lunedì 19 dicembre 2011

Il Papa all’Azione Cattolica Ragazzi: l’amicizia con Gesù non vi deluderà mai

Da: Radio Vaticana


La gioia dell’amicizia con il Signore è stata al centro dell’udienza di Benedetto XVI a una delegazione dell’Acr, l’Azione Cattolica Italiana Ragazzi, ricevuta in Vaticano per gli auguri natalizi. Il Papa ha invitato i giovani del sodalizio cattolico a portare anche ai loro coetanei la bellezza del Vangelo e li ha incoraggiati a impegnarsi con generosità in favore dei bambini meno fortunati. Il servizio di Alessandro Gisotti:

(Canti natalizi)

Clima festoso nella Sala del Concistoro per l’udienza del Papa ai bambini e ragazzi dell’Azione Cattolica, che hanno voluto esprimere tutto il loro affetto al Santo Padre. Per tutti, ha parlato Gilda Gallucci, una bambina della diocesi di Avellino:
“Oggi siamo qui, nella tua casa, insieme ai nostri educatori per rivolgerti gli auguri di Natale di tutta l’Azione Cattolica, che ha scelto proprio noi bambini e ragazzi a rappresentarla. È davvero un momento unico e bello per tutti noi e ti chiediamo di perdonare la nostra emozione e la nostra confusione allegra”.
Il Papa ha innanzitutto voluto salutare con affetto mons. Domenico Sigalini, assistente ecclesiastico di Azione Cattolica, ritornato ai suoi impegni dopo un grave incidente:
“Sono particolarmente felice che il nostro vescovo, mons. Sigalini, è tornato. Era caduto, come sapete, molto ammalato, ma il Signore ha bisogno di lui e così, grazie per il suo ritorno!”.
Nel suo discorso, il Papa si è soffermato sul tema di quest’anno dell’Azione Cattolica – “Alzati, ti chiama” – per condividere con i giovani del sodalizio una riflessione sulla bellezza dell’amicizia con il Signore. L’"alzati" che Gesù rivolge a Bartimeo, ha detto, può ricordare l’invito che ogni mattina i genitori rivolgono ai figli per andare a scuola. A volte, ha riconosciuto il Pontefice, non è così facile ascoltare e rispondere:
“Io non vi invito solo ad essere pronti, ma a vedere che dentro questa parola quotidiana c’è una chiamata di Qualcun’altro che vi vuole bene, c’è una chiamata di Dio alla vita, ad essere ragazzi e ragazze cristiani, ad iniziare un nuovo giorno che è un suo grande dono per incontrare tanti amici, come siete voi, per imparare, per fare del bene e anche per dire a Gesù: grazie per tutto quello che mi dai”.
“Al mattino, quando vi alzate – ha soggiunto il Papa – ricordatevi anche del grande Amico che è Gesù con una preghiera. Spero lo facciate tutti i giorni!”. Ha così invitato i ragazzi ad essere sempre attenti al grande dono della vita, ad apprezzarlo e a chiedere al Signore di dare “una vita gioiosa ad ogni ragazzo e ragazza del mondo”, affinché siano sempre rispettati e non manchi loro “il necessario per vivere”. Ha poi rivolto il pensiero all’amicizia con Gesù che accompagna i giovani nel cammino della loro vita:
“Cari ragazzi e ragazze dell’Acr, rispondete con generosità al Signore che vi chiama alla sua amicizia: non vi deluderà mai! Vi potrà chiamare ad essere un dono di amore ad una persona per formare una famiglia, o vi potrà chiamare a fare della vostra vita un dono a Lui e agli altri come sacerdoti, religiose, missionari o missionarie”.
Il Papa non ha mancato di incoraggiare i ragazzi a impegnarsi in favore dei coetanei più bisognosi:
“Siate sempre sensibili verso chi ha bisogno di aiuto; fate come Gesù che non lasciava nessuno solo con i suoi problemi, ma lo accoglieva sempre, condivideva le sue difficoltà, lo aiutava e gli donava la forza e la pace di Dio”.
Quindi, ha esortato i ragazzi dell’Acr a portare ai loro coetanei l’invito del Signore a diventare suoi amici, a mostrare la bellezza della preghiera e dell’ascolto del Vangelo. Infine, un augurio speciale per il Natale ormai prossimo:
“Il Natale che vi auguro è questo: quando farete il presepio pensate che state dicendo a Gesù: vieni nella mia vita e io ti ascolterò sempre”.
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domenica 18 dicembre 2011

Toccante visita di Benedetto XVI nel carcere di Rebibbia. Il Papa ai detenuti: sono venuto a dirvi che Dio vi ama

Da: Radio Vaticana

Visitando stamani il carcere di Rebibbia, Benedetto XVI ha ricordato che "dovunque c’è un affamato, uno straniero, un ammalato, un carcerato, lì c’è Cristo stesso che attende la nostra visita e il nostro aiuto". Di seguito il testo del discorso del Santo Padre:

Cari fratelli e sorelle,

con grande gioia e commozione sono questa mattina in mezzo a voi, per una visita che ben si colloca a pochi giorni dalla celebrazione del Natale del Signore. Rivolgo un caloroso saluto a tutti, in particolare al Ministro della Giustizia, On. Paola Severino, e ai Cappellani, che ringrazio per le parole di benvenuto, rivoltemi anche a nome vostro. Saluto il Dott. Carmelo Cantone, Direttore della Casa Circondariale, e i collaboratori, la polizia penitenziaria e i volontari che si prodigano per le attività di questo Istituto. E saluto in modo speciale tutti voi, detenuti, manifestandovi la mia vicinanza.

«Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36). Queste sono le parole del giudizio finale, raccontato dall’evangelista Matteo, e queste parole del Signore nelle quali si identifica con i detenuti esprimono in pienezza il senso della mia visita odierna tra voi. Dovunque c’è un affamato, uno straniero, un ammalato, un carcerato, lì c’è Cristo stesso che attende la nostra visita e il nostro aiuto. È questa la ragione principale che mi rende felice di essere qui, per pregare, dialogare ed ascoltare. La Chiesa ha sempre annoverato, tra le opere di misericordia corporale, la visita ai carcerati (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2447). E questa, per essere completa, richiede una piena capacità di accoglienza del detenuto, «facendogli spazio nel proprio tempo, nella propria casa, nelle proprie amicizie, nelle proprie leggi, nelle proprie città» (cfr CEI, Evangelizzazione e testimonianza della carità, 39). Vorrei infatti potermi mettere in ascolto della vicenda personale di ciascuno, ma purtroppo non è possibile; sono venuto però a dirvi semplicemente che Dio vi ama di un amore infinito e siete sempre figli di Dio. E lo stesso unigenito Figlio di Dio, il Signore Gesù, ha fatto l’esperienza del carcere, è stato sottoposto a un giudizio davanti a un tribunale e ha subito la più feroce condanna alla pena capitale.

In occasione del mio recente viaggio apostolico in Benin, nel novembre scorso, ho firmato una Esortazione apostolica postsinodale in cui ho ribadito l’attenzione della Chiesa per la giustizia negli Stati, ho scritto: «È pertanto urgente che siano adottati sistemi giudiziari e carcerari indipendenti, per ristabilire la giustizia e rieducare i colpevoli. Occorre inoltre bandire i casi di errori della giustizia e i trattamenti cattivi dei prigionieri, le numerose occasioni di non applicazione della legge che corrispondono ad una violazione dei diritti umani e le incarcerazioni che non sfociano se non tardivamente o mai in un processo. La Chiesa riconosce la propria missione profetica di fronte a coloro che sono colpiti dalla criminalità e il loro bisogno di riconciliazione, di giustizia e di pace. I carcerati sono persone umane che meritano, nonostante il loro crimine, di essere trattati con rispetto e dignità. Hanno bisogno della nostra sollecitudine» (n. 83). Così in questo documento.

Cari fratelli e sorelle, la giustizia umana e quella divina sono molto diverse. Certo, gli uomini non sono in grado di applicare la giustizia divina, ma devono almeno guardare ad essa, cercare di cogliere lo spirito profondo che la anima, perché illumini anche la giustizia umana, per evitare – come purtroppo non di rado accade – che il detenuto divenga un escluso. Dio, infatti, è colui che proclama la giustizia con forza, ma che, al tempo stesso, cura le ferite con il balsamo della misericordia.

La parabola del vangelo di Matteo (20,1-16) sui lavoratori chiamati a giornata nella vigna ci fa capire in cosa consiste questa differenza tra la giustizia umana e quella divina, perché rende esplicito il delicato rapporto tra giustizia e misericordia. La parabola descrive un agricoltore che assume degli operai nella sua vigna. Lo fa però in diverse ore del giorno, così che qualcuno lavora tutto il giorno e qualcun altro solo un’ora. Al momento della consegna del compenso, il padrone suscita stupore e accende un dibattito tra gli operai. La questione riguarda la generosità - considerata dai presenti ingiustizia - del padrone della vigna, il quale decide di dare la stessa paga sia ai lavoratori del mattino sia agli ultimi del pomeriggio. Nell’ottica umana questa decisione è un’autentica ingiustizia, nell’ottica di Dio un atto di bontà, perché la giustizia divina dà a ciascuno il suo e, inoltre, comprende la misericordia e il perdono.

