venerdì 27 maggio 2011

Noi ricordiamo - IV e ultimo appuntamento

Torna il breve appuntamento per non dimenticare, nella sua parte conclusiva. Il documento oggi auspica un rafforzamento del legame tra ebrei e cattolici chiamando particolarmente questi ultimi a guardare con maggiore attenzione verso le radici ebraiche presenti nella religione Cattolica. Vedremo inoltre l'invito ad impegnarsi perché ciascuno faccia in modo per far sì che il male non prevalga sul bene, oltre all'invito dell'autore a pregare per un incontro tra le due comunità, ebraiche e cristiane. Infine un invito a riflettere sul significato della Shoah per non permette all'antigiudaismo e all'antisemitismo di attecchire nei cuori degli uomini:



V. Guardando insieme ad un futuro comune

Guardando al futuro delle relazioni tra ebrei e cristiani, in primo luogo chiediamo ai nostri fratelli e sorelle cattolici di rinnovare la consapevolezza delle radici ebraiche della loro fede. Chiediamo loro di ricordare che Gesù era un discendente di Davide; che dal popolo ebraico nacquero la Vergine Maria e gli Apostoli; che la Chiesa trae sostentamento dalle radici di quel buon ulivo a cui sono stati innestati i rami dell'ulivo selvatico dei gentili (cfr Rm 11,17-24); che gli ebrei sono nostri cari ed amati fratelli, e che, in un certo senso, sono veramente i "nostri fratelli maggiori" (21).

Al termine di questo Millennio la Chiesa cattolica desidera esprimere il suo profondo rammarico per le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca. Si tratta di un atto di pentimento (teshuva): come membri della Chiesa, condividiamo infatti sia i peccati che i meriti di tutti i suoi figli. La Chiesa si accosta con profondo rispetto e grande compassione all'esperienza dello sterminio, la Shoah, sofferta dal popolo ebraico durante la seconda Guerra Mondiale. Non si tratta di semplici parole, bensì di un impegno vincolante. "Rischieremmo di far morire nuovamente le vittime delle più atroci morti, se non avessimo la passione della giustizia e se non ci impegnassimo, ciascuno secondo le proprie capacità, a far sì che il male non prevalga sul bene, come è accaduto nei confronti di milioni di figli del popolo ebraico... L'umanità non può permettere che ciò accada di nuovo" (22).

Preghiamo che il nostro dolore per le tragedie che il popolo ebraico ha sofferto nel nostro secolo conduca a nuove relazioni con il popolo ebraico. Desideriamo trasformare la consapevolezza dei peccati del passato in fermo impegno per un nuovo futuro nel quale non ci sia più sentimento antigiudaico tra i cristiani e sentimento anticristiano tra gli ebrei, ma piuttosto un rispetto reciproco condiviso, come conviene a coloro che adorano l'unico Creatore e Signore ed hanno un comune padre nella fede, Abramo.

Infine, invitiamo gli uomini e le donne di buona volontà a riflettere profondamente sul significato della Shoah. Le vittime dalle loro tombe, e i sopravvissuti attraverso la vivida testimonianza di quanto hanno sofferto, sono diventati un forte grido che richiama l'attenzione di tutta l'umanità. Ricordare questo terribile dramma significa prendere piena coscienza del salutare monito che esso comporta: ai semi infetti dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo non si deve mai più consentire di mettere radice nel cuore dell'uomo.

16 Marzo 1998.

Cardinale EDWARD IDRIS CASSIDY
Presidente

PIERRE DUPREY
Vescovo titolare di Thibar
Vice-Presidente

Remi Hoeckman O.P.
Segretario

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Caritas Internationalis: eletto il nuovo segretario. Il Papa: la carità non è ideologia ma dono di sé sull'esempio di Cristo

E' stato eletto nella giornata di ieri, dall'assemblea generale riunita dalla scorsa domenica a Roma, il nuovo segretario generale della Caritas Internationalis, il francese Michel Roy. Subentra a Lesley Anne-Knight. Per l'occasione Papa Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Vaticano in occasione del 60° dalla fondazione, l'organismo dell'assemblea che ha deciso l'elezione di Roy. Nell'incontro il Papa ha sottolineato quale è l'identità e la forza di Caritas Internationalis: l'amore di Dio e il legame con la Chiesa. Inoltre il Papa ha avvertito il rischio di cadere in ideologie dannose, senza un fondamento transcendete, senza un riferimento a Dio Creatore.


Per approfondimenti vi invitiamo a visitare i seguenti collegamenti agli articoli di Radio Vaticana dove potete trovate l'intervista al nuovo segretario generale della Caritas Internationalis e le parole del Santo Padre rivolte ai partecipanti dell'assemblea generale:

Michel Roy, nuovo segretario della Caritas internationalis: costruire un mondo migliore, non più ostaggio della finanza


Il Papa alla “Caritas Internationalis”: la carità non è mera filantropia né ideologia ma dono totale di sé sull'esempio di Cristo
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giovedì 26 maggio 2011

La piaga della mafia - Omelia del card. Salvatore Pappalardo

Torna l'appuntamento di approfondimento sulla piaga della mafia. Oggi leggiamo l'omelia pronunciata nel 1996 dal compianto card. Salvatore Pappalardo,  in occasione del III° anniversario della morte di Don Pino Puglisi. All'interno dell'omelia leggiamo un forte richiamo alla collaborazione tra istituzioni, comunità cristiana e laici per l'edificazione di una società fondata sull'educazione alla legalità e sulla legalità stessa.



OMELIA DELL’ECC.MO ARCIVESCOVO
DURANTE LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA
NEL 3° ANNIVERSARIO DELL’UCCISIONE DI DON GIUSEPPE PUGLISI
Cattedrale 16 settembre 1996

Nella preghiera colletta abbiamo lodato il Signore che ha dato al suo popolo i Santi Cornelio e Cipriano, pastori generosi e martiri intrepidi, e abbiamo chiesto che con il loro aiuto siamo resi forti e perseveranti nella fede per collaborare assiduamente all’unità della Chiesa.

Forti e perseveranti nella fede noi cristiani dobbiamo essere anzitutto per essere in pace con Dio, come ci ha ricordato S. Paolo nella seconda lettura, e vivere così nella speranza che non delude e nella carità, che è l’amore stesso di Dio riversato nei nostri cuori col dono dello Spirito, fonte dell’unità della Chiesa, della quale tutti siamo insieme destinatari e artefici.

Saremo così forti anche nelle tribolazioni, certi, come abbiamo ripetuto nel Salmo responsoriale, che «il Signore è con noi nell’ora della prova». S. Pietro, nel Canto al Vangelo ci ha rivolto la più viva esortazione al coraggio e alla speranza: «Non vi sgomentate nè vi turbate, ma adorate Cristo nei vostri cuori, pronti a rendere ragione della speranza che è in voi».  

L’esortazione del primo Papa non è altro che una riproposizione di quanto Gesù ci ha detto nel Vangelo. A noi suoi discepoli egli non ha promesso giorni facili e sereni. Subiremo persecuzioni: ma non dobbiamo temere. La nostra fragilità è sostenuta dalla forza dello Spirito del Padre. Saremo odiati a causa del suo nome, ma, se persevereremo sino alla fine, saremo salvi.

Noi dobbiamo credere alla promessa del Signore come hanno creduto i martiri S. Cornelio Papa e S. Cipriano Vescovo; come ai nostri giorni, qui, fra noi, ha creduto P. Giuseppe Puglisi. E solo se si crede alla sua Parola, si resta fedeli a lui, senza badare alla propria vita, sino al martirio, che è la testimonianza più alta della fedeltà.

L’invito alla fedeltà, al coraggio, alla speranza P. Puglisi ci rivolge questa sera, mentre facciamo nell’Eucaristia la memoria, di lui a tre anni dalla sua sacrilega uccisione da parte della mafia.

È la memoria anzitutto di un sacerdote esemplare di questa Santa Chiesa di Palermo, di un sacerdote fedele alla grazia dell’Ordinazione, e perciò pienamente convinto di essere l’uomo donato totalmente ai fratelli perché offerto totalmente a Dio. La sua gioia di essere sacerdote, anche in situazioni difficilissime e a rischio, ha accompagnato e ha reso credibile e feconda la sua azione di promotore della pastorale giovanile e vocazionale, nell’ansia di garantire al futuro della nostra Chiesa pastori secondo il cuore di Dio: un merito grandissimo che non va dimenticato.

È la memoria di un evangelizzatore autentico, persuaso che il primo compito del sacerdote è quello di portare ai poveri, agli ultimi, agli emarginati il lieto annuncio della liberazione e della salvezza integrale e totale dell’uomo, che è Gesù Cristo, unico redentore dell’uomo e unico salvatore del mondo.

È la memoria di un pastore che ha dato la vita pei il gregge di Cristo affidato alle sue cure, con un amore tanto più grande e generoso quanto più difficile e impervio è il territorio nel quale è stato chiamato a svolgere la sua missione. Egli non ha avuto paura. Non ha abbandonato il gregge. Ma con la forza della più profonda comprensione vocazionale, del suo ministero sacerdotale ha svolto soprattutto il ruolo di educatore dei giovani e di formatore delle coscienze, con grande coerenza e generosità pastorale. Basta leggere le lezioni tenute nei Campi-scuola per avere una conferma esaltante e stimolante.

Si sente in esse palpitare il cuore del sacerdote che, nutrito quotidianamente della Parola di Dio e dal Pane di vita e plasmato dalla preghiera contemplativa, si accende di zelo apostolico soprattutto nei confronti dei piccoli e dei giovani, i prediletti del Signore, oggi, come mai, esposti alle seduzioni edoniste di una società senza anima che non li rispetta più, e alle suggestioni violente della malavita organizzata, che li strumentalizza e perfino li uccide.

Si chiedeva, don Puglisi, nella sua ultima omelia: «Vorrei conoscere e sapere i motivi che vi spingono ad ostacolare chi vuole educare i vostri figli alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e dello studio. Chi usa la violenza non è uomo. Chiediamo a chi ci ostacola di riappropriarsi dell’umanità».

Una richiesta dal forte spessore pastorale, che non posso non far mia in questo momento di memoria. E perché la memoria non scada in semplice celebrazione emotiva, perché si eviti ogni indebita strumentalizzazione di lui, che, umile e silenzioso, fu alieno da ogni tentazione pubblicitaria e da ogni forma di protagonismo, io credo che il suo impegno di “educatore alla legalità” da noi tutti debba essere considerato come uno dei tratti più significativi della sua testimonianza sacerdotale: il prolungarlo da parte nostra è certamente il più costruttivo ricordo di lui.

