito, quanto per i trend profondi che attraversano l’Italia e che, ancorandone una parte all’Europa, potrebbero lasciare indietro l’altra parte. Il che sarebbe un esito infausto per l’Italia, proprio nel momento in cui essa vuole ricordare – a 150 anni dalla sua unità – i traguardi e i vantaggi di una matura coscienza nazionale. Mentre tuttavia si fa quest’ultimo esame di coscienza, è possibile – chiediamo rispettosi – convocare ad uno stesso tavolo governo, forze politiche, sindacati e parti sociali e, rispettando ciascuno il proprio ruolo ma lasciando da parte ciò che divide, approntare un piano emergenziale sull’occupazione? Sarebbe un segno che il Paese non potrebbe non apprezzare. Grande vicinanza esprimiamo alle popolazioni che di recente sono state colpite da esondazioni e allagamenti, come in precedenza da smottamenti che hanno provocato violente trasformazioni del territorio. C’è di continuo una parte consistente della comunità nazionale che deve essere soccorsa e aiutata a risorgere, dovendo affrontare le conseguenze di eventi dovuti a calamità naturali, ma anche all’incuria e all’imperizia troppo spesso riservate all’habitat umano. Già in un’altra occasione, abbiamo avuto modo di osservare che il Paese abbisogna di un piano puntuale di messa in sicurezza del territorio, e che a quest’opera va riconosciuta la necessaria priorità, in un’ottica di concreta e solerte cooperazione tra i diversi livelli dell’amministrazione pubblica.

8. Una parola vorrei offrire ancora circa il tessuto connettivo della società italiana, che tiene nonostante le prove e le tensioni di una stagione non facile. Verrebbe da dire che le difficoltà temperano e probabilmente inducono non pochi a riscoprire il fascino di esperienze e testimonianze davvero forti, quelle «capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza» (Gaudium et spes, n. 31). Si sa che osservatori di altri Paesi, guardando più attentamente a quello che succede da noi, rilevano come una singolare opportunità la circostanza che in Italia non si sia ancora arrivati ad una vera e propria «disfatta educativa». Rinunciamo in questo momento ad approfondire le ragioni di questa affermazione, e assumiamo la provocazione positiva che potrebbe essere interna a tali parole. Non occorre cioè arrivare agli esiti ultimi prima di prendersi in carico la responsabilità di una risalita. La cronaca non manca, d’altra parte, di indicare come sintomi inquietanti episodi che danno la percezione di quanto profondo sia l’abisso in cui può cadere il cuore umano. Casi che probabilmente sono sempre accaduti nella storia delle comunità umane, e fatale sarebbe che, per una sorta di illuministica illusione, si pensasse che quasi all’improvviso spariscano dal costume. Per questo dobbiamo chiederci sempre di nuovo: che cosa stiamo facendo per mantenere o ricostituire il patrimonio spirituale e morale indispensabile anche all’uomo post-moderno? Non è che la nostra generazione vive, tutto sommato, ancora di rendita mentre le scorte si vanno esaurendo, anzi in varie situazioni sono già esaurite? Ecco il senso del piano decennale – Educare alla vita buona del Vangelo – che abbiamo da pochissimo varato e che ora è delineato negli “Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020”. Se potessimo anche solo per un istante parlare al cuore di ogni coppia di sposi e di ogni famiglia, noi Vescovi vorremmo dire loro una parola di fiducia, di incoraggiamento, di sostegno al loro essere nativamente votati ad educare. Non è impossibile l’impresa. Certamente non è facile, ma essa è assolutamente possibile, possibile anche a questa generazione di adulti, i quali sperimentano che crescere non è un automatismo legato all’età o ai titoli di studio, ma richiede la coltivazione di sé, la capacità di riflessione, la palestra delle virtù. L’educazione è anche questione di «ambiente»: una società, una famiglia ripiegate, litigiose, miopi − in una parola egocentriche − generano figli complessati, che si ritengono inferiori o superiori agli altri. Da genitori che rifiutano il dolore che è connesso al ruolo educativo, ai “no” che pur bisogna saper dire, discendono adolescenti scompaginati e atrofizzati dentro, incapaci di captare alcunché della cultura che li ha preceduti. Tra i singoli e l’insieme vi è sempre un circolo ermeneutico che dobbiamo saper evidenziare per il benessere comune. Non c’è crescita, non c’è maturità ad di fuori della fatica che queste esigono inderogabilmente da ciascuno, e rispetto alla quale non c’è esonero possibile, neppure se decretato per eccesso di amore. Occorre che sulla cultura del soggetto si innesti il principio di realtà, «qualcosa» che è ostico allo scetticismo imperioso di questi tempi fintamente allegri e spensierati; si innesti cioè quel realismo che è caratteristico della cultura classico-cristiana, per la quale le pulsioni interiori vanno regolate − e occorre saperlo fare − se non si vuol finire deragliati da se stessi.
Oggi, è vero, c’è una frontiera prodigiosa, quella mediatica comprensiva dei nuovi media, che esalta le opportunità di conoscenza e di relazione. È però anche una cultura capziosa che, mentre offre molto, se non si sta attenti ruba alla persona sempre qualcosa, e qualcosa di importante. Questo vale per i giovanissimi e i giovani per ore davanti ad internet, ma vale anche per gli adulti quando si lasciano drogare da una informazione morbosa che sembra dare sempre qualche particolare in più, mentre di fatto induce alla indifferenza e al cinismo. Inaridisce il cuore e suggerisce una serie di alibi per non migliorare se stessi. Nessuno ha rimpianti per stilemi autoritari e illiberali, per sistemi monopolistici e monoculturali; e tuttavia la corsa all’audience ha fatto raggiungere livelli di esasperazione brutale. «Essendo in concorrenza sempre più forte – osservava di recente il Papa – i mezzi di comunicazione si credono spinti a suscitare la massima attenzione possibile. Inoltre, è il contrasto che fa notizia in genere, anche se va a discapito della veridicità del racconto» (Benedetto XVI, Discorso al nuovo Ambasciatore di Germania, 13 settembre 2010). Forse, proprio in questo decennio, sarebbe necessaria una riflessione più profonda e onesta su questi meccanismi per ravvivare una responsabilità più grande ed incisiva verso la missione e le potenzialità proprie di questo straordinario mondo.

Come comunità ecclesiale vorremmo sommessamente dire all’intera comunità nazionale che, per quello che possiamo, per tutto quello che siamo e saremo in grado di mettere in campo in termini di passione educativa, di dedizione per la vocazione e la felicità delle nuove generazioni, noi continueremo ad esserci. Ci sono stati deficit e anche degli scandali, dei peccati di omissione e dei tradimenti della fiducia. Per di più, non sempre siamo stati pronti a identificare la gravità di certe azioni e abbiamo adeguatamente compreso che vi sono condizioni non guaribili con l’ammonizione, il pentimento, la volontà di ricominciare in situazioni nuove. Ci sono storture della psiche che necessitano di un pronto isolamento e di cure particolari, oltre che di una sanzione commisurata alle ingiustizie. Su questo fronte la comunità nazionale, che tanta stima e confidenza da sempre nutre verso la Chiesa, deve sapere che ha tutto il nostro impegno assunto nel modo più solenne. Abbiamo vivissime nell’anima le parole pregnanti, e per noi programmatiche, del Santo Padre pronunciate sabato 30 ottobre dinanzi ai centomila ragazzi dell’Azione Cattolica. Un evento che ci rallegra e ci incoraggia ad essere più decisi, attenti ed entusiasti nella missione educativa che è specifica della Chiesa.