Giustizia e misericordia, giustizia e carità, cardini della dottrina sociale della Chiesa, sono due realtà differenti soltanto per noi uomini, che distinguiamo attentamente un atto giusto da un atto d’amore. Giusto per noi è “ciò che è all’altro dovuto”, mentre misericordioso è ciò che è donato per bontà. E una cosa sembra escludere l’altra. Ma per Dio non è così: in Lui giustizia e carità coincidono; non c’è un’azione giusta che non sia anche atto di misericordia e di perdono e, nello stesso tempo, non c’è un’azione misericordiosa che non sia perfettamente giusta.

Come è lontana la logica di Dio dalla nostra! E come è diverso dal nostro il suo modo di agire! Il Signore ci invita a cogliere e osservare il vero spirito della legge, per darle pieno compimento nell’amore verso chi è nel bisogno. «Pieno compimento della legge è l’amore», scrive san Paolo (Rm 13,10): la nostra giustizia sarà tanto più perfetta quanto più sarà animata dall’amore per Dio e per i fratelli.

Cari amici, il sistema di detenzione ruota intorno a due capisaldi, entrambi importanti: da un lato tutelare la società da eventuali minacce, dall’altro reintegrare chi ha sbagliato senza calpestarne la dignità ed e senza escluderlo dalla vita sociale. Entrambi questi aspetti hanno la loro rilevanza e sono protesi a non creare quell’«abisso» tra la realtà carceraria reale e quella pensata dalla legge, che prevede come elemento fondamentale la funzione rieducatrice della pena e il rispetto dei diritti e della dignità delle persone. La vita umana appartiene a Dio solo, che ce l’ha donata, e non è abbandonata alla mercé di nessuno, nemmeno al nostro libero arbitrio! Noi siamo chiamati a custodire la perla preziosa della vita nostra e di quella degli altri.

So che il sovraffollamento e il degrado delle carceri possono rendere ancora più amara la detenzione: mi sono giunte varie lettere di detenuti che lo sottolineano. E’ importante che le istituzioni promuovano un’attenta analisi della situazione carceraria oggi, verifichino le strutture, i mezzi, il personale, in modo che i detenuti non scontino mai una “doppia pena”; ed è importante promuovere uno sviluppo del sistema carcerario, che, pur nel rispetto della giustizia, sia sempre più adeguato alle esigenze della persona umana, con il ricorso anche alle pene non detentive o a modalità diverse di detenzione. 

Cari amici, oggi è la quarta domenica del tempo di Avvento. Il Natale del Signore, ormai vicino, riaccenda di speranza e di amore il vostro cuore. La nascita del Signore Gesù, di cui faremo memoria tra pochi giorni, ci ricorda la sua missione di portare la salvezza a tutti gli uomini, nessuno escluso. La sua salvezza non si impone, ma ci raggiunge attraverso gli atti d’amore, di misericordia e di perdono che noi stessi sappiamo realizzare. Il Bambino di Betlemme sarà felice quando tutti gli uomini torneranno a Dio con cuore rinnovato. Chiediamogli nel silenzio e nella preghiera di essere tutti liberati dalla prigionia del peccato, della superbia e dell’orgoglio: ciascuno infatti ha bisogno di uscire da questo carcere interiore per essere veramente libero dal male, dalle angosce e dalla morte. Solo quel Bambino adagiato nella mangiatoia è in grado di donare a tutti questa liberazione piena! 

Vorrei terminare dicendovi che la Chiesa sostiene e incoraggia ogni sforzo diretto a garantire a tutti una vita dignitosa. Siate sicuri che io sono vicino a ciascuno di voi, alle vostre famiglie, ai vostri bambini, ai vostri giovani, ai vostri anziani e vi porto tutti nel cuore davanti a Dio. Il Signore benedica voi e il vostro futuro!
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sabato 17 dicembre 2011

La visita del Papa a Rebibbia. Il ministro Severino: un segnale importante, tutelare i diritti umani nelle carceri

Segnaliamo oggi un articolo il cui tema deve starci molto a cuore. La realtà dei carcerati deve spingerci a contemplare la presenza di Gesù in ognuno di essi coi quali il Figlio di Dio si identifica. "Carcerato e siete venuto a trovarmi" sono le parole che debbono farci riscoprire la Misericordia di Dio verso tutti, in particolare verso i più bisognosi tra i quali vi sono i carcerati. Domani, come si legge dal titolo dell'articolo, il Santo Padre si recherà a Rebibbia. Un raggio di speranza si sta proiettando sulla questione "carceri". Qualcosa si sta muovendo, vediamo di cosa si tratta:


Articolo e immagini di: Radio Vaticana


Domani mattina il Papa compirà una visita pastorale presso la Casa Circondariale Nuovo Complesso di Rebibbia, a Roma. Alle 10, nella chiesa centrale del “Padre Nostro”, Benedetto XVI incontrerà i detenuti e risponderà alle loro domande. Proprio ieri il Consiglio dei ministri ha approvato il cosiddetto pacchetto "svuota-carceri", presentato dal ministro della Giustizia Paola Severino. Tra i primi effetti, l'uscita progressiva dal carcere di circa 3300 detenuti, che potranno scontare ai domiciliari gli ultimi 18 mesi di pena. Previsto un sistema di detenzione non carceraria ma domiciliare per pene fino a 4 anni. I provvedimenti dovrebbero far uscire gradualmente dalle sovraffollate carceri italiane oltre 25mila detenuti. Le nuove misure sono state prese proprio alla vigilia della storica visita di Benedetto XVI a Rebibbia. Una felice coincidenza, afferma - al microfono di Davide Dionisi - il Guardasigilli Paola Severino:


R. – Direi davvero felicissima! Il fatto che le più alte istituzioni dello Stato e quelle religiose si occupino così intensamente del tema della tutela dei diritti umani nelle carceri mi sembra un segnale di grandissima importanza. Naturalmente, quando parlo dei vertici non parlo di me, ma parlo del presidente della Repubblica, parlo di Sua Santità. Questa visita credo che non solo recherà conforto a coloro che la riceveranno, ma darà un segnale molto importante della presenza nei nostri cuori, nel nostro spirito e nelle nostre menti, del problema del carcere come uno dei problemi fondamentali della nostra vita e del nostro assetto sociale. 


D. – Che significato assume in questo momento di particolare difficoltà dei nostri Istituti di pena la visita di Benedetto XVI?


R. – Di grande conforto. Ho constatato personalmente che ogni visita al carcere è un’avventura umana straordinaria: si incontra una profondità di sentimenti che non avrei mai immaginato. E naturalmente moltiplico queste sensazioni, dal punto di vista di chi è in carcere, alla vista del Papa, a questa presenza cristiana che è sempre molto forte nelle carceri. Questa è un’altra cosa che mi ha molto colpita: il sentimento della religione è un sentimento che dà grandissimo conforto ai carcerati e credo quindi che la visita del Papa arrecherà un grande sollievo a coloro che soffrono. 


D. – Con i nuovi provvedimenti, come cambia il sistema carcerario nazionale? 


R. – Io spero che cambi in meglio, anche se naturalmente tanto ci sarebbe ancora da fare, ci sarà ancora da fare. Il mio impegno per il carcere è un impegno estremamente forte. Oggi vi sono disponibilità economiche che ci consentono di affrontare il problema della ristrutturazione di alcune carceri, ci sono alcune misure che prevedono l’alleggerimento del numero delle persone detenute in carcere. Ho avuto molta cura di questi provvedimenti proprio perché credo che il sovraffollamento carcerario porti a condizioni di vita disumane e che la tutela dei diritti umani rappresenti uno dei valori fondamentali della nostra civiltà e della nostra Costituzione, e che quindi vada tutelato con il maggior numero di misure possibili. 


D. – Dalle precarie condizioni di convivenza ai limitati percorsi di reinserimento lavorativo: la distanza tra il carcere e il mondo è sempre più ampia e i dati riguardo ai suicidi è sempre allarmante. I nuovi provvedimenti saranno sufficienti a colmare tali distanze? 


R. – Sarebbe forse un po’ troppo ottimistico pensarlo; la mia speranza è semplicemente che aiutino a dare una prospettiva, ad indicare che il governo, la vita politica di questo Paese, i cittadini che stanno fuori dal carcere hanno comunque a cuore la sorte dei carcerati. Io credo che ogni suicidio che avvenga in carcere sia il fallimento di tutto il sistema giudiziario e carcerario e che tutti lo debbano soffrire come tale. Naturalmente, il reinserimento è l’obiettivo che dovrebbe avere il carcere. Sappiamo tutti, poi, che così non è. Allora, la prossima tappa dei miei sforzi è rivolta proprio a questo. Sto studiando molto, so che ci sono molte organizzazioni che si occupano del reinserimento e soprattutto del recupero lavorativo del carcerato: lavoro di qualità naturalmente, perché il carcerato può imparare a fare lavori di qualità, lavori anche raffinati. Ed io credo che se non si sentirà inutile, ma si sentirà utilizzato ed utilizzabile per il futuro nel suo reinserimento, questo gli darà molto conforto. 


