giovedì 21 aprile 2011

Santa Messa del Crisma: omelia di Papa Benedetto XVI

Nella mattina del Giovedì Santo, viene celebrata la Santa Messa del Crisma. In questa messa, il Vescovo consacra gli Olii Santi: il Crisma, l'Olio dei Catecumeni e l'Olio degli Infermi. Essi sono gli olii che si useranno durante tutto il corso dell'anno liturgico per celebrare i sacramenti. 
Questa mattina, nella Basilica Vaticana, la Santa Messa del Crisma è stata presieduta da Papa Benedetto XVI e l'Osservatorio ne pubblica integralmente l'omelia: 

SANTA MESSA DEL CRISMA

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Giovedì Santo, 21 aprile 2011

Cari fratelli e sorelle, 
Al centro della liturgia di questa mattina sta la benedizione degli oli sacri – dell’olio per l’unzione dei catecumeni, di quello per l’unzione degli infermi e del crisma per i grandi Sacramenti che conferiscono lo Spirito Santo: Confermazione, Ordinazione sacerdotale e Ordinazione episcopale. Nei Sacramenti il Signore ci tocca per mezzo degli elementi della creazione. L’unità tra creazione e redenzione si rende visibile. I Sacramenti sono espressione della corporeità della nostra fede che abbraccia corpo e anima, l’uomo intero. Pane e vino sono frutti della terra e del lavoro dell'uomo. Il Signore li ha scelti come portatori della sua presenza. L’olio è simbolo dello Spirito Santo e, al tempo stesso, ci rimanda a Cristo: la parola “Cristo” (Messia) significa “l’Unto”. L’umanità di Gesù, mediante l’unità del Figlio col Padre, è inserita nella comunione con lo Spirito Santo e così è “unta” in maniera unica, è penetrata dallo Spirito Santo. Ciò che nei re e nei sacerdoti dell’Antica Alleanza era avvenuto in modo simbolico nell’unzione con olio, con la quale venivano istituiti nel loro ministero, avviene in Gesù in tutta la sua realtà: la sua umanità è penetrata dalla forza dello Spirito Santo. Egli apre la nostra umanità per il dono dello Spirito Santo. Quanto più siamo uniti a Cristo, tanto più veniamo colmati dal suo Spirito, dallo Spirito Santo. Noi ci chiamiamo “cristiani”: “unti” – persone che appartengono a Cristo e per questo partecipano alla sua unzione, sono toccate dal suo Spirito. Non voglio soltanto chiamarmi cristiano, ma voglio anche esserlo, ha detto sant’Ignazio d’Antiochia. Lasciamo che proprio questi oli sacri, che vengono consacrati in quest’ora, ci ricordino tale compito intrinseco della parola “cristiano” e preghiamo il Signore, affinché sempre più non solo ci chiamiamo cristiani, ma anche lo siamo.

Nella liturgia di questo giorno si benedicono, come già detto, tre oli. In tale triade si esprimono tre dimensioni essenziali dell’esistenza cristiana, sulle quali ora vogliamo riflettere. C’è innanzitutto l’olio dei catecumeni. Quest’olio indica come un primo modo di essere toccati da Cristo e dal suo Spirito – un tocco interiore col quale il Signore attira le persone vicino a sé. Mediante questa prima unzione, che avviene ancora prima del Battesimo, il nostro sguardo si rivolge quindi alle persone che si mettono in cammino verso Cristo – alle persone che sono alla ricerca della fede, alla ricerca di Dio. L’olio dei catecumeni ci dice: non solo gli uomini cercano Dio. Dio stesso si è messo alla ricerca di noi. Il fatto che Egli stesso si sia fatto uomo e sia disceso negli abissi dell’esistenza umana, fin nella notte della morte, ci mostra quanto Dio ami l’uomo, sua creatura. Spinto dall’amore, Dio si è incamminato verso di noi. “Cercandomi Ti sedesti stanco … che tanto sforzo non sia vano!”, preghiamo nel Dies Irae. Dio è alla ricerca di me. Voglio riconoscerLo? Voglio essere da Lui conosciuto, da Lui essere trovato? Dio ama gli uomini. Egli viene incontro all’inquietudine del nostro cuore, all’inquietudine del nostro domandare e cercare, con l’inquietudine del suo stesso cuore, che lo induce a compiere l’atto estremo per noi. L’inquietudine nei confronti di Dio, l’essere in cammino verso di Lui, per conoscerLo meglio, per amarLo meglio, non deve spegnersi in noi. In questo senso dovremmo sempre rimanere catecumeni. “Ricercate sempre il suo volto”, dice un Salmo (105,4). Agostino, al riguardo, ha commentato: Dio è tanto grande da superare sempre infinitamente tutta la nostra conoscenza e tutto il nostro essere. Il conoscere Dio non si esaurisce mai. Per tutta l’eternità possiamo, con una gioia crescente, sempre continuare a cercarLo, per conoscerLo sempre di più ed amarLo sempre di più. “Inquieto è il nostro cuore, finché non riposi in te”, ha detto Agostino all’inizio delle sue Confessioni. Sì, l’uomo è inquieto, perché tutto ciò che è temporale è troppo poco. Ma siamo veramente inquieti verso di Lui? Non ci siamo forse rassegnati alla sua assenza e cerchiamo di bastare a noi stessi? Non permettiamo simili riduzioni del nostro essere umano! Rimaniamo continuamente in cammino verso di Lui, nella nostalgia di Lui, nell’accoglienza sempre nuova di conoscenza e di amore!

C’è poi l’olio per l’Unzione degli infermi. Abbiamo davanti a noi la schiera delle persone sofferenti: gli affamati e gli assetati, le vittime della violenza in tutti i Continenti, i malati con tutti i loro dolori, le loro speranze e disperazioni, i perseguitati e i calpestati, le persone col cuore affranto. Circa il primo invio dei discepoli da parte di Gesù, san Luca ci narra: “Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (9,2). Il guarire è un incarico primordiale affidato da Gesù alla Chiesa, secondo l’esempio dato da Lui stesso che risanando ha percorso le vie del Paese. Certo, il compito principale della Chiesa è l’annuncio del regno di Dio. Ma proprio questo stesso annuncio deve essere un processo di guarigione: “…fasciare le piaghe dei cuori spezzati”, viene detto oggi nella prima lettura dal profeta Isaia (61,1). L’annuncio del regno di Dio, della bontà illimitata di Dio, deve suscitare innanzitutto questo: guarire il cuore ferito degli uomini. L’uomo per la sua stessa essenza è un essere in relazione. Se, però, è perturbata la relazione fondamentale, la relazione con Dio, allora anche tutto il resto è perturbato. Se il nostro rapporto con Dio è perturbato, se l’orientamento fondamentale del nostro essere è sbagliato, non possiamo neppure veramente guarire nel corpo e nell’anima. Per questo, la prima e fondamentale guarigione avviene nell’incontro con Cristo che ci riconcilia con Dio e risana il nostro cuore affranto. Ma oltre questo compito centrale fa parte della missione essenziale della Chiesa anche la guarigione concreta della malattia e della sofferenza. L’olio per l’Unzione degli infermi è espressione sacramentale visibile di questa missione. Fin dagli inizi è maturata nella Chiesa la chiamata a guarire, è maturato l’amore premuroso verso persone angustiate nel corpo e nell’anima. È questa anche l’occasione per ringraziare una volta tanto le sorelle e i fratelli che in tutto il mondo portano un amore risanatore agli uomini, senza badare alla loro posizione o confessione religiosa. Da Elisabetta di Turingia, Vincenzo de’ Paoli, Louise de Marillac, Camillo de Lellis fino a Madre Teresa – per ricordare soltanto alcuni nomi – attraversa il mondo una scia luminosa di persone, che ha origine nell’amore di Gesù per i sofferenti e i malati. Per questo ringraziamo in quest’ora il Signore. Per questo ringraziamo tutti coloro che, in virtù della fede e dell’amore, si mettono a fianco dei sofferenti, dando con ciò, in definitiva, testimonianza della bontà propria di Dio. L’olio per l’Unzione degli infermi è segno di quest’olio della bontà del cuore, che queste persone – insieme con la loro competenza professionale – portano ai sofferenti. Senza parlare di Cristo, Lo manifestano.

Al terzo posto c’è infine il più nobile degli oli ecclesiali, il crisma, una mistura di olio di oliva e profumi vegetali. È l’olio dell’unzione sacerdotale e di quella regale, unzioni che si riallacciano alle grandi tradizioni d’unzione dell’Antica Alleanza. Nella Chiesa quest’olio serve soprattutto per l’unzione nella Confermazione e nelle Ordinazioni sacre. La liturgia di oggi collega con quest’olio le parole di promessa del profeta Isaia: “Voi sarete chiamati ‘sacerdoti del Signore’, ‘ministri del nostro Dio’ sarete detti” (61,6). Con ciò il profeta riprende la grande parola di incarico e di promessa, che Dio aveva rivolto a Israele presso il Sinai: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,6). Nel vasto mondo e per il vasto mondo, che in gran parte non conosceva Dio, Israele doveva essere come un santuario di Dio per la totalità, doveva esercitare una funzione sacerdotale per il mondo. Doveva portare il mondo verso Dio, aprirlo a Lui. San Pietro, nella sua grande catechesi battesimale, ha applicato tale privilegio e tale incarico di Israele all’intera comunità dei battezzati, proclamando: “Voi (invece) siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio” (1Pt 2,9s). Battesimo e Confermazione costituiscono l’ingresso in questo popolo di Dio, che abbraccia tutto il mondo; l’unzione nel Battesimo e nella Confermazione è un’unzione che introduce in questo ministero sacerdotale per l’umanità. I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto. È una domanda che, insieme, ci dà gioia e ci inquieta: siamo veramente il santuario di Dio nel mondo e per il mondo? Apriamo agli uomini l’accesso a Dio o piuttosto lo nascondiamo? Non siamo forse noi – popolo di Dio – diventati in gran parte un popolo dell’incredulità e della lontananza da Dio? Non è forse vero che l’Occidente, i Paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura, non vogliono più conoscere la fede in Gesù Cristo? Abbiamo motivo di gridare in quest’ora a Dio: “Non permettere che diventiamo un non-popolo! Fa’ che ti riconosciamo di nuovo! Infatti, ci hai unti con il tuo amore, hai posto il tuo Spirito Santo su di noi. Fa’ che la forza del tuo Spirito diventi nuovamente efficace in noi, affinché con gioia testimoniamo il tuo messaggio!
Nonostante tutta la vergogna per i nostri errori, non dobbiamo, però, dimenticare che anche oggi esistono esempi luminosi di fede; che anche oggi vi sono persone che, mediante la loro fede e il loro amore, danno speranza al mondo. Quando il prossimo 1o maggio verrà beatificato Papa Giovanni Paolo II, penseremo pieni di gratitudine a lui quale grande testimone di Dio e di Gesù Cristo nel nostro tempo, quale uomo colmato di Spirito Santo. Insieme con lui pensiamo al grande numero di coloro che egli ha beatificato e canonizzato e che ci danno la certezza che la promessa di Dio e il suo incarico anche oggi non cadono nel vuoto.