Gli “Orientamenti” che poc’anzi citavo sono già nelle mani dei nostri sacerdoti, dei religiosi, dei laici attivi nelle comunità diocesane e parrocchiali. Naturalmente non posso non augurarmi che trovino la migliore accoglienza, e siano – sulla base dei Piani pastorali promulgati dai Vescovi – assunti quale binario per un’adeguata, ulteriore riflessione sulla situazione locale. Probabilmente meriterà ritornare su questo, ma fin d’ora segnalo che il 5° capitolo, che porta il titolo «Indicazioni per la progettazione pastorale» contiene già, nella sua novità metodologica, una serie di suggerimenti preziosi sui quali conviene non sorvolare.

Concludo, venerati e cari Confratelli, affidando alla vostra magnanimità e alla vostra considerazione queste mie riflessioni, unendo un invito – che vale per me anzitutto – a continuare i nostri lavori respirando il respiro del mondo, il respiro della Chiesa universale. Oltre gli argomenti toccati, altri avrebbero meritato a partire dal recente Sinodo per il Medio-Oriente, incentrato cioè su quella terra che tra tutte è la più cara – perché quella di Gesù – eppure così tormentata e vessata. Un posto speciale hanno nel nostro cuore i cristiani dell’Iraq, solo ultimi nel tempo, bersaglio continuo di attentati sanguinosi, forieri di lutti e di dolore. Ancora otto giorni fa la cattedrale siro-cattolica di Bagdad è stata scenario di decine di morti e feriti, fra i quali due sacerdoti e un gruppo di fedeli riuniti per la santa Messa. E poi l’Afghanistan dove altri 4 alpini sono di recente morti per la pace, lasciando nello strazio le rispettive famiglie. Sono tutte «ferite aperte» che vogliamo presentare alla Vergine Maria, Madre di Cristo e Madre della Chiesa, perché si chini su questi figli. Il 1° novembre di sessant’anni fa Pio XII proclamava verità di fede la sua Assunzione al Cielo: così continuiamo a contemplarla e a invocarla, per noi e i nostri lavori, per ciascuna delle nostre amate Chiese.

Angelo Card. Bagnasco
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lunedì 8 novembre 2010

Viaggio apostolico del Papa - Cerimonia di congedo

Negli scorsi giorni, nell'Angolo di Angel, abbiamo seguito il viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI in terra spagnola. Oggi, concludiamo questo breve momento, attraverso la lettura delle parole del nostro Santo Padre, durante la cerimonia di congedo:
 
VIAGGIO APOSTOLICO A SANTIAGO DE COMPOSTELA E BARCELONA
(6-7 NOVEMBRE 2010)

CERIMONIA DI CONGEDO

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Aeroporto Internazionale di Barcelona (El Prat)
Domenica, 7 novembre 2010



Maestà,
Signor Cardinale Arcivescovo di Barcellona,
Signor Cardinale Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola,
Signori Cardinali e Fratelli nell’Episcopato,
Signor Presidente del Governo,
Distinte Autorità Nazionali, Regionali e Locali,
Cari fratelli e sorelle,
Amici tutti.

Moltissime grazie. Desidererei che queste brevi parole potessero racchiudere i sentimenti di gratitudine che porto nel cuore nel concludere la mia visita a Santiago di Compostela e a Barcellona. Moltissime grazie, Maestà, per aver voluto essere qui presenti. Sono riconoscente per le cortesi parole che Vostra Maestà ha avuto la gentilezza di rivolgermi e che sono espressione dell’affetto di questo nobile popolo verso il Successore di Pietro. Insieme, voglio manifestare la mia cordiale gratitudine alle Autorità che ci accompagnano, ai Signori Arcivescovi di Santiago di Compostela e di Barcellona, all’Episcopato spagnolo e a tante persone che, senza risparmiare sacrifici, hanno collaborato perché questo viaggio riuscisse felicemente. Ringrazio vivamente per tutte le continue e delicate attenzioni che avete riservato in questi giorni al Papa, e che mettono in rilievo l’ospitalità e l’accoglienza delle genti di queste terre, tanto vicine al mio cuore.

A Compostela ho voluto unirmi, come un pellegrino tra gli altri, alle tante persone della Spagna, dell’Europa e di altri luoghi del mondo che giungono alla tomba dell’Apostolo per rafforzare la propria fede e ricevere il perdono e la pace. Come successore di Pietro, sono inoltre venuto per confermare i miei fratelli nella fede. Quella fede che agli albori del cristianesimo giunse a queste terre e si radicò tanto profondamente che è venuta forgiando lo spirito, le usanze, l’arte e il carattere delle genti che vi abitano. Preservare e accrescere questo ricco patrimonio spirituale, è segno non solo dell’amore di un Paese verso la propria storia e cultura, ma è anche una via privilegiata per trasmettere alle giovani generazioni quei valori fondamentali tanto necessari per edificare un futuro di convivenza armoniosa e solidale.

Le strade che attraversavano l’Europa per raggiungere Santiago erano molto diverse tra loro, ciascuna con la propria lingua e le proprie peculiarità, ma la fede era la stessa. C’era un linguaggio comune, il Vangelo di Cristo. In qualsiasi luogo, il pellegrino poteva sentirsi come a casa sua. Al di là delle differenze nazionali, era consapevole di essere membro di una grande famiglia, alla quale appartenevano gli altri pellegrini e abitanti che incontrava sul suo cammino. Che questa fede trovi nuovo vigore in questo Continente, e si trasformi in fonte di ispirazione, facendo crescere la solidarietà e il servizio verso tutti, specialmente i gruppi umani e le Nazioni più bisognose.

A Barcellona, ho avuto l’immensa gioia di dedicare la Basilica della Sacra Famiglia, che Gaudí concepì come una lode in pietra a Dio, e ho visitato anche una significativa istituzione ecclesiale di carattere benefico e sociale. Sono come due simboli, nella Barcellona di oggi, della fecondità di quella stessa fede, che segnò anche le profondità di questo popolo e che, attraverso la carità e la bellezza del mistero di Dio, contribuisce a creare una società più degna dell’uomo. In effetti, la bellezza, la santità e l’amore di Dio portano l’uomo a vivere nel mondo con speranza.

Rientro a Roma dopo aver visitato solo due luoghi della vostra meravigliosa terra. Ciò nonostante, con la preghiera e il pensiero ho desiderato abbracciare tutti gli spagnoli, senza eccezione alcuna, e tanti altri che vivono in mezzo a voi senza essere nati qui. Porto tutti nel mio cuore e prego per tutti, in particolare per coloro che soffrono, e li metto sotto la protezione materna di Maria Santissima, tanto venerata e invocata in Galizia, in Catalogna e nelle altre regioni della Spagna. A Lei chiedo anche che vi ottenga dall’Altissimo copiosi doni celesti, che vi aiutino a vivere come una sola famiglia, guidati dalla luce della fede. Vi benedico nel nome del Signore. Con il suo aiuto, ci rivedremo a Madrid il prossimo anno, per celebrare la Giornata Mondiale della Gioventù. Arrivederci.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
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giovedì 4 novembre 2010

La caccia al cristiano

In questi giorni di grande tensione in Iraq, dove è giunta la notizia che il terrorista Osama Bin Laden ha confermato la liceità degli attacchi a cristiani, si respira ancora un'aria di paura e minaccia. Sono trascorsi più di duemila anni da quando Gesù, con le Sue stesse parole, annunciava un'era di persecuzione a causa della fede in Lui: e purtroppo, quelle parole hanno trovato conferma e ancora oggi sono vive e attuali perchè la persecuzione, violenta e non, è ancora in atto e sempre contro i cristiani, ormai i più perseguitati al mondo. In questi giorni, il quotidiano "La Stampa" ha pubblicato un'intervista-denuncia al Vescovo di Baghdad Monsignor Shlemon Warduni, della quale pubblichiamo solo alcuni punti. L'intervista completa la trovate cliccando sul link al termine del post:

"Una tragedia del genere era impensabile persino in un Paese senza sicurezza né stabilità come l’Iraq. Ma ormai purtroppo ormai nessuno può prevedere dove possa arrivare una violenza che non risparmia più niente e nessuno. Come minoranza siamo un bersaglio costante e conviviamo con un logorante senso di precarietà e di timore costante. Il sacrificio di questi nostri fratelli dimostra a che punto di follia si è arrivati. Neppure quando si prega in una chiesa si è al riparo dalla persecuzione del terrorismo.""