Educare alla legalità. È questo il titolo esigente di una nota pastorale della Commissione ecclesiale Giustizia e pace della CEI, pubblicato cinque anni fa (4-10-1991), ricco di contenuti e di prospettive ma forse non abbastanza conosciuto, diffuso, valorizzato.

Riprenderne la lettura e lo studio è un dovere per tutti, pastori e fedeli: e proprio in quanto evangelizzatori e formatori delle coscienze.

La Chiesa, infatti, non può non farsi carico del problema della legalità. Anzitutto perché il suo compito di evangelizzazione le impone di dare il proprio contributo, ispirato alla fede in Gesù Cristo, alla soluzione di ogni problema della comunità umana alla quale appartiene. E poi perché essa è convinta che nel problema della legalità sono in gioco non solo la vita delle persone e la loro specifica convivenza ma la stessa concezione dell’uomo.

Ed è un problema urgente. È sotto gli occhi di tutti il diffondersi della piccola e grande criminalità organizzata e non, - e non soltanto mafiosa - che impone la sua legge e il suo potere, attenta alle libertà fondamentali dei cittadini, condiziona l’economia del territorio e le libere iniziative dei singoli fino a proporsi, talvolta, come stato di fatto alternativo a quello di diritto. Nè si possono sottacere i non meno gravi fenomeni della corruzione e della concussione, o i non rari casi in cui si scambiano per favori quelli che sono autentici diritti.

Di fronte a questi fenomeni non ci si può rassegnare, quasi irretiti da complessi di impotenza e di aquiescenza. Certamente le prime risposte devono essere istituzionali: non deboli e confuse, ma forti e chiare, non semplicemente declamatorie ma concrete e operative, onde evitare che la coscienza civile diventi sempre più opaca. E anche per questo occorre quella mobilitazione delle coscienze dei cittadini che ci aiuti a vincere la paura, l’omertà, il disimpegno, la collusione, i soprusi dei potenti e tutte le varie forme di illegalità. E quanto ha tentato di fare don Puglisi: e per questo è stato barbaramente eliminato.


Ma la crescita di una più viva coscienza della legalità esige anche che la formulazione delle leggi obbedisca innanzitutto alla tutela e alla promozione del bene comune e non alla contrattazione con le parti sociali più forti o peggio ancora a poteri ricattatori palesi od occulti; esige la produzione di leggi chiare, efficaci, non farraginose e di difficile interpretazione, e soprattutto moralmente valide, come non lo sono, ad esempio, quelle sul divorzio e sull’aborto: finiscono per alimentare una cultura individualistica e libertaria, e per abbassare e deformare il senso della legalità.

La legge, infatti, per conservare la sua forte valenza educativa, deve avere una chiara fondazione morale, non può essere in contrasto con la legge morale. In caso contrario è legittima, anzi doverosa, l’obiezione di coscienza, in quanto bisogna obbedire piuttosto a Dio che agli uomini.

Rettamente intesa e sollevata, essa assume così una connotazione morale religiosa, come attesta l’esaltante esperienza dei martiri, i quali hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Dio in contrasto con la legge degli uomini.


L’educazione e la formazione delle coscienze alla legalità costituiscono un compito affidato alla collaborazione di tutti, ma in modo particolare della famiglia, della scuola, delle associazioni giovanili, ai mezzi di comunicazione sociale, ai movimenti culturali e di opinione, ai partiti e alle varie istituzioni pubbliche, le quali devono creare le condizioni favorevoli alla nascita e alla crescita di una mentalità rispettosa delle leggi.

Un ruolo del tutto speciale spetta alla comunità cristiana, che, con le sue varie strutture, è impegnata in quest’opera educativa, a cominciare dalla parrocchia con la catechesi e le molteplici iniziative culturali, formative e caritative, per finire all’associazionismo specie giovanile, e al volontariato.

È necessario far emergere in modo vigoroso nell’opera educativa la dignità e la centralità della persona, l’importanza del suo agire in libertà e responsabilità, il suo vivere nella solidarietà e nella legalità. E stata questa l’opera educativa di don Pino, e per questo ha pagato con la vita per mano dei peggiori fautori della illegalità.

L’esempio comunque è il più efficace e convincente strumento educativo. La comunità cristiana deve risplendere nella città terrena come modello di rispetto della legalità e della giustizia, anche nel rapporto con le istituzioni politiche e amministrative.

A queste la Chiesa non chiede favori, ma solo i diritti: specialmente quando si tratta di agevolare e sostenere iniziative e strutture atte a sottrarre al degrado ambientale e morale e a educare i giovani e i minori, come anche opere di promozione umana a vantaggio, degli ultimi e degli emarginati, così numerose nella nostra città, e perciò a vantaggio della convivenza sociale e della società: per questo don Puglisi quanto ha penato.

In ogni caso la Chiesa di Palermo, in tutte le sue articolazioni, intende ispirarsi a questa regola d’oro della legalità che addito a tutti nel nome del Signore: non chiedere quanto la legge non consente di avere, domandare, per il bene della comunità, quanto la legge consente di dare, pretendere quanto la legge impone di assegnare. La Chiesa di Palermo preferisce essere povera ma libera, specchio di legalità, per essere, anche sotto questo aspetto, «senza ruga e senza macchia, santa e immacolata», come la vuole il suo Signore.

Educare alla legalità. È un tratto non secondario della nuova evangelizzazione. E stato un impegno che ha caratterizzato la missione sacerdotale di don Puglisi come evangelizzatore, educatore dei giovani e formatore delle coscienze nella verità, promotore di solidarietà sociale e di servizio ecclesiale nella carità.

È questa la consegna che egli lascia a tutti noi, sacerdoti, religiosi/e e laici, con la voce del sangue che ha imporporato la nostra Chiesa e che è più forte di ogni parola. Noi la assumiamo con forte senso di responsabilità, perché Palermo, come ho auspicato nella festa di S. Rosalia, riaffermando i valori della legalità, diventi «la città della speranza e della vita». Un auspicio che affido all’intercessione di Maria, esempio fulgidissimo di legalità fino all’eroismo.

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Il Papa a Santa Maria Maggiore per affidare l’Italia al cuore di Maria. Una preghiera per la concordia e l’unità

Da: Radio Vaticana

Oggi pomeriggio, alle ore 17.30, Benedetto XVI presiederà la recita del Santo Rosario nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, insieme con i vescovi italiani riuniti in Assemblea generale. Il Papa ha accolto l’invito del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana. Con questo atto, nel 150.mo dell’Unità nazionale, il Papa e la Chiesa italiana affidano l’intera nazione a Maria, invocata con i titoli di Salus Populi Romani e di Mater Unitatis, Madre dell’Unità. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Possa l’Italia “godere di pace e prosperità e ritrovare nel patrimonio di tradizione e di fede cristiana un’interiore unità”: è l’intercessione che il Papa e i vescovi italiani chiederanno a Maria per il Paese nel 150.mo di Unità nazionale. Dinnanzi all’immagine di Maria Salus Popoli Romani, tra le più antiche e più amate che ritraggono la Madonna, Benedetto XVI pregherà affinché Dio, che ha costituito Maria, Madre del suo diletto Figlio, conceda “al popolo italiano, che confida nella sua materna protezione, di godere sempre i doni dell’unità e della pace”. Una preghiera - si legge nel Libretto dell’Ufficio Liturgico della Cei - rivolta alla Vergine con il titolo di “Maria Unitatis”. E un’invocazione per l’unità della nazione italiana, il Pontefice l’aveva già espressa alla Benedizione Urbi et Orbi nel giorno di Pasqua di quest’anno:

“Il Signore Risorto risvegli nei singoli, nelle famiglie e nelle comunità un desiderio ancor più grande di unità e di concordia. Ponete la vostra fiducia nella forza della croce e della risurrezione di Cristo; una forza che sostiene quanti si impegnano generosamente per il bene comune”.

Impegno al quale “non possono sottrarsi” i cristiani che vivono in Italia, come il Papa ha detto tante volte ed ha ribadito ultimamente nella sua recente visita pastorale ad Aquileia:

“Raccomando anche a voi, come alle altre Chiese che sono in Italia, l’impegno a suscitare una nuova generazione di uomini e donne capaci di assumersi responsabilità dirette nei vari ambiti del sociale, in modo particolare in quello politico. Esso ha più che mai bisogno di vedere persone, soprattutto giovani, capaci di edificare una ‘vita buona’ a favore e al servizio di tutti”.

Proprio il contributo che, storicamente, i cattolici hanno dato alla crescita dell’Italia è stato il tema chiave del messaggio indirizzato dal Pontefice al presidente Giorgio Napolitano, lo scorso 17 marzo, in occasione dell’anniversario di Unità nazionale. Un documento nel quale il Papa definisce i rapporti tra Stato Italiano e Santa Sede un esempio di sana laicità. Nel Messaggio, il Papa ribadisce inoltre che, come evidenzia il Concilio Vaticano II, Chiesa e Stato, nei loro rispettivi ambiti, sono chiamati a collaborare per il bene della società civile.
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mercoledì 25 maggio 2011

Carità e Verità: Caritas in Veritate - XXIV

Continuiamo la lettura della nuova Enciclica di Papa Benedetto XVI "Caritas in veritate". Proseguiamo con la lettura del capitolo cinque nel quale ci si sofferma sul dialogo, sulla solidarietà e sussidiarietà le quali devono camminare insieme, garantendo e permettendo così il benessere per ogni popolo. In particolare il Santo Padre volge lo sguardo alle popolazioni più povere, valorizzando e incoraggiando le loro produzioni promuovendole per un'immissione sul mercato internazionale, favorendo così la crescita e lo sviluppo di questi paesi. Vedremo anche come sia importante  iniziare e consolidare le relazioni fraterne anche nel settore lavorativo, non occupandosi solo della parte economica, ma impegnandosi soprattutto per la realizzazione di un'ambiente amichevole e fraterno. Come dovrebbero agire le forze politiche e sociali? Quali sono le strade da percorrere per garantire i diritti di ogni uomo? A queste domande risponde il Santo Padre, presentando le giuste soluzioni da attuare:



58. Il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell'assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno. Questa regola di carattere generale va tenuta in grande considerazione anche quando si affrontano le tematiche relative agli aiuti internazionali allo sviluppo. Essi, al di là delle intenzioni dei donatori, possono a volte mantenere un popolo in uno stato di dipendenza e perfino favorire situazioni di dominio locale e di sfruttamento all'interno del Paese aiutato. Gli aiuti economici, per essere veramente tali, non devono perseguire secondi fini. Devono essere erogati coinvolgendo non solo i governi dei Paesi interessati, ma anche gli attori economici locali e i soggetti della società civile portatori di cultura, comprese le Chiese locali. I programmi di aiuto devono assumere in misura sempre maggiore le caratteristiche di programmi integrati e partecipati dal basso. Resta vero infatti che la maggior risorsa da valorizzare nei Paesi da assistere nello sviluppo è la risorsa umana: questa è l'autentico capitale da far crescere per assicurare ai Paesi più poveri un vero avvenire autonomo. Va anche ricordato che, in campo economico, il principale aiuto di cui hanno bisogno i Paesi in via di sviluppo è quello di consentire e favorire il progressivo inserimento dei loro prodotti nei mercati internazionali, rendendo così possibile la loro piena partecipazione alla vita economica internazionale. Troppo spesso, nel passato, gli aiuti sono valsi a creare soltanto mercati marginali per i prodotti di questi Paesi. Questo è dovuto spesso a una mancanza di vera domanda di questi prodotti: è pertanto necessario aiutare tali Paesi a migliorare i loro prodotti e ad adattarli meglio alla domanda. Inoltre, alcuni hanno spesso temuto la concorrenza delle importazioni di prodotti, normalmente agricoli, provenienti dai Paesi economicamente poveri. Va tuttavia ricordato che per questi Paesi la possibilità di commercializzare tali prodotti significa molto spesso garantire la loro sopravvivenza nel breve e nel lungo periodo. Un commercio internazionale giusto e bilanciato in campo agricolo può portare benefici a tutti, sia dal lato dell'offerta che da quello della domanda. Per questo motivo, non solo è necessario orientare commercialmente queste produzioni, ma stabilire regole commerciali internazionali che le sostengano, e rafforzare il finanziamento allo sviluppo per rendere più produttive queste economie.

59. La cooperazione allo sviluppo non deve riguardare la sola dimensione economica; essa deve diventare una grande occasione di incontro culturale e umano. Se i soggetti della cooperazione dei Paesi economicamente sviluppati non tengono conto, come talvolta avviene, della propria ed altrui identità culturale fatta di valori umani, non possono instaurare alcun dialogo profondo con i cittadini dei Paesi poveri. Se questi ultimi, a loro volta, si aprono indifferentemente e senza discernimento a ogni proposta culturale, non sono in condizione di assumere la responsabilità del loro autentico sviluppo [139]. Le società tecnologicamente avanzate non devono confondere il proprio sviluppo tecnologico con una presunta superiorità culturale, ma devono riscoprire in se stesse virtù talvolta dimenticate, che le hanno fatte fiorire lungo la storia. Le società in crescita devono rimanere fedeli a quanto di veramente umano c'è nelle loro tradizioni, evitando di sovrapporvi automaticamente i meccanismi della civiltà tecnologica globalizzata. In tutte le culture ci sono singolari e molteplici convergenze etiche, espressione della medesima natura umana, voluta dal Creatore, e che la sapienza etica dell'umanità chiama legge naturale [140]. Una tale legge morale universale è saldo fondamento di ogni dialogo culturale, religioso e politico e consente al multiforme pluralismo delle varie culture di non staccarsi dalla comune ricerca del vero, del bene e di Dio. L'adesione a quella legge scritta nei cuori, pertanto, è il presupposto di ogni costruttiva collaborazione sociale. In tutte le culture vi sono pesantezze da cui liberarsi, ombre a cui sottrarsi. La fede cristiana, che si incarna nelle culture trascendendole, può aiutarle a crescere nella convivialità e nella solidarietà universali a vantaggio dello sviluppo comunitario e planetario.

60. Nella ricerca di soluzioni della attuale crisi economica, l'aiuto allo sviluppo dei Paesi poveri deve esser considerato come vero strumento di creazione di ricchezza per tutti. Quale progetto di aiuto può prospettare una crescita di valore così significativa — anche dell'economia mondiale — come il sostegno a popolazioni che si trovano ancora in una fase iniziale o poco avanzata del loro processo di sviluppo economico? In questa prospettiva, gli Stati economicamente più sviluppati faranno il possibile per destinare maggiori quote del loro prodotto interno lordo per gli aiuti allo sviluppo, rispettando gli impegni che su questo punto sono stati presi a livello di comunità internazionale. Lo potranno fare anche rivedendo le politiche di assistenza e di solidarietà sociale al loro interno, applicandovi il principio di sussidiarietà e creando sistemi di previdenza sociale maggiormente integrati, con la partecipazione attiva dei soggetti privati e della società civile. In questo modo è possibile perfino migliorare i servizi sociali e di assistenza e, nello stesso tempo, risparmiare risorse, anche eliminando sprechi e rendite abusive, da destinare alla solidarietà internazionale. Un sistema di solidarietà sociale maggiormente partecipato e organico, meno burocratizzato ma non meno coordinato, permetterebbe di valorizzare tante energie, oggi sopite, a vantaggio anche della solidarietà tra i popoli.

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Nel ricordo di Papa Wojtyla e il suo rapporto con Cracovia all'ambasciata polacca in Italia

Continuiamo a parlare del Beato Giovanni Paolo II e a ricordarlo attraverso l'incontro promosso dall'ambasciata polacca in Italia.


L'articolo è di Radio Vaticana:


L'ambasciata polacca promuove un incontro su Cracovia e Papa Wojtyla


La città di Cracovia e il suo rapporto con il Beato Giovanni Paolo II è stato oggetto dell’incontro “La mia Cracovia, città della mia vita”, svoltosi ieri all’Ambasciata della Repubblica di Polonia in Italia. Un’occasione per ripercorrere i luoghi in cui Papa Wojtyla ha iniziato il cammino verso il suo pontificato. C’era per noi Michele Raviart.

Giovanni Paolo II apparteneva al mondo ed il legame instaurato con i luoghi che ha visitato durante i suoi viaggi è sempre stato intenso e profondo. Il rapporto con la “sua” Polonia rimase però unico, e speciale quello con la città di Cracovia. Nella regione di Cracovia Wojtyla nacque e a Cracovia studiò e venne ordinato sacerdote, fino a diventare arcivescovo della città nel 1963, maturando un bagaglio di esperienze umane e spirituali decisive per gli anni a venire. Gian Franco Svidercoschi, giornalista e vaticanista:
“Credo che sia importante Cracovia, perché a Cracovia si possono trovare le origini di alcuni degli eventi maggiori che hanno poi caratterizzato il Pontificato di Giovani Paolo II: per esempio il suo rapporto con gli ebrei e il suo rapporto con i giovani - in qualche modo le giornate mondiali dei giovani sono nate da quello che Wojtyla chiamava il lavoro pioneristico con gli universitari di Cracovia - poi, la sua difesa della persona umana, soprattutto nella difesa di tutti i dissidenti - ebrei, intellettuali, studenti – nel contrasto con i regimi per la costruzione di nuove chiese, in particolare quella di Nowa Huta”.

Nelle colline di Łagiewniki, a sud di Cracovia nacque anche la devozione di Wojtyla per Maria e per il culto della Divina Misercordia legato a suor Faustina Kowalska, da lui stesso canonizzata nel 2000. Padre Pawel Ptasznikdella sezione polacca della Segreteria di Stato:

“Karol Wojtyla era molto legato al culto della Divina Misericordia che ebbe il suo inizio a Łagiewniki. Le rivelazioni ricevute da suor Faustina trovarono subito un’eco in tutta la Polonia e il giovane Wojtyla quando arrivò a Cracovia, nel ’38, prima della morte di Suor Faustina, conobbe subito il suo messaggio. Lui stesso, consacrando il Santuario, ha ricordato che da giovane, durante la guerra, veniva con gli zoccoli di legno in questo luogo, e si è domandato chi potesse pensare allora che questo ragazzo sarebbe venuto poi da Papa a consacrare il Santuario della Divina Misericordia”. (ap)
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martedì 24 maggio 2011

Carità e Verità: Caritas in Veritate - XXIV

Continuiamo la lettura della nuova Enciclica di Papa Benedetto XVI "Caritas in veritate". Continuiamo la lettura del capitolo cinque relativo alla collaborazione della "famiglia umana". La tematica odierna concerne gli aiuti internazionali allo sviluppo: l'analisi di Benedetto XVI è molto scrupolosa e parte dal presupposto fondamentale che la regola fondamentale che deve regolare i rapporti con gli stati economicamente più poveri è sempre quel famoso principio di sussidiarietà connesso con il principio di solidarietà. Gli Stati avanzati devono aiutare gli Stati deboli e arretrati non solo con aiuti economici a pioggia, ma con aiuti strutturali che possano dar vita ad una vera economia capace di garantire la sopravvivenza di tutti:

CAPITOLO QUINTO

LA COLLABORAZIONE
 DELLA FAMIGLIA UMANA

58. Il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell'assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno. Questa regola di carattere generale va tenuta in grande considerazione anche quando si affrontano le tematiche relative agli aiuti internazionali allo sviluppo. Essi, al di là delle intenzioni dei donatori, possono a volte mantenere un popolo in uno stato di dipendenza e perfino favorire situazioni di dominio locale e di sfruttamento all'interno del Paese aiutato. Gli aiuti economici, per essere veramente tali, non devono perseguire secondi fini. Devono essere erogati coinvolgendo non solo i governi dei Paesi interessati, ma anche gli attori economici locali e i soggetti della società civile portatori di cultura, comprese le Chiese locali. I programmi di aiuto devono assumere in misura sempre maggiore le caratteristiche di programmi integrati e partecipati dal basso. Resta vero infatti che la maggior risorsa da valorizzare nei Paesi da assistere nello sviluppo è la risorsa umana: questa è l'autentico capitale da far crescere per assicurare ai Paesi più poveri un vero avvenire autonomo. Va anche ricordato che, in campo economico, il principale aiuto di cui hanno bisogno i Paesi in via di sviluppo è quello di consentire e favorire il progressivo inserimento dei loro prodotti nei mercati internazionali, rendendo così possibile la loro piena partecipazione alla vita economica internazionale. Troppo spesso, nel passato, gli aiuti sono valsi a creare soltanto mercati marginali per i prodotti di questi Paesi. Questo è dovuto spesso a una mancanza di vera domanda di questi prodotti: è pertanto necessario aiutare tali Paesi a migliorare i loro prodotti e ad adattarli meglio alla domanda. Inoltre, alcuni hanno spesso temuto la concorrenza delle importazioni di prodotti, normalmente agricoli, provenienti dai Paesi economicamente poveri. Va tuttavia ricordato che per questi Paesi la possibilità di commercializzare tali prodotti significa molto spesso garantire la loro sopravvivenza nel breve e nel lungo periodo. Un commercio internazionale giusto e bilanciato in campo agricolo può portare benefici a tutti, sia dal lato dell'offerta che da quello della domanda. Per questo motivo, non solo è necessario orientare commercialmente queste produzioni, ma stabilire regole commerciali internazionali che le sostengano, e rafforzare il finanziamento allo sviluppo per rendere più produttive queste economie.

