giovedì 30 settembre 2010

Prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco - Quarta parte

Continuiamo la pubblicazione della prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco che si sofferma su molti temi di matrice sociale:



Esperienze, ne siamo consapevoli, che diventano possibili là dove c’è l’apporto di sacerdoti preparati, in grado di operare insieme al laicato più intraprendente. Sul profilo di questi essenziali nostri collaboratori abbiamo riflettuto a lungo nei mesi scorsi, in occasione dell’Anno Sacerdotale, indetto per i centocinquant’anni dalla morte del Santo Curato d’Ars, figura tra le più emblematiche del cattolicesimo di antico retaggio cristiano. Si è trattato di un’iniziativa provvidenziale che, affacciandosi nel momento più delicato, ci ha aiutato ad identificare la giusta prospettiva per questioni, come la pedofilia, di recente evidenziatasi in modo traumatico. È stato realmente un tempo di grazia che ha toccato le Chiese locali e i singoli presbitèri, e ha spesso coinvolto anche le comunità e il laicato, al punto che non avrei esitazione a dire che il sacerdote oggi è più capito e amato. Certo abbiamo sofferto e ancora soffriamo, ma sappiamo che, con la grazia di Dio, la sofferenza non è mai inutile. Per questo motivo, il 28 maggio scorso, abbiamo indirizzato – a nome dei confratelli Vescovi – una Lettera a tutti i sacerdoti d’Italia, con la quale intendevamo soprattutto ringraziarli per esserci, e dire loro che siamo fieri dei nostri preti. In nulla infatti è sminuita la nostra stima e la nostra considerazione. Semmai, come Vescovi, ci siamo interrogati su come possiamo ancor meglio tradurre il nostro legame sacramentale e affettivo con loro, e come dare maggior efficacia alle relazioni interne al nostro presbiterio. Anche per questo le figure di Pastori santi restano per noi riferimenti vivi e vitali e non a caso Benedetto XVI ha indicato san Giuseppe Cafasso come icona per il dopo Anno Sacerdotale (cfr Udienza generale, 30 giugno 2010).
  
 Il sacerdozio comporta un continuo e costoso lavorìo interiore, al fine di perdere se stessi per ritrovarsi. Di più: il sacerdote deve arrivare all’identificazione di sé con l’"io" di Cristo: per questo «vivere l’Eucaristia nel suo senso originario, nella sua vera profondità» è l’epicentro e l’evento fontale, è la «scuola di vita, è la sicura protezione contro ogni tentazione di clericalismo» (cfr Benedetto XVI, Colloquio con i Sacerdoti, 10 giugno 2010). E in ragione del nostro essere attratti e «tirati fuori» da Lui, il celibato è da intendersi come un andare «verso il mondo della risurrezione, verso la novità di Cristo, verso la nuova e vera vita» (ib). È la condizione affinché, a nostra volta, abbiamo a «tirare» gli altri, compreso il nostro tempo, verso il vero presente, la realizzazione plenaria, la gioia senza ombre. Per questo osiamo dire che l’Anno Sacerdotale ci ha confermati in un ideale sempre più bello e luminoso del sacerdozio. Ci ha aiutato a capire meglio perché dobbiamo fidarci della Chiesa e ad essere, ad un tempo, critici verso il mondo, critici – ben inteso – secondo il criterio della fede (ib).

Nel nostro animo di sacerdoti, siamo angustiati per l’Italia. È anche il nostro Paese, vi sono radicate le nostre Chiese, ci vivono i nostri fedeli, da secoli vi risuona il Vangelo, con il quale saremmo pronti a dare la nostra stessa vita (cfr 1Ts 2,8). Anche a noi è capitato di vivere, nell’ultimo periodo, momenti di grande sconcerto e di acuta pena per discordie personali che, diventando presto pubbliche, sono andate assumendo il contorno di conflitti apparentemente insanabili; e questi sono diventati a loro volta pretesto per bloccare i pensieri di un’intera Nazione, quasi non ci fossero altre preoccupazioni, altri affanni. Siamo angustiati per l’Italia. Non per un’idea o l’altra – comunque astratte – dell’Italia, ma per l’Italia concreta, fatta di persone e comunità, ricca di risorse umane, avvezze a lavorare senza il timore della fatica, capaci di intraprendere e di creare, di applicarsi senza tregua, con fantasia e dedizione. Nazione generosa e impegnata, che però non riesce ad amarsi compiutamente, facendo fruttare al meglio sforzi e ingegno; che non si porta a compimento, in particolare in ciò che è pubblico ed è comune. Anche l’innegabile influsso di una corrente di drammatizzazione mediatica, che sembra dedita alla rappresentazione di un Paese ciclicamente depresso, finisce per condizionare l’umore generale e la considerazione di sé. Dovremmo invece essere stabilmente capaci della giusta auto-stima, senza cesure o catastrofismi, esattamente così come si è ogni giorno dedicati al lavoro che dà sostentamento alla propria famiglia. La verità delle situazioni non si sottomette a semplificazioni unilaterali, e spesso richiede un processo complesso e discreto, mentre in troppi si accontentano di piccole porzioni di verità, reali ma limitate, assolutizzate e urlate. A momenti, sembriamo appassionarci al disconoscimento reciproco, alla denigrazione vicendevole, e a quella divisione astiosa che agli osservatori appare l’anticamera dell’implosione, al punto da declassare i problemi reali e le urgenze obiettive del Paese. Alla necessaria dialettica si sostituisce la polemica inconcludente, spingendosi fino sull’orlo del peggio. Poi, alla vista dell’esito estremo, si raddrizza il tiro, ci si riprende; si tira un respiro di sollievo per scampato pericolo, finendo tuttavia – altro guaio – per tenere uno sguardo affezionato a quello che in precedenza era stato il campo di battaglia. Si preferisce indugiare con gli occhi tra le macerie, cercare finti trofei, per tornare a riprendere quanto prima la guerriglia, piuttosto che allungare lo sguardo in avanti, disciplinatamente orientato sugli obiettivi comuni, per i quali è richiesta una dedizione persistente e convergente.
 
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mercoledì 29 settembre 2010

Prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco - Terza parte

Continuiamo la pubblicazione della prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco che si sofferma su molti temi di matrice sociale:

Nel cuore dell’estate, veniva dato l’annuncio dell’istituzione di un nuovo Organismo della Curia romana – il Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione - «con il compito precipuo di promuovere una rinnovata evangelizzazione nei Paesi dove è già risuonato il primo annuncio della fede e […] si stanno vivendo una progressiva secolarizzazione della fede e una sorta di “eclissi del senso di Dio”» (Benedetto XVI, Omelia cit). Nonostante alcune consuete e preconcette interpretazioni, l’iniziativa introduce un movimento nuovo, e per certi versi ardito, rispetto ad una visione rassegnata dei problemi: ricorda e conferma la chiave di impegno specificamente missionario, da cui non possono ritenersi esenti i Paesi di antica tradizione cristiana. È vero – chi lo può contestare? – che oggi bisogna fare i conti con un certo  indifferentismo religioso, ma Dio non cessa di venire incontro all’uomo, anzi, non può non farlo: è questa la sua «incapacità»! È sempre Lui che, per primo, viene a cercare l’uomo che sembra non soffrire della sua mancanza, che vive in culture a volte eccentriche e non di rado frastornanti. Ma il suo braccio non si è accorciato: Dio è Dio sempre, anche in questo tempo. Non siamo noi a doverci esibire in numeri acrobatici, è Lui a compiere il miracolo. La Chiesa semmai deve sforzarsi di essere la sua trasparenza, deve offrire il proprio innamoramento per Dio come il suo unico tesoro. In ragione di ciò, è chiamata a tessere, attraverso il filo dell’amicizia e della com-passione, relazioni sincere e personali con l’uomo d’oggi, il quale avverte, forse ancora in modo confuso, una nuova marginalità di sé nell’universo delle galassie, e dunque è attraversato da nuove insicurezze, nascoste talora dietro scostanti arroganze.
Ebbene, l’iniziativa avanzata dal Papa ha subito assunto un valore simbolico non poco eloquente. Da una parte, è approdo coerente con il cammino post-conciliare della Chiesa, in cui porta a fusione una serie di intuizioni tra le più vigili e acute degli ultimi quarant’anni; dall’altra, è vettore di nuova creatività, in grado di rilanciare in avanti la volontà di rispondere alla secolarizzazione. È la «questione Dio» il problema dell’Occidente. Il nostro Papa – fin dal solenne inizio del suo pontificato, e poi a più riprese nei Discorsi natalizi alla Curia Romana, quindi negli interventi sviluppati nel corso dell’Anno Paolino, e specialmente in occasione della Lettera del 7 luglio 2007, indirizzata ai Vescovi di tutto il mondo – ha in vario modo sottoposto alla comunità ecclesiale l’esigenza di un nuovo annuncio cristiano proprio là dove le tracce della prima evangelizzazione vanno attenuandosi. Dunque, si tratta di un’iniziativa organica alla Chiesa e congeniale al pontificato. Essa potrebbe riverberarsi in modo particolare nella comunità ecclesiale italiana, dove da quattro decenni si va declinando l’imperativo dell’evangelizzazione, con la volontà di tradurre i dettami del Concilio Vaticano II, e dove già quattro convocazioni ecclesiali hanno ri-modulato in modo inequivocabile i sentieri verso la missione. Noi sentiamo come vero che «l’uomo del terzo millennio desidera una vita autentica e piena, ha bisogno di verità, di libertà profonda, di amore gratuito» (Benedetto XVI, Omelia in San Paolo fuori le Mura, 28 giugno 2010). Dio «non è il concorrente della nostra esistenza, ma il garante» della nostra felicità (Benedetto XVI, Messaggio cit.), e per questo il suo appello interseca le dimensioni fondamentali della vita, dal lavoro al tempo libero, dalla mobilità agli affetti, sfidandole continuamente con significati inediti, come si è visto nel Convegno Ecclesiale di Verona (ottobre 2006). Più che incapsularla dentro a definizioni fredde e a programmi rigidi, la missione deve veicolare un’incandescenza. Come Chiesa pellegrina in questo Paese, ci sentiamo coinvolti a far sì che il cittadino italiano non accantoni la questione-Dio, non la rimuova ritenendola anti-umana, e lasci affiorare la nostalgia che si nasconde in essa. Per questa ragione, bisogna rivisitare l’intera attività pastorale ordinaria, assegnandole «un più ampio respiro missionario» (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Missionaria 2010) e bisogna rivolgerci distintamente ai giovani e ai giovani adulti. Essendo importante, a tale scopo, identificare e far circolare – perché siano conosciuti e possano stimolare altri – i tentativi di nuova evangelizzazione messi in campo in varie Chiese locali, e con interlocutori diversi. Bisogna provare a dar vita, magari su scala interparrocchiale o cittadina, a esperienze artistiche o confronti strutturati, in cui le persone «possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio», magari «anche senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero» (Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2009). Il Papa ha prospettato anche un nome evocativo per simili esperienze: «il cortile dei gentili», e si ha notizia che qualcosa in Europa stia per essere sperimentato. Le diramazioni che il nostro Progetto culturale ha sviluppato nell’ambito delle diocesi potrebbero rendere fattibile qualche traduzione anche da noi, facendo continuamente attenzione di ricorrere sempre al codice dell’amicizia amabile e discreta.  


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Intervista in relazione alla campagna contro il turismo sessuale minorile

La nostra nuova attività continua la ricerca di notizie nascoste e che sono invece indispensabili per un risveglio delle coscienze assopite della società moderna di cui fanno parte anche molti fratelli cristiani che hanno dimenticato che non c'è niente di più grande dell'interessarsi dei problemi altrui. Oggi pubblichiamo un intervista a Rosarina Sampaio da Silva, Presidente della Associazione Prostitute dello Stato del Ceará A.PRO.CE, che combatte la prostituzione minorile. Fermo restando che noi condividiamo al 100% l'odio verso questo sfruttamento minorile, noi ci teniamo a dire che anche la prostituzione adulta dovrebbe essere fermata se frutto di uno sfruttamento (non potendo obbligare una persona consenziente, purtroppo). Infatti, pur essendoci leggi adeguate, abbiamo sempre carenza nel momento dell'applicazione delle leggi: noi vorremmo che si combattesse la prostituzione in tutti i modi, anche con movimenti culturali che cercassero anche di risvegliare le coscienze dei "consumatori" che assumono il titolo di co-sfruttatori. Ecco il testo dell'intervista:

Intervista a Rosarina Sampaio da Silva, Presidente della Associazione Prostitute dello Stato del Ceará A.PRO.CE (Capitale dello stato: Fortaleza)

Ospite di alcune associazioni in Italia nel mese di Giugno 2007

Luca: Perché la tua associazione ha voluto impegnarsi contro il turismo sessuale minorile?
Rosarina: Abbiamo deciso di affrontare questo problema dal momento che la situazione è diventata inammissibile. Vedevamo le nostre bambine abusate sessualmente dai turisti, soprattutto da tanti italiani. Vedevamo che la società in generale non prendeva nessuna iniziativa per tentare di risolvere questa orribile situazione. Per questo abbiamo deciso di iniziare questa lotta; non potevamo continuare a vedere le nostre bambine prostituirsi per un giocattolo o un piatto di pasta, era diventata un’ immagine orribile e vergognosa per noi, per il nostro Stato e credo soprattutto per gli italiani.

Luca: Qual’è la percentuale di bambini e bambine nel mercato del sesso? Hai avuto la possibilità di conoscere dei bambini che sono stati sfruttati sessualmente?
Rosarina: La percentuale di bambini e bambine sfruttati è alta. E’ difficile dire quale è il rapporto in percentuale tra bambini e bambine, credo che i numeri siano uguali. Se già ho conosciuto dei casi concreti? Purtroppo tantissimi: questa è una dura realtà nel nostro paese.

Luca: Il turismo sessuale porta reddito alla prostituzione adulta, aderire alla campagna non va in contraddizione con le associate? Non si rischia di andare a toccare gli interessi delle grandi organizzazioni che controllano il sistema con pericolose conseguenze?
Rosarina: Non credo che stiamo facendo qualcosa contro le prostitute adulte; le donne brasiliane, dopo i vent’ anni, sono libere di fare quello che vogliono: uscire con un uomo italiano o di altra nazionalità; è una loro scelta. A noi interessano i bambini, questo è il nostro obbiettivo: che non ci siano i bambini in questo mercato del sesso. Questa è la nostra lotta, non possiamo più vedere queste bambine che passano di mano in mano, come un giocatolo. Siamo sicuri dei pericoli, alcuni dicono che vogliamo eliminare la prostituzione, ma non è vero, ci piacerebbe che le donne avessero una vita più degna, che fossero più rispettate, ma ripeto: quello che ci interessa è che non siano presenti i bambini in questo mercato del sesso.