Mi rivolgo infine a voi, cari confratelli nel ministero sacerdotale. Il Giovedì Santo è in modo particolare il nostro giorno. Nell’ora dell’Ultima Cena il Signore ha istituito il sacerdozio neotestamentario. “Consacrali nella verità” (Gv 17,17), ha pregato il Padre – per gli Apostoli e per i sacerdoti di tutti i tempi. Con grande gratitudine per la vocazione e con umiltà per tutte le nostre insufficienze rinnoviamo in quest’ora il nostro “sì” alla chiamata del Signore: Sì, voglio unirmi intimamente al Signore Gesù – rinunciando a me stesso … spinto dall’amore di Cristo. Amen.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
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mercoledì 20 aprile 2011

Carità e Verità: Caritas in Veritate - XIX

Continuiamo la lettura della nuova Enciclica di Papa Benedetto XVI "Caritas in veritate". Siamo ancora nel quarto capitolo del documento, interamente incentrato sulla dinamica dello sviluppo dei popoli, tenendo presenti i diritti e i doveri nonché il rispetto dell'ambiente che fungono da limite invalicabile oltre il quale non si dovrebbe mai andare.: 

46. Considerando le tematiche relative al rapporto tra impresa ed etica, nonché l'evoluzione che il sistema produttivo sta compiendo, sembra che la distinzione finora invalsa tra imprese finalizzate al profitto (profit) e organizzazioni non finalizzate al profitto (non profit) non sia più in grado di dar conto completo della realtà, né di orientare efficacemente il futuro. In questi ultimi decenni è andata emergendo un'ampia area intermedia tra le due tipologie di imprese. Essa è costituita da imprese tradizionali, che però sottoscrivono dei patti di aiuto ai Paesi arretrati; da fondazioni che sono espressione di singole imprese; da gruppi di imprese aventi scopi di utilità sociale; dal variegato mondo dei soggetti della cosiddetta economia civile e di comunione. Non si tratta solo di un « terzo settore », ma di una nuova ampia realtà composita, che coinvolge il privato e il pubblico e che non esclude il profitto, ma lo considera strumento per realizzare finalità umane e sociali. Il fatto che queste imprese distribuiscano o meno gli utili oppure che assumano l'una o l'altra delle configurazioni previste dalle norme giuridiche diventa secondario rispetto alla loro disponibilità a concepire il profitto come uno strumento per raggiungere finalità di umanizzazione del mercato e della società. È auspicabile che queste nuove forme di impresa trovino in tutti i Paesi anche adeguata configurazione giuridica e fiscale. Esse, senza nulla togliere all'importanza e all'utilità economica e sociale delle forme tradizionali di impresa, fanno evolvere il sistema verso una più chiara e compiuta assunzione dei doveri da parte dei soggetti economici. Non solo. È la stessa pluralità delle forme istituzionali di impresa a generare un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo.

47. Il potenziamento delle diverse tipologie di imprese e, in particolare, di quelle capaci di concepire il profitto come uno strumento per raggiungere finalità di umanizzazione del mercato e delle società, deve essere perseguito anche nei Paesi che soffrono di esclusione o di emarginazione dai circuiti dell'economia globale, dove è molto importante procedere con progetti di sussidiarietà opportunamente concepita e gestita che tendano a potenziare i diritti, prevedendo però sempre anche l'assunzione di corrispettive responsabilità. Negli interventi per lo sviluppo va fatto salvo il principio della centralità della persona umana, la quale è il soggetto che deve assumersi primariamente il dovere dello sviluppo. L'interesse principale è il miglioramento delle situazioni di vita delle persone concrete di una certa regione, affinché possano assolvere a quei doveri che attualmente l'indigenza non consente loro di onorare. La sollecitudine non può mai essere un atteggiamento astratto. I programmi di sviluppo, per poter essere adattati alle singole situazioni, devono avere caratteristiche di flessibilità; e le persone beneficiarie dovrebbero essere coinvolte direttamente nella loro progettazione e rese protagoniste della loro attuazione. È anche necessario applicare i criteri della progressione e dell'accompagnamento — compreso il monitoraggio dei risultati –, perché non ci sono ricette universalmente valide. Molto dipende dalla concreta gestione degli interventi. « Artefici del loro proprio sviluppo, i popoli ne sono i primi responsabili. Ma non potranno realizzarlo nell'isolamento » [114]. Oggi, con il consolidamento del processo di progressiva integrazione del pianeta, questo ammonimento di Paolo VI è ancor più valido. Le dinamiche di inclusione non hanno nulla di meccanico. Le soluzioni vanno calibrate sulla vita dei popoli e delle persone concrete, sulla base di una valutazione prudenziale di ogni situazione. Accanto ai macroprogetti servono i microprogetti e, soprattutto, serve la mobilitazione fattiva di tutti i soggetti della società civile, tanto delle persone giuridiche quanto delle persone fisiche.

La cooperazione internazionale ha bisogno di persone che condividano il processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarietà della presenza, dell'accompagnamento, della formazione e del rispetto. Da questo punto di vista, gli stessi Organismi internazionali dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e amministrativi, spesso troppo costosi. Capita talvolta che chi è destinatario degli aiuti diventi funzionale a chi lo aiuta e che i poveri servano a mantenere in vita dispendiose organizzazioni burocratiche che riservano per la propria conservazione percentuali troppo elevate di quelle risorse che invece dovrebbero essere destinate allo sviluppo. In questa prospettiva, sarebbe auspicabile che tutti gli Organismi internazionali e le Organizzazioni non governative si impegnassero ad una piena trasparenza, informando i donatori e l'opinione pubblica circa la percentuale dei fondi ricevuti destinata ai programmi di cooperazione, circa il vero contenuto di tali programmi, e infine circa la composizione delle spese dell'istituzione stessa.
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L'anniversario del Papa nelle parole del cardinale Ruini e Sandro Magister

Sei anni fa, esattamente il 19 Aprile 2005, il Cardinale Joseph Ratzinger visse il momento dell'elezione a nuovo successore di Pietro. Da allora molto è stato fatto e grandi fatiche sono state sopportare per il bene comune. Per questo anche noi vogliamo celebrare questi sei anni di pontificato e per questo vi proponiamo due interviste di Radio Vaticana al Cardinal Camillo Ruini e al vaticanista Sandro Magister:

R. – Sin da quando era cardinale, Benedetto XVI ha più volte sottolineato come in Europa, e in generale in Occidente, si giochi una partita cruciale per il Vangelo, per tutto il mondo, dato che se il Vangelo non riuscisse a penetrare nella moderna cultura occidentale, difficilmente potrebbe poi penetrare in altre culture destinate sempre di più a entrare a loro volta, pur conservando le proprie differenze, in un grande quadro comune che ha alcuni parametri fondamentali creati in Occidente. Credo che questa sia la ragione fondamentale per la quale il Santo Padre ha voluto questo nuovo Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, specialmente nei Paesi di antica cristianità che adesso però sono a rischio di perdere la loro eredità di fede e di cultura.

D. – Un’altra caratteristica forte del Pontificato di Benedetto XVI è la sottolineatura, da parte del Pontefice, del tema della libertà religiosa. Perché l’insistenza su questo tema, secondo lei?

R. – Non soltanto per la sua importanza centrale, dato che la libertà religiosa è la madre di tutte le libertà, ma anche per un motivo concreto, storico, immediato. La libertà religiosa oggi è in grave pericolo in molti Paesi del mondo, è gravemente minacciata. E il Papa non poteva rinunciare a fare udire la sua voce con tutta la sua forza, con tutta la sua autorità, per riaffermare questo punto fondamentale per la convivenza pacifica tra gli uomini e, naturalmente, per la diffusione della fede cristiana.

D. – Parlando del mondo della comunicazione, non crede che la pubblicazione nel novembre scorso del libro intervista “Luce del mondo” abbia in qualche modo dimostrato la capacità di Benedetto XVI di comunicare in modo semplice e diretto i contenuti di fede?

R. – Benedetto XVI ha mostrato certamente questa capacità di comunicare nel libro-intervista a Peter Seewald, ma l’aveva dimostrata fin dall’inizio del suo pontificato e - se mi è permesso dirlo - anche prima nelle tante conferenze, incontri, omelie fatte come vescovo, come cardinale e prima come teologo. Benedetto XVI è un grandissimo teologo ma anche un grandissimo evangelizzatore, un apologeta nel senso positivo: cioè, colui che propone le ragioni della nostra fede e lo fa con un linguaggio molto chiaro, molto semplice, mai distaccato dalla realtà.

D. – C’è un gesto, una parola di Benedetto XVI che le è rimasto più impresso in questi sei anni?

R. – Credo che la parola fondamentale sia quella di mettere Dio al centro, di mettere al centro quel Dio che tante correnti, tanti filoni della cultura attuale vorrebbero invece mettere ai margini dell’uomo e della cultura. Questa è la priorità del Pontificato come l’ha indicata, e con tutta chiarezza, il Papa stesso. (bf)

Il 19 aprile di sei anni fa, Benedetto XVI si presentò al mondo come “umile lavoratore nella vigna del Signore”. Proprio questo è lo stile che caratterizza il Pontificato di Benedetto XVI. E’ quanto sottolinea il vaticanista Sandro Magister, intervistato da Alessandro Gisotti:

R. – Questo profilo, che Benedetto XVI ha dato di se stesso citando quell’allocuzione così tipicamente evangelica, corrisponde all’immagine che pian piano si è imposta agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Quel personaggio che era conosciuto prima della sua elezione come quello del “guardiano inflessibile del dogma” era frutto di un’immagine che si è rivelata ogni volta di più totalmente falsa ed è stata sostituita da quella mite e operosa descritta proprio da questa locuzione, quasi come fosse l’avvio di una parabola: la parabola che ha già toccato sei anni di questo Pontificato.