Poi il Vescovo prosegue spiegando come i fedeli siano davvero terrorizzati e chiedono quale sia il disegno di Dio per loro, e lui risponde così:

«Viene lo sconforto anche a me davanti ai lenzuoli bianchi di persone miti, uccise in chiesa. C’è anche il corpicino senza vita di una bambina. Per non cadere nella disperazione quaggiù le persone devono avere una fede talmente forte da essere addirittura pronte come cristiani alla testimonianza estrema, alla morte. Ma non si può pretendere da tutti una fede eroica, perciò anche in Occidente ci si deve fare carico di questa condizione di terrore costante. Nessuno ci spiega da dove arrivano le armi delle bande che si muovono indisturbate dentro e fuori i nostri confini».

Noi pensavamo che l'epoca del martirio fosse ormai un lontano ricordo e invece non è così e mentre noi quasi ci vergogniamo a professarci cristiani praticanti, dall'altra parte del mondo vi è la prova più dura, la professione di fede a costo della propria vita. Ma Monsignor Warduni pone anche un pesante interrogativo sulla provenienza dei rifornimenti delle armi alle organizzazioni terroristiche:

«Io non sospetto nessuno, è la corte internazionale a dover stabilire chi ci sta massacrando. Noi ci aspettiamo l’aiuto di Dio che ci ha creato e fatti vivere qui e delle persone di buona volontà che possono sensibilizzare i governi e l’Onu a non abbandonarci al nostro destino. Come pastore posso solo pregare per le vittime e per la conversione del cuore indurito dei terroristi». 

E quest'ultimo auspicio noi lo accogliamo e sproniamo tutti voi ad unirvi alla preghiera per poter chiedere la conversione di questi cuori duri come il marmo che non distinguono più tra amore e odio, guerra e religione: la religione non è una guerra di imposizione, ma è vita, amore, fede, carità che nascono non con la coercizione, ma con la libertà dei figli di Dio.

Articolo intero: La Stampa 
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Opposizione e maggioranza: Come tento di prenderti e/o mantenere la poltrona mentre l'italiano si morde le mani

Nei giorni scorsi si è tornato ad attaccare il Presidente del Consiglio con gli ultimi fatti, in accertamento, venuti alla luce sui quotidiani di tutta Italia: il caso di Ruby, delle Escort. Da un lato la sinistra che tenta un'offensiva approfittando della ghiotta occasione per spodestare il Premier e prenderne il posto, non si sa con quali intenzioni dato il fallimento della scorsa legislatura, e da un lato la destra, in questo caso rappresentata da Berlusconi, che tenta di tutelarsi e dice un "NO" fermo e deciso sulle dimissioni chieste dall'opposizione. La politica si è trasformata in un campo da gioco dove anziché segnarsi goal a vicenda e a difendersi con parate di classe giocando entro i limiti del regolamento, si comincia a strattonare l'avversario e a lanciargli contro pesanti cannonate che volano sul terreno della carta stampata e dei teleschermi, a scapito del popolo che sugli spalti borbotta per i costi esosi del biglietto della vita mentre gli alti dirigenti sembrano infischiarsene della sgradevole partita fatta di insulti, scivoloni e simulazioni. Chi ci rimette naturalmente è sempre il popolo, ancora in attesa di una legislatura che giochi democraticamente e che faccia qualcosa per ridurre i costi esorbitanti della vita. Mentre l'opposizione tenta di usurpare la poltrona della maggioranza, l'italiano medio si improvvisa ragioniere per cercare di contenere i costi altrimenti insostenibili causati da una demagogia sfrenata e oserei aggiungere "diabolica". Non ci debbono essere né destre né sinistre, ma un solo ed unico partito capace di lavorare per il bene di tutti e senza litigarsi il posto come vergognosamente sta accadendo in questi giorni. Sulle facce dell'opposizione sembra esserci una voglia sfegatata di prendere il posto occupato dalla destra e da questo si evince la loro smania di sedere sui seggi d'onore, altrimenti con calma e pazienza avrebbero aspettato le prossime elezioni e non approfittando dei presunti scandali del Presidente del Consiglio  per gridare "DIMISSIONI, DIMISSIONI". E mentre i due litiganti si attaccano e replicano a vicenda spuntano nuovi partiti che emanano l'ennesimo odore di false promesse, e un terzo gode e che chiede ad alta voce le elezioni anticipate per poter fare il suo comodo ed attuare il suo piano di divisione per spaccare un'Italia che ha solo bisogno di restare unita. Nella politica non possono esserci squadre, divisioni, ma un solo ed unico team con vero amore per il popolo ma se questo non fosse possibile la maggioranza deve poter dare la possibilità all'opposizione di poter cooperare e l'opposizione dal suo canto deve saper lavorare concordemente con chi ha avuto la meglio al ballottaggio elettorale. Questi scontri verbali colmi di perbenismo devono lasciare posto ad un'operazione atta a garantire la serenità delle famiglie e non a turbare gli animi con dei tentati golpe mediatici. Stiamo assistendo ad atti degni della più alta teatralità comica quasi evocanti le sceneggiature di Eduardo De Filippo, e a dei lascia-lascia e un crea-crea riferendomi naturalmente ai litigi all'interno dei partiti e alla creazione di nuovi altri i quali non fanno altro che lasciare il povero elettore nella confusione più totale. E mentre loro si azzuffano per salire al potere come accade nel mondo animale, noi italiani stiamo ancora in attesa che arrivi il giorno nel quale venga eletto un presidente che sappia davvero mettere da parte gli interessi personali per fare del suo impegno politico, il centro della risoluzione dei problemi della nazione. Ma questa forse è un'altra ed ennesima utopia. Noi stringiamo la cinghia mentre loro la cinghia la usano per frustrarsi a vicenda nell'aspirazione della tanto famigerata e discussa "poltrona".

Mikhael
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martedì 2 novembre 2010

Angelus di Papa Benedetto XVI - Ognissanti


SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Lunedì, 1° novembre 2010



Cari fratelli e sorelle!

La solennità di Tutti i Santi, che oggi celebriamo, ci invita ad innalzare lo sguardo al Cielo e a meditare sulla pienezza della vita divina che ci attende. “Siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1Gv 3,2): con queste parole l’apostolo Giovanni ci assicura la realtà del nostro profondo legame con Dio, come pure la certezza della nostra sorte futura. Come figli amati, perciò, riceviamo anche la grazia per sopportare le prove di questa esistenza terrena – la fame e sete di giustizia, le incomprensioni, le persecuzioni (cfr Mt 5,3-11) – e, nel contempo, ereditiamo fin da ora ciò che è promesso nelle beatitudini evangeliche, “nelle quali risplende la nuova immagine del mondo e dell’uomo che Gesù inaugura” (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Milano 2007, 95). La santità, imprimere Cristo in sé stessi, è lo scopo di vita del cristiano. Il beato Antonio Rosmini scrive: “Il Verbo aveva impresso se stesso nelle anime dei suoi discepoli col suo aspetto sensibile … e con le sue parole … aveva dato ai suoi quella grazia … con la quale l’anima percepisce immediatamente il Verbo” (Antropologia soprannaturale, Roma 1983, 265-266). E noi pregustiamo il dono e la bellezza della santità ogni volta che partecipiamo alla Liturgia eucaristica, in comunione con la “moltitudine immensa” degli spiriti beati, che in Cielo acclamano in eterno la salvezza di Dio e dell’Agnello (cfr Ap 7,9-10). “Alla vita dei Santi non appartiene solo la loro biografia terrena, ma anche il loro vivere ed operare in Dio dopo la morte. Nei Santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino” (Enc. Deus caritas est, 42).