Luca: Perché tanti bambini e bambine coinvolti nella prostituzione? Perché la prostituzione è legata o ha a che fare con la povertà?
Rosarina: Il legame tra povertà è prostituzione è alta, circa il 90% delle bambine, che entrano nel giro della prostituzione, sono spinte dalla fame, della miseria e della mancanza di lavoro dei loro genitori. A volte molte di queste bambine vengono violentate dentro le loro case e dicono che allora è meglio stare per le strade a fare “sesso” con uno sconosciuto, che essere violentate da uno dei membri della famiglia. Quindi la strada diventa per loro un posto quasi più sicuro delle loro case. Senza parlare poi delle persone che stanno dietro a questi giri, quelli che guadagnano dal loro sfruttamento.

Luca: E’ più facile fermare questo fenomeno della prostituzione minorile con la sensibilizzazione della popolazione, o con l’azione della polizia brasiliana e del paese di provenienza del turista?
Rosarina: Il lavoro della polizia è importante, tuttavia non è sufficiente per risolvere il problema, bisognerebbe andare più a fondo. La legge contro la prostituzione minorile esiste ma non viene attuata, quindi credo che sia più opportuno sensibilizzare, fare capire alla gente che sfruttare un bambino significa privarlo del diritto di sognare e di essere felice.

La storia di Rosarina Anch’io sono stata prostituta e sono riuscita ad uscire da questo giro senza ritorsioni. Durante la mia vita da prostituta, mi sono sempre dedicata ad aiutare le altre prostitute, ho sempre cercato di spingerle a fare valere i loro diritti in quanto persone, di farsi rispettare come donne. E’ vero che la gente non guarda con benevolenza le prostitute, ma non possiamo dimenticare che prima ancora di essere prostitute sono donne dotate di sentimento, che devono essere rispettate a prescindere dal mestiere che fanno. Dopo essere uscita da questo “giro” assieme ad altre donne ho iniziato ad analizzare la situazione della prostituzione minorile nella nostra città; col tempo ci siamo accorte che era una situazione disperata, orribile, allora abbiamo deciso di creare una associazione che lottasse contro lo sfruttamento minorile nella forma del turismo sessuale, contro le violenze sulle donne, contro la discriminazione verso le prostitute. Da questo è nata la “APROCE”, ma il nostro interesse principale sono i bambini, non potevamo più vederli oggetto di piacere per turisti europei e soprattutto per italiani, senza che questo ci spingesse a prendere l’ iniziativa per contrastare il fenomeno. Basta con lo sfruttamento delle nostre ragazze, basta approfittarsi della loro povertà per i propri interessi, facendone oggetto di “divertimento sessuale”. Ho deciso di aderire a questa campagna perché ritengo che la denuncia e la protesta, contro il turismo sessuale in Brasile, siano indispensabili. Bisogna unire tutte le nostre forze contro i cd.“mostri” del sesso minorile; inoltre anch’io sono una mamma, sono una zia e non voglio che un giorno possa accadere anche a me di vedere una delle mie figlie o delle mie nipoti diventare oggetto di piacere per questi turisti depravati. Mi viene da piangere quando trovo per le strade ragazze di 10, 11 anni che si vendono per un giocatolo o un piatto di pasta, è una vergogna. Non mi interessa se dovrò un giorno pagare le conseguenze del mio impegno. Tuttavia di una cosa sono sicura: fin che avrò vita, questa sarà la mia lotta. L’anno che abbiamo fondato l’associazione, già dopo le nostre prime denuncie contro lo sfruttamento minorile, ho ricevuto le prime minacce intimidatorie: continue telefonate chiedevano se ero sicura che mio figlio fosse arrivato a scuola, o se sarebbe tornato a casa, tutto questo per farmi desistere dal continuare la mia lotta. Non posso negare che morivo della paura, temevo per la mia vita e quella della mia famiglia, ma non potevo smettere. Quelle bambine avevano bisogno della nostra “voce”. Quando hanno capito che io non mi lasciavo intimidire mi hanno sparato mentre ero in macchina, ma grazie a Dio sono qua, per continuare la mia denuncia, per urlare agli uomini italiani, “basta sfruttare le nostre ragazze!”

Luca: Cosa pensa degli uomini italiani che vanno in Brasile per sfruttare questi ragazze?
Rosarina: Credo che questi uomini abbiano dei disturbi psicologici, credo non siano amati dalle donne italiane; faccio fatica a trovare un aggettivo che definisca questa mostruosità, non posso negare che sono a favore della castrazione chimica. Credo non sia giusto che un uomo faccia sesso con una bambina di 11 anni come se nulla fosse: bisogna prendere misure drastiche contro questi soggetti.

Luca: Grazie della tua visita e ti auguro tante cose belle per il futuro.
Rosarina: Grazie a te per l’opportunità, grazie a tutti gli italiani che ho incontrato in questi giorni, persone meravigliose. Vorrei lanciare un appello a tutti gli uomini italiani che non appartengono alla categoria di cui abbiamo parlato: aderite alla nostra lotta, passate la voce, ai vostri colleghi e amici, di non venire in brasile solo per “sesso”. Questo lavoro di sensibilizzazione è molto importante e abbiamo bisogno di collaborazione da parte di tutti quelli che sono contro lo sfruttamento minorile.

FONTE INTERVISTA 


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martedì 28 settembre 2010

Prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco - Seconda parte

 Continuiamo la pubblicazione della prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco che si sofferma su molti temi di matrice sociale:


3.         Le prove – sappiamo – non abbandonano la Chiesa. In taluni momenti e in certi luoghi poi, queste prove assumono il carattere di vere e proprie persecuzioni, benché il termine, con il destino misterioso che esso evoca, vada usato con la opportuna prudenza. Anche oggi tuttavia il Vangelo si trova ad affrontare il martirio, esattamente come il Signore Gesù aveva preannunciato ai suoi discepoli (cfr Mt 10, 16-33). Un esito che finisce per riguardare soggetti con vocazione diversa: sacerdoti, religiose, e anche vescovi. Inevitabile per noi fare qui commossa memoria del confratello Luigi Padovese, vescovo francescano e amministratore apostolico dell’Anatolia. Ma il martirio non è, in questo tempo, risparmiato ai semplici cristiani, presenti in zone particolarmente critiche (come il Pakistan o certe regioni dell’India, o l’Iraq, la Nigeria, la Somalia), e neppure – paradossalmente – ai volontari che operano nelle trincee del mondo. Recentemente è successo a otto medici occidentali, caduti insieme a un loro collaboratore locale in un’imboscata talebana in Afghanistan. Fatti passare dapprima come spie, sono stati poi accusati di proselitismo, quando avevano semplicemente tra le loro cose la Bibbia. Sempre più spesso si deve prendere atto che neppure l’impegno professionale, profuso a servizio di popolazioni tra le più neglette, riesce a fare scudo. L’intolleranza religiosa assume allora la forma della cristianofobia. Uccidere appare l’unico modo per restare impermeabili al linguaggio dell’altruismo, che spaventa i violenti e inevitabilmente li eccita (cfr Benedetto XVI, All’Udienza generale, 7 luglio 2010). Simili testimonianze, spesso bagnate dal sangue, ci obbligano a verificare la nostra esistenza, a raddrizzarla mettendola meglio in asse con il Signore Gesù. Vorremmo sperare che il mondo libero ed evoluto non continui a sottovalutare questa emergenza, ritenendola in fondo marginale o irrilevante. Ci sono peraltro Paesi, come il nostro, che si stanno attivando affinché dagli Organismi internazionali venga messo definitivamente al bando questo genere di intollerabili discriminazioni. Dal canto suo, il Santo Padre - mentre fa appello ai «responsabili delle Nazioni Unite affinché garantiscano in modo reale, senza distinzioni e ovunque, la professione pubblica e comunitaria delle convinzioni religiose di ognuno» (Discorso alla Riunione delle Opere in Aiuto alle Chiese Orientali, 25 giugno 2010) - indica proprio nella «libertà religiosa» la «via per la pace» su cui riflettere in occasione della Giornata mondiale del 1° gennaio 2011.   
In ogni caso, non accettando la sottovalutazione dei travagli e delle tribolazioni che, nei suoi figli più esposti, la Chiesa affronta in varie parti del mondo, meriterà ricordare che il vero pericolo viene da chi, insieme al corpo, uccide anche l’anima (cfr Mt 10,28). E che cosa la uccide, se non la malizia che alberga nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,15)? «Il danno maggiore – diceva il Papa nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (Omelia, 29 giugno 2010) – la Chiesa lo subisce da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità, intaccando l’integrità del Corpo mistico, indebolendo la sua capacità di profezia, appannando la bellezza del suo volto». Il «non praevalebunt», che sta nella promessa finale di Cristo (cfr Mt 16,18), non può garantirci a riguardo degli «atteggiamenti negativi» dai quali talora ci lasciamo contagiare: egoismo, vanità, orgoglio, attaccamento al denaro, divisioni…– perché garantisce la realtà della Chiesa che vive la sua unione con Cristo (cfr. Omelia cit.).
Come non pensare anche a quei sacerdoti che si sono macchiati di inqualificabili crimini, con abusi su bambini e ragazzi, segnando con ciò in maniera profonda le loro giovani esistenze? Dal Papa, pellegrino in terra inglese, sono ripetutamente venute parole nuove e dure di condanna per i responsabili di questi atti. Al centro delle sue preoccupazioni tuttavia, egli ha posto le vittime, le cui «immense sofferenze causate dall’abuso […], specialmente nella Chiesa e da parte dei suoi ministri», ha inteso collegare al mistero della sofferenza di Cristo (cfr Omelia nella Cattedrale di Westminster, 18 settembre 2010). Il suo parlare sincero e disarmato, che nulla nasconde anche di ciò che è fortemente amaro; il suo rivelarsi realmente determinato a rimuovere dal costume ecclesiale un delitto angosciante; il suo umile metter mano alle regole, per renderle più cogenti, com’è accaduto con le nuove norme “De gravioribus delictis”, senza tuttavia mistificare i dati di una condizione – quella del pedofilo – esistenzialmente tragica… sono alcune delle vibrazioni che il Papa è riuscito a trasmettere, e che in una congiuntura particolarmente critica gli hanno procurato un raggio di interlocuzione per nulla scontato. È ciò, d’altra parte, che lo rende sempre più caro al popolo cristiano e spinge anche impensabili osservatori ad apprezzarne il messaggio, secondo un profilo meno angusto. Le sue parole – verso i responsabili e verso le vittime – sono anche le nostre, mentre come Vescovi, sempre alla luce delle direttive della Santa Sede, continuiamo quell’opera di più esigente discernimento e di rigorosa formazione dei candidati al sacerdozio, di accompagnamento del nostro clero, di decisa vigilanza, di intervento, di sostegno umano e cristiano per tutti.


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lunedì 27 settembre 2010

Prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco - Prima parte

Considerando la stretta attinenza dell'argomento, abbiamo deciso di pubblicare, in più parti, il testo integrale della prolusione del Cardinal Angelo Bagnasco, al Consiglio Episcopale Permanente. Tanti i temi trattati, tutti di matrice sociale. Ecco la prima parte (nei giorni seguenti pubblicheremo le restanti parti):


Conferenza Episcopale Italiana
CONSIGLIO PERMANENTE

Roma, 27 - 30 settembre 2010

PROLUSIONE

DEL CARDINALE PRESIDENTE 



Venerati e cari Confratelli,

ci ritroviamo all’inizio del nuovo anno pastorale per continuare, nell’amicizia e nella comunione fraterna, l’opera di discernimento e di indirizzo che è – per statuto – affidata a questo Organismo. Il Consiglio Permanente, per una consistente parte, è oggi rinnovato in seguito all’avvicendamento dei Presidenti delle Commissioni Episcopali, verificatosi in occasione dell’Assemblea del maggio scorso. Ho la gioia dunque di porgere il più cordiale benvenuto, in particolare, ai nuovi componenti: con il loro apporto, cercheremo insieme di far fronte ai compiti che sono a tutti noi riservati. Ad un tempo, rinnoviamo il grazie ai Confratelli che nel precedente quinquennio hanno, con perizia e passione, arricchito il lavoro di questo organismo, e ora – ne siamo certi – continueranno ad esserci vicini con i loro consigli e la loro esperienza.

1.         Ci sentiamo in profonda sintonia con le comunità cristiane che costellano il territorio del nostro Paese e vivono queste settimane in grande fermento per l’avvio del nuovo anno pastorale. La parrocchia, quale «luogo» di generazione e di esperienza della fede – in osmosi, per quanto è possibile, con la famiglia e in aiuto della stessa – ha compiti che la inducono a «osare» continuamente, ad essere pronta a ricominciare da capo con chiunque incontri sui sentieri della vita. Ognuno, infatti, ha diritto ad imbattersi con la comunità cristiana, così da esserne interpellato e poterla vivere: per questo essa si sforza di rinnovarsi «dal di dentro», attenta e sollecita  al pensiero di Cristo, attingendo al mistero della sua presenza eucaristica, cercando con sapienza di recuperare il senso dei vari gesti qualificanti la vita cristiana, a partire dal segno della croce (cfr Benedetto XVI, All’Angelus, 30 maggio 2010). Il nostro è un tempo infatti in cui conviene non dare nulla per scontato. Con ragionevole flessibilità, ed entro una certa misura, la comunità parrocchiale modula le proprie proposte in considerazione dei ritmi variegati della società di oggi. Anche attraverso una «pastorale occasionale», si fa attenta al «frammento» e, chinandosi su ogni «germoglio», gli fa spazio e ne difende la vitalità.
Per la verità, le nostre parrocchie – in generale – sono simili a cantieri che non chiudono mai. Quasi tutte si propongono anche nel tempo estivo; saremmo tentati di dire che in questa estate – ancor più che in passato – le case parrocchiali, le strutture di soggiorno specialmente montano, gli oratori e patronati, con il proprio corredo di strutture per lo sport e il gioco, si sono riempiti come non mai. E questo grazie a programmazioni finalizzate sempre all’educazione, in cui la presenza di animatori, spesso adulti e genitori, è preziosa garanzia di arricchenti scambi fra le generazioni. La Chiesa mette a servizio il patrimonio educativo che le è proprio e accompagna i giovani a sperimentare se stessi, la loro energia di vita,  senza eludere i propri disagi e le proprie inquietudini. Pure a livello di adulti e di famiglie si vanno – da anni – sperimentando formule di incontro estivo in cui si fondono insieme esigenze diverse, dal riposo alla ricarica religiosa e formativa, con importanti risultati in ordine al confronto delle esperienze e a una riflessione meglio ragionata. C’è da dire poi che le comunità cristiane incastonate nelle località di turismo, e sono davvero molte, hanno da tempo imparato a farsi interpreti non solo di momenti spirituali e liturgici particolarmente curati, ma anche di una domanda di vacanze culturali che una fetta sempre più rilevante di popolazione esprime.
  