D. – Si può dire, riprendendo anche il titolo dell’ultima enciclica di Benedetto XVI, che “carità nella verità” sia la chiave di lettura per interpretare il magistero ratzingeriano?

R. – Direi di sì. Perché questo magistero, che si esprime poi in diversi modi e i diversi livelli – questo non va trascurato – è un tipo di magistero che non si limita a ripetere, a riaffermare i capisaldi della Dottrina, ma di tutto da ragione. Cioè, è un Papa che argomenta quello che dice, è un Papa che annuncia – e l’annuncio è davvero la priorità di questo Pontificato – ma è un annuncio sempre argomentato. E’ un Papa che spiega le ragioni di questo annuncio.

D. – Dal “Cortile dei gentili” al dicastero per la Nuova Evangelizzazione, Benedetto XVI indica chiaramente – con ragione, per l’appunto – l’impegno a raccogliere le sfide che il mondo contemporaneo pone alla Chiesa…

R. – Sì, è vero. Paradossalmente, abbiamo un Papa che in un periodo in cui il pensiero diffuso a livello mondiale è così povero di ragioni, è un grande apologeta della forza della ragione, e soprattutto di quello che rende così attraente la ragione, cioè la sua apertura, la sua sconfinata capacità di arrivare anche là dove non è capace di cogliere pienamente la verità e dove, appunto, fede e ragione si integrano invece di scontrarsi. (gf)
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martedì 19 aprile 2011

Cento anni dopo - Centesimus Annus - III parte

Torna l'appuntamento con l'Enciclica del Venerabile Giovanni Paolo II, intitolata "Centesimus Annus" e promulgata nel centenario della Rerum Novarum. Oggi continuiamo a veder richiamati i tratti caratteristici dell'Enciclica di Leone XIII ed in particolare i diritti fondamentali enunciati nell'opera che ha segnato non solo l'epoca della sua emanazione, ma anche le epoche future (come dimostrato dalla nostra Costituzione Repubblicana): 

7. In stretta relazione col diritto di proprietà l'Enciclica di Leone XIII afferma parimenti altri diritti, come propri e inalienabili della persona umana. Tra essi è preminente, per lo spazio che il Papa gli dedica e l'importanza che gli attribuisce, il «diritto naturale dell'uomo» a formare associazioni private; il che significa, anzitutto, il diritto a creare associazioni professionali di imprenditori e operai, o di soli operai.19 Si coglie qui la ragione per cui la Chiesa difende e approva la creazione di quelli che comunemente si chiamano sindacati, non certo per pregiudizi ideologici, né per cedere a una mentalità di classe, ma perché l'associarsi è un diritto naturale dell'essere umano e, dunque, anteriore rispetto alla sua integrazione nella società politica. Infatti, «non puo’ lo Stato proibirne la formazione», perché «i diritti naturali lo Stato deve tutelarli, non distruggerli. Vietando tali associazioni, esso contraddice se stesso».20

Insieme con questo diritto, che — è doveroso sottolineare — il Papa riconosce esplicitamente agli operai o, secondo il suo linguaggio, ai «proletari», sono affermati con eguale chiarezza il diritto alla «limitazione delle ore di lavoro», al legittimo riposo e ad un diverso trattamento dei fanciulli e delle donne21 quanto al tipo e alla durata del lavoro.

Se si tiene presente ciò che dice la storia circa i procedimenti consentiti, o almeno non esclusi legalmente, in ordine alla contrattazione senza alcuna garanzia né quanto alle ore di lavoro, né quanto alle condizioni igieniche dell'ambiente ed ancora senza riguardo per l'età e il sesso dei candidati all'occupazione, ben si comprende la severa affermazione del Papa. «Non è giusto né umano — egli scrive — esigere dall'uomo tanto lavoro, da farne per la troppa fatica istupidire la mente e da fiaccarne il corpo». E con maggior precisione, riferendosi al contratto, inteso a far entrare in vigore simili «relazioni di lavoro», afferma: «In ogni convenzione stipulata tra padroni ed operai vi è sempre la condizione o espressa o sottintesa» che si sia provveduto convenientemente al riposo, proporzionato «alla somma delle energie consumate nel lavoro»; poi conclude: «Un patto contrario sarebbe immorale».22

8. Subito dopo il Papa enuncia un altro diritto dell'operaio in quanto persona. Si tratta del diritto al «giusto salario», il quale non puo’ essere lasciato «al libero consenso delle parti: sicché il datore di lavoro, pagata la mercede, ha fatto la sua parte, né sembra sia debitore di altro».23 Lo Stato — si diceva a quel tempo — non ha potere di intervenire nella determinazione di questi contratti, se non per assicurare l'adempimento di quanto è stato esplicitamente pattuito. Una simile concezione delle relazioni tra padroni e operai, puramente pragmatica ed ispirata ad un rigoroso individualismo, viene severamente biasimata nell'Enciclica, perché contraria alla duplice natura del lavoro, come fatto personale e necessario. Poiché, se il lavoro, in quanto personale, rientra nella disponibilità che ciascuno ha delle proprie facoltà ed energie, in quanto necessario è regolato dal grave obbligo che ciascuno ha di «conservarsi in vita»; «di qui nasce per necessaria conseguenza — conclude il Papa — il diritto di procurarsi i mezzi di sostentamento, che per la povera gente si riducono al salario del proprio lavoro».24

Il salario deve essere sufficiente a mantenere l'operaio e la sua famiglia. Se il lavoratore, «costretto dalla necessità, o per timore del peggio, accetta patti più duri perché imposti dal proprietario o dall'imprenditore, e che volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza contro la quale la giustizia protesta».25

Volesse Dio che queste parole, scritte mentre avanzava il cosiddetto «capitalismo selvaggio», non debbano oggi essere ripetute con la medesima severità. Purtroppo, si riscontrano ancora oggi casi di contratti tra padroni e operai, nei quali è ignorata la più elementare giustizia in materia di lavoro minorile o femminile, circa gli orari di lavoro, lo stato igienico dei locali e l'equa retribuzione. E questo nonostante le Dichiarazioni e Convenzioni internazionali al riguardo,26 e le stesse leggi interne degli Stati. Il Papa attribuiva all'«autorità pubblica» lo «stretto dovere» di prendersi debita cura del benessere dei lavoratori, perché non facendolo si offendeva la giustizia; anzi, non esitava a parlare di «giustizia distributiva».27

9. A tali diritti Leone XIII ne aggiunge un altro, sempre a proposito della condizione operaia, che desidero ricordare per l'importanza che ha: il diritto di adempiere liberamente i doveri religiosi. Il Papa lo proclama nel contesto degli altri diritti e doveri degli operai, nonostante il clima generale che, anche ai suoi tempi, considerava certe questioni come attinenti esclusivamente all'ambito privato. Egli afferma la necessità del riposo festivo, perché l'uomo sia riportato al pensiero dei beni celesti e al culto dovuto alla maestà divina.28 Di questo diritto, radicato in un comandamento, nessuno puo’ privare l'uomo: «A nessuno è lecito violare impunemente la dignità dell'uomo, di cui Dio stesso dispone con grande rispetto»; di conseguenza, lo Stato deve assicurare all'operaio l'esercizio di tale libertà.29

Non sbaglierebbe chi in questa limpida affermazione vedesse il germe del principio del diritto alla libertà religiosa, divenuto poi oggetto di molte solenni Dichiarazioni e Convenzioni internazionali,30 nonché della nota Dichiarazione conciliare e del mio ripetuto insegnamento.31 Al riguardo, ci si deve domandare se gli ordinamenti legali vigenti e la prassi delle società industrializzate assicurino oggi effettivamente l'elementare diritto al riposo festivo.

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Fides et Ratio - Il parallelismo tra Fede e ragione

Qualche tempo fa, nella Vigna del Signore, abbiamo letto l'Enciclica del Venerabile Giovanni Paolo II, intitolata "Fides et Ratio": il titolo già mostra il contenuto di tal documento interamente focalizzato sul rapporto controverso tra fede e ragione. Già allora avevamo constatato come la ragione non esclude la fede e come la fede stessa porti alla ragione. Oggi, dopo queste premessa, vogliamo invitarvi alla lettura proprio di un articolo, di Don Giacomo Pavanello, che conferma la visione della Fides et Ratio e che vuole far capire come fede e scienza non possono assolutamente essere separate:

Qualche giorno fa sono stato in pellegrinaggio a Civitavecchia, assieme alla fraternità dei sacerdoti di Nuovi Orizzonti. Abbiamo sostato in preghiera davanti alla statua della Madonnina che, nel 1995, pianse lacrime di sangue. Furono fatti ampi esami medico-scientifici, tutti convergenti verso l’inspiegabilità di molti aspetti della vicenda. Il vescovo di allora, mons. Grillo, subì un attacco di cuore, quando, immerso nel suo scetticismo (ampiamente documentato), vide la statua piangere mentre la teneva tra le sue mani.

Non voglio addentrarmi nelle pieghe della cronaca, che meriterebbe ben più di uno scarno post. Mi ha molto colpito invece un aspetto consequenziale alla storia: molti uomini di scienza, professi servitori della ragione e della verità, sono stati messi all’angolo dall’inspiegabilità scientifica di molti fenomeni. Sto parlando dei vari Odifreddi e compagnia bella, che, davanti all’insufficienza delle motivazioni che possano spingere verso l’ipotesi da loro formulata, scelgono due strade: o trasformare la probabilità in certezza, o falsificare e limitare i fatti registrati e documentati (almeno quelli “pericolosi”).

Ma allora a che serve il mondo fisico? Perché per molti cattolici, forse un po’ troppo retrogradi, la scienza è ancora un nemico e non invece una delle manifestazioni più belle del genio umano?

Il concilio ecumenico Vaticano II, al numero 36 della Gaudium et spes e al numero 3 della Dei Verbum parla del mondo creato come di “manifestazione di Dio” o di “perenne testimonianza di sé”.

Giovanni Paolo II, nell’enciclica Fides et Ratio (1998), si esprime così: “Viene quindi riconosciuto un primo stadio della rivelazione divina, costituito dal meraviglioso libro della natura, leggendo il quale, con gli strumenti propri della ragione umana, l’uomo può giungere alla conoscenza del Creatore” (n. 19).

Nel catechismo della chiesa cattolica è affermato: “La creazione è rivelata come il primo passo verso tale alleanza, come la prima e universale testimonianza dell’amore onnipotente di Dio” (n. 288).