Consolati da questa comunione della grande famiglia dei santi, domani commemoreremo tutti i fedeli defunti. La liturgia del 2 novembre e il pio esercizio di visitare i cimiteri ci ricordano che la morte cristiana fa parte del cammino di assimilazione a Dio e scomparirà quando Dio sarà tutto in tutti. La separazione dagli affetti terreni è certo dolorosa, ma non dobbiamo temerla, perché essa, accompagnata dalla preghiera di suffragio della Chiesa, non può spezzare il legame profondo che ci unisce in Cristo. Al riguardo, san Gregorio di Nissa affermava: “Chi ha creato ogni cosa nella sapienza, ha dato questa disposizione dolorosa come strumento di liberazione dal male e possibilità di partecipare ai beni sperati” (De mortuis oratio, IX, 1, Leiden 1967, 68).

Cari amici, l’eternità non è “un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità” (Enc. Spe salvi, 12). Alla Vergine Maria, guida sicura alla santità, affidiamo il nostro pellegrinaggio verso la patria celeste, mentre invochiamo la sua materna intercessione per il riposo eterno di tutti i nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati nella speranza della risurrezione.

Dopo l'Angelus

Ieri sera, in un gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Bagdad, ci sono state decine di morti e feriti, fra i quali due sacerdoti e un gruppo di fedeli riuniti per la Santa Messa domenicale. Prego per le vittime di questa assurda violenza, tanto più feroce in quanto ha colpito persone inermi, raccolte nella casa di Dio, che è casa di amore e di riconciliazione. Esprimo inoltre la mia affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, nuovamente colpita, e incoraggio pastori e fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza. Davanti agli efferati episodi di violenza, che continuano a dilaniare le popolazioni del Medio Oriente, vorrei infine rinnovare il mio accorato appello per la pace: essa è dono di Dio, ma è anche il risultato degli sforzi degli uomini di buona volontà, delle istituzioni nazionali e internazionali. Tutti uniscano le loro forze affinché termini ogni violenza!

[Saluti in varie lingue]

Infine, saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i partecipanti alla manifestazione “La corsa dei Santi”, promossa dai Salesiani per sostenere progetti di solidarietà in situazioni di estremo bisogno, come ad Haiti e in Pakistan. Saluto inoltre il gruppo di ragazzi di Modena che si stanno preparando al Sacramento della Confermazione. A tutti auguro pace e serenità nella spirituale compagnia dei Santi.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
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lunedì 1 novembre 2010

Orrore a Baghdad

Apprendiamo con orrore quanto accaduto in una Chiesa cattolica a Baghdad: un attacco di violenza pura, in un luogo di preghiera, che non ha nulla a che vedere con Dio. Questa non è religione, ma violenza, odio e tutte queste cose non salvano l'uomo, ma lo condannano. Preghiamo affinché i nostri fratelli cristiani in Oriente siano tutelati da episodi persecutori e possano liberamente manifestare il proprio credo in Dio e in Cristo Gesù il quale ha promesso il Regno dei Cieli a chi sarebbe stato perseguitato a causa del Suo nome. 

 ROMA - Continua a crescere il bilancio del massacro compiuto da terroristi di al Qaida ieri sera in una chiesa nel centro di Baghdad: fonti della sicurezza, che chiedono l'anonimato, riferiscono questa mattina di oltre 50 morti e circa 80 feriti. Della strage di ieri ha parlato anche il Papa all'Angelus. Nelle prime ore di oggi e' arrivata la rivendicazione, via internet, da parte dello 'Stato islamico in Iraq', un cartello di gruppi terroristi guidati dal ramo iracheno di al Qaida. ''Un gruppo di mujaheddin in collera fra i fedeli di Allah ha effettuato un raid in uno dei rifugi osceni dell'idolatria, che era stato sempre usato dai cristiani dell'Iraq come quartier generale per la lotta contro la religione dell'islam'', e' scritto in un comunicato.

Nel testo si pone anche un ultimatum di 48 ore alla Chiesa copta d'Egitto affinche' liberi le mogli di due sacerdoti che secondo i terroristi sarebbero ''detenute nei monasteri'' perche' una di loro si sarebbe convertita all'Islam e l'altra starebbe per farlo. E dal Cairo giunge notizia di misure di sicurezza rafforzate nelle chiese e la ferma condanna del ministero degli esteri Secondo quanto si e' appreso, i fedeli rimasti uccisi sono almeno 37, tra cui due preti, freddati dai terroristi poco dopo la loro irruzione nella chiesa, la Nostra Signora per perpetuo soccorso, nel quartiere Karrada, vicino alla super-fortificata Zona Verde dove hanno sede le massime istituzioni irachene.

Tra le forze di sicurezza che hanno compiuto il blitz contro i terroristi, ovvero gli agenti di una squadra di pronto intervento definita la 'Golden Force', i morti sarebbero sette e sette i feriti. I terroristi uccisi sarebbero invece cinque e otto sarebbero stati arrestati. Le fonti ufficiali forniscono dati piu' contenuti e parlano di una ''operazione che ha avuto successo, con poche vittime e terroristi arrestati''. Il vescovo di Baghdad, monsignor Shlemon Warduni, ha frattanto espresso ''sconforto'', affermando che in Iraq ''le persone devono avere una fede talmente forte da essere addirittura pronte, come cristiani, alla testimonianza estrema, alla morte''. Nel corso dell'Angelus domenicale in piazza San Pietro, Papa Benedetto XVI ha espresso stamane la sua ''affettuosa vicinanza alla comunita' cristiana'', nuovamente colpita dal ''gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad, e ha incoraggiato ''pastori e fedeli ad essere forti e saldi nella speranza''.

FONTE: Ansa
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Angelus di Papa Benedetto XVI - 31 Ottobre 2010


BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 31 ottobre 2010



Cari fratelli e sorelle!

L’Evangelista san Luca riserva una particolare attenzione al tema della misericordia di Gesù. Nella sua narrazione, infatti, troviamo alcuni episodi che mettono in risalto l’amore misericordioso di Dio e di Cristo, il quale afferma di essere venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori (cfr Lc 5,32). Tra i racconti tipici di Luca vi è quello della conversione di Zaccheo, che si legge nella liturgia di questa domenica. Zaccheo è un “pubblicano”, anzi, il capo dei pubblicani di Gerico, importante città presso il fiume Giordano. I pubblicani erano gli esattori dei tributi che i Giudei dovevano pagare all’Imperatore romano, e già per questo motivo erano considerati pubblici peccatori. Per di più, approfittavano spesso della loro posizione per estorcere denaro alla gente. Per questo Zaccheo era molto ricco, ma disprezzato dai suoi concittadini. Quando dunque Gesù, attraversando Gerico, si fermò proprio a casa di Zaccheo, suscitò uno scandalo generale. Il Signore, però, sapeva molto bene quello che faceva. Egli, per così dire, ha voluto rischiare, e ha vinto la scommessa: Zaccheo, profondamente colpito dalla visita di Gesù, decide di cambiare vita, e promette di restituire il quadruplo di ciò che ha rubato. “Oggi per questa casa è venuta la salvezza”, dice Gesù, e conclude: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto”.