D. – Tra il recupero del condannato e sicurezza dei cittadini può esserci sinergia o c’è solo contrapposizione? 


R. – Ci può essere sinergia se si superano dei pregiudizi, naturalmente. Il pregiudizio che chi è stato in carcere, chi è stato condannato abbia delle possibilità di recidiva è forte, nella popolazione: è inutile che ci nascondiamo questo dato. Ma se si provasse ad approfondire questo discorso, a verificare che, soprattutto per certe tipologie di reati, i margini di recidiva, le percentuali di recidiva sono molto bassi, io credo che si avrebbe un recupero di fiducia e che questo potrebbe consentire la coesistenza dei due temi e dei due valori. 


D. – La religione, all’interno del carcere, può avere una funzione rieducativa? 


R. – Io credo proprio di sì, perché comunque rappresenta un filo di speranza, la speranza in qualcosa: la speranza nella redenzione, la speranza di poter ritornare ad una vita migliore … Da questo punto di vista, temi laici e temi religiosi percorrono le stesse strade, percorrono binari paralleli. La nostra Costituzione prevede che nella pena ci sia una parte retributiva ed una parte rieducativa: una parte di sofferenza ed una parte di speranza; e nella religione c’è un concetto analogo: c’è il peccato, c’è l’espiazione e c’è la redenzione. Naturalmente, lo sviluppo dei due concetti è molto diverso, però le basi mi sembrano molto simili.
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venerdì 16 dicembre 2011

Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace: giovani non scoraggiatevi mai, continuate a cercare la verità e la giustizia

Da: Radio Vaticana


Guardate con speranza al futuro, nonostante le difficoltà: è l’incoraggiamento di Benedetto XVI ai giovani di tutto il mondo, contenuto nel Messaggio per la 45.ma Giornata Mondiale della Pace pubblicato oggi e che si celebrerà, come da tradizione, il prossimo primo gennaio. Tema del documento, presentato stamani in Sala Stampa vaticana, è: “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”. Il Papa ribadisce l’importanza della famiglia e dell’educazione per la costruzione di una pace autentica. E mette in guardia dal relativismo che rappresenta una minaccia al retto uso della libertà. Il servizio di Alessandro Gisotti:

“Non abbiate paura” di impegnarvi “per un futuro più luminoso per tutti”. Sono i giovani i protagonisti del Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace. A loro si rivolge con parole di speranza e incoraggiamento: “Non siete mai soli. La Chiesa ha fiducia in voi”, “vi segue e vi incoraggia” offrendovi la possibilità di incontrare Gesù Cristo. Il Papa è consapevole delle preoccupazioni manifestate da molti giovani “in questi ultimi tempi in varie regioni del mondo”. E’ importante, scrive, che “questi fermenti e la spinta ideale che contengono trovino la dovuta attenzione in tutte le componenti della società”. La Chiesa, ribadisce, “guarda ai giovani con speranza” e li incoraggia “a ricercare la verità” e a “difendere il bene comune”. Il Papa invita dunque i ragazzi di tutto il mondo a guardare “con maggiore speranza al futuro” e ricorda loro che “non le ideologie salvano il mondo”, ma il Dio vivente che è Amore. “Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà – è l’esortazione del Pontefice – e non abbandonatevi a false soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi”. Il Papa chiede ai giovani di “essere di esempio e stimolo per gli adulti” sforzandosi di “superare le ingiustizie e la corruzione”. E esorta i responsabili politici ad “offrire ai giovani un’immagine limpida della politica come vero servizio per il bene di tutti”.

Il Messaggio non manca di allargare l’orizzonte alla crisi economica che sta assillando il mondo e le cui radici, osserva il Papa, “sono anzitutto culturali e antropologiche”. Riconosce che, nell’ultimo anno, “è cresciuto il senso di frustrazione”, ma invita a guardare al 2012 con “atteggiamento fiducioso”. Famiglia ed educazione sono i due pilastri da cui ripartire. Il Papa esorta i genitori a “non perdersi d’animo”, nonostante le difficoltà che minacciano e non di rado frammentano la famiglia. Il Papa mette l’accento sulle “condizioni di lavoro spesso poco armonizzabili con le responsabilità familiari". E ancora, "le preoccupazioni per il futuro" e i "ritmi di vita frenetici”. Si rivolge così ai responsabili politici “chiedendo loro di aiutare concretamente le famiglie e le istituzioni educative”. E aggiunge: “non deve mai mancare un adeguato supporto alla maternità e alla paternità”. Del resto, si legge nel Messaggio, bisogna far sì che “le famiglie possano scegliere liberamente le istituzioni educative ritenute più idonee per il bene dei propri figli”. E ancora, chiede di “favorire il ricongiungimento” delle famiglie che si trovino divise per la “necessità di trovare mezzi di sussistenza”. Infine, lancia un appello “al mondo dei media affinché dia il suo contributo educativo”. 

Il Messaggio volge poi l'attenzione alla necessità di educare alla verità e alla libertà. L’uomo, scrive il Papa, “porta nel cuore una sete di infinito”, perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. E avverte che, “solo nella relazione con Dio l’uomo comprende anche il significato della propria libertà”. Questa, tiene a precisare, “non è l’assenza di vincoli o il dominio del libero arbitrio”. E mette in guardia dall’“assolutismo dell’io”, dalla “massiccia presenza” del relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie”. Il “retto uso della libertà – soggiunge – è dunque centrale nella promozione della giustizia e della pace”. Occorre poi “educare alla giustizia” in un mondo che ricorre solo “ai criteri dell’utilità, del profitto e dell’avere”. E rileva che oggi “certe correnti della cultura moderna, sostenute da principi economici razionalistici e individualisti hanno alienato il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti”. La pace, scrive il Papa, “è frutto della giustizia ed effetto della carità”. E’ “dono di Dio”, ma anche “opera da costruire”. Per essere veramente operatori di pace, conclude il Messaggio, dobbiamo educarci “alla compassione, alla solidarietà, alla collaborazione, alla fraternità” e ad essere vigili e attivi nella comunità per “destare le coscienze sulle questioni nazionali e internazionali”.

E i giovani sono stati protagonisti anche nella conferenza stampa di presentazione del Messaggio, dove si è parlato pure del movimento degli “indignados” e della “primavera araba”. Il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha innanzitutto ribadito quanto la Chiesa punti sui giovani:
“La Chiesa li vede protagonisti, coltiva una formidabile fiducia in loro, li incoraggia, crede fermamente in essi. Vuole che i giovani siano primari interpreti: li invita all’azione pubblica, li vuole determinati, colmi di speranza per il loro futuro, forti e solidali fra di loro”. 
Dal canto suo, il segretario di “Giustizia e Pace” mons. Mario Toso, si è soffermato sul messaggio dato dai giovani che hanno manifestato nei Paesi arabi:

“I giovani della ‘primavera araba’ hanno fatto capire questo: ci può essere giustizia sociale nei loro Paesi se c’è democrazia; viceversa ci può essere democrazia se c’è giustizia sociale”. 
Una voglia di democrazia che, il cardinale Turkson, ha auspicato anche per l’Africa. Del resto, ha detto mons. Toso, si sente nei Paesi occidentali e in Italia in particolare l’esigenza di una nuova generazione di giovani impegnati per il bene comune:

“Formare nuove generazioni in questo contesto culturale di cittadini, amministratori, politici, uomini di cultura, imprenditori, manager, professionisti in tutti i campi, compreso quello della comunicazione”. 
E sulle responsabilità della politica nei confronti dei giovani è tornato anche il cardinale Turkson:

“Si può parlare di dignità della politica e del personale politico: esso, infatti, deve offrire un esempio di rettitudine, coerenza tra sfera pubblica e privata, preparazione e competenze”.

Mons. Toso ha infine auspicato l’istituzione di un Fondo, nell’ambito del mondo cattolico italiano, per aiutare i giovani disoccupati. E ancora, rispondendo a una domanda sul recente Vertice europeo per risolvere la crisi, ha affermato che non si sta prendendo la strada giusta giacché serve maggiore collaborazione economica e politica tra gli Stati.
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giovedì 15 dicembre 2011

“Non sempre gli Stati forniscono i dati sulle persecuzioni religiose”

Pubblichiamo oggi un’intervista al prof. Massimo Introvigne realizzata da ACS-Aiuto alla Chiesa che Soffre e pubblicata da Vatican Insider. L’intervista contiene interessanti dichiarazioni su un tema da noi più volte toccato e cioè quello della libertà religiosa e dei crimini contro i cristiani; tali dichiarazioni sono state rilasciate dal rappresentante OSCE dopo la partecipazione all’incontro internazionale organizzato dal Patriarcato di Mosca e finanziato in parte da ACS:

«L’intolleranza e la discriminazione sono i primi due stadi di un piano inclinato che porta alla persecuzione». Prendendo spunto dal convegno organizzato nei giorni scorsi dal Patriarcato di Mosca, finanziato anche dalla Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, il professor Massimo Introvigne - fondatore e direttore del Cesnur (Centro Studi sulle Nuove Religioni) e rappresentante OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa) per i crimini contro i cristiani - ha parlato con ACS-Italia di cristianofobia e libertà religiosa. Con una particolare attenzione alla raccolta dei dati sui crimini d’odio - «cui gli Stati non sempre partecipano» - e all’importanza di «non tacere». Perché se le vittime sono «simpatiche per definizione», troppo spesso ci si riferisce ai persecutori con eufemismi o metafore. «Tanto che a volte sembra quasi che i cristiani si perseguitino da soli».