59. La cooperazione allo sviluppo non deve riguardare la sola dimensione economica; essa deve diventare una grande occasione di incontro culturale e umano. Se i soggetti della cooperazione dei Paesi economicamente sviluppati non tengono conto, come talvolta avviene, della propria ed altrui identità culturale fatta di valori umani, non possono instaurare alcun dialogo profondo con i cittadini dei Paesi poveri. Se questi ultimi, a loro volta, si aprono indifferentemente e senza discernimento a ogni proposta culturale, non sono in condizione di assumere la responsabilità del loro autentico sviluppo [139]. Le società tecnologicamente avanzate non devono confondere il proprio sviluppo tecnologico con una presunta superiorità culturale, ma devono riscoprire in se stesse virtù talvolta dimenticate, che le hanno fatte fiorire lungo la storia. Le società in crescita devono rimanere fedeli a quanto di veramente umano c'è nelle loro tradizioni, evitando di sovrapporvi automaticamente i meccanismi della civiltà tecnologica globalizzata. In tutte le culture ci sono singolari e molteplici convergenze etiche, espressione della medesima natura umana, voluta dal Creatore, e che la sapienza etica dell'umanità chiama legge naturale [140]. Una tale legge morale universale è saldo fondamento di ogni dialogo culturale, religioso e politico e consente al multiforme pluralismo delle varie culture di non staccarsi dalla comune ricerca del vero, del bene e di Dio. L'adesione a quella legge scritta nei cuori, pertanto, è il presupposto di ogni costruttiva collaborazione sociale. In tutte le culture vi sono pesantezze da cui liberarsi, ombre a cui sottrarsi. La fede cristiana, che si incarna nelle culture trascendendole, può aiutarle a crescere nella convivialità e nella solidarietà universali a vantaggio dello sviluppo comunitario e planetario.

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Papa Benedetto XVI: non gli interessi economici ma le comuni radici cristiane renderanno uniti i popoli europei

L'Osservatorio propone oggi il discorso integrale pronunciato da Papa Benedetto XVI dinanzi alla delegazione della Bulgaria, nella memoria liturgica dei Santi Cirillo e Metodio. E' un discorso che getta punti di notevole interesse per quanto riguarda la costruzione e lo sviluppo dell'Unione Europea che sta attraversando un momento di crisi d'identità causato dal fatto di aver costruito un unione prettamente "economica" senza aver pensato prima ad una unione sociale in cui le radici cristiane avrebbero giocato un ruolo fondamentale. Infatti, lo stesso Papa Benedetto XVI afferma esplicitamente che non gli interessi economici ma le comuni radici cristiane renderanno uniti i popoli europei:
   
SALUTO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
ALLA DELEGAZIONE DELLA BULGARIA
NELLA MEMORIA LITURGICA DEI SANTI CIRILLO E METODIO

Lunedì, 23 maggio 2010

Signora Presidente del Parlamento,
Onorevoli Membri del Governo e distinte Autorità,
Venerati Fratelli della Chiesa Ortodossa e della Chiesa Cattolica!

Desidero rivolgere il mio deferente saluto alla Delegazione ufficiale della Bulgaria - guidata dalla Signora Presidente del Parlamento - giunta a Roma, come è consuetudine, nel contesto della festa liturgica dei Santi Cirillo e Metodio. Questo gradito incontro, che si rinnova anche quest’anno, mi offre l’opportunità di ribadire la rilevanza spirituale e culturale di questi due illustri e benemeriti pionieri dell'evangelizzazione dell'Europa, le cui figure sono onorate tanto in Oriente quanto in Occidente. Grazie alla loro coraggiosa predicazione per le strade del Continente, essi favorirono un vasto rinnovamento spirituale e posero le basi per un’autentica promozione della libertà e dell'unità dell'Europa cristiana. Cirillo e Metodio furono «vangeli viventi» e segni eloquenti della bontà del Signore, per questo la loro testimonianza raggiunse più facilmente gli uomini del loro tempo.

Ai popoli europei, che si aprono in questi anni a nuove prospettive di cooperazione, questi due grandi Santi ricordano che la loro unità sarà più salda se basata sulle comuni radici cristiane. Infatti, nella complessa storia dell'Europa, il Cristianesimo rappresenta un elemento centrale e qualificante. La fede cristiana ha plasmato la cultura del vecchio Continente e si è intrecciata in modo indissolubile con la sua storia, al punto che questa non sarebbe comprensibile se non si facesse riferimento alle vicende che hanno caratterizzato prima il grande periodo dell'evangelizzazione, e poi i lunghi secoli in cui il Cristianesimo ha assunto un ruolo sempre più rilevante.

Risulta, pertanto, importante che l'Europa cresca anche nella dimensione spirituale, sulla scia della sua storia migliore. L'unità del Continente, che sta progressivamente maturando nelle coscienze e si sta definendo anche sul versante politico, rappresenta una prospettiva di grande speranza. Gli Europei sono chiamati ad impegnarsi per creare le condizioni di una profonda coesione e di una effettiva collaborazione tra i popoli. Per edificare su solide basi la nuova Europa non basta fare appello ai soli interessi economici, ma è necessario far leva piuttosto sui valori autentici, che hanno il loro fondamento nella legge morale universale, inscritta nel cuore di ogni uomo.

Auspico di cuore che l’eredità morale e culturale dei Santi Cirillo e Metodio alimenti sempre in ciascuno di voi il desiderio di valorizzare il patrimonio spirituale delle vostre terre e, in pari tempo, quello dell’apertura e della comunione nel reciproco rispetto. Possa questo nostro incontro essere motivo di ulteriori rapporti nella fraternità e nella solidarietà. Il Signore benedica il vostro caro Paese e tutti i suoi cittadini.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
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lunedì 23 maggio 2011

La piaga della mafia - Lettera di Don Peppino Diana

In questa settimana anticipiamo l'appuntamento con "La piaga della mafia" in omaggio a Giovanni Falcone, morto in questa giornata nel 1992 per causa della giustizia. Proprio in questa giornata parliamo di un altro martire della giustizia, Don Giuseppe Diana, chiamato semplicemente dal popolo Don Peppe o Don Peppino. Chi è Giuseppe Diana? Un sacerdote che ha combattuto la camorra nella sua città natale, Casal di Principe, con coraggio e determinazione, con perseveranza e speranza in Gesù Cristo. Don Giuseppe moriva nel giorno del suo onomastico, il 19 marzo 1994 ucciso brutalmente dalla camorra nella stessa città dove è nato. Il testo che proponiamo quest'oggi è una lettera intitolata Per amore del mio popolo non tacerò scritta dallo stesso Don Peppe, un documento divulgato nel giorno di Natale del 1991 in tutte le Chiese di Casal di Principe e nell'aversano, insieme ai parroci della foranìa di Casal di Principe. Un documento dalle parole di fuoco, quel fuoco di amore e giustizia che ha bisogno di propagarsi nella nostra società, italiana e mondiale. Parole dalle quali traspaiono amore e rispetto per la propria terra, soprattutto per il popolo del quale Don Peppe faceva parte. Quel popolo che non voleva più vedere vittima del sistema criminale locale, ma che desiderava libero di amare e predicare amore.


Lasciamo ora la parola al compianto Don Peppino Diana rivolta al suo popolo e all'Italia di ieri, di oggi e di domani:



“PER AMORE DEL MIO POPOLO”
Siamo preoccupati
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra
La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.
I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

Precise responsabilità politiche
È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Impegno dei cristiani
Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.
Dio ci chiama ad essere profeti.
- Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
- Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
- Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
- Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)
Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra Speranza.

NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO
Appello
Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa;
Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).
Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.

Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo - Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata - San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M. S.S. Assunta - Villa Literno; M.S.S. Assunta - Villa di Briano; SANTUARIO DI M.SS. DI BRIANO )

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La giustizia perseverante di Giovanni Falcone

Oggi è doveroso per noi italiani ricordare un uomo che si è battuto concretamente contro il male infiltrato nella società italiana. Un uomo consapevole dei rischi ai quali andava incontro con il suo lavoro, nella battaglia tra male e bene, tra mafia e Stato. Giovanni Falcone è oggi sinonimo di lealtà, coraggio, perseveranza.


Il 23 maggio 1992, esattamente diciannove anni fa moriva infatti uno degli uomini-simbolo della giustizia italiana. Giovanni Falcone in quella triste data sembra aver perso la sua battaglia contro il male. La mafia sembra aver sancito la sua vittoria eliminando in modo brutale quel grande uomo che era e che è il giudice palermitano. In realtà sappiamo bene che Giovanni Falcone ha realmente vinto la sua battaglia perché morto senza mai scendere a compromessi, senza sporcarsi mai le mani. La vera vittoria dell'uomo sta nel perseverare sino alla fine nella giustizia, senza mai consegnarsi nelle mani del nemico.


Beati i perseguitati per causa della giustizia perché di essi è il Regno dei Cieli (Mt 5,10).


Queste sono le parole del Cristo che confermano la vittoria di Giovanni Falcone. Una vittoria che riceve il trofeo celeste della vita eterna. Anche se il bene sembra perdere la sua battaglia, in realtà trionferà più di prima, come accade con gli alberi in autunno e in inverno: la perdita delle loro foglie non rappresenta la loro morte. In primavera gli alberi tornano a colorarsi e a colorare la natura. Giovanni Falcone non ha perso. Hanno perso quegli uomini che lo hanno ucciso, hanno perso la loro battaglia perché da uomini avrebbero dovuto combattere il male invece di commetterlo.