Dio non esclude nessuno, né poveri né ricchi. Dio non si lascia condizionare dai nostri pregiudizi umani, ma vede in ognuno un’anima da salvare ed è attratto specialmente da quelle che sono giudicate perdute e che si considerano esse stesse tali. Gesù Cristo, incarnazione di Dio, ha dimostrato questa immensa misericordia, che non toglie nulla alla gravità del peccato, ma mira sempre a salvare il peccatore, ad offrirgli la possibilità di riscattarsi, di ricominciare da capo, di convertirsi. In un altro passo del Vangelo, Gesù afferma che è molto difficile per un ricco entrare nel Regno dei cieli (cfr Mt 19,23). Nel caso di Zaccheo, vediamo proprio che quanto sembra impossibile si realizza: “egli – commenta san Girolamo – ha dato via la sua ricchezza e immediatamente l’ha sostituita con la ricchezza del regno dei cieli” (Omelia sul salmo 83, 3). E san Massimo di Torino aggiunge: “Le ricchezze, per gli stolti sono un alimento per la disonestà, per i saggi invece sono un aiuto per la virtù; a questi si offre un’opportunità per la salvezza, a quelli si procura un inciampo che li perde” (Sermoni, 95).

Cari amici, Zaccheo ha accolto Gesù e si è convertito, perché Gesù per primo aveva accolto lui! Non lo aveva condannato, ma era andato incontro al suo desiderio di salvezza. Preghiamo la Vergine Maria, modello perfetto di comunione con Gesù, affinché anche noi possiamo sperimentare la gioia di essere visitati dal Figlio di Dio, di essere rinnovati dal suo amore, e trasmettere agli altri la sua misericordia.

Dopo l'Angelus

Ieri, nella cattedrale di Oradea Mare in Romania, il Cardinale Peter Erdö ha proclamato beato Szilárd Bogdánffy, vescovo e martire. Nel 1949, quando aveva 38 anni, egli fu consacrato vescovo in clandestinità e quindi arrestato dal regime comunista del suo Paese, la Romania, con l’accusa di cospirazione. Dopo quattro anni di sofferenze e umiliazioni, morì in carcere. Rendiamo grazie a Dio per questo eroico Pastore della Chiesa che ha seguito l’Agnello fino alla fine! La sua testimonianza conforti quanti anche oggi sono perseguitati a causa del Vangelo.

[Saluti in varie lingue]

Saluto cordialmente i pellegrini di lingua italiana, in particolare il gruppo di Bovino, comprendente anche alcuni “Cavalieri” devoti della Madonna di Valleverde. Saluto i fedeli venuti da Monteroni di Lecce, i ragazzi di Petosino con i loro catechisti, e il Lions Club Erchie San Pancrazio. A tutti auguro una buona domenica.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
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venerdì 29 ottobre 2010

La fine di un incubo e la vittoria della speranza

Sono passati alcuni giorni, ma anche noi della Vigna del Signore ci tenevamo a dare uno sguardo ad una notizia bellissima simbolo della speranza che non muore mai: la liberazione dei trentatre minatori bloccati nelle miniere cilene. Quest'opera di salvataggio ha mostrato la solidarietà dell'uomo, la forza della speranza, l'unione di tutti per il perseguimento di uno scopo comune e cioè il salvataggio di 33 uomini! Ci piace pensare che questo numero, 33, non sia casuale, ma che richiami un numero bellissimo e cioè i 33 anni della vita terrena di Gesù Cristo che ha alimentato la speranza e la fede, non solo nei minatori liberati, ma anche nelle loro famiglie.


MINERA SAN JOSE' (CILE) - Il lungo incubo e' proprio finito: i 33 minatori intrappolati sottoterra in Cile per oltre due mesi sono stati tutti salvati dopo che il rischio di una loro morte nel buio delle viscere della terra ha suscitato preoccupazione e angoscia in tutto il mondo. Dopo 69 giorni dall'incidente, si e' conclusa durante l'operazione di salvataggio condotta nel deserto dell'Atacama. La capsula 'Fenix' ha fatto la spola per quasi un giorno con il punto a oltre 600 metri di profondità in cui i minatori erano rimasti intrappolati a causa di uno smottamento. Attraverso il cunicolo, sono stati riportati in superficie anche tutti i sei soccorritori calatisi nelle viscere della terra per organizzare la risalita dei minatori. L'ultimo minatore a uscire è stato il capo-turno e leader del gruppo fin dal giorno del crollo, Luis Urzua, di 54 anni: su di lui era gravato il compito di mantenere viva la speranza nei compagni durante i 17 giorni in cui non c'erano contatti con i soccorritori e che ha razionato gli alimenti dei quali disponevano (qualche lattina di tonno, latte e frutta in scatola). Appena uscito dalla capsula, il minatore è stato avvolto in una bandiera cilena e in tante città e paesi le campane delle chiese hanno suonato a distesa mentre la gente si è riversata per le strade, animandole con caroselli in auto.

''Le passo il turno e spero che questo non accada piu''', ha detto Urzua rivolto, con casco e occhiali scuri per proteggerlo dalla luce, al presidente cileno Sebastian Pinera che lo ha accolto tra l'esultanza generale. "Ho fatto un turno di 70 giorni, un po' troppo lungo", ha scherzato Urzua fra l'altro dicendosi ''orgoglioso di essere cileno". Tutti attorno a lui hanno applaudito intonando l'inno nazionale. "Mi congratulo con lei, è stato un ottimo capitano", gli ha detto il presidente Pinera che, al termine delle operazioni di soccorso, ha sigillato il pozzo ponendo metaforicamente fine alla vicenda seguita da settimane anche grazie a immagini e voci raccolte dal sottosuolo attraverso una sorta di cordone ombelicale che ha tenuto in vita i minatori con cibo e acqua. Prima di riemergere dalla piccola miniera di rame e oro nei pressi di Copiaco, circa 800 km a nord della capitale Santiago, i soccorritori hanno mostrato alla webcam sotterranea il cartello, in spagnolo, con l'annuncio ''missione compiuta'' registrato dai circa 1.500 giornalisti arrivati da tutto il mondo al ''campo Esperanza''. Protagonista delle immagini tv che hanno documentato l'operazione di salvataggio e' stata la capsula di metallo, poco piu' larga delle spalle di un uomo e dipinta coi colori della bandiera cilena. Questa sorta di Apollo 11 delle viscere della terra e' stata ridipinta piu' volte ma ha mostrato sempre piu' rigature causate delle rocce dello stretto pozzo scavato per calarla nel sottosuolo. Comunque ha tenuto, fino a riportare in superficie anche l'ultimo dei soccorritori scesi nella cavita' per aiutare i minatori ed entrare nella Fenix. L'uomo che idealmente ''ha spento la luce'' e' Manuel Gonzalez, un tecnico con 20 anni di esperienza in questo tipo di soccorsi. Nella sala mensa della base operativa da dove sono state coordinate le operazioni di soccorso - costate un equivalente tra i 7 e i 14 milioni euro secondo una stima di Pinera - alcuni familiari dei minatori hanno stappato bottiglie per suggellare con brindisi la fine dell'incubo.

FONTE: Ansa
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giovedì 28 ottobre 2010

Emergenza colera: il lavoro di Save the Children

In questi giorni stiamo assistendo ad un dramma umanitario nel Sud-Est asiatico, ci sono ancora effetti devastanti che si sono sviluppati a seguito di un'altra tragedia e cioè il terremoto di Haiti di qualche mese fa. Ora l'emergenza più grossa è rappresentata dal colera che si sta diffondendo tra la popolazione del dopo sisma. La Vigna del Signore ha sempre sostenuto (e continuerà a farlo) Save the Children: e anche questa volta è proprio questa benefica organizzazione che si sta muovendo per aiutare la popolazione haitiana, in un clima molto difficile. Quanto segue è un articolo di Save The Children che spiega nei dettagli il lavoro svolto ad Haiti in questi giorni:

Save the Children è impegnata a contrastare la diffusione del colera ad Haiti che ha finora causato la morte di 254 persone e 3.015 contagi.