Professor Introvigne, nei giorni scorsi si è parlato di libertà religiosa e crimini contro i cristiani in due importanti incontri internazionali a Mosca e Istanbul. E altri eventi sono stati organizzati in occasione dell’annuale riunione dei 56 Ministri degli Esteri dell’OSCE in Lituania. Quanto è importante l’informazione in materia di crimini contro i cristiani?

Gli avvenimenti citati - tra cui alcuni colloqui con esponenti della società civile dei Paesi interessati dalle cosiddette “primavere arabe” - ci hanno permesso d’individuare nell’informazione uno dei problemi centrali nella lotta alle discriminazioni e alla persecuzione dei cristiani. Ovunque si ascoltano volentieri le storie delle vittime e si esprime loro simpatia, spesso con sincera commozione. Le vittime sono per definizione simpatiche. Ma c'è molta più reticenza a identificare chiaramente i persecutori, chiamandoli con il loro nome e cognome. Spesso si tratta di partner economici o di Paesi potenti sotto il profilo politico o militare, che non si vogliono scontentare. E si ricorre a eufemismi e metafore che sovente lasciano perfino l'impressione che i cristiani si perseguitino da soli.

Nel suo intervento all’incontro moscovita lei ha detto che se continua a tacere l'Europa rischia un “naufragio morale e spirituale, più dannoso perfino della crisi economica”. Come si può evitare?

Ho preso spunto dalla mostra sulla pittura italiana dell'Ottocento in corso all'Hermitage di San Pietroburgo, facendo notare uno dei temi passati nel XIX secolo dalla pittura italiana a quella russa: il naufragio. Se continua a tacere sulla persecuzione dei cristiani per timore di offendere i persecutori - che magari appunto ci forniscono petrolio o acquistano i nostri buoni del tesoro - l'Europa rischia in effetti un naufragio morale. Ci sono molte iniziative che possono essere prese sul piano diplomatico, ma la prima deve essere non tacere e fornire informazioni attendibili.

Nella due giorni russa è emersa infatti la necessità di un centro di monitoraggio e raccolta dati delle discriminazioni contro i cristiani a cui collaborerebbero attivamente le istituzioni ecclesiastiche.

Per la raccolta dei dati sui crimini di odio, anche contro i cristiani, l’OSCE ha già un suo meccanismo, che funziona bene quando gli Stati partecipanti inviano regolarmente i dati. Ma non tutti lo fanno, purtroppo. Poi ci sono anche delle iniziative non governative che offrono cifre continuamente aggiornate e molto attendibili e che vanno certamente valorizzate. Da questo punto di vista mi pare che vada sottolineato il rilevante contributo di Aiuto alla Chiesa che Soffre, in particolare con i suoi periodici rapporti sulla libertà religiosa nel mondo.

Il patriarca Kirill ha auspicato anche l’istituzione di un meccanismo completo ed efficace per la protezione delle comunità cristiane e dei cristiani, attraverso la creazione di un organo consultivo presso le Nazioni Unite. Quali ritiene debbano essere le funzioni dell’organismo?

Ho potuto discutere del possibile organo consultivo con i rappresentanti del Patriarcato di Mosca. Devo precisare che l’idea incontra qualche resistenza da parte dell’ONU, che preferirebbe dirottarne la competenza all’UNESCO. Secondo il primate della Chiesa russa dovrebbe trattarsi di un organo di coordinamento e vigilanza capace di convogliare, non solo la voce dei cristiani, ma anche quella di tutte le vittime di discriminazioni e persecuzioni religiose. Chiaramente – e il problema è ben presente al Patriarcato – è necessario evitare ogni relativismo. Non deve trattarsi di un “ONU delle religioni”, ma di un organismo focalizzato su discriminazioni e persecuzioni religiose e sui modi giuridici e diplomatici per prevenirle e combatterle.

Quest’anno lei è stato nominato rappresentante OSCE per la lotta all’intolleranza e alla discriminazione nei confronti dei cristiani. La sua presenza e quella dei due rappresentanti contro l’antisemitismo, il rabbino Andrew Baker, e l’islamofobia, il senatore Adil Akhmetov, dimostrano l’attenzione del presidente Ažubalis al tema della libertà religiosa. Come valuta quanto fatto nel 2011?

Secondo monsignor Dominique Mamberti – segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati - quest’anno l’OSCE ha ottenuto «risultati eccellenti» nella lotta contro le persecuzioni dei cristiani. E nonostante l’attenzione mondiale si sia limitata alle schermaglie fra Hillary Clinton e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov sulle irregolarità delle elezioni in Russia, nel corso delle iniziative dell’OSCE a Vilnius non sono mancati interessanti riferimenti alla libertà religiosa. In quell’occasione il Segretario di Stato americano ha chiesto ai governi eletti nel post “primavera araba” di rispettare le minoranze religiose. Io stesso ho rilevato più volte che in Nordafrica i cristiani non si accontentano della semplice tolleranza. E ritengo sia urgente, in seguito alle rivolte, proteggere anche i luoghi di culto, specie quelli delle minoranze. Può sembrare un obiettivo di secondaria importanza, ma non è così. E numerosi Paesi dell'area OSCE sostengono l'idea di una convenzione internazionale per la protezione degli edifici di culto e dei cimiteri. Perché chi distrugge le chiese vuole uccidere l'anima delle comunità cristiane, e chi cerca di uccidere l'anima non avrà rispetto neppure per il corpo e la vita dei cristiani.

A Mosca il metropolita Hilarion - rappresentante della Chiesa ortodossa russa presso le Istituzioni Europee – ha annoverato il rifiuto dell’Europa della propria identità cristiana tra le cause della persecuzione dei cristiani e criticato lo “spirito di correttezza” di alcuni politici europei concentratisi più sull’inammissibilità di antisemitismo e islamofobia, che sulle discriminazioni dei cristiani. Lei è d’accordo?

Benché nessuno voglia mettere sullo stesso piano i massacri in Egitto o in Pakistan ed episodi europei in cui le Chiese cristiane sono ridicolizzate o marginalizzate, in Europa ci sono casi sempre più frequenti d'intolleranza e di discriminazione contro i cristiani. Un punto su cui hanno particolarmente insistito tanto il patriarca Kirill quanto il metropolita Hilarion, il quale ha ricordato il tentativo di escludere il crocifisso dalle aule scolastiche italiane. Non mi sembra prudente contrapporre la lotta all’antisemitismo e all’intolleranza e discriminazione contro i musulmani a quella per i diritti dei cristiani. E l’OSCE, attraverso noi tre rappresentanti, cerca di mostrare visivamente che queste tre lotte hanno eguale importanza anche da un punto di vista politico-diplomatico.

Quali sono le forme di discriminazione nel mondo occidentale?

Come ha ricordato durante l’incontro moscovita monsignor Erwin Josef Ender, il Papa ha fatto sua l’espressione «cristianofobia» coniata dal giurista ebreo statunitense Joseph Weiler, proprio a proposito dell’Occidente. Benedetto XVI ha più volte rilevato come «spostando il nostro sguardo dall’Oriente all’Occidente» ci si trova di fronte ad altri tipi di minacce contro il pieno esercizio della libertà religiosa. Vi sono Paesi in cui è dato grande rilievo al pluralismo e alla tolleranza, in cui però la religione subisce una crescente emarginazione ed è considerata un fattore estraneo alla società moderna o addirittura destabilizzante. Come per le limitazioni alle obiezioni di coscienza in materia di aborto, si arriva a pretendere che i cristiani agiscano in contraddizione con le loro convinzioni religiose e morali. La «cristianofobia» è altresì manifestata dalle minacce alla libertà di educazione e dall’avversione amministrativa alle scuole cristiane. Ad esempio nei Paesi europei in cui è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione.

L'intolleranza è un fatto culturale e la discriminazione un dato giuridico. Ma sono i primi due stadi di un itinerario che corre su un piano inclinato e che, se non è fermato in tempo, arriva fatalmente alla terza tappa della violenza e della persecuzione.