È dunque possibile leggere nella creazione un primo livello della rivelazione divina, tale che, imparato il linguaggio usato, si possa scoprire tramite essa un aspetto del Creatore. Il magistero ci fornisce un’ulteriore immagine, attinta dai secoli di storia passata: la metafora del libro. Una figura usata già da Sant’Agostino e da diversi pensatori in epoca medievale: “Altri, per trovare Dio, leggono un libro. È un gran libro la stessa bellezza del creato: guarda, considera, leggi il mondo superiore e quello inferiore. Dio non ha tracciato con l’inchiostro lettere per mezzo delle quali tu lo potessi conoscere. Davanti ai tuoi occhi ha posto ciò che egli ha creato. Perché cerchi una voce più forte? Grida verso di te il cielo e la terra: «Io sono opera di Dio»” (S. Agostino, Discorsi II/1 (51-85) sul Nuovo Testamento).

Viene alla mente il libro a forma di rotolo al capitolo cinque dell’Apocalisse: un libro scritto all’esterno e all’interno, che solo l’Agnello immolato, Gesù Cristo, è in grado di aprire e di interpretare. Non è certamente intenzione dell’autore sacro parafrasare il creato con il libro apocalittico, ma tale immagine offre interessanti spunti. La natura può essere letta dall’esterno, nella sua fredda e nuda fisicità e già questo può lasciarci stupefatti per la varietà delle forme viventi e non. Ma l’uomo è chiamato a imparare a leggere anche dentro la natura, sul lato interno, nascosto, e lì potrà scoprire un messaggio nuovo e particolare di provvidenza e di amore, potrà imparare a conoscere meglio il suo Creatore. Il creato è allora “quasi un altro libro sacro le cui lettere sono rappresentate dalla moltitudine di creature presenti nell’universo”, come ebbe a dire Giovanni Paolo II nell’udienza generale del 30 gennaio 2002. E forse la lettera più importante è l’uomo.

Sono degni di nota due grandi pensatori che utilizzarono la metafora del libro: Galileo Galilei (1564-1642) e Giovanni Keplero (1571-1630). Il primo, dopo aver affermato la possibilità di conoscere Dio attraverso la natura, ricorda che il creato è un libro con lingua e caratteri speciali, che è necessario decifrare per riuscire a leggerlo. Addirittura Keplero è convinto che la rivelazione di Dio nel cosmo sia paritaria alla sua rivelazione nelle Sacre Scritture. Arriva a presentare gli astronomi come “sacerdoti del Dio altissimo”, il cui compito è rendere culto e lode a Dio, attraverso il loro studio.

In definitiva, il cosmo e la bibbia, se paragonati a due libri, rivelano avere lo stesso autore: il contenuto, la forma, lo stile se confrontati mettono in luce l’unica origine, la stessa mano, in virtù dei tanti, troppi legami che è impossibile non considerare.

Giovanni Paolo II spese tante parole per supplicare che fede e scienza ricominciassero a marciare assieme lungo le strade della conoscenza umana, tanto da dedicarci appunto un’enciclica, “Fede e Ragione”.

Molti scelgono purtroppo ancora “fede o ragione”, oppure addirittura “fede contro ragione”, anche tra le fila cattoliche.

Victor Hugo ebbe a dire che l’intelligenza cerca, ma è il cuore che trova.

Allontanare fede e ragione equivale a separare mente e cuore: nessuno dei due può sussistere equilibrato in assenza dell’altro.

Presentarsi come uomini di scienza non può significare voler spiegare tutto, così come un uomo di fede non può permettersi di usare il Dio “tappabuchi”, quello che entra in campo quando le risposte mancano. Se siamo tutti in ricerca della verità, ricordiamoci che senza onestà non si va da nessuna parte. Già qualcuno, giusto qualche annetto fa, sosteneva che il vero sapiente è colui che sa di non sapere; forse l’abbiamo lasciato in qualche scaffale polveroso delle nostre biblioteche…
FONTE
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lunedì 18 aprile 2011

Un nuovo cammino - La Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica - XX

Continua il percorso di studio della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica: un valore importantissimo e valido per tutti gli uomini di buona volontà, il che lo rende molto trasversale e utile alla causa generale. Oggi continuiamo a scoprire la natura e l'oggetto della Dottrina Sociale (il che ci fa comprendere perchè essa potrebbe avere un peso fondamentale nell'attuale società):

CAPITOLO SECONDO

MISSIONE DELLA CHIESA E DOTTRINA SOCIALE

II. LA NATURA DELLA DOTTRINA SOCIALE

e) Un messaggio per i figli della Chiesa e per l'umanità

83 Prima destinataria della dottrina sociale è la comunità ecclesiale in tutti i suoi membri, perché tutti hanno responsabilità sociali da assumere. La coscienza è interpellata dall'insegnamento sociale per riconoscere e adempiere i doveri di giustizia e di carità nella vita sociale. Tale insegnamento è luce di verità morale, che suscita appropriate risposte secondo la vocazione e il ministero di ciascun cristiano. Nei compiti di evangelizzazione, vale a dire di insegnamento, di catechesi e di formazione, che la dottrina sociale della Chiesa suscita, essa è destinata ad ogni cristiano, secondo le competenze, i carismi, gli uffici e la missione di annuncio propri di ciascuno.127

La dottrina sociale implica altresì responsabilità relative alla costruzione, all'organizzazione e al funzionamento della società: obblighi politici, economici, amministrativi, vale a dire di natura secolare, che appartengono ai fedeli laici, non ai sacerdoti e ai religiosi.128 Tali responsabilità competono ai laici in modo peculiare, in ragione della condizione secolare del loro stato di vita e dell'indole secolare della loro vocazione: 129 mediante tali responsabilità, i laici mettono in opera l'insegnamento sociale e adempiono la missione secolare della Chiesa.130

84 Oltre la destinazione, primaria e specifica, ai figli della Chiesa, la dottrina sociale ha una destinazione universale. La luce del Vangelo, che la dottrina sociale riverbera sulla società, illumina tutti gli uomini, ed ogni coscienza e intelligenza sono in grado di cogliere la profondità umana dei significati e dei valori da essa espressi e la carica di umanità e di umanizzazione delle sue norme d'azione. Sicché tutti, in nome dell'uomo, della sua dignità una e unica e della sua tutela e promozione nella società, tutti, in nome dell'unico Dio, Creatore e fine ultimo dell'uomo, sono destinatari della dottrina sociale della Chiesa.131 La dottrina sociale è un insegnamento espressamente rivolto a tutti gli uomini di buona volontà 132 e, infatti, è ascoltato dai membri delle altre Chiese e Comunità Ecclesiali, dai seguaci di altre tradizioni religiose e da persone che non fanno parte di alcun gruppo religioso.

f) Nel segno della continuità e del rinnovamento

85 Orientata dalla luce perenne del Vangelo e costantemente attenta all'evoluzione della società, la dottrina sociale è caratterizzata da continuità e da rinnovamento.133

Essa manifesta anzitutto la continuità di un insegnamento che si richiama ai valori universali che derivano dalla Rivelazione e dalla natura umana. Per tale motivo la dottrina sociale non dipende dalle diverse culture, dalle differenti ideologie, dalle varie opinioni: essa è un insegnamento costante, che « si mantiene identico nella sua ispirazione di fondo, nei suoi “principi di riflessione”, nei suoi “criteri di giudizio”, nelle sue basilari “direttrici di azione” e, soprattutto, nel suo vitale collegamento col Vangelo del Signore ».134 In questo suo nucleo portante e permanente la dottrina sociale della Chiesa attraversa la storia senza subirne i condizionamenti e non corre il rischio del dissolvimento.

D'altra parte, nel suo costante volgersi alla storia lasciandosi interpellare dagli eventi che in essa si producono, la dottrina sociale della Chiesa manifesta una capacità di continuo rinnovamento. La fermezza nei principi non ne fa un sistema d'insegnamenti rigido, ma un Magistero in grado di aprirsi alle cose nuove, senza snaturarsi in esse: 135 un insegnamento « soggetto ai necessari e opportuni adattamenti suggeriti dal variare delle situazioni storiche e dall'incessante fluire degli avvenimenti, in cui si muove la vita degli uomini e delle società ».136

86 La dottrina sociale si presenta come un « cantiere » sempre aperto, in cui la verità perenne penetra e permea la novità contingente, tracciando vie di giustizia e di pace. La fede non presume d'imprigionare in uno schema chiuso la mutevole realtà socio-politica.137 È vero piuttosto il contrario: la fede è fermento di novità e creatività. L'insegnamento che da essa prende continuamente avvio « si sviluppa attraverso una riflessione a contatto delle situazioni mutevoli di questo mondo, sotto l'impulso del Vangelo come fonte di rinnovamento ».138

Madre e Maestra, la Chiesa non si chiude e non si ritrae in se stessa, ma è sempre esposta, protesa e rivolta verso l'uomo, il cui destino di salvezza è la propria ragion d'essere. Essa è tra gli uomini l'icona vivente del Buon Pastore, che va a cercare e a trovare l'uomo là dov'egli è, nella condizione esistenziale e storica del suo vissuto. Qui la Chiesa gli si fa incontro con il Vangelo, messaggio di liberazione e di riconciliazione, di giustizia e di pace.