Il team medico dell’organizzazione internazionale, che dal 1919 lotta per i diritti dell’infanzia, sta incrementando gli stock di sali reidratanti all’interno delle sue cliniche mobili e sta intensificando le azioni di educazione a una corretta igiene nei campi, insegnando soprattutto ai bambini come lavarsi adeguatamente le mani. Inoltre gli operatori di Save the Children stanno intervenendo a protezione dei neonati, con specialisti nell’allattamento materno che aiutano le mamme ad allattare naturalmente i bambini piuttosto che nutrire i neonati con latte in polvere che va miscelato con acqua.

“Le condizioni in molti dei campi sono ancora difficili, con centinaia di famiglie che vivono a strettissimo contatto le une con le altre e circondate di spazzatura”, commenta Lisa Laumann, Direttore dei Programmi di Save the Children ad Haiti. In alcuni dei campi i bambini e le rispettive famiglie non hanno neanche la possibilità di raggiungere i serbatoi d’acqua messi a disposizione dalle agenzie umanitarie”.

 “Inoltre i bambini si divertono a giocare e, adesso che siamo nella stagione delle piogge, amano saltare nelle pozzanghere o larvarcisi le mani. Giochi innocenti che però possono diventare letali se il colera si dovesse diffondre in città. I bambini sono più a rischio degli adulti di contrarlo, perché posseggono meno liquidi e anche perché alcuni di essi sono anche malnutriti”.
 

“E’ fondamentale accelerare la nostra risposta”, conclude Lisa Laumann, “soprattutto sensibilizzando e mettendo al corrente le madri, che sono coloro che solitamente preparano da mangiare e si occupano dell’igiene dei bambini, sui possibili pericoli. La sorveglianza e la prevenzione sono fondamentali per arrestare la diffusione della malattia che al momento è presente ad appena 70 chilometri da Port au Prince”.

Save the Children con oltre 800 operatori è al lavoro in favore della popolazione colpita dal terremoto, dalle ore immediatamente successive al sisma, con programmi di salute e igiene, nutrizione, protezione, microcredito e ricostruzione, a Port au Prince, Jacmel e Leogane.

Finora ha aiutato e sostenuto circa 682.000 persone di cui più della metà bambini.



Se potete, donate quanto potete a favore di Save the Children per aiutarli a portare un aiuto concreto in questi territori così devastati dalle calamità, dalle malattie e dalla morte. Il nostro poco, può essere il loro molto: rinunciamo ad una cosa superflua e destiniamo il ricavato a favore di chi fa di tutto per appianare le piaghe di questo mondo, come il colera haitiano.  Per scoprire come donare, vai sul sito ufficiale di Save the Children: http://www.savethechildren.it/IT/HomePage
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mercoledì 27 ottobre 2010

Una preghiera per l'Indonesia

Continua il dramma nel territorio indonesiano: come avevamo già visto ieri, anche il vulcano sembra ormai prossimo ad una vera esplosione di lava che potrebbe causare danni gravissimi. A questo si aggiunge lo tsunami che ha devastato le coste e un terremoto che ha distrutto tutto. L'Indonesia si trova a dover affrontare un vero e proprio dramma umanitario e questa volta ci sarà più che bisogno di ogni possibile aiuto, perchè altrimenti condanneremmo quelle persone a vivere in un costante senso di paura e di abbandono. Chiediamo a Dio di aiutarli in questo momento di dolore e di sofferenza, sperando che si preservi la vita umana. Per ora, l'unica cosa che possiamo fare, è pregare per l'Indonesia intera. Quanto segue è la cronaca degli eventi trasmessa da un'agenzia Ansa:

GIAKARTA - Almeno 25 persone sono rimaste uccise per l'eruzione del vulcano Merapi, in Indonesia. Intanto continua a salire il bilancio delle vittime dello tsunami causato il 25 ottobre da un terremoto di magnitudo 7,7 sulle isole indonesiane dell'Oceano indiano: 272 morti, mentre i dispersi sono oltre 400.
Un terremoto seguito da uno tsunami, e poi un'eruzione vulcanica che ha già costretto migliaia di persone all'evacuazione, minacciando di intensificarsi nei prossimi giorni. Nel giro di 24 ore, l'Indonesia si ritrova a contare le vittime di un doppio disastro naturale e a ricordare la sua posizione geografica particolarmente esposta ai sommovimenti del sottosuolo. Le devastazioni causate dal terremoto verificatosi alle 21.42 di ieri sera (lunedi', ndr) (le 16.42 in Italia) al largo dell'isola di Sumatra - una scossa di magnitudo 7,7 - sono diventate evidenti solo oggi (ieri, ndr), mano a mano che venivano raggiunte le zone costiere più colpite dal successivo maremoto. L'onda alta almeno tre metri - alcuni testimoni parlano di sei - si è abbattuta con violenza nelle prime ore del mattino sulla parte meridionale delle isole Mentawai, una catena che si estende a 150 chilometri dalla costa di Sumatra, nell'ovest dell'arcipelago indonesiano.

Lo tsunami, hanno spiegato funzionari locali, ha "spazzato almeno 10 villaggi", in particolare sulle isole di North Pagai, South Pagai e Sipura, penetrando all'interno fino a 600 metri. Mentre la Farnesina non ha notizia di italiani coinvolti, al momento le vittime sono tutte indonesiane: una decina di surfisti australiani (le Mentawai sono un paradiso per gli appassionati), che risultavano inizialmente dispersi, sono sopravvissuti al naufragio del loro battello. Dall'altra parte dell'arcipelago, nell'est dell'isola di Giava, alle 18 di oggi (ieri, ndr) (le 13 in Italia) è intanto iniziata l'eruzione del vulcano Merapi, i cui brontolii avevano già fatto scattare il piano di evacuazione per 19mila residenti negli ultimi giorni. Le nuvole e ceneri vulcaniche - emesse fino a un chilometro e mezzo di altezza - hanno causato le prime vittime. Le autorità sono preoccupate in particolare da un "tappo" di lava nei pressi del cratere, che ha fatto accumulare la pressione. "Speriamo che la rilasci lentamente - ha dichiarato il vulcanologo Surono - altrimenti, saremo di fronte a un'eruzione potenzialmente enorme".

Il Merapi, a cui i giavanesi porgono regolarmente offerte per "placare gli spiriti", aveva eruttato per l'ultima volta nel 2006 (due morti) e prima nel 1994 (60 vittime); l'eruzione più violenta è quella registrata nel 1930, quando morirono 1.300 persone. Estendendosi lungo il cosiddetto Anello (o Cintura) di fuoco del Pacifico, una fascia lunga 40 mila chilometri che la sovrapposizione di diverse faglie rende soggetta a terremoti ed eruzioni, l'Indonesia - che conta 76 vulcani attivi - si trova spesso a fare i conti con calamità naturali di questo tipo. Al largo di Sumatra si verificò anche il sisma di magnitudo 9,1 che il 26 dicembre 2004 causò il devastante tsunami nell'Oceano Indiano, provocando 230 mila morti in undici Paesi, di cui 168 mila in Indonesia.