2.         Ma il nostro sguardo si allarga subito alla dimensione della Chiesa universale, la quale negli ultimi mesi – com’è noto – è stata interessata dall’emergere di vicende umilianti e dolorose. Proprio in questo frangente, però, abbiamo sperimentato la grazia che Pietro è per la Chiesa. Ancora una volta, con il suo temperamento mite e quasi schivo, e in forza della sua energia spirituale come dell’attitudine intellettuale ad andare al centro delle questioni, Benedetto XVI si è portato innanzi a tutti, e in una visione dinamica della fede ha indicato nel Signore Gesù colui che «cammina avanti a noi, ci precede, ci mostra la strada» (Omelia ai Membri della Pontificia Commissione Biblica, 15 aprile 2010); ha ricordato che solo «nella grande prospettiva della vita eterna il Cristianesimo rivela tutto il suo senso» (ib). Come a dire: i problemi possono anche attanagliarci il cuore e causare sofferenze acute, ma il dolore deve aprirci ad una nuova adesione, ad un “sì” più intenso alla volontà del nostro Maestro e Signore. Ci ricorda che  ogni evento  chiama ad una incessante conversione. È il punto che sta a cuore al Papa: «Dobbiamo ri-imparare proprio questo essenziale: la conversione» (Ai giornalisti durante il volo verso il Portogallo, 11 maggio 2010). Cioè, la metànoia. Questa è «la vera e fondamentale risposta che la Chiesa deve esprimere, che noi, che ogni singolo, dobbiamo dare in questa situazione» (ib). Occorre dunque «riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione, della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento» (Omelia cit.). Si trova indicata qui, con il pàthos che essa esige, la vera fondamentale riforma della Chiesa, quella che si pone – e l’hanno insegnato tutti i veri riformatori – come requisito-base di qualsiasi vero rinnovamento ecclesiale. Il che, per Benedetto XVI, deve anzitutto concepirsi non nel confronto con il mondo, ma in rapporto a Cristo. È Lui il vero parametro, non altri e non altro. Parlando della figura di santa Ildegarda, e criticando la pretesa dei càtari, il Papa appena qualche settimana fa ha ripetuto un concetto a lui molto caro: «Un vero rinnovamento della comunità ecclesiale non si ottiene tanto con il cambiamento delle strutture, quanto con un sincero spirito di penitenza e un cammino operoso di conversione (…) Questo è un messaggio che non dovremmo mai dimenticare» (Udienza generale, 8 settembre 2010). È questo essenziale cammino di riforma, che il Papa indica e percorre davanti a tutti; che ognuno – pastori e popolo – deve abbracciare in modo netto, con rinnovata decisione e fiducia, e senza mai trascurare che «la zizzania esiste anche in seno alla Chiesa e tra coloro che il Signore ha accolto al suo servizio in modo  particolare. Ma la luce di Dio non è tramontata, il grano buono non è stato soffocato dalla semina del male» (Messaggio per l’Apertura del 2° Kirchentag ecumenico tedesco, 10 maggio 2010). Il viaggio che il Santo Padre ha compiuto nel Regno Unito si è realmente rivelato un «evento storico» (Benedetto XVI, All’Udienza generale, 22 settembre 2010). Infatti, ha messo in evidenza – stavolta forse più che in altre occasioni – che la «partita» su Dio resta nella coscienza occidentale del tutto aperta. E se è vero che non ci dev’essere spazio per illusioni, non ce ne può essere neppure per pessimismi illogici e precipitosi. Il Papa stesso, tracciando un primo bilancio, ha confidato che il viaggio  confermava una sua «profonda convinzione», ossia che «le antiche nazioni dell’Europa hanno un’anima cristiana, che costituisce un tutt’uno col “genio” e la storia dei rispettivi popoli» (ib). Considerando che con i suoi discorsi egli ha inteso rivolgersi all’«intero Occidente, dialogando con le ragioni di questa civiltà» (ib), ritengo che potrebbe essere utile riprendere – in una prossima circostanza, al di là dunque di quanto riusciremo a fare in questo Consiglio Permanente – alcuni nuclei tematici della visita e far sì che parlino alla nostra vita e alla missione delle nostre comunità. 

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Lo scandalo del turismo sessuale


Al tempo dello scandalo pedofilia che coinvolse la Chiesa in maniera molto forte, noi sollevammo il problema dell'indifferenza della società civile verso altri problemi legati ai soprusi sessuali. Parlammo delle ferocie negli attacchi armati in territorio congolese e somalo così come denunciammo il silenzio relativo alle pratiche del turismo sessuale: ed è proprio questo il centro dell'argomento di oggi su cui si sofferma il nostro osservatorio. Questa pratica è purtroppo molto diffusa e vede coinvolti anche nostri connazionali che soddisfano la loro perversione in Paesi che usano la mano leggera nei confronti dello sfruttamento sessuale, Paesi in cui vige un silenzio omertoso non vedo e non sento. Purtroppo vittime di questo abominio sono molte volte, anche i bambini che vengono sfruttati sessualmente persino dai loro genitori che li vendono per ricavare qualcosa in cambio. L'orrore di chi viaggia in cerca di persone che soddisfino le proprie perversione è diffuso, come detto, in tutto il mondo: e quindi vi sono anche moltissimi italiani che viaggiano per questo fine. Noi ci eravamo chiesto dove erano quelle persone che oggi alzano il dito contro la Chiesa per lo scandalo pedofilia ed oggi ci poniamo ancora la stessa domanda. Dove sono i mass media che in maniera violenta andavano sbandierando notizie di pedofili che invadevano la Chiesa? Visto che per pochi preti si è quasi distrutta l'intera istituzione clericale, pensavamo che lo stesso dovesse toccare anche altri fenomeni obbrobriosi come il turismo sessuale. Oggi, Avvenire, pubblica un articolo di Lucia Bellaspiga, che si riferisce all'Italia: «con determinazione ammirevole e forza morale l’Italia ha saputo darsi strumenti legislativi efficaci», ma resta indietro quanto all’applicazione degli stessi.