Ancora oggi Giovanni Falcone grida ai disonesti:


Il coraggioso muore una volta, il codardo cento volte al giorno.

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domenica 22 maggio 2011

Dolori e speranze: dalla morte alla vita

La vicenda della bambina di 22 mesi dimenticata in auto dal papà a Teramo è un fatto che porta con sé dramma e speranza. La bimba dopo essere rimasta per circa 5-6 ore in auto sotto al sole è entrata in coma senza mai più risvegliarsi. Infatti la piccola è deceduta nella giornata di ieri, lasciando un vuoto prima e la speranza poi. Oggi vi raccontiamo di questo episodio perché ha qualcosa di straordinario: l'esempio, il grande esempio che ci viene dalla madre della piccola Elena. Questa donna ha infatti difeso a spada tratta il padre della bimba nonostante il dolore di madre che ha perso la sua figlioletta. Non ha puntato il dito come si è solito fare, ma con grande compostezza ha guardato al bello e non al peggio della situazione: ha ricordato l'amore e la premura del padre verso la sua famiglia, i sacrifici fatti dall'uomo. Ha compreso, anzi si è calata nei panni del papà della piccola dicendo davanti a tutta Italia che non ha alcuna colpa perché stressato dai troppi impegni. Vediamo una donna di un'umiltà esemplare: composta nel soffrire, comprensibile nei confronti di un uomo che porta dentro di sé un pesante senso di colpa. Non solo: i genitori hanno dato il consenso per l'espianto degli organi della piccola Elena.

La morte di questa bambina ha permesso di salvare la vita a quattro altri bambini. Non possono non venire alla mente le parole di Gesù quando accennò al chicco di grano che morendo produce molto frutto. Elena è uno di quei chicchi di grano che morendo ha donato la vita con la sua morte. E' stata una piccola Gesù e sua madre un riflesso dell'amore mariano. Dalla società come la nostra possono venire fuori esempi concreti di amore: l'umiltà, la comprensione, la carità della madre della piccola Elena fanno ancora ben sperare per una società fondata sull'amore e non sulle chiacchiere. In un clima teso come in quello di Milano e Napoli dove i candidati sindaci si fanno la guerra a colpi di accuse, nasce questo fiorellino tra le erbacce: da una donna semplice, da una comune cittadina italiana ci perviene l'esempio del buon vivere che non è quello dell'accusa reciproca, ma dell'amore e del perdono, della compassione e della carità.

Mentre i potenti bisticciano, i semplici insegnano e costruiscono.
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sabato 21 maggio 2011

La Chiesa nel mondo contemporaneo - XXI parte

Continuiamo il nostro cammino di lettura della Costituzione Pastorale "Gaudiem et spes" di Papa Paolo VI. Continuiamo a studiare il ruolo, o meglio la missione della Chiesa nel mondo: in particolare oggi scopriamo ciò che la Chiesa intende dare alla società umana e alle attività umane attraverso i cristiani:

CAPITOLO IV

LA MISSIONE DELLA CHIESA NEL MONDO CONTEMPORANEO

42. L'aiuto che la Chiesa intende dare alla società umana.

L'unione della famiglia umana viene molto rafforzata e completata dall'unità della famiglia dei figli di Dio, fondata sul Cristo (90). Certo, la missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è d'ordine politico, economico o sociale: il fine, infatti, che le ha prefisso è d'ordine religioso (91).

Eppure proprio da questa missione religiosa scaturiscono compiti, luce e forze, che possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina.

Così pure, dove fosse necessario, a seconda delle circostanze di tempo e di luogo, anch'essa può, anzi deve suscitare opere destinate al servizio di tutti, ma specialmente dei bisognosi, come, per esempio, opere di misericordia e altre simili.

La Chiesa, inoltre, riconosce tutto ciò che di buono si trova nel dinamismo sociale odierno, soprattutto il movimento verso l'unità, il progresso di una sana socializzazione e della solidarietà civile ed economica. Promuovere l'unità corrisponde infatti alla intima missione della Chiesa, la quale è appunto « in Cristo quasi un sacramento, ossia segno e strumento di intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (92). Così essa mostra al mondo che una vera unione sociale esteriore discende dalla unione delle menti e dei cuori, ossia da quella fede e da quella carità, con cui la sua unità è stata indissolubilmente fondata nello Spirito Santo.

Infatti, la forza che la Chiesa riesce a immettere nella società umana contemporanea consiste in quella fede e carità effettivamente vissute, e non in una qualche sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani. Inoltre, siccome in forza della sua missione e della sua natura non è legata ad alcuna particolare forma di cultura umana o sistema politico, economico, o sociale, la Chiesa per questa sua universalità può costituire un legame strettissimo tra le diverse comunità umane e nazioni, purché queste abbiano fiducia in lei e le riconoscano di fatto una vera libertà per il compimento della sua missione. Per questo motivo la Chiesa esorta i suoi figli, come pure tutti gli uomini, a superare, in questo spirito di famiglia proprio dei figli di Dio, ogni dissenso tra nazioni e razze, e a consolidare interiormente le legittime associazioni umane. Il Concilio, dunque, considera con grande rispetto tutto ciò che di vero, di buono e di giusto si trova nelle istituzioni, pur così diverse, che la umanità si è creata e continua a crearsi. Dichiara inoltre che la Chiesa vuole aiutare e promuovere tutte queste istituzioni, per quanto ciò dipende da lei ed è compatibile con la sua missione.

Niente le sta più a cuore che di servire al bene di tutti e di potersi liberamente sviluppare sotto qualsiasi regime che rispetti i diritti fondamentali della persona e della famiglia e riconosca le esigenze del bene comune.

43. L'aiuto che la Chiesa intende dare all'attività umana per mezzo dei cristiani.

Il Concilio esorta i cristiani, cittadini dell'una e dell'altra città, di sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del Vangelo.

Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura (93), pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno (94).

A loro volta non sono meno in errore coloro che pensano di potersi immergere talmente nelle attività terrene, come se queste fossero del tutto estranee alla vita religiosa, la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di culto e in alcuni doveri morali.

La dissociazione, che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo.

Contro questo scandalo (95) già nell'Antico Testamento elevavano con veemenza i loro rimproveri i profeti e ancora di più Gesù Cristo stesso, nel Nuovo Testamento, minacciava gravi castighi (96).

Non si crei perciò un'opposizione artificiale tra le attività professionali e sociali da una parte, e la vita religiosa dall'altra. Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna.

Gioiscano piuttosto i cristiani, seguendo l'esempio di Cristo che fu un artigiano, di poter esplicare tutte le loro attività terrene unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio. Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione.

Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale.

Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero (97).

Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente.

Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa.

Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune.

I laici, che hanno responsabilità attive dentro tutta la vita della Chiesa, non solo son tenuti a procurare l'animazione del mondo con lo spirito cristiano, ma sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in ogni circostanza e anche in mezzo alla comunità umana.

I vescovi, poi, cui è affidato l'incarico di reggere la Chiesa di Dio, devono insieme con i loro preti predicare il messaggio di Cristo in modo tale che tutte le attività terrene dei fedeli siano pervase dalla luce del Vangelo.

Inoltre i pastori tutti ricordino che essi con la loro quotidiana condotta e con la loro sollecitudine (98) mostrano al mondo un volto della Chiesa, in base al quale gli uomini si fanno un giudizio sulla efficacia e sulla verità del messaggio cristiano. Con la vita e con la parola, uniti ai religiosi e ai loro fedeli, dimostrino che la Chiesa, già con la sola sua presenza, con tutti i doni che contiene, è sorgente inesauribile di quelle forze di cui ha assoluto bisogno il mondo moderno.

Con lo studio assiduo si rendano capaci di assumere la propria responsabilità nel dialogo col mondo e con gli uomini di qualsiasi opinione.

Soprattutto però abbiano in mente le parole di questo Concilio: « Siccome oggi l'umanità va sempre più organizzandosi in unità civile, economica e sociale, è tanto più necessario che i sacerdoti, unendo sforzi e mezzi sotto la guida dei vescovi e del sommo Pontefice, eliminino ogni motivo di dispersione, affinché tutto il genere umano sia ricondotto all'unità della famiglia di Dio » (99).

Benché la Chiesa, per la virtù dello Spirito Santo, sia rimasta la sposa fedele del suo Signore e non abbia mai cessato di essere segno di salvezza nel mondo, essa tuttavia non ignora affatto che tra i suoi membri sia chierici che laici (100), nel corso della sua lunga storia, non sono mancati di quelli che non furono fedeli allo Spirito di Dio.

E anche ai nostri giorni sa bene la Chiesa quanto distanti siano tra loro il messaggio ch'essa reca e l'umana debolezza di coloro cui è affidato il Vangelo. Qualunque sia il giudizio che la storia dà di tali difetti, noi dobbiamo esserne consapevoli e combatterli con forza, perché non ne abbia danno la diffusione del Vangelo. Così pure la Chiesa sa bene quanto essa debba continuamente maturare imparando dall'esperienza di secoli, nel modo di realizzare i suoi rapporti col mondo.