FONTE: Ansa
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martedì 26 ottobre 2010

Un nuovo dramma in Indonesia

La morte e la distruzione non fanno più notizia. Tra ieri e oggi il territorio indonesiano è stato vittima di un catastrofe immane, prima colpita da un terremoto, poi da uno tsunami originato dal precedente sisma, mentre sull'isola di Giava si risvegliava un vulcano causando l'immediata evacuazione di civili. Insomma, sono stati due giorni intensi, con dolore, morte e disperazione. Eppure pochi hanno dato risalto a questa notizia drammatica, in controtendenza rispetto a quattro anni fa, quando lo tsunami del 26 Dicembre occupò tutti gli spazi televisivi e non, riscontrando la solidarietà di tantissime persone. Oggi, il numero dei morti è fortunatamente inferiore e forse questo ha influito sui TG nazionali che hanno preferito mettere in prima pagina un nuovo capitolo della saga Sarah Scazzi: non vorremmo usare questo termine per rispetto nei confronti di Sarah, ma i mass media hanno trasformato il dolore in un format televisivo e questo ci indegna parecchio. E quindi, dinanzi all'inarrestabile curiosità di chi è colpevole e dinanzi all'esortazione del Presidente del Consiglio per un Lodo Alfano indispensabile, si è preferiti spostare la notizia in terza fascia. E così accade ormai per tutte le emergenze del pianeta che vengono scavalcate da notizie insipide che però fanno audience. Riportiamo almeno la notizia Ansa di quanto è accaduto e sta ancora accadendo in questo momento, dall'altra parte del mondo, sperando che Dio possa aiutare chi è rimasto senza tetto e senza le più elementari cose che noi diamo per scontato:

 E' di oltre 100 morti e 500 dispersi il bilancio dell'onda di tsunami abbattutasi ieri sera sulla parte meridionale dell'isola di Sumatra, nel sud-ovest dell'Indonesia, in seguito a un terremoto di magnitudo 7,7 verificatosi 78 chilometri al largo dalla costa. Lo riferiscono ufficiali impegnati nelle operazioni di soccorso. Non risultano italiani coinvolti, ha detto la Farnesina. Lo tsunami ha "spazzato almeno 10 villaggi" nella catena delle isole Mentawai, paradiso dei surfisti di tutto il mondo, colpendo in particolare il villaggio di Betu Monga, dove 160 sui 200 abitanti - in maggior parte donne e bambini - sono dispersi e l'80% delle case è stato seriamente danneggiato. Risultano dispersi anche 8-10 surfisti australiani, la cui barca è irraggiungibile via radio. Sull'isola di South Pagai, l'acqua è penetrata fino a 600 metri dalla costa, raggiungendo i tetti delle case. Secondo un testimone di un resort per surfisti sull'isola di North Pagai, anche'essa duramente colpita, onde alte fino a tre metri hanno distrutto la struttura, facendo cozzare le barche una contro l'altra fino al divampare delle fiamme. Un funzionario governativo locale, intervistato dall'emittente Metro Tv, ha spiegato che parte dei dispersi potrebbe aver cercato rifugio sulle colline circostanti. Mentre il bilancio delle vittime sembra destinato ad aumentare, man mano che i villaggi della zona vengono raggiunti, la Farnesina ha fatto intanto sapere che non risultano italiani coinvolti. Il sisma, registrato alle 21.42 di ieri sera (le 16.42 in Italia) a ovest di Sumatra a 14 chilometri di profondità, aveva fatto scattare l'allarme tsunami, fatto rientrare poco più di un'ora dopo dalle autorità indonesiane. Intanto, cresce la preoccupazione per un altro disastro che potrebbe potenzialmente interessare l'Indonesia: l'eruzione del vulcano Merapi, a Giava, e' "imminente" secondo gli esperti che temono effetti devastanti. 

FONTE: Ansa 
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venerdì 22 ottobre 2010

Libertà religiosa o discriminazione?

Nei giorni scorsi avevamo puntato il nostro sguardo sulle persecuzioni dei cristiani nelle terre orientali come Mosul. Molti nemmeno sospettano che vi siano ancora oggi martiri cristiani e né tantomeno sanno che i cristiani sono vittime di discriminazione persino nei nostri confini nazionali! Non è una novità per chi ci vive ogni giorno, che vi è una certa difficoltà nel mostrare pubblicamente la fede perchè vi sono ritorsioni, incomprensioni, distacchi. Persino colui che ufficialmente è un cristiano, discrimina colui che dichiara pubblicamente la Verità di Cristo, semplicemente perchè essa svela i peccati dei cuori. Ancora oggi, come annunciato da Gesù stesso, Egli è segno di contraddizione che svela i pensieri di molti e soprattutto dei falsi cristiani che invece di solidarizzare, discriminano il proprio fratello, soprattutto se religioso come un frate od una suora (quante prese in giro e umiliazioni vi sono). Tempo fa, Avvenire ha pubblicato un'intervista importante che svela la discriminazione all'interno del nostro Paese, basata su una presunta libertà religiosa che si trasforma in un nascosto tentativo di discriminare la vera fede cristiana:

Diritti umani, libertà religiosa, proclami e documenti da un lato. Sempre più numerose violazioni di questi diritti dall’altro. Nell’Europa del “dopo-Muro” si vive una sorta di schizofrenia. E a farne le spese sono molto spesso i cristiani, discriminati a motivo della loro fede. Incredibile? No, affatto. E la casistica parla chiaro. Al punto che il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee) ha istituito un «Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europea», al fine di documentare un fenomeno purtroppo in aumento. «Le segnalazioni – conferma padre Duarte Da Cunha, 42 anni, portoghese, segretario generale del Ccee – sono aumentate in maniera esponenziale negli ultimi anni. E proprio per questo abbiamo deciso di studiare meglio sia i singoli casi, sia l’andamento generale».

Quali sono i casi più frequenti?
C’è di tutto. Dalle discriminazioni sul luogo di lavoro o nell’acquisizione di cariche pubbliche ad episodi di intolleranza, e talvolta anche violenza, verso istituzioni e aggregazioni cristiane. Da espressioni offensive verso la fede a vere e proprie profanazioni. Mi ha colpito, qualche tempo fa, il caso di una radio ungherese che mandava in onda un messaggio del genere: «Due sono oggi i pericoli per la gioventù, la pornografia e la Chiesa cattolica. Dunque i cristiani devono essere estromessi da compiti educativi». Un accostamento e una conclusione che si commentano da soli.

Sono stati segnalati casi di discriminazioni che derivano da direttive delle Istituzioni Ue o da leggi dei singoli parlamenti nazionali?
L’Osservatorio servirà, anche a registrare questi casi, nel momento in cui si verifichino. Anche se devo precisare che non è uno strumento politico per cercare di influire nella formazione delle leggi a livello comunitario o degli Stati. Sarà piuttosto una struttura per registrare le denunce di violazione da parte di singoli e di gruppi. E per verificarle. In altri termini il fine non è quello di creare tensioni, ma di difendere quanti soffrono qualche sorta di discriminazione, facendo appello ai valori e ai diritti umani comunemente accettati da tutte le società.

Come funzionerà in concreto l’Osservatorio?
Il Ccee ha deciso di sostenere il lavoro dell’«Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa» realizzato dall’agenzia austriaca «Kairòs Consulting». C’è un vescovo nominato dalla presidenza del nostro Consiglio, monsignor Andràs Veres, ungherese, che coordinerà il progetto, ma tutte le Conferenze episcopali del continente sono invitate a informare l’Osservatorio sui casi che si verificano nel proprio Paese. E anche i singoli cittadini possono farlo, consultando il sito www.intoleranceagainstchristians.eu.

Ma secondo lei una vicenda come quella del crocifisso nelle scuole potrebbe rientrare tra le discriminazioni?
Diciamo che è il classico caso in cui la pretesa non discriminazione di uno o di pochi soggetti, finisce per diventare una discriminazione del diritto alla espressione delle idee religiose da parte di tutti gli altri. Dietro a questa mentalità c’è il tentativo laicista di ridurre la religione, e in primis il cristianesimo, a fatto privato senza alcuna rilevanza pubblica. Ma questo apre la strada a forme subdole di totalitarismo.