L'articolo di Avvenire prosegue: Due in particolare gli strumenti che ci pongono all’avanguardia: la legge 269 del 1998 e il Codice di Condotta che nel 2000 Ecpat Italia (End Child Prostitution Pornography and Trafficking), insieme alle associazioni e ai sindacati di categoria, ha elaborato per l’industria turistica italiana. La legge 269, rispetto alle norme precedenti, sancisce la punibilità dei reati di prostituzione e pornografia a danno di minori anche se perpetrati fuori dall’Italia. E stabilisce l’obbligo per gli operatori turistici di inserire in maniera evidente nei cataloghi e tra i documenti di viaggio consegnati ai clienti la seguente avvertenza: «La legge italiana punisce reati inerenti alla prostituzione e alla pornografia minorile, anche se gli stessi sono commessi all’estero».
Il Codice di Condotta, invece (che è stato recepito nel Contratto nazionale del 2003 per i dipendenti del settore turistico) prescrive per le agenzie di viaggio «la formazione del personale sia in Italia che nei Paesi di destinazione», una efficace «comunicazione ai clienti dell’impegno dell’azienda contro il turismo sessuale», e soprattutto «la stipulazione di clausole nei contratti che vincolano i fornitori locali di servizi ricettivi».
Ma, come dicevamo, è proprio sui fruitori che la prevenzione fa acqua, e a dirlo sono i numeri rilevati dall’Osservatorio nazionale per l’applicazione della Legge 269 (attraverso un questionario inviato a 309 imprese turistiche, ma al quale ha risposto solo il 42% dei contatti, il che già la dice lunga): se ben il 78% delle agenzie turistiche ottempera all’obbligo di informazioni ai clienti (e questa è la notizia positiva), solo il 47% delle imprese è attivo nei confronti dei dipendenti, e solo il 23% si preoccupa dei fornitori di servizi turistici nei Paesi esteri. I tour operator, infatti, si accontentano di «avere fiducia nei fornitori storici», dunque non sentono l’esigenza di sviluppare specifiche azioni di controllo e formazione. Ma la fiducia non basta.
Per fortuna ci sono imprese che si impegnano seriamente, che producono opuscoli ad hoc, collaborano con associazioni ed enti nei Paesi di destinazione, sovvenzionano persino orfanotrofi e azioni di contrasto al fenomeno: «Perché non attivare meccanismi internazionali di premio-punizione per i tour operator virtuosi – è allora la proposta che esce dal convegno di Palermo – , come ad esempio la segnalazione sui portali o le guide da viaggio?». Nel trasporto aereo le liste nere internazionali hanno funzionato, «allo stesso modo le liste bianche degli operatori turistici potrebbero creare un circuito positivo». E un premio di mercato: «Dimostreremmo che più dello sfruttamento paga il rispetto».


Insomma, le regole ci sono, ma come accade in quasi tutti i settori, manca la concreta attuazione: allora perchè non denunciare con forza questa lacuna in fase di attuazione? Perchè non gridare allo scandalo? Io dico, alla società civile, di usare la propria voce per denunciare ogni tipo di crimine e non solo quello che ci piace denunciare. E' stato giustissimo denunciare i sacerdoti autori di atti orribili, ma coerenza vuole che si faccia lo stesso anche con questa pratica, per cercare di aiutare quelle vittime che quotidianamente vengono vendute solo per soddisfare le perversioni del cuore umano. La Vigna del Signore sarà sempre in prima linea nel cercare di aprire le coscienze assopite di una società che si sveglia solo quando toccata, ma che rimane latente quando accade qualcosa che non li tocca.

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sabato 25 settembre 2010

Congo: crudeltà inimmaginabili

Oggi veniamo a contatto con alcune notizie sconvolgenti: notizie terribili di violenze e soprattutto di stupri. Preghiamo affinché questi orrori non accadano più e che gli uomini riescano a prevenire e punire i responsabili di questi atti vergognosi:

Almeno 303 civili sono stati stuprati, spesso più volte, durante i barbari attacchi condotti da circa 200 uomini di tre gruppi armati nell'est Repubblica Democratica del Congo solo dal 30 luglio al 2 agosto. Lo ha confermato oggi un rapporto dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ma il numero delle vittime potrebbe essere molto più alto, afferma il documento. Per l'Onu, "l'entità e la crudeltà" di questi stupri "superano l'immaginabile".

Degli stupri avevano parlato nei giorni scorsi altre fonti delle Nazioni Unite fornendo cifre anche più alte ma riferite ad un periodo compreso tra luglio e agosto. Ma gli autori del documento ritengono che le vittime siano più numerose perchè la squadra dell'Onu non ha potuto recarsi ovunque e circa la metà della popolazione dei villaggi colpiti era ancora nascosta nella giungla per paura di altri attacchi. Tra di loro ci sono probabilmente altre vittime di stupri, afferma il rapporto.

Per l'Alto Commissario per i diritti umani, Navi Pillay, "la scala e la crudelatà di questi stupri di massa superano l'immaginabile. Anche nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, dove lo stupro è stato un problema costante ed massiccio negli ultimi quindici anni, questo episodio si distingue per il sangue freddo e il modo sistematico con il quale sembra essere stato pianificato ed eseguito", ha detto in una dichiarazione. Gli attacchi, perpetrati per lo più di notte, sono stati commessi da membri di tre gruppi armati, i Mai Mai Ceka, le Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) e di elementi vicino al "colonnello Nsengiyumva", un disertore dell'esercito. "Quasi tutte le vittime sono state stuprate dagli assalitori in gruppi da due a sei persone, qualunque fosse la loro condizione fisica o la loro età", precisa il rapporto. Secondo gli autori si è trattato di "spedizioni punitive" che miravano alla sottomissione delle comunità della zona, il territorio di Walikale ricco di
minerali, considerate "traditrici" perchè simpatizzanti con il governo.

Pillay ha offerto l'aiuto del suo ufficio alle autorità Repubblica Democratica del Congo (Rdc) per "svolgere indagini e ad assicurare alla giustizia gli autori di questi crimini odiosi. Capisco le enormi difficoltà di questo compito, ma dobbiamo fare di più. L'impunità per gli stupri del passato e attuali può solo portare a più stupri nel futuro. Tale ciclo di impunità per le violenze sessuali nella Repubblica democratica del Congo deve essere interrotto", ha insistito.
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venerdì 24 settembre 2010

Vandana Shiva: "La fame cresce e i paesi ricchi dimenticano i loro poveri"

Vandana Shiva è un'attivista e ambientalista indiana che, in questo caso, mostra un immagine veritiera della situazione mondiale, con la fame crescente così come il divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Vediamo cosa ella propone per ridurre la fame e per cercare di iniziare a cambiare le cose: 


Vandana Shiva
di ERICA FERRARI*


La Tobin tax? "Una buona idea per mobilitare risorse finanziarie, ma insufficiente per far fronte al problema della fame nel mondo". È il parere di Vandana Shiva, che commenta così la proposta fatta dal presidente francese Nicolas Sarkozy al summit di New York. Seguendo dall'India i lavori dell'Onu, l'ambientalista indiana sostiene che la tassazione delle transazioni finanziarie non è sufficiente per raggiungere il primo degli obiettivi definiti nel 2000, ovvero la riduzione del 50% del numero di persone che soffrono la fame nel mondo.

Aumentano i prezzi alimentari. Contrariamente a quanto pubblicato da alcune ricerche, secondo cui il numero degli affamati sarebbe sceso da 1,3 miliardi nel 2009 a 932 milioni nel 2010, Shiva sostiene che "gli affamati sono aumentato, non diminuiti. I prezzi alimentari in Paesi come l'India hanno continuato ad aumentare, sottraendo il cibo alla portata di milioni di persone. Inoltre, il 2010 è stato un anno di grande instabilità del clima, che si tratti degli incendi in Russia o delle inondazioni in Pakistan, India e Cina. Tutto ciò ha avuto un impatto sulla disponibilità di cibo".