Guidata dallo Spirito Santo, la madre Chiesa non si stancherà di «esortare i suoi figli a purificarsi e a rinnovarsi, perché il segno di Cristo risplenda ancor più chiaramente sul volto della Chiesa» (101).
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Evento storico: il Papa "nello spazio"

Il Papa è ora giunto anche nello spazio! La storia è scritta nel primo pomeriggio, verso le 13, quando Papa Benedetto XVI ha instaurato un dialogo video con gli astronauti Stazione spaziale internazionale. E' stato un momento storico che ha visto l'umanità e la curiosità del Santo Padre che ha rivolto ben cinque domande agli astronauti, alcune molto belle, condite da alcune riflessioni altrettanto belle perchè semplici come quella in cui ricorda come la terra da lassù è una e che dunque sono assurde le guerre che la dividono. Un pensiero semplice, ma meraviglioso perchè veramente dallo spazio sembra tutto così unito, stretto, collegato quasi come se fosse una cosa sola: invece, viviamo separati, ci uccidiamo, ci odiamo, ci maltrattiamo e fomentiamo guerre, sconti, orrori umani. L'umanità può essere una meravigliosa famiglia che vive in un meraviglioso pianeta: purtroppo il male non permette questa semplicità e semina l'assurda divisione che porta sofferenza, dolore e fame (di cibo, ma soprattutto di giustizia). Il servizio che segue è tratto da Radio Vaticana e ci mostra alcune parti dell'incontro storico tra il Papa e gli astronauti nello spazio: 

L’appuntamento straordinario è stato trasmesso dai media vaticani anche in streaming e sulla rete della Nasa, tramite la Nasa-tv. Il servizio di Fausta Speranza:

(parole di apertura collegamento con la stazione spaziale)

Siamo al centro di un’operazione scientifico-tecnologica, ma a prevalere è l’emozione fin dai primi istanti. Parole dalla Stazione spaziale e parole dalla Sala Foconi, in Vaticano, dove il Papa è seduto davanti alla tv, stabiliscono lo straordinario contatto. Parlano il direttore dell’Agenzia Spaziale europea, il tedesco Thomas Reiter, e quello dell’Agenzia spaziale italiana, Enrico Saggese. Poi, il russo capo della Missione, Dimitri Kontradieff, che dice: “benvenuto a bordo Sua Santità”. Il Papa ascolta informazioni sulla posizione della Stazione in cui sono, su movimenti e finalità della missione. E quando prende la parola, subito parla di “occasione straordinaria” e va al cuore di tutti i possibili discorsi:

Humanity is experiencing a period of extremely rapid progress in the fields of scientific knowledge and technical applications…

L’umanità - dice - sta attraversando un periodo di progresso estremamente rapido nel campo delle conoscenze scientifiche e delle applicazioni tecniche. “In un certo senso voi astronauti - osserva - rappresentate la sperimentazione del futuro, l’andare oltre i limiti che viviamo ora nel quotidiano”. Parole di “apprezzamento e ammirazione” e poi di “sentito incoraggiamento”. E poi parole che indicano la finalità che ogni conoscenza e scienza deve proporsi: “Essere a disposizione di tutta l’umanità e del bene comune”.

Ma il Papa che parla nello Spazio e che ribadisce che l’uomo deve essere al centro di tutto, è anche il Papa che candidamente dice: “Vi chiamo perché sono curioso di sapere da voi esperienze e riflessioni”. E’ il Papa che sceglie di non fare solo un discorso, ma di fare domande:

…how science can contribute to the cause of peace?”…

Come può la scienza contribuire alla causa della pace? Benedetto XVI fa la sua domanda riflettendo su quanto debba sembrare assurdo, vedendo la terra da così lontano, pensare che gli uomini si uccidano gli uni gli altri. E, a questo proposito, la prima notazione personale: ricorda che la moglie di uno degli astronauti, lo statunitense Mark Kelly, è stata vittima di un attacco e spera che le sue condizioni migliorino. L’astronauta stesso risponde:

“We fly over most of the world and you don’t see borders, but at the same time we realize that people fight with each other and there is a lot of violence in this world and it’s really an unfortunate thing.

“Non vediamo confini da qui, ma sappiamo che ci sono le guerre in Medio Oriente e le difficoltà in Nord Africa. Molte delle guerre sono per l’energia e noi qui viviamo una situazione, invece, in cui l’energia non manca. Dobbiamo capire come evitare le guerre”.

Il Papa, oltre a sentire gli astronauti, li vede sullo schermo. Mentre gli astronauti lo sentono solo, non hanno video. Contribuisce a creare l’emozione di una situazione così particolare il ritardo di circa 5 secondi sul suono.

Benedetto XVI ricorda che ci sono seri rischi per l’ambiente e per la sopravvivenza del Pianeta e delle future generazioni e chiede se - vista dallo spazio - la nostra terra fa più pensare ai possibili danni.

We can see how indescribably beautiful the planet that we have been given is; but on the other hand, we can really clearly see how fragile it is”.

Risponde Ron Garan che dice che si vede con evidenza, da laggiù, la bellezza della terra, ma anche la fragilità, per esempio in particolare nell’atmosfera. E dunque si capisce che tutti, ma proprio tutti, dobbiamo collaborare per il bene del Pianeta.

Poi una domanda precisa sulla responsabilità di chi, tornando da una missione spaziale, viene visto come eroe e parla a tutti e – sottolinea Benedetto XVI – in particolare ai giovani così influenzati da esperienze simili e scoperte:

“If we look up, we can see the rest of the universe, and the rest of the Universe is out there for us to go explore”.

Mike Finchke risponde che c’è un universo da esplorare e che da lì è ancora più evidente che si deve farlo insieme, perché insieme si vive il Pianeta che ospita l’umanità.

Benedetto XVI ricorda l’impegno attuale per “nuove istallazioni e lo studio delle radiazioni che giungono dagli spazi più lontani” e ricorda di aver consegnato all’astronauta Roberto Vittori la medaglia d’argento raffigurante la creazione dell’uomo di Michelangelo da portare in questa importante missione. E la medaglia viene mostrata con simpatia, viene fatta aleggiare nella Stazione in assenza di gravità, e c’è un entusiasmo quasi giovanile durante il collegamento!  Sappiamo che la medaglia sarà riportata a Benedetto XVI.

Poi c’è la domanda delicata su Dio, che Benedetto XVI pone in modo estremamente delicato. Nel mezzo del vostro lavoro nello spazio - dice - vi fermate a riflettere sul mistero e vi capita di dire una preghiera al Creatore? O è più facile riflettere su tutto ciò una volta tornati sulla terra?

“Our planet, the blue planet, is beautiful. Blue is the colour of our planet, blue is the colour of the sky, blue is also the colour of the Italian Air Force, the organization that gave me the opportunity to then join the Italian Space Agency and the European Space Agency”.

Risponde Roberto Vittori: parla della bellezza del cielo e dell’universo, ma anche del blu che è il colore del cielo e dell’Aeronautica Italiana.

Poi parla a titolo personale:
I do pray for me” “Io - dice - in questo contesto prego”.

Poi un pensiero alla personale esperienza di uno dei due astronauti italiani, Paolo Nespoli, che al suo ritorno non troverà più in vita sua madre:

Caro Paolo, so che nei giorni scorsi la tua mamma ti ha lasciato e quando fra pochi giorni tornerai a casa non la troverai più ad aspettarti. Tutti ti siamo stati vicini, anche io ho pregato per lei… Come hai vissuto questo tempo di dolore? Nella vostra Stazione vi sentite lontani e isolati e soffrite un senso di separazione o vi sentite uniti fra voi, inseriti in una comunità che vi accompagna con attenzione e affetto?”.

Nespoli risponde al Papa che i compagni a bordo e le persone a casa hanno assicurato vicinanza:

Santo Padre, ho sentito le sue preghiere, le vostre preghiere arrivare fin quassù. E’ vero, siamo fuori da questo mondo, orbitiamo attorno alla terra e abbiamo un punto di vantaggio per guardare la terra e per sentire tutto quello che ci sta attorno. Ringrazio anche l’Agenzia Spaziale Europea, l’Agenzia Spaziale Americana che hanno messo a disposizione le risorse affinché io abbia potuto parlare con lei negli ultimi momenti”.

In questo straordinario e finora unico collegamento del Papa con una Stazione spaziale in orbita, Benedetto XVI esprime con tutta l’altezza del suo magistero riflessioni fondamentali, ma si lascia anche percepire nella sua semplice dimensione di uomo, che incontra altri uomini nell’immensità dello Spazio e che fa domande a chi la scienza ha portato a 400 Km al di sopra della terra. Insieme con la medaglia, i capelli lunghi dell’unica donna a bordo e un oggetto di metallo che lasciano volteggiare in assenza di gravità, anche alcuni degli stessi astronauti si lasciano andare verso l’alto, in assenza di gravità. Sono il segno simpatico di una situazione eccezionale, che strappa al Papa un bel sorriso.

“You have helped me and many other people to reflect together on important issues that regard the future of humanity”.

Nel suo saluto finale dice con toccante semplicità: “Avete aiutato il Papa così come hanno aiutato tutti gli altri a riflettere su importanti questioni che riguardano il futuro dell’umanità”. E assicurando pensieri e preghiere a tutti i partecipanti alla missione, ci sentiamo di dire che Benedetto XVI benedice l’umanità e il suo futuro, con parole che oggi arrivano in modo particolarissimo dal cuore del Papa fino ai satelliti in orbita negli spazi infiniti.
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venerdì 20 maggio 2011

Noi ricordiamo - III appuntamento

Torna il breve appuntamento per non dimenticare. Il documento si sofferma oggi sull'ideologia nazionalsocialista che è all'origine dell'orrore conosciuto con il termine Shoah. Fa rabbrividere il pensiero che un'ideologia così distorta, macabra e orrenda sia riuscita, non solo ad esser partorita da una mente umana, ma persino a diffondersi in una nazione intera che sembrava quasi aver perso il lume dell'umanità. L'odio antisemita e l'odio antigiudaista hanno divampato un incendo di proporzioni gigantesche nel cuore dell'umanità intera e tutti noi dobbiamo lottare affinché simili pensieri non si diffondano più tra gli uomini: 

IV. Antisemitismo nazista e la Shoah

Non si può ignorare la differenza che esiste tra l'antisemitismo, basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l'unità del genere umano e l'uguale dignità di tutte le razze e di tutti i popoli, ed i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali, purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli.

L'ideologia nazionalsocialista andò anche oltre, nel senso che rifiutò di riconoscere qualsiasi realtà trascendente quale fonte della vita e criterio del bene morale. Di conseguenza, un gruppo umano, e lo Stato con il quale esso si era identificato, si arrogò un valore assoluto e decise di cancellare l'esistenza stessa del popolo ebraico, popolo chiamato a rendere testimonianza all'unico Dio e alla Legge dell'Alleanza. A livello teologico non possiamo ignorare il fatto che non pochi aderenti al partito nazista non solo mostrarono avversione all'idea di una divina Provvidenza all'opera nelle vicende umane, ma diedero pure prova di un preciso odio nei confronti di Dio stesso. Logicamente, un simile atteggiamento condusse pure al rigetto del cristianesimo, e al desiderio di vedere distrutta la Chiesa o per lo meno sottomessa agli interessi dello Stato nazista.

Fu questa ideologia estrema che divenne la base delle misure intraprese, prima per sradicare gli ebrei dalle loro case e poi per sterminarli. La Shoah fu l'opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo aveva le proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i propri scopi, non esitò ad opporsi alla Chiesa perseguitandone pure i membri.