* Ufficio Stampa AcS, Aiuto alla Chiesa che Soffre
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mercoledì 14 dicembre 2011

Il Papa all'udienza generale: nella preghiera cerchiamo non tanto i doni ma il volto di Colui che dona

Da: Radio Vaticana


Si prega Dio non per avere un immediato riscontro della propria richiesta, ma per ottenerne l’amicizia, poiché “il Donatore è più prezioso del dono”. È l’insegnamento che Benedetto XVI ha proposto all’udienza generale di questa mattina in Aula Paolo VI, dove ha parlato della preghiera di Gesù e della sua “azione guaritrice” che appare nei Vangeli. Alla fine, il Papa ha ringraziato fra gli altri i finanziatori e i realizzatori del restauro della scultura “La Resurrezione”, che domina l’Aula Paolo VI da oltre 30 anni. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Un sordomuto ignorato dalla folla e un caro amico appena scomparso. Due situazioni che non avrebbero in comune niente se non fosse che entrambe “incrociano” la strada di Gesù e gli permettono di manifestare pubblicamente quel suo particolarissimo modo umano-divino di pregare il Padre, che – ha affermato Benedetto XVI – dovrebbe essere il modo di pregare di ogni cristiano. La guarigione del sordomuto, narrata dal Vangelo di Marco, ne è un esempio eloquente. Gesù lo trae in disparte, lo tocca nei punti della sua infermità, emette un sospiro verso di lui guardando il cielo:
“L’insieme del racconto, allora, mostra che il coinvolgimento umano con il malato porta Gesù alla preghiera. Ancora una volta riemerge il suo rapporto unico con il Padre, la sua identità di Figlio Unigenito (...) Nell’azione guaritrice di Gesù entra in modo chiaro la preghiera, con il suo sguardo verso il cielo. La forza che ha sanato il sordomuto è certamente provocata dalla compassione per lui, ma proviene dal ricorso al Padre”.
Il secondo episodio presentato dal Papa è quello della risurrezione di Lazzaro, ovvero il più celebre esempio dell’umanità e della divinità di Gesù, il quale non sa trattenere le lacrime per la perdita dell’amico, senza che tuttavia questo “profondo dolore” – ha constatato Benedetto XVI – perda il suo “chiaro riferimento con Dio” e la “missione gli ha affidato”. È il “doppio registro”, lo ha chiamato il Papa, della preghiera di Cristo, per cui mentre Gesù implora la vita per Lazzaro”, la sua malattia e morte “vanno considerate il luogo in cui si manifesta la gloria di Dio”:

“Ciascuno di noi è chiamato a comprendere che nella preghiera di domanda al Signore non dobbiamo attenderci un compimento immediato di ciò che noi chiediamo, della nostra volontà, ma affidarci piuttosto alla volontà del Padre, leggendo ogni evento nella prospettiva della sua gloria, del suo disegno di amore, spesso misterioso ai nostri occhi”.
Qui è racchiusa l’essenza della preghiera, che Benedetto XVI ha spiegato prendendo a prestito le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica: “Prima che il dono venga concesso, Gesù aderisce a Colui che dona e che nei suoi doni dona se stesso”:
“Questo mi sembra molto importante: prima che il dono venga concesso, aderire a Colui che dona; il donatore è più prezioso del dono. Anche per noi, quindi, al di là di ciò che Dio ci da quando lo invochiamo, il dono più grande che può darci è la sua amicizia, la sua presenza, il suo amore. Lui è il tesoro prezioso da chiedere e custodire sempre”.

Con la sua preghiera, ha ripetuto il Papa, Gesù vuole condurre “alla fiducia totale in Dio e nella sua volontà”, mostrare che Dio “porta speranza ed è capace di rovesciare le situazioni umanamente impossibili”. “La nostra preghiera – ha concluso Benedetto XVI...

“...apre la porta a Dio, che ci insegna ad uscire costantemente da noi stessi per essere capaci di farci vicini agli altri, specialmente nei momenti di prova, per portare loro consolazione, speranza e luce”.
Al momento dei saluti conclusivi, il Papa ne ha rivolto uno particolare alla comunità dei Legionari di Cristo e ai rappresentanti dell’Associazione Regnum Christi, entrambi a Roma per l’ordinazione di cinquanta nuovi sacerdoti. “Il Signore – ha detto loro – vi sostenga nel vostro ministero, affinché possiate attuare con gioia e fedeltà la vostra missione a servizio del Vangelo”. Quindi ha ringraziato quanti, ha detto, “hanno promosso, finanziato, e realizzato il restauro della celebre scultura denominata ‘La Resurrezione’”, che da 34 anni catalizza gli sguardi di chi entra nell’Aula Paolo VI. Fu proprio Papa Montini, ha ricordato, a volere l’opera del maestro Pericle Fazzini:

“Dopo un periodo di accurati lavori, oggi abbiamo la gioia di ammirare in tutto il suo originario splendore quest’opera d’arte e di fede”.
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martedì 13 dicembre 2011

I diritti umani che "uniscono nella diversità"

Abbiamo spesso parlato dei conflitti esistenti tra mussulmani e cristiani nelle terre medio-orientali, ma poche volte ci siamo soffermati sui fattori di unità tra di essi. AsiaNews ci mostra come in terra pakistana finalmente si sia trovato un terreno comune capace di far risplendere la speranza di poter davvero essere "uniti nella diversità", così come auspicato dal Beato Giovanni Paolo II prima e da Papa Benedetto XVI ora:

Faisalabad (AsiaNews) – Due organizzazioni cristiane di Faisalabad (nel Punjab) hanno promosso una marcia pacifica intitolata “Diritti umani per tutti”, cui hanno partecipato anche decine di musulmani ed esponenti della società civile. L’evento si è tenuto lo scorso 10 dicembre, in concomitanza con la Giornata universale per i diritti umani, durante la quale si sono ricordati i 63 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, uno dei più importanti obiettivi proposti dalle Nazioni Unite nella loro storia. Come nel resto del mondo, anche in Pakistan per tutta la giornata e in diverse aree del Paese si sono svolti seminari, conferenze, camminate, manifestazioni, gruppi di discussione, mostre, esibizioni, tavole rotonde per promuovere lo “spirito dei diritti umani”, il suo valore universale, veicolando al contempo il messaggio di “uguaglianza” fra tutti i cittadini e “unità nella diversità”.

La marcia di Faisalabad è stata promossa dalla fondazione Pace e sviluppo umano (PHD), diretta dall’attivista cristiano Suneel Malik, e dall’Associazione femminile per la consapevolezza e la motivazione (AWAM), guidata da Nazia Sardar, attivista cristiana per i diritti delle donne. La manifestazione ha preso il via al Circolo della stampa e si è conclusa, dopo aver sfilato in modo pacifico per le vie della città, alla Torre dell’orologio. In cima al corteo “Diritti umani per tutti” vi era la parlamentare Khalida Mansoor, che ha camminato assieme a 150 fra insegnanti, studenti, attivisti ed esponenti della società civile cristiani e musulmani.

Molte le sigle che hanno aderito all’iniziativa, fra cui la sezione locale della Commissione nazionale di Giustizia e pace della Chiesa cattolica (Ncjp), la Fondazione Harmony, il Movimento per il lavoro Qaumi, la sigla sindacale Freedom Bhatta e il Partito pakistano dei lavoratori. Ispirandosi alla Dichiarazione universale per i diritti umani, i manifestanti “armati” di soli cartelli e slogan (nella foto) hanno invocato pace, giustizia, dignità, libertà e uguaglianza per tutti, senza differenze interconfessionali, condannando senza mezzi termini corruzione, violenze e divisioni di sesso o religione in seno alla società pakistana.

 Rivolgendosi ai partecipanti, la parlamentare Khalida Mansoor ha ricordato che la terra ospita “tutti gli esseri viventi” e per questo bisogna garantire pari importanza a ciascun individuo. “Il Pakistan ha sottoscritto i più importanti trattati Onu sui diritti umani – ricorda – ma le persone spesso ignorano i loro diritti. Per questo va promosso un movimento nazionale, per accrescere la consapevolezza”. Suneel Malik spiega che “crescono le violazioni ai diritti umani in Pakistan”, soprattutto a carico di donne, minoranze religiose, bambini e persone affette da disabilità. L’attivista Shazia George aggiunge che “la discriminazione” è la radice di tutti i conflitti e chiede che vengano banditi dalle scuole “i libri o altro materiale che fomentano l’odio”. Infine Nazia Sardar, femminista cristiana, che auspica maggiore protezione alle donne in famiglia e nei luoghi di lavoro, unito al riconoscimento dell’attività di “collaboratrice domestica” o contadina fra le mansioni che godono di tutela legale.
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lunedì 12 dicembre 2011

In Myanmar i sacerdoti sono un punto di riferimento

Pubblichiamo oggi un nuovo comunicato di ACS - Aiuto alla Chiesa che soffre*contenente dichiarazioni di monsignor Alexander Pyone Cho, vescovo di Pyay in Myanmar:


Aiuto alla Chiesa che Soffre
Opera di diritto pontificio

IN MYANMAR I SACERDOTI SONO UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER TUTTI

«La gente ha fiducia in noi, perché sa quanto la Chiesa è importante per lo sviluppo del Paese». Nella sua visita alla sede internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre monsignor Alexander Pyone Cho, vescovo di Pyay, illustra le crescenti responsabilità della Chiesa cattolica in Myanmar.