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Messaggio per la Pasqua del segretario del Consiglio Mondiale delle Chiese

Siamo nella Settimana Santa e questa culminerà nella Pasqua di Resurrezione del nostro Signore Gesù Cristo. Ieri abbiamo visto le parole di Papa Benedetto XVI il quale ci ha ricordato che il male non ha l'ultima parola in quanto anche oggi Cristo vince, con il suo amore, il peccato e la morte. Oggi, invece, leggiamo il Messaggio per la Pasqua del segretario del Consiglio Mondiale delle Chiese che vuole trasmettere il senso unitario della celebrazione pasquale: 

“Che la celebrazione della Pasqua possa assumere un significato sempre più ecumenico”. Questo l’augurio del segretario generale del Consiglio Mondiale delle Chiese (Wcc), il pastore norvegese Olav Fykse Tveit espresso in una nota riportata dall’Osservatore Romano. Il responsabile dell’organizzazione ecumenica con sede a Ginevra, in Svizzera, sottolinea che quest’anno la data della celebrazione della Pasqua, il 24 aprile, coincide sia per i cristiani di tradizione orientale, sia per quelli di tradizione occidentale. “In un mondo diviso dalla povertà e dalla violenza – afferma - è importante che noi parliamo a una sola voce nel testimoniare con azioni e parole che il Cristo crocifisso è risorto”. E’ la quinta volta nel corso dell’ultimo decennio – prosegue – “che i fedeli delle diverse tradizioni cristiane celebrano in coincidenza la data dell’importante festività cristiana”. Tuttavia, vista la differenza tra il calendario giuliano, seguito dagli ortodossi, e quello gregoriano, utilizzato invece dai fedeli occidentali, per riavere questa coincidenza bisogna attendere la Pasqua del 2017 e quella del 2025. “Dal 1980 in poi — ricorda il pastore Fykse Tveit — un significativo lavoro è stato intrapreso dai leader religiosi ortodossi appartenenti ad ambedue le tradizioni per concordare una data comune”. Il lavoro è stato ripreso nella riunione del 1997 ad Aleppo, in Siria. “In questo incontro, promosso congiuntamente dal Wcc e il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, i leader religiosi hanno raggiunto un accordo per una proposta capace di far celebrare la Pasqua in un’unica data sia ai cristiani d’Oriente sia a quelli d’Occidente”. Ponendo lo sguardo verso l’immediato futuro, il segretario generale del Wcc ha augurato che “nel prossimo decennio, i cristiani di diverse tradizioni possano lavorare insieme in un clima di fiducia reciproca e di responsabilità. Solo in questo modo si potrà finalmente raggiungere un accordo sulla data comune per la celebrazione della Pasqua. Questa data potrà essere più facilmente stabilita se la decisione finale verrà ispirata da quanto è stato precedentemente esaminato nel corso della riunione ad Aleppo”. In questi giorni, il pastore Fykse Tveit ha ribadito l’appello affinché i fedeli appartenenti a diverse comunità si rivolgano inviti reciproci a condividere la tavola e a spezzare insieme il pane durante i cinquanta giorni successivi alla celebrazione della risurrezione di Cristo. “Queste mense condivise — ha sottolineato — potrebbero essere un modo di celebrare l’amore di Dio e come noi siamo capaci di essere ‘solo uno’, in un mondo dove predominano la giustizia e la gioia”. (E.B.)
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domenica 17 aprile 2011

Il punto della settimana - Il processo breve

Carissimi, pur non volendo, siamo sempre costretti a parlare delle solite cose, nel nostro consueto appuntamento di analisi della settimana. Infatti, la scena politica italiana è largamente monopolizzata dall'ormai noto "processo breve" che, in realtà, per non offendere l'intelligenza, dovrebbe esser chiamato prescrizione breve. Tutto questo sta sottraendo tempo ed energia al Parlamento Italiano che, invece di occuparsi delle questioni di reale importanza, si blocca su provvedimenti chiaramente ad personas che non incidono nella vita quotidiana delle persone comuni. Quando abbiamo iniziato questo nostro percorso di conoscenza del mondo della politica, la prima cosa che abbiamo visto è stata il significato della politica: ed allora vedemmo come il significato pregnante di questa parola era perseguimento dell'interesse collettivo. L'attuale situazione politica italiana, invece, sembra aver smarrito tal significato considerando il numero considerevole di provvedimenti interessanti una stretta cerchia di soggetti, per lo più vicini al premier. 
Noi vorremmo vedere la politica occuparsi di temi cruciali come il lavoro e la sanità: perchè, ad esempio, invece della riforma della giustizia, nessuno parla di riforma della sanità? Il sistema sanitario sta infatti vivendo una situazione di dissesto economico che sta portando consequenzialmente alla chiusura di numerosi presidi ospedalieri, costringendo i pazienti a lunghi viaggi alla ricerca di un posto letto. E' vergognoso che un Paese civile e democratico, non sia in grado di fornire una vera assistenza sanitaria, in barba all'articolo 32 della Costituzione che richiama il principio di tutela della salute umana. Ecco di cosa abbiamo bisogno: la riforma della giustizia è sì importante (se fatta secondi criteri di riduzione dei tempi processuali e non dei tempi di prescrizione, il che è ben diverso), ma il popolo ha bisogno che siano rispettati i suoi diritti più essenziali: il diritto al lavoro e il diritto alla salute. Compito del governo deve essere quello di intervenire per la piena attuazione di questi diritti, garantendo il proprio sostegno per risolvere problemi difficili. Oggi, invece, vediamo sacrificati i nostri diritti sull'altare, ad esempio, del rispetto del patto di stabilità regionale: ma possiamo davvero pensare di ridurre la salute dei cittadini a mera voce del bilancio? Si può davvero pensare in questi termini la salute umana? O non si dovrebbe forse pensare ad una riforma che vada a garantire il diritto alla salute non in termini di costo, ma di servizio? Ci basterebbe anche vedere l'interesse della politica che invece è totalmente incentrato su come salvare Silvio Berlusconi non nel processo, ma dal processo e dall'eventuale sentenza di condanna. 
Ed ecco che torniamo al punto dolente del processo breve. Per concludere, vi lasciamo alle parole di Danilo Paolini, estratte da un articolo del quotidiano Avvenire ("Ma non chiamatelo «processo breve"):

Alzi la mano chi desidera un processo lungo, estenuante e spesso inconcludente come gran parte di quelli che si celebrano (o si trascinano) per anni nei tribunali italiani. Una legge sul «processo breve», ovvero un provvedimento che riuscisse davvero a garantire l’amministrazione della giustizia in tempi certi e ragionevoli, sarebbe perciò l’uovo di Colombo, oltre che la medicina più indicata per curare il male di cui soffre questo settore. Già, perché se si riuscisse a guardare l’Italia senza le lenti deformanti della partigianeria (ormai vero sport nazionale, al pari del calcio), si vedrebbe un Paese stritolato dalla "questione giudiziaria".

Con questa definizione non vanno intese, però, l’urgenza dell’attuale presidente del Consiglio di risolvere i suoi guai con taluni magistrati di Milano e la costanza (non priva di forzature procedurali, né, talvolta, perfino di venature d’astio) con la quale questi ultimi lo incalzano ormai da quasi vent’anni, bensì proprio la lentezza dei processi civili e penali. La stessa che ci procura continue condanne a Strasburgo per «irragionevole durata» delle cause. E che ci vede dietro a diversi Stati in via di sviluppo nella classifica mondiale dei luoghi dove occorre più tempo per recuperare un credito: 1.210 giorni, più di tre anni.

Sarebbe meglio chiedersi, infatti, a che cosa non servirà questa legge, per convenzione e sintesi giornalistica definita «sul processo breve». E la risposta è che, purtroppo, non servirà ad abbreviare i tempi dei processi. Come tutti i testi analoghi da cui è stata preceduta (approvati, come la legge Pinto del 2001 o la "ex-Cirielli" del 2005, oppure rimasti allo stadio di proposta, come quella del 2006 firmata anche dall’attuale capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro, allora nell’Ulivo, e ancor prima, nel 2004, da cinque suoi compagni di partito nei Ds, tra i quali l’attuale consigliere "laico" del Csm Guido Calvi) potrà soltanto prendere atto, di volta in volta, di un fallimento: quello di uno Stato che non riesce a garantire una sentenza definitiva in tempi ragionevoli. Ma questa è la radiografia del male, non la cura.
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L'omelia di Papa Benedetto XVI nella Domenica delle Palme

In questa giornata così importante e ricca di significato, non potevamo non dar spazio alle parole del nostro caro Papa Benedetto XVI. 
 Questa mattina, c'è stata, infatti, la celebrazione consueta della Domenica delle Palme e della Passione del Signore e durante questa celebrazione, il Papa ha pronunciato la consueta omelia, soffermandosi soprattutto sul significato della rievocazione della processione che ricalca l'ingresso trionfante di Gesù nella città santa di Gerusalemme:


CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLE PALME
E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Piazza San Pietro
XXVI Giornata Mondiale della Gioventù
 Domenica, 17 aprile 2011

Cari fratelli e sorelle,
cari giovani!

Ci commuove nuovamente ogni anno, nella Domenica delle Palme, salire assieme a Gesù il monte verso il santuario, accompagnarLo lungo la via verso l’alto. In questo giorno, su tutta la faccia della terra e attraverso tutti i secoli, giovani e gente di ogni età Lo acclamano gridando: “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”

Ma che cosa facciamo veramente quando ci inseriamo in tale processione – nella schiera di coloro che insieme con Gesù salivano a Gerusalemme e Lo acclamavano come re di Israele? È qualcosa di più di una cerimonia, di una bella usanza? Ha forse a che fare con la vera realtà della nostra vita, del nostro mondo? Per trovare la risposta, dobbiamo innanzitutto chiarire che cosa Gesù stesso abbia in realtà voluto e fatto. Dopo la professione di fede, che Pietro aveva fatto a Cesarea di Filippo, nell’estremo nord della Terra Santa, Gesù si era incamminato come pellegrino verso Gerusalemme per le festività della Pasqua. È in cammino verso il tempio nella Città Santa, verso quel luogo che per Israele garantiva in modo particolare la vicinanza di Dio al suo popolo. È in cammino verso la comune festa della Pasqua, memoriale della liberazione dall’Egitto e segno della speranza nella liberazione definitiva. Egli sa che Lo aspetta una nuova Pasqua e che Egli stesso prenderà il posto degli agnelli immolati, offrendo se stesso sulla Croce. Sa che, nei doni misteriosi del pane e del vino, si donerà per sempre ai suoi, aprirà loro la porta verso una nuova via di liberazione, verso la comunione con il Dio vivente. È in cammino verso l’altezza della Croce, verso il momento dell’amore che si dona. Il termine ultimo del suo pellegrinaggio è l’altezza di Dio stesso, alla quale Egli vuole sollevare l’essere umano.

La nostra processione odierna vuole quindi essere l’immagine di qualcosa di più profondo, immagine del fatto che, insieme con Gesù, c’incamminiamo per il pellegrinaggio: per la via alta verso il Dio vivente. È di questa salita che si tratta. È il cammino a cui Gesù ci invita. Ma come possiamo noi tenere il passo in questa salita? Non oltrepassa forse le nostre forze? Sì, è al di sopra delle nostre proprie possibilità. Da sempre gli uomini sono stati ricolmi – e oggi lo sono quanto mai – del desiderio di “essere come Dio”, di raggiungere essi stessi l’altezza di Dio. In tutte le invenzioni dello spirito umano si cerca, in ultima analisi, di ottenere delle ali, per potersi elevare all’altezza dell’Essere, per diventare indipendenti, totalmente liberi, come lo è Dio. Tante cose l’umanità ha potuto realizzare: siamo in grado di volare. Possiamo vederci, ascoltarci e parlarci da un capo all’altro del mondo. E tuttavia, la forza di gravità che ci tira in basso è potente. Insieme con le nostre capacità non è cresciuto soltanto il bene. Anche le possibilità del male sono aumentate e si pongono come tempeste minacciose sopra la storia. Anche i nostri limiti sono rimasti: basti pensare alle catastrofi che in questi mesi hanno afflitto e continuano ad affliggere l’umanità.