Ma ci si deve chiedere se la persecuzione del nazismo nei confronti degli ebrei non sia stata facilitata dai pregiudizi antigiudaici presenti nelle menti e nei cuori di alcuni cristiani. Il sentimento antigiudaico rese forse i cristiani meno sensibili, o perfino indifferenti, alle persecuzioni lanciate contro gli ebrei dal nazionalsocialismo quando raggiunse il potere?

Ogni risposta a questa domanda deve tener conto del fatto che stiamo trattando della storia di atteggiamenti e modi di pensare di gente soggetta a molteplici influenze. Ancor più, molti furono totalmente ignari della « soluzione finale » che stava per essere presa contro un intero popolo; altri ebbero paura per se stessi e per i loro cari; alcuni trassero vantaggio dalla situazione; altri infine furono mossi dall'invidia. Una risposta va data caso per caso e, per farlo, è necessario conoscere ciò che precisamente motivò le persone in una specifica situazione.

All'inizio, i capi del Terzo Reich cercarono di espellere gli ebrei. Sfortunatamente, i Governi di alcuni Paesi occidentali di tradizione cristiana, inclusi alcuni del Nord e Sud America, furono più che esitanti ad aprire i loro confini agli ebrei perseguitati. Anche se non potevano prevedere quanto lontano sarebbero andati i gerarchi nazisti nelle loro intenzioni criminali, i capi di tali nazioni erano a conoscenza delle difficoltà e dei pericoli a cui erano esposti gli ebrei che vivevano nei territori del Terzo Reich. In quelle circostanze, la chiusura delle frontiere all'immigrazione ebraica, sia che fosse dovuta all'ostilità antigiudaica o al sospetto antigiudaico, a codardia o limitatezza di visione politica o a egoismo nazionale, costituisce un grave peso di coscienza per le autorità in questione.

Nelle terre dove il nazismo intraprese la deportazione di massa, la brutalità che accompagnò questi movimenti forzati di gente inerme, avrebbe dovuto suscitare il sospetto del peggio. I cristiani offrirono ogni possibile assistenza ai perseguitati, e in particolare agli ebrei?

Molti lo fecero, ma altri no. Coloro che aiutarono a salvare quanti più ebrei fu loro possibile, sino al punto di mettere le loro vite in pericolo mortale, non devono essere dimenticati. Durante e dopo la guerra, comunità e personalità ebraiche espressero la loro gratitudine per quanto era stato fatto per loro, compreso anche ciò che Pio XII aveva fatto personalmente o attraverso suoi rappresentanti per salvare centinaia di migliaia di vite di ebrei.(16) Molti Vescovi, preti, religiosi e laici, sono stati per tale ragione onorati dallo Stato di Israele.

Nonostante ciò, come Papa Giovanni Paolo II ha riconosciuto, accanto a tali coraggiosi uomini e donne, la resistenza spirituale e l'azione concreta di altri cristiani non fu quella che ci si sarebbe potuto aspettare da discepoli di Cristo. Non possiamo conoscere quanti cristiani in paesi occupati o governati dalle potenze naziste o dai loro alleati, constatarono con orrore la scomparsa dei loro vicini ebrei, ma non furono tuttavia forti abbastanza per alzare le loro voci di protesta. Per i cristiani questo grave peso di coscienza di loro fratelli e sorelle durante l'ultima guerra mondiale deve essere un richiamo al pentimento.(17)

Deploriamo profondamente gli errori e le colpe di questi figli e figlie della Chiesa. Facciamo nostro ciò che disse il Concilio Vaticano II con la Dichiarazione Nostra aetate, che inequivocabilmente afferma: « La Chiesa... memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque ».(18)

Ricordiamo e facciamo nostro quanto Papa Giovanni Paolo II, nel rivolgersi ai capi della comunità ebraica di Strasburgo nel 1988 affermò: « Ribadisco nuovamente insieme con voi la più ferma condanna di ogni antisemitismo e di ogni razzismo, che si oppongono ai principi del cristianesimo ».(19) La Chiesa cattolica, pertanto, ripudia ogni persecuzione, in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, perpetrata contro un popolo o un gruppo umano. Essa condanna nel modo più fermo tutte le forme di genocidio, come pure le ideologie razziste che l'hanno reso possibile. Volgendo lo sguardo su questo secolo, siamo profondamente addolorati per la violenza che ha colpito gruppi interi di popoli e di nazioni. Ricordiamo in modo particolare il massacro degli armeni, le vittime innumerevoli nell'Ucraina degli anni '30, il genocidio degli zingari, frutto anch'esso di idee razziste, e tragedie simili accadute in America, in Africa e nei Balcani. Né vogliamo dimenticare i milioni di vittime dell'ideologia totalitaria nell'Unione Sovietica, in Cina, in Cambogia ed altrove. Neppure possiamo dimenticare il dramma del Medio Oriente, i cui termini sono ben noti. Anche mentre noi facciamo la presente riflessione, « troppi uomini continuano ad essere vittime dei propri fratelli ».(20)

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Discorso di Papa Benedetto XVI

Pubblichiamo il discorso integrale pronunciato da Papa Benedetto XVI alla Comunità della Pontificia Facoltà Teologica "Teresianum" di Roma: è un discorso molto riflessivo che tocca diversi temi, mostrandoci  la testimonianza di Santa Teresa di Gesù Bambino e raccomandandoci la direzione spirituale per un vero cammino di fede:

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
ALLA COMUNITÀ DELLA PONTIFICIA FACOLTÀ TEOLOGICA
"TERESIANUM" DI ROMA

Sala Clementina
 Giovedì, 19 maggio 2011

Cari Fratelli e Sorelle!

Sono lieto di incontrarvi e di unirmi a voi nel rendimento di grazie al Signore per i 75 anni della Pontificia Facoltà Teologica Teresianum. Saluto cordialmente il Gran Cancelliere, Padre Saverio Cannistrà, Preposito Generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, e lo ringrazio per le belle espressioni che mi ha rivolto; con lui accolgo molto volentieri i Padri della Casa Generalizia. Saluto il Preside, Padre Aniano Álvarez-Suárez, le Autorità accademiche e l’intero corpo docente del Teresianum, e con affetto saluto voi, cari studenti, Carmelitani Scalzi, religiosi e religiose di diversi Ordini, sacerdoti e seminaristi. Sono passati, dunque, tre quarti di secolo da quel 16 luglio 1935, memoria liturgica della Beata Vergine del Monte Carmelo, in cui l’allora Collegio Internazionale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi nell’Urbe fu eretto a Facoltà Teologica. Fin dall’inizio essa si orientò ad approfondire la teologia spirituale nel quadro della questione antropologica. Nel corso degli anni, venne poi a costituirsi l’Istituto di Spiritualità, che assieme alla Facoltà Teologica compone il polo accademico che va sotto il nome di Teresianum.

Considerando con sguardo retrospettivo la storia di questa Istituzione, vogliamo lodare il Signore per le meraviglie che ha compiuto in essa e, attraverso di essa, nei tanti studenti che l’hanno frequentata. Anzitutto, perché far parte di tale comunità accademica costituisce una peculiare esperienza ecclesiale, avvalorata da tutta la ricchezza di una grande famiglia spirituale qual è l’Ordine dei Carmelitani Scalzi. Pensiamo al vasto movimento di rinnovamento originato nella Chiesa dalla testimonianza dei santi Teresa di Gesù e Giovanni della Croce. Esso suscitò quel riaccendersi di ideali e di fervori di vita contemplativa che nel sedicesimo secolo ha, per così dire, infiammato l’Europa e il mondo intero. Cari studenti, sulla scia di questo carisma si colloca anche il vostro lavoro di approfondimento antropologico e teologico, il compito di penetrare il mistero di Cristo, con quella intelligenza del cuore che è insieme un conoscere e un amare; ciò esige che Gesù sia posto al centro di tutto, dei vostri affetti e pensieri, del vostro tempo di preghiera, di studio e di azione, di tutto il vostro vivere. Lui è la Parola, il “libro vivente”, come lo è stato per santa Teresa d’Avila, che affermava: “per apprendere la verità non ebbi altro libro che Dio” (Vita 26,5). Auguro a ciascuno di voi di poter dire con san Paolo: “Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore” (Fil 3,8).

A tale proposito, vorrei richiamare la descrizione che santa Teresa fa dell’esperienza interiore della conversione, così come lei stessa la visse un giorno davanti al Crocifisso. Scrive: “Appena lo guardai… fu così grande il dolore che provai, la pena dell’ingratitudine con la quale rispondevo al suo amore che mi parve che il cuore mi si spezzasse. Mi gettai ai suoi piedi tutta in lacrime e lo supplicai di farmi la grazia di non offenderlo più” (Autobiografia 9,1). Con lo stesso impeto, la Santa sembra chiedere anche a noi: come restare indifferenti a tanto amore? Come ignorare Colui che ci ha amato con una misericordia così grande? L’amore del Redentore merita tutta l’attenzione del cuore e della mente, e può attivare anche in noi quel mirabile circolo in cui amore e conoscenza si alimentano reciprocamente. Durante i vostri studi teologici, tenete sempre lo sguardo rivolto al motivo ultimo per cui li avete intrapresi, cioè a quel Gesù che “ci ha amato e ha dato la sua vita per noi” (cfr 1Gv 3,16). Siate consapevoli che questi anni di studio sono un dono prezioso della Provvidenza divina; dono che va accolto con fede e vissuto diligentemente, come una irripetibile opportunità per crescere nella conoscenza del mistero di Cristo.