"E la povertà aumenta anche da voi". Alle minacce del clima e al rischio della speculazione sui costi dei beni alimentari, si aggiunge una situazione in cui i Paesi ricchi si sono dati latitanti per il versamento degli aiuti pubblici allo sviluppo, ma non solo. "Gli ultimi anni hanno visto i paesi ricchi dimenticare il loro impegno per i poveri del mondo, ma anche per i poveri dei loro stessi Paesi - afferma Shiva - Lo smantellamento della sicurezza sociale e dei sistemi di welfare nel Nord, effettuato per ottenere adeguamenti strutturali al sistema neo-liberale, e l'atteggiamento di chiudere un occhio di fronte agli impegni globali per la cooperazione internazionale sono sintomi del fatto che ci sono Paesi ricchi che servono solo gli interessi dei ricchi".

La democrazia alimentare. Secondo Shiva, la parola d'ordine per combattere la fame nel mondo è "democrazia alimentare". Nel contesto attuale "l'unico modo per affrontare la fame è la riduzione dei costi della produzione alimentare e l'aumento della resistenza ai cambiamenti climatici. Questo significa adottare il metodo biologico. Inoltre, l'eliminazione della fame richiede un impegno per la sovranità alimentare e sistemi decentrati e diversificati per la produzione e distribuzione alimentare".

"La Tobin Tax non basta". Proprio per questo, secondo Shiva, l'introduzione della Tobin tax, seppur positiva, non basterà per sconfiggere la fame: "È necessario stoppare i brevetti e i diritti di proprietà intellettuale sulle sementi. Brevetto significa royalty, royalty significa povertà e povertà significa fame. La fame continuerà a esserci se le scarse risorse degli agricoltori e dei contadini verranno prosciugate dagli alti costi dei semi e dei prodotti chimici, pesticidi e fertilizzanti. La fame - conclude Shiva - è il risultato degli elevati costi di produzione agricola e della distruzione della biodiversità necessaria per fornire alimenti e nutrizione".

* Azione per la salute globale / Cestas
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martedì 21 settembre 2010

Trafficanti d'uomini

Iniziamo il nostro primo intervento con una notizia che avremmo voluto non riportare. Pubblichiamo un articolo apparso oggi sulle pagine di Avvenire per riflettere su quanto sta accadendo nel mondo.



21 settembre 2010

EMERGENZA UMANITARIA

Pakistan, trafficanti nei campi
Scomparsi almeno 400 bimbi

Sono arrivati al campo bagnati fin nelle ossa. Avevano vagato per ore per il Punjab, dopo che il loro villaggio era stato spazzato via dalla furia dell’Indo. L’intero clan – una grande famiglia allargata – era fuggito insieme. Per darsi aiuto e protezione a vicenda. Questo non è bastato, però, a salvare le ragazze del gruppo. Appena arrivati nella tendopoli autogestita, nella zona di Muzaffargarh, i profughi sono stati ricevuti da alcuni uomini che hanno distribuito cibo e coperte. Dopo mangiato, i nuovi arrivati sono caduti di colpo in un sonno profondo.


Forse si sono accorti che il pasto era stato drogato ma non hanno avuto il tempo di reagire. Al risveglio, tutte le donne, tra i 14 e i 18 anni, erano sparite. Storie come questa si ripetono con drammatica frequenza nel Pakistan straziato dalle inondazioni. E infestato – come accade durante le catastrofi naturali – dai trafficanti di esseri umani. A dare l’allarme – rilanciato dall’Agenzia <+corsivo>Fides<+tondo> – l’Ong locale Roshni Missing Children Helpline. Secondo l’associazione, solo nell’ultimo mese, si sarebbero “volatilizzati” 400 bambini. O meglio, questi sono i casi registrati presso la National Disaster Management Authority. Il numero reale potrebbe essere ben più alto. «Non esistono dati ufficiali poiché le istituzioni non se ne occupano», racconta a <+corsivo>Fides<+tondo> Tahira Abdullah, attivista per i diritti umani.


Le grandi agenzie – continua la Abdullah – «non vogliono prendere in seria considerazione questo fenomeno. Solo le Ong locali se ne stanno occupando, perché ricevono disperate lamentele delle famiglie colpite». Sono queste ultime a cercare cifre e storie, soprattutto nei “buchi neri”. Ovvero Sindh e Punjab, le aree dov’è minore la presenza – e dunque i controlli – delle organizzazioni internazionali. La Roshni Missing Children Helpline ha individuato 23 episodi di ragazzi spariti. Avevano tra i 5 e i 17 anni. I piccoli, in genere, finiscono a lavorare come “schiavi domestici” o nel racket organizzato dei mendicanti o, peggio, sono vittime del traffico d’organi.


Le donne, invece, vengono destinate al mercato della prostituzione. Difficile fermare i mercanti di uomini. Come ha scritto in una nota l’Asian Human Right Commission: «In questo disastro, mancano programmazione, coordinamento e misure concrete per sottrarre donne e bambini alla violenza». E aiutare i 10 milioni di profughi a sopravvivere. Ieri, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha chiesto alla comunità internazionale una «risposta urgente» per evitare la catastrofe. Una posizione condivisa anche dal segretario di Stato Usa Clinton. Sono necessari più fondi. Uno sforzo di solidarietà internazionale – ha sottolineato Mario Rodrigues, direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie in Pakistan – è necessario per contrastare «l’opportunismo dei gruppi estremisti islamici» che sfruttano la tragedia per fare proseliti.
Lucia Capuzzi


Fonte: http://www.avvenire.it







***

Nella civiltà occidentale e nella società nostrana siamo soliti lamentarci dei nostri insuccessi e per le nostre difficoltà che paragonate con quanto accade nel Pakistan e non solo, sono davvero nulla in confronto. Il traffico umano dal quale consegue prostituzione, traffico d'organi, schiavitù, sono un crimine non grave ma gravissimo poiché ogni uomo è di pari dignità e nessuno può arrogarsi il diritto di esercitare il potere sul prossimo. Un fatto analogo seppur apparentemente può sembrare meno drammatico dei fatti sopra riportati, accade anche nella nostra società con l'uomo e la donna; il primo (non per ordine di importanza n.d.r.) rivendica sulla seconda un diritto inesistente. Questa cultura "padre-padrona" sta per scomparire, anche se sussistono ancora dei focolai di maschilismo. L'uomo e la donna sono stati creati di pari dignità; nessuno dei due può dichiararsi al di sopra dell'altro poiché Dio li ha creati a Sua immagine. O anche con i bianchi e i neri, i gialli e i rossi: nessun uomo bianco o nero, o giallo o rosso può asserire di far parte di una razza superiore poiché non vi sono gradi di superiorità, non vi sono razze diverse, ma una sola specie umana, un'unica razza i cui componenti hanno colori diversi a causa della pigmentazione della pelle; un meccanismo corporeo del tutto naturale favorisce una concentrazione di melanina  a seconda del luogo nel quale si vive. Una sola specie dunque, una sola razza dicevamo e una pari e identica dignità umana. Il razzismo è una teoria diabolica atta a distruggere quell'Unità che Cristo è venuto a portare con il Suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri. Nessun essere umano di nessun colore, sesso, età può definirsi più dignitoso del prossimo poiché siamo tutti della pari dignità, per cui è assolutamente gravissimo che ci siano uomini che "usano" i loro simili come merce o bestie. E' inaccettabile nel modo più assoluto. E' inaccettabile che dei bambini non abbiamo il diritto di crescere e giocare come i nostri figli, i nostri fratelli e sorelle, i nostri nipoti. Questi fatti sono ancor più gravi perché riguardano dei bambini i quali hanno maggior diritto di crescere nella purezza e nella gioia. Proviamo a capire quanto sia effettivamente cruda questa realtà nella quale dei bambini e ragazzi sono "utilizzati" come schiavi, o peggio sezionati per il traffico d'organi. E le bambine e le ragazze private della loro purezza e della loro felicità per soddisfare i meschini desideri dell'uomo e l'avidità dei trafficanti di essere umani. Un uomo può raggiungere la santità la quale costruisce pace e amore oppure scendere a livelli esecrabili come quelli appena citati. L'uomo fedele a Dio diventa simile agli angeli, chi Gli è infedele è simile ai peggior angeli ribelli dannati nello stagno ardente di zolfo. Riflettiamo a fondo per sensibilizzare le nostre coscienze su questi fatti per non restare indifferenti dinnanzi alla tirannia dell'uomo malvagio e avido di danaro.