I Padri hanno detto che l’uomo sta nel punto d’intersezione tra due campi di gravitazione. C’è anzitutto la forza di gravità che tira in basso – verso l’egoismo, verso la menzogna e verso il male; la gravità che ci abbassa e ci allontana dall’altezza di Dio. Dall’altro lato c’è la forza di gravità dell’amore di Dio: l’essere amati da Dio e la risposta del nostro amore ci attirano verso l’alto. L’uomo si trova in mezzo a questa duplice forza di gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo di gravitazione del male e diventare liberi di lasciarsi totalmente attirare dalla forza di gravità di Dio, che ci rende veri, ci eleva, ci dona la vera libertà.

Dopo la liturgia della Parola, all’inizio della Preghiera eucaristica durante la quale il Signore entra in mezzo a noi, la Chiesa ci rivolge l’invito: “Sursum corda – in alto i cuori!” Secondo la concezione biblica e nella visione dei Padri, il cuore è quel centro dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto, la volontà e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in cui volontà, sentimento e intelletto si uniscono nella conoscenza di Dio e nell’amore per Lui. Questo “cuore” deve essere elevato. Ma ancora una volta: noi da soli siamo troppo deboli per sollevare il nostro cuore fino all’altezza di Dio. Non ne siamo in grado. Proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci allontana da Dio. Dio stesso deve tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce. Egli è disceso fin nell’estrema bassezza dell’esistenza umana, per tirarci in alto verso di sé, verso il Dio vivente. Egli è diventato umile, dice oggi la seconda lettura. Soltanto così la nostra superbia poteva essere superata: l’umiltà di Dio è la forma estrema del suo amore, e questo amore umile attrae verso l’alto.

Il Salmo processionale 24, che la Chiesa ci propone come “canto di ascesa” per la liturgia di oggi, indica alcuni elementi concreti, che appartengono alla nostra ascesa e senza i quali non possiamo essere sollevati in alto: le mani innocenti, il cuore puro, il rifiuto della menzogna, la ricerca del volto di Dio. Le grandi conquiste della tecnica ci rendono liberi e sono elementi del progresso dell’umanità soltanto se sono unite a questi atteggiamenti – se le nostre mani diventano innocenti e il nostro cuore puro, se siamo in ricerca della verità, in ricerca di Dio stesso, e ci lasciamo toccare ed interpellare dal suo amore. Tutti questi elementi dell’ascesa sono efficaci soltanto se in umiltà riconosciamo che dobbiamo essere attirati verso l’alto; se abbandoniamo la superbia di volere noi stessi farci Dio. Abbiamo bisogno di Lui: Egli ci tira verso l’alto, nell’essere sorretti dalle sue mani – cioè nella fede – ci dà il giusto orientamento e la forza interiore che ci solleva in alto. Abbiamo bisogno dell’umiltà della fede che cerca il volto di Dio e si affida alla verità del suo amore.

La questione di come l’uomo possa arrivare in alto, diventare totalmente se stesso e veramente simile a Dio, ha da sempre impegnato l’umanità. È stata discussa appassionatamente dai filosofi platonici del terzo e quarto secolo. La loro domanda centrale era come trovare mezzi di purificazione, mediante i quali l’uomo potesse liberarsi dal grave peso che lo tira in basso ed ascendere all’altezza del suo vero essere, all’altezza della divinità. Sant’Agostino, nella sua ricerca della retta via, per un certo periodo ha cercato sostegno in quelle filosofie. Ma alla fine dovette riconoscere che la loro risposta non era sufficiente, che con i loro metodi egli non sarebbe giunto veramente a Dio. Disse ai loro rappresentanti: Riconoscete dunque che la forza dell’uomo e di tutte le sue purificazioni non basta per portarlo veramente all’altezza del divino, all’altezza a lui adeguata. E disse che avrebbe disperato di se stesso e dell’esistenza umana, se non avesse trovato Colui che fa ciò che noi stessi non possiamo fare; Colui che ci solleva all’altezza di Dio, nonostante la nostra miseria: Gesù Cristo che, da Dio, è disceso verso di noi e, nel suo amore crocifisso, ci prende per mano e ci conduce in alto.

Noi andiamo in pellegrinaggio con il Signore verso l’alto. Siamo in ricerca del cuore puro e delle mani innocenti, siamo in ricerca della verità, cerchiamo il volto di Dio. Manifestiamo al Signore il nostro desiderio di diventare giusti e Lo preghiamo: Attiraci Tu verso l’alto! Rendici puri! Fa’ che valga per noi la parola che cantiamo col Salmo processionale; cioè che possiamo appartenere alla generazione che cerca Dio, “che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe” (Sal 24,6). Amen. 

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
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sabato 16 aprile 2011

La Chiesa nel mondo contemporaneo - XVII parte

Continuiamo il nostro cammino di lettura della Costituzione Pastorale "Gaudiem et spes" di Papa Paolo VI. Si parla ancora in riferimento all'attività umana e oggi vediamo come essa può divenire causa di sviluppo dell'uomo e di progresso giuridico, morale e sociale della società intera. Se l'uomo, progredisce senza distaccarsi dalla morale che lo governa, allora può davvero raggiungere importanti traguardi; ma se l'uomo pretende uno sviluppo totalmente svincolato da ogni concezione morale divina, allora ingannerà sé stesso e non porterà progresso, ma regresso:

CAPITOLO III

L'ATTIVITÀ UMANA NELL'UNIVERSO 

35. Norme dell'attività umana.

L'attività umana come deriva dall'uomo così è ordinata all'uomo.

L'uomo, infatti, quando lavora, non trasforma soltanto le cose e la società, ma perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, esce da sé e si supera.

Tale sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare. L'uomo vale più per quello che « è » che per quello che «ha» (61).

Parimenti tutto ciò che gli uomini compiono allo scopo di conseguire una maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano dei rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico. Questi, infatti, possono fornire, per così dire, la base materiale della promozione umana, ma da soli non valgono in nessun modo a realizzarla.

Pertanto questa è la norma dell'attività umana: che secondo il disegno di Dio e la sua volontà essa corrisponda al vero bene dell'umanità, e che permetta all'uomo, considerato come individuo o come membro della società, di coltivare e di attuare la sua integrale vocazione.

36. La legittima autonomia delle realtà terrene.

Molti nostri contemporanei, però, sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l'autonomia degli uomini, delle società, delle scienze.

Se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza d'autonomia legittima: non solamente essa è rivendicata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme al volere del Creatore.

Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l'uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o tecnica.

Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio (62).

Anzi, chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza prenderne coscienza, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono.

A questo proposito ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta non sono mancati nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, suscitando contese e controversie, essi trascinarono molti spiriti fino al punto da ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro (63).

Se invece con l'espressione « autonomia delle realtà temporali » si intende dire che le cose create non dipendono da Dio e che l'uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora a nessuno che creda in Dio sfugge quanto false siano tali opinioni.

La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce.

Del resto tutti coloro che credono, a qualunque religione appartengano, hanno sempre inteso la voce e la manifestazione di Dio nel linguaggio delle creature.

Anzi, l'oblio di Dio rende opaca la creatura stessa.

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La giovinezza dell'anima: auguri al Santo Padre!

Oggi è un giorno caro per la Chiesa universale. Un giorno caro perché il nostro caro Santo Padre festeggia il suo 84° compleanno! Da parte di tutto lo Staff de Nella Vigna del Signore, vanno i migliori auguri al Sommo Pontefice perché il Signore gli conservi la salute e perché continui a guidare tutto il gregge di Cristo verso la Misericordia di Dio che non conosce limiti e che è pronta ad accogliere tutti. Il Santo Padre ci sta dando la dimostrazione di come la giovinezza non è prerogativa della fisicità, ma essa è soprattutto spirituale. A lui vanno oltre ai nostri auguri, anche i nostri più sentiti ringraziamenti per tutto quello che fa per il bene della Chiesa, e quindi per tutto quello che fa per ciascuno di noi.

Auguri Santità e grazie di tutto!


Vi lasciamo ora all'articolo completo della sezione italiana di Radio Vaticana che si sofferma proprio sul compleanno di Papa Benedetto XVI:


Testimone dell'amore di Dio. Benedetto XVI compie 84 anni: messaggi di auguri da tutto il mondo


Buon compleanno Santo Padre: da tutto il mondo, capi di Stato, personalità della Chiesa, esponenti della cultura e semplici fedeli hanno inviato messaggi di auguri a Benedetto XVI per il suo 84.mo genetliaco. Una giornata che il Papa trascorre, come di consueto, svolgendo i suoi impegni di lavoro, a partire dalle udienze private. In un messaggio, la Regina d’Inghilterra si felicita con il Pontefice per la ricorrenza, ricordando la sua memorabile visita nel Regno Unito dell’anno scorso. Dal canto suo, il cardinale Angelo Bagnasco, a nome dei vescovi italiani, ha rivolto gli auguri al Papa, sottolineando come la Chiesa italiana riconosca in Lui “un testimone fedele e un maestro sicuro da cui apprendere a vivere secondo Cristo”. Su questo 84.mo compleanno di Benedetto XVI, Alessandro Gisotti ha raccolto la testimonianza di mons. Josef Clemens, segretario del Pontificio Consiglio per i Laici e a lungo segretario particolare del cardinale Joseph Ratzinger: 


R. - Il mio augurio, naturalmente, è di una buona salute per le forze che il suo alto ministero esige. Questo è il mio augurio e la mia preghiera.

D. - Lei ha sicuramente tanti ricordi di compleanni negli anni passati con il cardinale Joseph Ratzinger...

R. – Ho celebrato il suo compleanno con lui negli ultimi 27 anni e ce ne sono 5 che mi ricordo in modo particolare. Naturalmente il 60.mo qui a Roma: era anche Giovedì Santo, sono venuti tanti pellegrini nella settimana successiva e abbiamo fatto una vera, grande festa nella chiesa titolare e c’è stata anche un’udienza con Papa Giovanni Paolo II. Poi mi ricordo il 65.mo: eravamo insieme a Gerusalemme. Poi, mi ricordo il 70.mo quando abbiamo celebrato nella cattedrale il suo titolo episcopale di Velletri con suo fratello e anche con tutti i collaboratori della Congregazione. Ancora, ricordo il 75.mo compleanno che abbiamo celebrato a casa mia con un piccolo gruppo di amici e abbiamo fatto una bella cena un po’ in privato. E, infine, naturalmente, mi ricordo l’ultimo compleanno da cardinale, il 16 aprile del 2005, che abbiamo celebrato insieme, solo in tre: c’era il cardinale, c’era la sua assistente, Ingrid Stampa ed io. 