Non a caso il Papa parla sempre più spesso di «dittatura del relativismo».
Esattamente. E nel viaggio di 15 giorni fa in Gran Bretagna ha detto anche di più: e cioè che oggi le persecuzioni per i cristiani non sono solo quelle fisiche, ma l’essere ridicolizzati e marginalizzati. La sfida del relativismo, con la sua pretesa di eliminare ogni certezza di verità, è radicale. E può anche sfociare in ostilità aperta contro il cristianesimo e i cristiani. L’Osservatorio servirà anche a documentare questi casi, cosicché non ci abituiamo a situazioni che costituiscono vere e proprie forme di discriminazione e rischiano di degenerare in autentico odio.

Mimmo Muolo
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mercoledì 20 ottobre 2010

L'incredibile spreco alimentare italiano

Una notizia choc frutto di un'inchiesta altrettanto scioccante pubblicata da Avvenire, ci rivela uno spreco di cibo indicibile. Avevamo pubblicato un paio di giorni fa, l'impegno contro la piaga della fame nel mondo e oggi veniamo a conoscenza che solo in Italia vi è uno spreco che potrebbe dar da mangiare ad un'altra nazione. Il nostro sguardo si sofferma allora su questo comportamento scorretto che è orribile se si pensa a chi non ha nemmeno un tozzo di pane con cui nutrirsi. Rinnoviamo dunque l'appello ad un uso sobrio del cibo per evitare sprechi e cibo gettato nella spazzatura come purtroppo quotidianamente assistiamo. Non lasciamo che la nostra pancia piena ci offuschi il cervello facendoci dimenticare come una mollica di pane sia preziosa perchè sempre dono di Dio. Ecco l'inchiesta in questione, più che scioccante:

Oltre 37 miliardi di euro. L’equivalente del 3% del nostro Pil. A spiegarlo col portafoglio alla mano, lo spreco alimentare italiano potrebbe ancora dire poco. Allora servono i fatti: perché ogni anno, prima che il cibo che consumiamo giunga nei nostri piatti, se ne butta via una quantità che potrebbe soddisfare i bisogni alimentari di tre quarti della popolazione. Venti milioni di tonnellate, che sfamerebbero quasi 45 milioni di persone per un anno intero. È solo l’inizio del capogiro descritto drammaticamente da Last Minute Market, un’emanazione della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, che il prossimo 30 ottobre presenterà il primo Libro Nero dello spreco alimentare. Il cibo buttato, si badi bene, non è quasi mai scaduto, nocivo per la salute, o deteriorato. Tutt’altro: a dettare le regole della filiera dello spreco è piuttosto l’odierna economia del consumo. Che privilegia prodotti esteticamente perfetti, che vuole pronto all’uso tutto e subito, che invoca la durata pressoché infinita dei prodotti.

Nei campi

Inizia qui, lo spreco italiano di cibo. E vi registra il picco più spaventoso: quasi 18 milioni di tonnellate di frutta, verdura e cereali buttati via ogni anno, nel solo 2009 oltre il 3% della produzione agricola nostrana. Se si restringe il fuoco solo alla produzione ortofrutticola, l’anno scorso sono rimasti sul campo circa 7 milioni e mezzo di tonnellate. Un dato che confrontato con quello dei consumi di ortofrutta per il 2009 – 8,4 milioni di tonnellate – dice che abbiamo buttato via tanta frutta e verdura quanta quella che consumiamo: la quantità sprecata avrebbe potuto soddisfare le esigenze di una seconda Italia. Le ragioni che stanno alla radice del fenomeno sono varie, ma nessuna porta a inficiare la consumabilità del prodotto stesso: si va da quelle meramente estetiche (prodotti colpiti da grandine, per esempio) alle ragioni commerciali (prodotti fuori pezzatura) fino a quelle di mercato (costi della raccolta superiori al prezzo di mercato liquidato all’agricoltore, per cui non c’è convenienza a raccogliere).

Nelle cooperative

Gli sprechi purtroppo non si fermano ai campi. Altro step importante risultano essere le cosiddette cooperative di primo grado o organizzazioni di produttori. Si tratta di quelle realtà nate per la gestione delle crisi nel settore ortofrutticolo e che dovrebbero ritirare parte della produzione dal mercato per evitare il "crollo" dei prezzi. Il prodotto ritirato in parte viene destinato al consumo di fasce deboli della popolazione che altrimenti non consumerebbero questi beni, in parte a scuole e a istituti di pena, quale quota aggiuntiva ai consumi già preventivati (distribuzione gratuita), in parte all’alimentazione animale, ma la stragrande maggioranza viene destinata alla distillazione per la produzione di alcool etilico, al compostaggio e alla biodegradazione. Uno spreco nella misura in cui la destinazione del prodotto è a un uso differente da quello dell’alimentazione (in Europa lo fa solo l’Italia): delle 73mila tonnellate di beni ritirati nel 2009, solo il 4,4% è stato destinato a sfamare chi ne aveva bisogno. Con i restanti – seppur “riciclati” – si sarebbe potuto coprire l’esigenza ortofrutticola di città come Bologna e Firenze per un anno.

L’industria

Qui il quadro dello spreco si allarga. E ai prodotti agricoli si aggiungono le carni, le bevande, i prodotti caseari. . E che per ragioni di mercato viene buttato via: date di scadenza ravvicinate, deterioramento delle confezioni, mancanza di richieste. Si tratta di oltre 2 milioni di tonnellate di prodotti: tanti quanti basterebbero per sfamare l’intero Veneto per un anno. Per fortuna proprio dalle imprese nascono anche sempre più spesso iniziative di recupero a favore del terzo settore. Una pratica che fino a dieci anni fa era del tutto impensabile e che oggi, invece, assiste alla destinazione dei prodotti ritirati, ma ancora perfettamente commestibili, a enti caritativi, ospedali, mense per i poveri.

La vendita al dettaglio

Presso i grandi e piccoli punti vendita (dai mercati agli ipermercati fino ai piccoli o medi negozi di quartiere) ogni anno una percentuale di ortofrutta che si attesta a circa all’1,2% viene gestita come rifiuto. Visto che nel 2009 sono passati per i mercati generali 9.134.747 tonnellate, ne risulta che 109.617 sono state sprecate. I motivi che portano alla formazione di questa quota di scarto/spreco sono, anche qui, riconducibili a questioni di mercato (che non ne inficiano la consumabilità). Cosa differente invece accade nella distribuzione organizzata, soprattutto quella grande: nella maggior parte dei casi i motivi che portano alla formazione dello spreco di prodotti ortofrutticoli sono legati all’eccessiva manipolazione, da parte dei clienti, che ne determina un danneggiamento estetico e che li rendono meno appetibile da parte degli stessi.

In famiglia

I numeri dello spreco familiare dicono che la vera grande “discarica” è e resta nei frigoriferi italiani. Ogni nucleo butta via 480 euro al mese di ciò che ha investito nella spesa, 515 se si aggiunge ciò che finisce in pattumiera a Natale, Capodanno, Pasqua e ricorrenze varie. Nell’immondizia finisce il 39% dei prodotti freschi acquistati (come latte, uova, carne), pari al 9% della spesa alimentare affrontata nell’arco di 12 mesi (i dati bolognesi combaciano con quelli diffusi dall’Adoc e Legambiente). Cui va aggiunto il 19% del pane, il 4% della pasta, il 17% di frutta e verdura. Secondo le indagini incrociate, i motivi di tanto spreco sono dovuti per lo più all’eccesso di acquisti generici (nel 36% dei casi), a prodotti scaduti o ritenuti tali (25%), all’eccesso di acquisti per offerte speciali (24%), a novità non gradite (8%) e a prodotti acquistati poi rivelatisi inutili (7%).

Viviana Daloiso
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