«Il nostro impegno non è strettamente riservato ai fedeli – racconta il presule - e i rappresentanti del clero sono un punto di riferimento per tutti i cittadini». I cattolici birmani sono solo 25mila - appena il 3% della popolazione – ed è quindi soprattutto la maggioranza buddista a beneficiare del sostegno dei sacerdoti. Nell’ottobre 2010 un ciclone tropicale ha devastato le regioni costiere del Myanmar occidentale, al confine con il Bangladesh, causando più di 160 morti e lasciando oltre 70mila persone senza una casa. Nei mesi successivi il contributo della Chiesa è stato determinante e da quel momento i birmani hanno riposto sempre maggiore fiducia nella comunità cattolica. «Il nostro aiuto dopo il ciclone Giri – spiega il vescovo – ci ha aperto le porte di ogni villaggio». Monsignor Pyone riporta ad ACS il racconto del direttore della Caritas diocesana che ha assistito le famiglie delle vittime e gli sfollati fornendo cibo e beni di prima necessità. «Gli aiuti – ribadisce il presule – sono stati offerti a tutti gli abitanti delle aree colpite, di qualsiasi credo».
In Myanmar, però, i cristiani sono ancora emarginati a causa della diffusa identificazione del Cristianesimo con l’Occidente, «la cui l’influenza è tanto temuta».  «La nostra religione è considerata straniera, ma la Chiesa è parte integrante della storia del Paese e lo dimostrano i trentaquattro preti birmani che operano solo nella nostra diocesi». Monsignor Pyone stesso è originario della regione di Yangon, in cui si trova Pyay. La diocesi, che si estende a Ovest fino al Golfo del Bengala, è la seconda più povera dello Stato ma con una comunità cattolica in forte crescita. Lo scorso febbraio, quando si è insediato, monsignor Pyone ha individuato due obiettivi primari della pastorale: l’educazione dei fedeli e la formazione dei sacerdoti. «L’evangelizzazione – conclude il presule – presuppone una fede forte ed una conoscenza approfondita».

Nel 2010 Aiuto alla Chiesa che Soffre ha donato alla Chiesa birmana più di un milione di euro. Dopo il ciclone Giri, ACS ha contribuito notevolmente alla riparazione delle chiese e degli edifici distrutti e ha finanziato diversi progetti per la pastorale. Numerosi gli interventi di costruzione e ricostruzione, tra cui l’edificazione della Cappella del Sacro Cuore di Gesù a Yihku Manhkam nella diocesi di Banmaw; e la costruzione di una struttura per il nuovo seminario minore dei missionari “Little Way” di Santa Teresa a Chaungkhua e di una nuova parrocchia a Cowbuk, entrambi nella diocesi di Hakha. Per quanto riguarda la formazione si segnalano contributi a corsi di pianificazione familiare, a seminari sulla pastorale biblica e al ritiro spirituale e di formazione delle Suore della Riparazione. Si ricorda infine l’acquisto di veicoli per agevolare la pastorale e di macchinari agricoli.

“Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), Opera di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come l’unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2010 ha raccolto oltre 65 milioni di dollari nei 17 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato oltre 5.500 progetti in 153 nazioni.  
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domenica 11 dicembre 2011

Siate testimoni di amore dove Dio sembra assente: così, il Papa nella Parrocchia romana di Santa Maria delle Grazie

Da: Radio Vaticana


Siate testimoni dell’amore, soprattutto laddove Dio sembra assente e dove c’è la sofferenza di quanti sono in situazioni di difficoltà: è l’invito rivolto stamani da Benedetto XVI durante la sua visita pastorale nella Parrocchia romana di Santa Maria delle Grazie a Casal Boccone. La chiesa, consacrata l’anno scorso, sorge nei pressi del Raccordo anulare, nella zona nord della capitale. Il Papa ha esortato a preparare il Natale non soltanto pensando ai regali, ma mantenendo vivo il contatto con Dio. Il servizio di Sergio Centofanti.

Calorosa accoglienza per Benedetto XVI stamani nella Parrocchia di Santa Maria delle Grazie. Tanti i bambini che lo hanno salutato prima della Messa. Prepariamoci al Natale – ha detto loro il Papa – “non solo con i doni, ma con il nostro cuore”. Il profeta Isaia nella prima lettura parla di un lieto annuncio per i poveri: parole “quanto mai attuali” oggi – sottolinea il Pontefice – “parole che rianimano la speranza”. Il Vangelo propone la figura di Giovanni Battista che nel deserto invita alla conversione. “Anche oggi – rileva il Papa – nel deserto delle grandi città di questo mondo” dove c’è “grande assenza di Dio, abbiamo bisogno di voci” che annunciano che “Dio c’è, è sempre vicino, anche se sembra assente”. Chi è dunque Giovanni Battista?

“E’ una voce nel deserto, è un testimone della luce e questo ci tocca nel cuore, perché in questo mondo con tante tenebre, tante oscurità, tutti siamo chiamati ad essere testimoni della luce. E' proprio questa la missione del Tempo di Avvento: essere testimoni della luce e possiamo esserlo solo se portiamo in noi la luce, se siamo non solo sicuri che la luce c’è, ma se abbiamo visto un po’ di luce”. 

Portare la luce – afferma il Papa - è vivere “il linguaggio comprensibile a tutti dell’amore e della fraternità”, è testimoniare la carità alle tante persone che sono “in difficoltà e in situazioni di disagio”, superando “i limiti dell’individualismo, della chiusura in se stessi” e “il fascino del relativismo, per cui si considera lecito ogni comportamento”. C’è poi un riferimento alle sette religiose presenti in questo quartiere. Benedetto XVI esorta alla vigilanza e alla fedeltà al Magistero della Chiesa:

“Continuate nell’opera di evangelizzazione con la catechesi e la corretta informazione circa ciò che crede e annuncia la Chiesa cattolica; proponete con chiarezza le verità della fede cristiana, siate - come dice San Pietro - pronti «a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15)”.

Mette quindi in guardia da quelle “forme di sentimento religioso che sfruttano i bisogni e le aspirazioni più profonde dell’animo umano, proponendo prospettive di appagamento facili, ma illusorie”: 

“La fede è un dono di Dio, ma che vuole la nostra risposta, la decisione di seguire Cristo non solo quando guarisce e solleva, ma anche quando parla di amore fino al dono di se stessi”. 

Occorre riscoprire la Messa come centro della Domenica, come giorno di Dio e della comunità:
“Non perdete il senso della Domenica e siate fedeli all’incontro eucaristico. I primi cristiani sono stati pronti a donare la vita per questo. Hanno saputo che questa è la vita e fa vivere”. 

Il Papa, infine, esorta i giovani a rispondere alle attese della Chiesa con il loro “desiderio di radicalità nelle scelte di vita” e guardando alle necessità di un quartiere di periferia come questo, costituito da molte famiglie giovani e da tanti bambini, afferma:

“Auspico vivamente che … la vostra Parrocchia, anche con l’aiuto del Vicariato di Roma, possa dotarsi quanto prima di un oratorio ben strutturato, con adeguati spazi per il gioco e l’incontro, così da soddisfare il bisogno di crescita nella fede e in una sana socialità per le giovani generazioni”.
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sabato 10 dicembre 2011

La nuova evangelizzazione al centro dell’incontro dei vescovi austriaci, italiani e sloveni

Da: Radio Vaticana

La sfida della nuova evangelizzazione e il magistero di Benedetto XVI: questi i temi dell’incontro svoltosi ieri a Lubiana, in Slovenia. Protagonisti dell’evento, la Chiesa austriaca, quella italiana e quella slovena, confinanti nelle Alpi. A rappresentare i tre Paesi, sono stati l’arcivescovo metropolita di Lubiana, mons. Anton Stres, l’arcivescovo di Udine, mons. Andrea Bruno Mazzocato, e il vescovo di Gurk-Klagenfurt, mons. Alois Schwarz. In una nota diffusa al termine dei lavori dalla Conferenza episcopale slovena (Ces), si legge che “l’incontro ha lo scopo di promuovere la convivenza pacifica ed armoniosa del popolo sloveno, italiano e austriaco. In un’ottica più allargata si tratta, in effetti, della coesistenza pacifica di tutti i popoli dell’Europa”. Ma si ribadisce che oltre ai vincoli di amicizia fraterna e al rilievo storico, “è molto alto anche il valore simbolico” di tale evento, il quale evidenzia “la convivenza delle popolazioni slave, neolatine e germaniche nell’Europa moderna”. In quest’ottica, quindi, i vescovi “si rifanno al magistero di Papa Benedetto XVI e alla sfida della nuova evangelizzazione, tema di grande attualità per i tre popoli di questa nazione d’Europa”, soprattutto in relazione alle attuali “circostanze sia storiche che politiche e religiose”. Nato nel 1982 come “Incontro dei Tre popoli”, su iniziativa dell’allora vescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, l’appuntamento si poneva l’obiettivo di favorire i contatti tra l’occidente e l’allora Chiesa in Jugoslavia ed è diventato un rilevante momento di preghiera durante la guerra dei Balcani. Oggi, l’incontro ha una cadenza annuale e viene ospitato nei santuari mariani delle diocesi coinvolte. “Nell’Europa che si trova su importanti crocevia storici – conclude la nota della Ces - il raduno sotto il mantello protettore di Maria significa convivere come fratelli e sorelle. Un’iniziativa per mostrare agli altri popoli che tre ‘famiglie’ possono convivere con successo da oltre 1.200 anni solo nel rispetto del prossimo”. (I.P.)
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venerdì 9 dicembre 2011