D. – Questo ultimo ricordo ci porta a qualcosa di provvidenziale: tre giorni dopo il compleanno a cui fa riferimento, Joseph Ratzinger veniva eletto alla Cattedra di Pietro …

R. – Giusto. E’ la stessa combinazione di quest’anno, era di sabato e anche quest’anno la ricorrenza dell’elezione sarà martedì...

D. – Mons. Clemens, anche questa coincidenza, il compleanno, l’elezione e, quest’anno, pochi giorni prima della Pasqua. Quest’aspetto pasquale è fin dall’inizio nella vita di Joseph Ratzinger …

R. – Giusto! Lui è stato battezzato il Sabato Santo molto presto nella mattina, come si usava in Baviera, e lui si ricorda anche di questo. (bf)
Anche i movimenti ecclesiali partecipano con gioia a questa felice ricorrenza. Ecco gli auguri a Benedetto XVI rivolti, al microfono diAlessandro Gisotti, da Salvatore Martinez, presidente nazionale di Rinnovamento nello Spirito Santo:

R. – Questo genetliaco avviene alla vigilia della Beatificazione di Giovanni Paolo II, e i sentimenti più sinceri di affetto e di gratitudine che rivolgiamo al Signore per il Santo Padre sono proprio nella continuità pastorale, spirituale che Benedetto XVI ha mostrato quanto al magistero di Giovanni Paolo II. Questa riflessione, questa interiorizzazione della fede, questa necessità di ribadire un umanesimo cristiano … noi siamo grati al Signore per la capacità che il Pontefice sta mostrando, di tenere la rotta della barca di Pietro, sempre avanti all’insegna del “duc in altum”!

D. – “La Chiesa è giovane”, ha detto il Papa all’inizio del suo Pontificato, proprio pochi giorni dopo il suo compleanno; passano gli anni per il Papa, ma è giovane perché è giovane per il messaggio che porta …

R. – E’ giovane perché la giovinezza della Chiesa dipende dallo spirito. Nella giovinezza spirituale di Benedetto XVI noi troviamo i tratti di una Chiesa che non smarrisce il senso della gioia, il portato di gioia che è nel Vangelo. Non c’è messaggio di liberazione più grande che quello che deriva dal Vangelo e il Santo Padre sembra ri-innamorarsi ogni giorno di più del Vangelo di Cristo: più si approfondisce la fede e più non se ne può più fare a meno, e questo è l’antidoto a tante tristezze, a tanti abbattimenti, a tante delusioni del nostro tempo. Il Santo Padre invita tutti noi a guardare avanti, con il tratto della semplicità, dell’umiltà … Non dimentichiamo il segno della operosità della fede, che ha voluto indicare all’inizio del suo pontificato. E ci sembra di dire che in questi anni sia cresciuta la dimensione di questa testimonianza del Santo Padre …

D. – Con gioia e serenità gli anni passano, per il Santo Padre; una testimonianza per tutti …

R. – Sì: soprattutto per i giovani che sembrano smarrirsi, non avere voglia di futuro … La giovinezza della Chiesa è tutta nell’esperienza personale di Gesù Cristo. Solo lì si trova risposta a tutti quelli che sono, oggi, i maggiori interrogativi dell’uomo. La Chiesa è giovane e si ringiovanisce attraverso l’incontro con la persona di Gesù. Siamo grati al Santo Padre per il libro che ha voluto regalarci che è all’insegna della resurrezione e che ci dice che la vita è più forte della morte, e che non c’è età per credere, non c’è età per essere testimoni di Gesù, non c’è età per mostrare il volto di una Chiesa che spera, che ama, che crede. (gf)
Alla vigilia della Domenica delle Palme, in una soleggiata giornata primaverile, sono tanti i fedeli e turisti che oggi si trovano in Piazza San Pietro e in via della Conciliazione. Guendalina Carattoli e Matteo Rosselli hanno chiesto ad alcuni di loro di rivolgere il proprio augurio di compleanno a Benedetto XVI:

D. – Lo sa che il 16 aprile è il compleanno del Papa?

R. – Sì!

D. – Che augurio che farebbe?

R. – La salute, la forza di andare avanti e di dirci sempre parole importanti in un momento difficile come questo …

R. – Ecco … gli augurerei una lunga vita, serena, e la semplicità con cui continua a svolgere il suo ministero, così gravoso ma allo stesso tempo anche così fiducioso nell’aiuto di Dio: perché vedo questo …

D. – Che regalo farebbe al Papa per questo suo 84.mo compleanno?

R. – Io forse gli regalerei un bel pianoforte - a lui piace tanto - in modo che possa suonare tutto quello che vuole …

R. – Non so … lo inviterei a cena a casa mia: so cucinare molto bene! Gli offrirei una grande cena, nel corso della quale poter parlare di problemi e non …

R. – Forse una sciarpa, se va in posti freddi, se volesse visitare molti luoghi: gli regalerei una sciarpa di buon augurio per andare ovunque. Il mondo oggi ha bisogno della presenza del Papa …

D. – In questi sei anni, quale parola o gesto del Papa l’ha colpita di più?

R. – La parola è sempre “amore”, e allo stesso tempo il suo desiderio che noi vinciamo il nostro egoismo, che usciamo da noi stessi per pensare agli altri.

D. – Che augurio gli farebbe?

R. – Che lo Spirito del Signore l’accompagni come l’ha accompagnato fino a questo momento.

D. – Quale regalo farebbe al Papa per il suo 84.mo compleanno?

R. – Questo, ora, m’ha messo un po’ in crisi … Non saprei … je darei un bacetto e l’abbraccicherei … Gli faccio tanti auguri e ... lunga vita al Papa! (gf)
Infine, su questa felice ricorrenza ascoltiamo padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, della Radio Vaticana e del Centro Televisivo Vaticano:

84 anni! Tanti auguri Santo Padre!
Una lunga vita impegnata nel servizio del Signore e della Sua Chiesa, con dedizione totale e infaticabile. Noi tutti, alla Radio Vaticana, al Centro Televisivo Vaticano, alla Sala Stampa della Santa Sede, come nei diversi organismi che collaborano strettamente e quotidianamente con il Suo servizio, La seguiamo con immensa gratitudine e ammirazione, e riteniamo un privilegio poter essere in certo modo associati al Suo ministero di guida della Chiesa universale. Anche a nome dei nostri ascoltatori, telespettatori e lettori di ogni parte del mondo, Le auguriamo e ci auguriamo che il Signore continui a donarLe a lungo salute ed energia perché le Sue parole e il Suo sguardo, vera trasparenza della Sua testimonianza di fede, continuino a illuminare e confortare le nostre menti e i nostri cuori.
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venerdì 15 aprile 2011

Dio nella Chiesa vicino all'umanità: il circo.

Ieri su L'Osservatorio abbiamo spezzato un po' la tristezza delle cattive notizie che ci pervengono quotidianamente dalla cronaca mondiale, proponendovi un articolo dall'aspetto simpatico che si soffermava sull'interazione di Papa Benedetto XVI con un'applicazione sviluppata per iPhone. Anche oggi vi proponiamo un articolo contenente liete notizie che ci fanno comprendere come Dio nella Chiesa è accanto all'umanità e non nega l'arte e la cultura dell'uomo. Del resto Dio nella persona di Gesù ha condiviso le fatiche umane, attraverso il lavoro di falegname, volendo entrare nella nostra "cultura" umana, condividendo le gioie e le sofferenze dell'umanità, insegnandoci che è possibile vivere l'umanità nell'integrità. Dio cosa è venuto a fare nel mondo? E' venuto semplicemente a liberarci dal peccato e dalla morte, non a negarci la cultura, l'arte e il passatempo purché questi siano puliti ed equilibrati.


Attraverso l'articolo della sezione di Radio Vaticana, vediamo come la Chiesa nella persona di mons. Vegliò, approva il circo quale forma di cultura e arte attraverso le quali svolge il servizio di regalare agli uomini, piccoli e grandi, momenti lieti e di sorriso, soffermandosi anche sugli animali quali creature da trattare bene poiché anch'essi sono creature di Dio che vivono e sussistono per Sua volontà:


Mons. Vegliò ai circensi: con la vostra bravura e i vostri sacrifici regalate un sorriso alle persone di ogni età


Un “mondo affascinante”, fatto di attrazioni e rischio calcolato, ma soprattutto capace di portare una luce di allegria in un mondo che spesso ne è privo. Così il presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti, l’arcivescovo Antonio Maria Vegliò, descrive in un Messaggio il circo e i suoi artisti, che domani si apprestano a celebrare la loro seconda Giornata mondiale, con spettacoli in molte città del mondo. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Fantasia, forza fisica, abilità: gli ingredienti per rompere la monotonia e aprire la finestra su uno spaccato di umanità che comunica arte e senso del bello. È’ il mondo del circo, al quale la Chiesa riconosce “valore sociale, culturale e pedagogico”. Mons. Antonio Maria Vegliò ribadisce in un Messaggio la propria ammirazione per l’opera internazionale svolta dai circensi. Alla vigilia della seconda edizione della Giornata mondiale del circo – che lo scorso anno ha visto oltre 70 eventi organizzati in 36 Stati di tutti i continenti – il massimo responsabile del dicastero vaticano, da cui dipende anche la pastorale dei circensi, offre il sostegno della Chiesa all’iniziativa che domani animerà piazze e tendoni in tutto il mondo. La “grandezza” del circo, secondo la visione della Chiesa, brilla al meglio in quelle parole che Giovanni Paolo II pronunciò nel 1993: esso, affermò, è capace di “far nascere il sorriso di un bambino e illuminare per un istante lo sguardo disperato di una persona sola e, attraverso lo spettacolo e la festa, rendere gli uomini più vicini gli uni agli altri”.