Grande importanza riveste, nel contesto attuale, lo studio approfondito della spiritualità cristiana a partire dai suoi presupposti antropologici. La specifica preparazione che esso fornisce è certamente importante perché rende idonei e abilita all’insegnamento di questa disciplina, ma costituisce una grazia ancor più grande per il bagaglio sapienziale che porta con sé in ordine al delicato compito della direzione spirituale. Come non ha mai smesso di fare, ancora oggi la Chiesa continua a raccomandare la pratica della direzione spirituale, non solo a quanti desiderano seguire il Signore da vicino, ma ad ogni cristiano che voglia vivere con responsabilità il proprio Battesimo, cioè la vita nuova in Cristo. Ognuno, infatti, e in modo particolare quanti hanno accolto la chiamata divina ad una sequela più prossima, necessita di essere accompagnato personalmente da una guida sicura nella dottrina ed esperta nelle cose di Dio; essa può aiutare a guardarsi da facili soggettivismi, mettendo a disposizione il proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze vissute nella sequela di Gesù. Si tratta di instaurare quello stesso rapporto personale che il Signore aveva con i suoi discepoli, quello speciale legame con cui Egli li ha condotti, dietro di sé, ad abbracciare la volontà del Padre (cfr Lc 22,42), ad abbracciare, cioè, la croce. Anche voi, cari amici, nella misura in cui sarete chiamati a questo insostituibile compito, fate tesoro di quanto avete appreso in questi anni di studio, per accompagnare quanti la provvidenza divina vi affiderà, aiutandoli nel discernimento degli spiriti e nella capacità di assecondare le mozioni dello Spirito Santo, con l’obiettivo di condurli alla pienezza della grazia, “fino a raggiungere - come dice san Paolo - la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,13).

Cari amici, voi provenite dalle più diverse parti del mondo. Qui a Roma il vostro cuore e la vostra intelligenza sono provocati ad aprirsi alla dimensione universale della Chiesa, sono stimolati a sentire cum Ecclesia, in profonda sintonia con il Successore di Pietro. Vi esorto, pertanto, a vivere una sempre maggiore e più appassionata capacità di amare e di servire la Chiesa. In questo tempo pasquale, chiediamo al Signore Risorto il dono del suo Spirito, e lo chiediamo sostenuti dalla preghiera della Vergine Maria; Ella, che nel Cenacolo ha invocato con gli Apostoli il Paraclito, vi ottenga il dono della sapienza del cuore e attiri una rinnovata effusione di doni celesti per il futuro che vi attende. Per intercessione della Madre di Dio e dei santi Teresa di Gesù e Giovanni della Croce, imparto di cuore alla comunità del Teresianum e all’intera Famiglia carmelitana la Benedizione Apostolica.

Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
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giovedì 19 maggio 2011

"Educare i giovani alla giustizia e alla pace"

La Chiesa punta ancora una volta sui giovani, speranza per le future generazioni ed è per questi motivi che il tema scelto per la prossima Giornata mondiale della Pace è incentrato sull'educazione dei giovani alla pace e alla giustizia.


Da: Radio Vaticana

“Educare i giovani alla giustizia e alla pace”: è il tema scelto dal Papa per la Giornata mondiale della Pace 2012


“Educare i giovani alla giustizia e alla pace” è il tema scelto da Benedetto XVI per la Giornata mondiale della Pace del prossimo primo gennaio 2012. Il tema, sottolinea un comunicato del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, “entra nel vivo di una questione urgente nel mondo di oggi: ascoltare e valorizzare le nuove generazioni nella realizzazione del bene comune e nell’affermazione di un ordine sociale giusto e pacifico dove possano essere pienamente espressi e realizzati i diritti e le libertà fondamentali dell’uomo”.

“Risulta quindi un dovere delle presenti generazioni – prosegue il comunicato – quello di porre le future nelle condizioni di esprimere in maniera libera e responsabile l’urgenza per un ‘mondo nuovo’”. La Chiesa, si legge ancora nella nota, “accoglie i giovani e le loro istanze come il segno di una sempre promettente primavera ed indica loro Gesù come modello di amore che rende ‘nuove tutte le cose’” (Ap 21,5). I responsabili della cosa pubblica, sottolinea inoltre il dicastero Giustizia e Pace, “sono chiamati ad operare affinché istituzioni, leggi e ambienti di vita siano pervasi da umanesimo trascendente che offra alle nuove generazioni opportunità di piena realizzazione e lavoro per costruire la civiltà dell’amore fraterno coerente alle più profonde esigenze di verità, di libertà, di amore e di giustizia dell’uomo”.

Di qui, conclude la nota, “la dimensione profetica del tema scelto dal Santo Padre, che si inserisce nel solco della ‘pedagogia della pace’ tracciato da Giovanni Paolo II. I giovani dovranno essere operatori di giustizia e di pace in un mondo complesso e globalizzato. Ciò rende necessaria una nuova ‘alleanza pedagogica’ di tutti i soggetti responsabili”.
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mercoledì 18 maggio 2011

Carità e Verità: Caritas in Veritate - XXIII

Continuiamo la lettura della nuova Enciclica di Papa Benedetto XVI "Caritas in veritate". Continuiamo la lettura del capitolo cinque relativo alla collaborazione della "famiglia umana". Oggi vediamo come fanno parte di questa famiglia non solo i credenti, ma tutti gli uomini di buona volontà, siano essi credenti, non credenti o appartenenti ad altre religioni. Questo significa che tutti dobbiamo collaborare per creare un mondo solidale e pacifico e soprattutto per creare una vera famiglia umana; particolare importante diventa il rispetto del principio di sussidiarietà:

CAPITOLO QUINTO

LA COLLABORAZIONE
 DELLA FAMIGLIA UMANA

55. La rivelazione cristiana sull'unità del genere umano presuppone un'interpretazione metafisica dell'humanum in cui la relazionalità è elemento essenziale. Anche altre culture e altre religioni insegnano la fratellanza e la pace e, quindi, sono di grande importanza per lo sviluppo umano integrale. Non mancano, però, atteggiamenti religiosi e culturali in cui non si assume pienamente il principio dell'amore e della verità e si finisce così per frenare il vero sviluppo umano o addirittura per impedirlo. Il mondo di oggi è attraversato da alcune culture a sfondo religioso, che non impegnano l'uomo alla comunione, ma lo isolano nella ricerca del benessere individuale, limitandosi a gratificarne le attese psicologiche. Anche una certa proliferazione di percorsi religiosi di piccoli gruppi o addirittura di singole persone, e il sincretismo religioso possono essere fattori di dispersione e di disimpegno. Un possibile effetto negativo del processo di globalizzazione è la tendenza a favorire tale sincretismo [132], alimentando forme di “religione” che estraniano le persone le une dalle altre anziché farle incontrare e le allontanano dalla realtà. Contemporaneamente, permangono talora retaggi culturali e religiosi che ingessano la società in caste sociali statiche, in credenze magiche irrispettose della dignità della persona, in atteggiamenti di soggezione a forze occulte. In questi contesti, l'amore e la verità trovano difficoltà ad affermarsi, con danno per l'autentico sviluppo.

Per questo motivo, se è vero, da un lato, che lo sviluppo ha bisogno delle religioni e delle culture dei diversi popoli, resta pure vero, dall'altro, che è necessario un adeguato discernimento. La libertà religiosa non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali [133]. Il discernimento circa il contributo delle culture e delle religioni si rende necessario per la costruzione della comunità sociale nel rispetto del bene comune soprattutto per chi esercita il potere politico. Tale discernimento dovrà basarsi sul criterio della carità e della verità. Siccome è in gioco lo sviluppo delle persone e dei popoli, esso terrà conto della possibilità di emancipazione e di inclusione nell'ottica di una comunità umana veramente universale. « Tutto l'uomo e tutti gli uomini » è criterio per valutare anche le culture e le religioni. Il Cristianesimo, religione del « Dio dal volto umano » [134], porta in se stesso un simile criterio.

56. La religione cristiana e le altre religioni possono dare il loro apporto allo sviluppo solo se Dio trova un posto anche nella sfera pubblica, con specifico riferimento alle dimensioni culturale, sociale, economica e, in particolare, politica. La dottrina sociale della Chiesa è nata per rivendicare questo « statuto di cittadinanza » [135] della religione cristiana. La negazione del diritto a professare pubblicamente la propria religione e ad operare perché le verità della fede informino di sé anche la vita pubblica comporta conseguenze negative sul vero sviluppo. L'esclusione della religione dall'ambito pubblico come, per altro verso, il fondamentalismo religioso, impediscono l'incontro tra le persone e la loro collaborazione per il progresso dell'umanità. La vita pubblica si impoverisce di motivazioni e la politica assume un volto opprimente e aggressivo. I diritti umani rischiano di non essere rispettati o perché vengono privati del loro fondamento trascendente o perché non viene riconosciuta la libertà personale. Nel laicismo e nel fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo fecondo e di una proficua collaborazione tra la ragione e la fede religiosa. La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi onnipotente. A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano. La rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell'umanità.

57. Il dialogo fecondo tra fede e ragione non può che rendere più efficace l'opera della carità nel sociale e costituisce la cornice più appropriata per incentivare la collaborazione fraterna tra credenti e non credenti nella condivisa prospettiva di lavorare per la giustizia e la pace dell'umanità. Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes i Padri conciliari affermavano: « Credenti e non credenti sono generalmente d'accordo nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice » [136]. Per i credenti, il mondo non è frutto del caso né della necessità, ma di un progetto di Dio. Nasce di qui il dovere che i credenti hanno di unire i loro sforzi con tutti gli uomini e le donne di buona volontà di altre religioni o non credenti, affinché questo nostro mondo corrisponda effettivamente al progetto divino: vivere come una famiglia, sotto lo sguardo del Creatore. Manifestazione particolare della carità e criterio guida per la collaborazione fraterna di credenti e non credenti è senz'altro il principio di sussidiarietà [137], espressione dell'inalienabile libertà umana. La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l'autonomia dei corpi intermedi. Tale aiuto viene offerto quando la persona e i soggetti sociali non riescono a fare da sé e implica sempre finalità emancipatrici, perché favorisce la libertà e la partecipazione in quanto assunzione di responsabilità. La sussidiarietà rispetta la dignità della persona, nella quale vede un soggetto sempre capace di dare qualcosa agli altri. Riconoscendo nella reciprocità l'intima costituzione dell'essere umano, la sussidiarietà è l'antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista. Essa può dar conto sia della molteplice articolazione dei piani e quindi della pluralità dei soggetti, sia di un loro coordinamento. Si tratta quindi di un principio particolarmente adatto a governare la globalizzazione e a orientarla verso un vero sviluppo umano. Per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico, il governo della globalizzazione deve essere di tipo sussidiario, articolato su più livelli e su piani diversi, che collaborino reciprocamente. La globalizzazione ha certo bisogno di autorità, in quanto pone il problema di un bene comune globale da perseguire; tale autorità, però, dovrà essere organizzata in modo sussidiario e poliarchico [138], sia per non ledere la libertà sia per risultare concretamente efficace.

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