Omaggio all'Immacolata. Il Papa: Chiesa perseguitata, ma l'unica minaccia che deve temere è il peccato dei suoi membri. Crisi: prevalga la speranza

Da: Radio Vaticana


Maria è un inno alla vita e sostiene la nostra speranza, in un momento difficile per l’Italia e il mondo: così il Papa ieri pomeriggio in Piazza di Spagna, a Roma, per il tradizionale atto di venerazione all’Immacolata. Nel suo discorso, Benedetto XVI ha sottolineato come in ogni tempo, nel mondo, la Chiesa soffra le persecuzioni, ma risulti vincitrice grazie alla forza di Dio. Ad accogliere il Santo Padre in Piazza di Spagna, c’erano tra gli altri il cardinale vicario, Agostino Vallini, ed il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Il servizio di Isabella Piro:

Piazza di Spagna, “una delle piazze più belle di Roma” l’ha definita il Papa, è affollata di fedeli scaldati da un sole che sembra di primavera. A tutti loro Benedetto XVI parla di Maria Immacolata, la “piena di grazia”, ricolma dell’amore di Dio. Maria, concepita senza peccato originale, assunta in anima e corpo in cielo, dice il Papa, rappresenta la vittoria sul peccato e sulla morte:


“Anche tutta la sua vita terrena è stata una vittoria sulla morte, perché spesa interamente al servizio di Dio, nell’oblazione piena di sé a Lui e al prossimo. Per questo Maria è in se stessa un inno alla vita: è la creatura in cui si è già realizzata la parola di Cristo: 'Io sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza' (Gv 10,10)".


Una donna vestita di sole con una corona di dodici stelle sul capo: così la Madonna è descritta nell’Apocalisse. Ma questa immagine, sottolinea Benedetto XVI, ha anche un altro significato:


“Oltre a rappresentare la Madonna, questo segno impersona la Chiesa, la comunità cristiana di tutti i tempi. Essa è incinta, nel senso che porta nel suo seno Cristo e lo deve partorire al mondo: ecco il travaglio della Chiesa pellegrina sulla terra, che in mezzo alle consolazioni di Dio e alle persecuzioni del mondo deve portare Gesù agli uomini”.


La Chiesa che porta Gesù incontra l’opposizione di “feroci avversari”, afferma il Papa, ma in ogni epoca essa viene “sostenuta dalla luce e dalla forza di Dio”:


“E così in ogni tribolazione, attraverso tutte le prove che incontra nel corso dei tempi e nelle diverse parti del mondo, la Chiesa soffre persecuzione, ma risulta vincitrice. E proprio in questo modo la Comunità cristiana è la presenza, la garanzia dell’amore di Dio contro tutte le ideologie dell’odio e dell’egoismo”.


Ma c’è un’insidia, l’unica di cui la Chiesa “può e deve aver timore”, mette in guardia il Santo Padre: è il peccato dei suoi membri, i nostri peccati:


“Per questo il Popolo di Dio, peregrinante nel tempo, si rivolge alla sua Madre celeste e domanda il suo aiuto; lo domanda perché Ella accompagni il cammino di fede, perché incoraggi l’impegno di vita cristiana e perché dia sostengo alla speranza. Ne abbiamo bisogno, soprattutto in questo momento così difficile per l’Italia, per l’Europa, per varie parti del mondo”.


La preghiera, allora, conclude il Papa, si leva a Maria per chiedere la speranza:


“Maria ci aiuti a vedere che c’è una luce al di là della coltre di nebbia che sembra avvolgere la realtà”.


Al termine del suo discorso, Benedetto XVI ha offerto un cesto di rose bianche all’Immacolata, simbolo della purezza.
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giovedì 8 dicembre 2011

Benedetto XVI all'Angelus: l'Immacolata ci ha avvicinato al cielo, facciamo splendere la grazia di Dio sulla terra

Da: Radio Vaticana


Come Maria “ha avvicinato il Cielo alla terra” con il suo “sì” a Dio, così anche noi, con il suo aiuto, dobbiamo “far risplendere nella nostra vita” la “perfezione della grazia”. Benedetto XVI ha messo in luce con queste parole il senso profondo della Solennità dell’Immacolata, alla quale ha dedicato il pensiero spirituale dell’Angelus, presieduto questa mattina dalla finestra del suo studio in Piazza San Pietro. Il Papa ha concluso ricordando il tradizionale omaggio alla statua dell’Immacolata che compirà oggi pomeriggio in Piazza di Spagna, a Roma. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Da secoli il pensiero cristiano cerca le frasi più ispirate per dire l’indicibile, di superare la limitatezza delle parole per descrivere la perfezione della grazia riservata da Dio alla Madre di suo Figlio. Benedetto XVI ne ha fatto un breve compendio prima della recita dell’Angelus, partendo da quel 1854, anno in cui il dogma dell’Immacolata Concezione veniva promulgato da Papa Pio IX con la Lettera apostolica Ineffabilis Deus. Quella che era una convinzione nutrita per secoli da larga parte del mondo cristiano diventava, ha ricordato Benedetto XVI, “verità di fede”, il riconoscimento del “privilegio” concesso a Maria di essere “immune da ogni macchia di peccato originale”:

“L’espressione ‘piena di grazia’ indica l’opera meravigliosa dell’amore di Dio, che ha voluto ridarci la vita e la libertà, perdute col peccato, mediante il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. Per questo, fin dal II secolo in Oriente e in Occidente, la Chiesa invoca e celebra la Vergine che, col suo “sì’, ha avvicinato il Cielo alla terra”.


Il Papa ha citato espressioni di antichi autori, come San Sofronio di Gerusalemme o San Beda il Venerabile. Ma non solo alla Vergine, ha poi affermato, fu data la “perfezione della grazia”. Anche “a noi è donata”, ha detto, e dobbiamo farla “risplendere nella nostra vita”, in quanto predestinati da Dio – come scrive San Paolo – a essere suoi “figli adottivi”:

“Questa figliolanza la riceviamo per mezzo della Chiesa, nel giorno del Battesimo. A tale proposito santa Hildegarda di Bingen scrive: ‘La Chiesa è, dunque, la vergine madre di tutti i cristiani. Nella forza segreta dello Spirito Santo li concepisce e li dà alla luce, offrendoli a Dio in modo che siano anche chiamati figli di Dio’”.


Prima di terminare ricordando il suo atto di omaggio all’Immacolata di oggi pomeriggio a Piazza di Spagna, Benedetto XVI ha dato voce a uno dei massimi cantori della Vergine, San Bernardo di Chiaravalle, che rifletté con grande profondità sulle implicazioni del saluto dell’Arcangelo a Maria:

“L’invocazione ‘Ave Maria piena di grazia’ è ‘gradita a Dio, agli angeli e agli uomini. Agli uomini grazie alla maternità, agli Angeli grazie alla verginità, a Dio grazie all’umiltà’”.

Al momento dei saluti in cinque lingue, il Papa ne ha indirizzato uno speciale alla Pontificia Accademia dell’Immacolata, accompagnandolo con un ricordo, ha detto, “devoto e affettuoso” per il cardinale Andrzej Maria Deskur, che per tanti anni guidò l’ateneo. E un saluto è andato anche ai soci dell’Azione Cattolica Italiana, che nella festa dell’Immacolata rinnovano l’adesione all’Associazione. “L’Azione Cattolica – ha concluso Benedetto XVI – è una scuola di santità e di evangelizzazione: auguro ogni bene per il suo impegno formativo e apostolico”.
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mercoledì 7 dicembre 2011

Solennità dell'Immacolata: la riflessione dei rettori dei Santuari del Divino Amore e della Basilica Lauretana

Da: Radio Vaticana


Domani, 8 dicembre, Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, Benedetto XVI reciterà, a mezzogiorno, la preghiera dell’Angelus con i fedeli riuniti in Piazza San Pietro. Nel pomeriggio, alle 16.00, si recherà in Piazza di Spagna per il tradizionale atto di venerazione all’Immacolata. Su questa Solennità, il servizio diAmedeo Lomonaco:

Pio IX proclamò il Dogma dell’Immacolata Concezione l’8 dicembre del 1854. Maria è stata concepita senza peccato, è “piena di grazia”, ovvero “da sempre ricolma dell’amore di Dio”. Dio – ha ricordato il Papa lo scorso anno nella Solennità della Beata Vergine dell’Immacolata Concezione - ha preparato l’alleanza nuova ed eterna, sigillata nel sangue del suo Figlio “nato da donna”:
“Questa donna, la Vergine Maria, ha beneficiato in anticipo della morte redentrice del suo Figlio e fin dal concepimento è stata preservata dal contagio della colpa. Perciò, con il suo cuore immacolato, Lei ci dice: affidatevi a Gesù, Lui vi salva”.
Il dogma dell’Immacolata Concezione è soteriologico, ovvero riguarda la nostra salvezza, come ricorda monsPasquale Sillarettore del Santuario della Madonna del Divino Amore:
“L’Immacolata Concezione ci rivela l’opera dello Spirito Santo in vista della salvezza, ma la cosa più importante è quella positiva: l’ha riempita di grazia, piena di grazia, piena di benevolenza di Dio. Quindi la Vergine Santa sin dall’inizio della sua esistenza è una creatura piena di bontà, piena di amore, piena di Dio. E quando verrà alla luce, sarà come l’aurora che precede la salvezza: ecco perché è un dogma in vista della salvezza dell’umanità”.
Maria è dunque uno strumento nelle mani di Dio per compiere il disegno della salvezza. Il rettore della Basilica di Loreto, padre GiulianoViabile:
“La salvezza ovviamente viene da Cristo, da Dio. Maria è un modello da imitare, Maria è lo strumento nelle mani di Dio, l’esempio, l’emblema supremo per la Chiesa. Maria ci porta a Gesù”.
La Solennità dell’Immacolata Concezione cade nel periodo di Avvento: l’attesa del Messia si unisce alla memoria della Madre. Mons.Pasquale Silla:
“Il Redentore che nascerà da questa donna è proprio Lui: è il Messia, il Salvatore. Quindi l’attesa che la Chiesa vive nella preghiera, nelle opere, nella preparazione al Natale è in compagnia di Maria nella quale si specchia, vedendo la propria immagine nella Vergine Immacolata”.
L’atteggiamento di attesa di Maria diventa la nostra attesa, come sottolinea padre Giuliano Viabile:
“Maria è la donna dell’attesa. Maria ha creduto alla Parola di Dio e quindi si è messa nell’atteggiamento dell’attesa. Così anche noi viviamo l’Avvento proprio con questa prospettiva: attendiamo il Salvatore, cioè attendiamo la salvezza e nello stesso tempo il nostro atteggiamento, deve essere quello di colui che attende qualcosa di bello. Quindi ci dobbiamo mettere nella prospettiva di Dio”.
Ma come si vive nel Santuario del Divino Amore la solennità dell’Immacolata Concezione? Mons. Pasquale Silla:
“Con una grande gioia e un grande senso di ringraziamento a Dio, specialmente in quest’anno in cui il Santuario comincia a celebrare l’ottantesimo anniversario della sua istituzione a parrocchia. Il Santuario sprigiona una grande forza di attrazione e i fedeli, i pellegrini e anche i visitatori arrivano numerosissimi”.
Anche nella Basilica Lauretana si vive questa festa con grande gioia. Padre Giuliano Viabile:
“Certamente i doni, i frutti sono immensi: li vediamo noi in questo Santuario, dove vengono pellegrini da tutto il mondo e vengono così numerosi. Proprio all’interno delle umili pareti della Santa Casa si compie questa divina promessa fatta da Dio all’uomo subito dopo il peccato originale: 'Io porrò inimicizia tra te e la donna - dice la Genesi - tra la tua stirpe e la sua stirpe'. Quindi Maria diventa un po’ il faro per l’umanità, e questo noi lo sperimentiamo ogni giorno con la venuta di tanti e tanti pellegrini. Soprattutto, nel giorno dell’Immacolata avremo la Basilica stracolma di fedeli”.
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martedì 6 dicembre 2011

Diritto al suicidio od omicidio del consenziente?

Marco Travaglio
Giorni or sono abbiamo avuto notizia del suicidio di Lucio Magro, giornalista e politico italiano. questo caso ha creato scalpore soprattutto per il modo con cui Lucio ha deciso di togliersi la vita e per i motivi che hanno sostenuto tale gesto (depressione). Purtroppo la speranza risiede sempre nella fede in Cristo Gesù perché un uomo che cammina senza fede difficilmente può riuscire a sopportare il dolore provocato dalla scomparsa di persone amate; noi cristiani possiamo sperare nella vita eterna, ma chi non crede può solo sperare nella fine. 

Oggi, a seguito della discussione che si è aperta riguardo il possibile riconoscimento di un diritto al suicidio (da noi considerata follia pura), vi vogliamo rendere partecipi di un articolo del sito degli UCCR (Unione Cristiani Cattolica Razionali) che ha voluto riportare alcune parti interessanti della presa di posizione del noto giornalista Marco Travaglio che ha, senza giri di parole, definito questo suicidio assistito come omicidio del consenziente: 

[...] soffermandoci sulla riflessione di Travaglio, colpiscono queste parole: «vorrei spersonalizzare il gesto di Magri, quello che viene chiamato con orrenda ipocrisia “suicidio assistito” e invece va chiamato col suo vero nome: “Omicidio del consenziente”». Sono in molti, si lamenta Travaglio, a «tirare in ballo l’eutanasia, Monicelli o Eluana Englaro, che non c’entrano nulla perché Magri non era un malato terminale, né tantomeno in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina: era fisicamente sano e integro, anche se depresso. Altri addirittura considerano il “suicidio assistito” un “diritto” da importare quanto prima in Italia per non costringere all’ “esilio” chi vuole farsi ammazzare da un medico perché non ha il coraggio di farlo da solo». Dice poi di essere credente, anche se “cattolico adulto”, che crede in una fede esclusivamente privata, come se manifestare le proprie idee fosse un’imposizione verso gli altri.

Dopo questo momento di confusione, affronta il problema dal punto di vista logico: «chi sostiene il diritto al “suicidio assistito” afferma che ciascuno di noi è il solo padrone della sua vita. Ammettiamo pure che sia così: ma proprio per questo chi vuole sopprimere la “sua” vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quell’altro. Dunque, se vuole farla finita, deve pensarci da sé». Poi ne parla dal punto di vista giuridico: «c’è una barriera insormontabile: l’articolo 575 del Codice penale, che punisce con la reclusione da 21 anni all’ergastolo “chiunque cagiona la morte di un uomo”. Sono previste attenuanti, ma non eccezioni: nessuno può sopprimere la vita di un altro, punto. Se lo fa volontariamente, commette omicidio volontario. Anche se la vittima era consenziente, o l’ha pregato di farlo, o addirittura l’ha pagato per farlo. Non è che sia “trattato da criminale”: “È” uncriminale. Ed è giusto che sia così. Se si comincia a prevedere qualche eccezione, si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce. Se si autorizza un medico a sopprimere la vita di un innocente, come si fa a non autorizzare il boia a giustiziare un folle serial killer che magari è già riuscito ad ammazzare pure qualche compagno di cella?».

L’intellettuale di sinistra chiama giustamente in causa anche il codice deontologico del medico che richiama «il “giuramento di Ippocrate” che ogni medico, odontoiatra e persino veterinario deve prestare prima di iniziare la professione: “Giuro di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza…”». «Come si può chiedere a un medico di togliere la vita al suo paziente», si domanda Travaglio, «cioè di ribaltare di 180 gradi il suo dovere professionale di salvarla sempre e comunque? Sarebbe molto meno grave se chi vuole suicidarsi, ma non se la sente di farlo da solo, assoldasse un killer professionista per farsi sparare a distanza quando meno se l’aspetta». E poi, infine, un punto di vista più scientifico: «Quasi nessuna patologia, grazie ai progressi della scienza medica, è di per sé irreversibile. Nemmeno la depressione. Ma proprio una patologia passeggera può obnubilare il libero arbitrio della persona che, una volta guarita, non chiederebbe mai di essere “suicidata”. Qui di irreversibile c’è solo il “suicidio assistito”: ti impedisce di curarti e guarire, dunque di decidere consapevolmente, cioè liberamente, della tua vita. E se poi un medico o un infermiere senza scrupoli provvedono all’iniezione letale senza un’esplicita richiesta scritta, ma dicendo che il paziente, prima di cadere in stato momentaneo di incoscienza e dunque impossibilitato a scrivere, aveva espresso la richiesta oralmente? E se un parente ansioso di ereditare comunica al medico che l’infermo, prima di cadere in stato temporaneo di incoscienza, aveva chiesto di farla finita?». La casistica è infinita.

Ancora più interessante la conclusione: «Se incontriamo per strada un tizio che sta per buttarsi nel fiume, che facciamo: lo spingiamo o lo tratteniamo cercando di farlo ragionare? Un attimo di debolezza o disperazione può capitare a tutti, ma se in quel frangente c’è qualcuno che ti aiuta a superarlo, magari ti salvi. Del resto, il numero dei suicidi è indice dell’infelicità, non della “libertà” di un Paese. E, quando i suicidi sono troppi, il compito della politica e della cultura è di interrogarsi sulle cause e di trovare i rimedi. Che senso ha allora esaltare il diritto al suicidio ed escogitare norme che lo facilitino? Il suicidio passato dal Servizio Sanitario Nazionale: ma siamo diventati tutti matti?». FONTE
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