Per evitare tutti questi orrori, amiamoci gli uni gli altri.

Mikhael
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lunedì 20 settembre 2010

Nasce "L'Osservatorio"

I doveri di un cristiano sono molteplici, uno dei quali quello di non chiudere gli occhi, quello di osservare e non tacere ove vi siano ingiustizie. L'Osservatorio si propone di fare questo: Informare dove gli altri non informano per stimolare le nostre coscienze per riflettere ed eventualmente agire ove è possibile farlo.

· L'Osservatorio non è un quotidiano online o una testata giornalistica in quanto nasce come ulteriore sezione del sito Nella Vigna del Signore per trattare argomenti non trattati dalla maggior parte dell'informazione autorizzata ed ufficiale. Inoltre non essendo una testata giornalistica, permette ai lettori di esprimere i propri pareri poiché l'espressione del libero pensiero è un diritto di ogni cittadino. Invitiamo pertanto le autorità competenti a contattarci nel caso vi siano delle violazioni da parte dei suoi autori così da poter provvedere alla modifica o alla rimozione del suddetto spazio (L'Osservatorio).

· L'Osservatorio è un Blog nel quale gli autori del sito Nella Vigna del Signore si impegnano a trattare argomenti dimenticati e/o soppressi - per motivi non ancora noti - dai principali mass media italiani.

· L'Osservatorio è quindi uno spazio per riflettere, interrogarci e per agire cristianamente - secondo la Parola di Cristo nostro Signore - davanti a tutte quelle situazioni drastiche che il mondo lontano di qui, e non solo, ci presenta attraverso i siti di informazioni autorizzati dalla Legge.

Vi ringraziamo per la vostra cortese attenzione e ci auguriamo di agire in linea con i sensi della Legge e soprattutto in linea con il Vangelo di Cristo.

gli Operai della Vigna
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mercoledì 1 settembre 2010

False priorità

Ancora una volta interveniamo con un articolo di Famiglia Cristiana che, in questi giorni, si sta dimostrando come uno dei pochi giornali realmente interessati alla deriva della situazione politica italiana. Sinceramente non ci piace intervenire in queste questioni di carattere politico, ma moralmente ci sentiamo obbligati, soprattutto dopo le dichiarazioni del governo, in rapporto alla difesa della cristianità. Siccome non vogliamo che il premier possa passare come modello di vita cristiana, allora interveniamo visto che, dopo lo show-Gheddafi, ci troviamo ad affrontare tematiche ancora una volta lontane dall'idea cristiana di politica: e cioè il persistente interesse personale che supera l'interesse collettivo. Ci chiediamo quando scenderà in campo una persona in grado di difendere i valori cristiani della collettività (in particolar modo la famiglia), piuttosto che pensare a come difendersi dai giudici italiani. Di seguito l'articolo di Famiglia Cristiana, in edicola da oggi:

"Adesso che le elezioni anticipate appaiono scongiurate, il Governo s’appresta a portare in Parlamento un’agenda di cinque punti su cui chiedere la fiducia. Il piatto forte, naturalmente, è la giustizia. O meglio, il “processo breve” che, per renderlo meno indigesto all’opinione pubblica, si chiamerà “processo in tempi ragionevoli”. E che avrà una corsia preferenziale, grazie a risorse e investimenti straordinari. Da reperire, a ogni costo, sia pure in tempi di ristrettezze. Ma a settembre, con la ripresa scolastica, le famiglie avranno altre priorità: lavoro e lotta alla povertà, innanzitutto. Le fabbriche riaprono i cancelli, ma circa cinquecentomila posti sono a rischio. E qualche azienda, da subito, non aprirà nemmeno i cancelli. Al ministero dello Sviluppo, dove da mesi si è in attesa di un nuovo ministro, più di duecento tavoli di crisi sono aperti. E non se ne vede la soluzione.

Sul fronte della famiglia, dopo tante promesse e qualche timida apertura sul quoziente familiare, tutto s’è arenato. Per i politici il benessere della famiglia non è bene prioritario, ma merce di scambio, in una logica mercantile che mira a interessi di parte e non al bene comune. A ricordarci questo disinteresse, che ha radici lontane e riguarda tutti i partiti, è il ministero dell’Economia. L’Italia è la cenerentola d’Europa, fanalino di coda nel sostegno alle famiglie. Dedica alla spesa familiare solo l’1,4 per cento del Prodotto interno lordo, contro una media europea del 2,1 per cento e punte del 3,7 in Danimarca. Nel welfare familiare ci superano Paesi come Cipro, Estonia e Slovenia. Peggio di noi fanno solo Malta e Polonia.

  La Francia, che potrebbe esserci d’esempio, ha invertito il declino demografico con una politica amica della famiglia e dei bambini. Con servizi e sussidi alla maternità, asili nido, sgravi fiscali per baby-sitter, agevolazioni sugli affitti per le case degli studenti e sconti sui treni per famiglie numerose. I tagli e i risparmi si fanno altrove, su privilegi e sprechi della casta. Non sulla famiglia. Il mancato investimento sulla famiglia blocca anche la ripresa e la crescita economica. Ne è convinto Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, che propone un patto a livello europeo, che vincoli i Paesi dell’Unione a destinare il 3 per cento del Pil alle famiglie; che obblighi i Governi a investire nelle politiche di accesso dei giovani al lavoro (rapido, stabile e ben remunerato); e che permetta alle famiglie di dedurre le spese per la formazione dei figli. Ricorda il presidente dello Ior: «I figli producono crescita, ricchezza e risparmi. La famiglia che forma i suoi figli e assiste i suoi anziani fa welfare, con meno costi per lo Stato. Non capire questo è stato un grave errore economico, cui si aggiunge quello morale: la tendenza progressiva a scoraggiare la famiglia tradizionale». Altro che “processo breve”. O meglio, “in tempi ragionevoli”."

FONTE

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