“Auspico – scrive mons. Vegliò – che la Giornata Mondiale del Circo sia occasione propizia per ricordare agli Stati e ai Governi il loro dovere di tutelare i diritti dei circensi, affinché anch’essi possano sentirsi, a tutti gli effetti, parte integrante della società”. Le Amministrazioni pubbliche, prosegue, “si sforzino di riconoscere il valore socio-culturale dello spettacolo circense, contrastando ogni eventuale forma di marginalità e di pregiudizio nei confronti dei circhi, e le Istituzioni pubbliche favoriscano la professionalità dei giovani artisti del circo”. Il capo dicastero vaticano conclude con una osservazione dedicata alle esibizioni circensi nelle quali sono coinvolti degli animali. “L’uomo può stabilire con essi relazioni di intesa e di affascinante bellezza”, riconosce il presule, che raccomanda tuttavia che “i proprietari dei circhi vigilino sull’adeguato trattamento degli animali, tenendo conto del loro benessere”.
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giovedì 14 aprile 2011

La piaga della mafia - Discorso di Giovanni Paolo II

Nel trattare del cancro mafioso, non potevamo non far riferimento agli storici interventi del Venerabile Giovanni Paolo II che, nel lontano 1982, giunse in Visita Pastorale a Palermo. Importante fu soprattutto il discorso rivolto ai giovani in Piazza Politeama: fu qui che egli portò la prima luce della Chiesa e di Cristo nell'isola dominata in larga parte dalle tenebre mafiose. Leggiamo dunque questo storico discorso che, oggi, continua a colpire le coscienze delle nuove generazioni che vogliono lottare e non convivere con la mafia:

VISITA PASTORALE NEL BELICE E A PALERMOINCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I GIOVANI IN PIAZZA POLITEAMA

Palermo - Domenica, 21 novembre 1982

Carissimi!

1. Una delle prime parole, che ho pronunziato agli inizi del mio pontificato, è stata una parola particolare di speranza nei giovani. Voi siete la mia speranza, la speranza della Chiesa e della Società.

Quella stessa parola, con gli stessi sentimenti di fiducia e di affetto di allora, vi ripeto quest’oggi, Solennità di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, affidando a voi, giovani di Palermo e dell’intera Sicilia, la speranza di un mondo rinnovato in Cristo, la consolazione di cui è piena la profezia di Isaia: “Dite agli smarriti di cuore, coraggio!” (Is 35, 4).

Coraggio!

Il Papa conosce bene i vostri desideri, il vostro bisogno di autenticità, di giustizia, di amore, di lavoro. E conosce anche le inquietudini, le difficoltà, le ambiguità di questa vostra Terra, che, per la sua posizione storica e geografica, è punto di incontro e di convergenza tra Oriente e Occidente e ponte verso i Paesi del Nord Africa; questa vostra Terra, ricca di tanti valori, eppure lacerata da tante contraddizioni.

Una realtà fatta insieme di progresso e di sottosviluppo; di impegno per la pace e di violenza assurda; di apprezzamento e di difesa per la vita e per la famiglia, ma anche di episodi di esplosione, di morte e di odio. Una realtà di benessere e situazioni di ingiustizia, di disoccupazione, di emigrazione, di lavoro minorile.

Contraddizioni, ambiguità, che voi avete denunciato ai vostri Vescovi. Ma ai vostri Vescovi avete anche manifestato la vostra volontà di rifiutare ogni ideologia alienante dell’uomo. Avete espresso l’istanza di partecipazione, di condivisione, di corresponsabilità, di creatività. Avete assunto l’amore a fronte dell’odio e della violenza. E tale amore voi praticate a favore dei poveri, dei deboli, degli handicappati, degli emarginati, degli anziani, dei diseredati.

Il Papa apprezza, conforta, rafforza questo vostro amore e, con il messaggio dei vostri Vescovi per la Pentecoste del 1979, vi ripete e proclama la grande verità: “È Cristo l’uomo nuovo, Colui che può dare significato alla vostra esistenza, risposta alle vostre domande”.

2. Cristo vi dà coraggio. Abbiate questa speranza in voi!

La speranza che non delude (cf. Rm 5, 5). La speranza che vi salva dalla morte, dalla paura, dal peccato. La speranza, che libera la storia dalla fatalità del male, dell’ingiustizia, della guerra. La speranza, che assegna un fine di risurrezione a tutti gli uomini e a tutto l’uomo!

Lo so. Conosco la triste realtà di un tempo; dei “carusi” della vostra Terra, con le fragili spalle sotto la valanga dello zolfo. Ricordo, con profonda emozione, i bambini periti negli incidenti aerei di questa Città; i bambini morti nei paesi annientati dal terremoto del Belice. Ricordo anch’io la piccola “Cudduredda”, emersa dopo due giorni dalle pietre, quasi a simbolo della vostra Sicilia, del suo secolare, insopprimibile ed appassionato bisogno di sopravvivenza, di fortezza, di fede, che resiste a tutte le vicende di dolore e di morte. Bisogno di futuro.

E questo futuro è Cristo.

Abbiate coraggio! È Cristo la vostra speranza!

Mettetevi dalla parte di Cristo, cari giovani. E sarete dalla parte della speranza.

Non siete soli. Il Papa, che vi ama e vi benedice, è con voi!

3. E, poi, comunicate questa speranza agli altri!

Voi che siete qui presenti dite agli smarriti di cuore, specialmente mediante la testimonianza della vostra vita: coraggio! Soprattutto a quei giovani che, come ha scritto recentemente il vostro Arcivescovo di Palermo, crescono in ambienti di subcultura, di superstizione, di violenza, in balìa dei rigurgiti della città, facile preda della corruzione, della violenza, della droga.

Per questi giovani siate disponibili al servizio, alla solidarietà, all’impegno concreto, tempestivo, efficace.

Insieme con loro, sappiate costruire un futuro ed una società nuovi, in cui ci sia giustizia e lavoro per tutti; la disoccupazione è la morte dei giovani. Un futuro ed una società nuovi, in cui non ci sia più la droga; la droga è il colpo di scure alle radici dell’essere. Un futuro ed una società nuovi, in cui non ci sia più né violenza né guerra. La pace è possibile; la pace non è un sogno, una utopia. Un futuro ed una società nuovi, in cui sia isolata e distrutta la ramificazione dell’atteggiamento mafioso di alcuni, operatori di manifestazioni aberranti di criminalità.

Cristo vi dà la speranza di partecipare a questa grande ricostruzione umana, sociale, morale, spirituale della vostra Sicilia! Non conformatevi a questo tempo (cf. Rm 12, 2). Cristo è il Dio della speranza, della novità, del futuro. La più insidiosa tentazione dei nostri giorni, la più sottile, è proprio quella della rinuncia alla speranza, alla definitiva rinascita dell’umanità. Cristo, che ha vinto la morte, vi dà fede, fantasia, forza sufficiente per caricare di speranza la vostra Sicilia!

Portate, comunicate a tutti la speranza, la gioia che dona la speranza! Sia la vostra una speranza tenace, diffusiva di fronte al fatalismo, alla disgregazione, all’omertà, alla emarginazione delittuosa, al crimine, che tanto sangue, tanti morti ha fatto sulle vostre strade, meritando l’aperta condanna morale ribadita anche recentemente dai vostri Vescovi, dei quali condivido pienamente l’ansia pastorale e il generoso impegno anche in questo campo.

Sconfiggete il grigio disfattismo, l’individualismo egoista. Siate annunciatori di un progetto globale di salvezza, della liberazione di tutti gli uomini e di tutto l’uomo dalla schiavitù del peccato e non solo dalle strutture ingiuste.

Ma voi potete comunicare questa speranza agli altri, specialmente ai vostri coetanei - protesi alla ricerca dei valori autentici, ma spesso disorientati da concezioni di vita e di cultura lontane dal messaggio cristiano - se sarete capaci di testimoniare con la vita quelle certezze, che vi provengono dalla vostra adesione a Cristo, alla Chiesa; dal continuo e religioso ascolto della Parola di Dio, letta, meditata, studiata personalmente e comunitariamente; dall’assidua partecipazione ai Sacramenti, in particolare a quelli della Riconciliazione e dell’Eucaristia.

4. Ed infine, vivete e costruite questa speranza con la Chiesa!

Amate la Chiesa, i vostri Vescovi, i vostri sacerdoti. Sappiate essere, con essi, strumenti del mistero della salvezza, testimoni e realizzatori delle Beatitudini di servizio, di umiltà, di povertà, di donazione!

La speranza del cristiano è testimonianza gioiosa di Chiesa, che annuncia la risurrezione e prepara questa risurrezione con coloro che piangono, che sono deboli, piccoli, poveri, emarginati, ma sui quali Dio, che ama ogni uomo, fa affidamento per spezzare l’arco di coloro che si credono forti (cf. 1 Sam 2, 4).

La speranza della Chiesa non esclude né disprezza la speranza terrena, ma, riconoscendola limitata e parziale, la supera. Non cede alla tentazione della rassegnazione, al fallimento; ma lotta e rimuove le cause vere della disperazione del mondo.

Invocate da Cristo la speranza con la Chiesa.

È lui che dà garanzia alla speranza, perché è lui la nostra speranza (cf. 1 Tm 1, 1).

Quando guardate a voi stessi, al vostro ministero, alle vostre trepidazioni, ai vostri problemi, alle vostre incertezze, guardate a lui. Quando guardate agli altri, al loro dolore, alla loro reazione, alla loro stanchezza; quando immaginate il futuro della terra, guardate a lui, a Cristo, “speranza della gloria” (Col 1, 27).

È lui la speranza che vince! È lui, che vi chiama, giorno per giorno, a lavorare con tutte le vostre forze all’avvento del suo Regno eterno ed universale fra gli uomini: “Regno - come proclama la Liturgia odierna - di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace (Praefatio).

Rispondete generosamente a questo invito di Cristo Re!

5. C’è un salmo molto bello, che dice così: “Il Signore regna, esulti la terra, / gioiscano le isole tutte” (Sal 96 [97]). Ecco, io sono venuto qui, in questa Isola meravigliosa, in questa Sicilia “bedda”, per gioire insieme con voi, per acclamare con voi al Signore, che ci fa amare e sperare.

E la Madonna, speranza nostra e fiducia nostra, Madre nostra e della Chiesa, raccolga tutti i sentimenti di amore e di gioia, che in questo momento sono nel vostro e nel mio cuore.

Voi siete il volto più vero di questa Isola che soffre, ma che ama, che crede, che annuncia, che costruisce la speranza.

 Coraggio! Benedico in voi il futuro della vostra vita e della vostra terra di Sicilia!

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