venerdì 29 ottobre 2010

La fine di un incubo e la vittoria della speranza

Sono passati alcuni giorni, ma anche noi della Vigna del Signore ci tenevamo a dare uno sguardo ad una notizia bellissima simbolo della speranza che non muore mai: la liberazione dei trentatre minatori bloccati nelle miniere cilene. Quest'opera di salvataggio ha mostrato la solidarietà dell'uomo, la forza della speranza, l'unione di tutti per il perseguimento di uno scopo comune e cioè il salvataggio di 33 uomini! Ci piace pensare che questo numero, 33, non sia casuale, ma che richiami un numero bellissimo e cioè i 33 anni della vita terrena di Gesù Cristo che ha alimentato la speranza e la fede, non solo nei minatori liberati, ma anche nelle loro famiglie.


MINERA SAN JOSE' (CILE) - Il lungo incubo e' proprio finito: i 33 minatori intrappolati sottoterra in Cile per oltre due mesi sono stati tutti salvati dopo che il rischio di una loro morte nel buio delle viscere della terra ha suscitato preoccupazione e angoscia in tutto il mondo. Dopo 69 giorni dall'incidente, si e' conclusa durante l'operazione di salvataggio condotta nel deserto dell'Atacama. La capsula 'Fenix' ha fatto la spola per quasi un giorno con il punto a oltre 600 metri di profondità in cui i minatori erano rimasti intrappolati a causa di uno smottamento. Attraverso il cunicolo, sono stati riportati in superficie anche tutti i sei soccorritori calatisi nelle viscere della terra per organizzare la risalita dei minatori. L'ultimo minatore a uscire è stato il capo-turno e leader del gruppo fin dal giorno del crollo, Luis Urzua, di 54 anni: su di lui era gravato il compito di mantenere viva la speranza nei compagni durante i 17 giorni in cui non c'erano contatti con i soccorritori e che ha razionato gli alimenti dei quali disponevano (qualche lattina di tonno, latte e frutta in scatola). Appena uscito dalla capsula, il minatore è stato avvolto in una bandiera cilena e in tante città e paesi le campane delle chiese hanno suonato a distesa mentre la gente si è riversata per le strade, animandole con caroselli in auto.

''Le passo il turno e spero che questo non accada piu''', ha detto Urzua rivolto, con casco e occhiali scuri per proteggerlo dalla luce, al presidente cileno Sebastian Pinera che lo ha accolto tra l'esultanza generale. "Ho fatto un turno di 70 giorni, un po' troppo lungo", ha scherzato Urzua fra l'altro dicendosi ''orgoglioso di essere cileno". Tutti attorno a lui hanno applaudito intonando l'inno nazionale. "Mi congratulo con lei, è stato un ottimo capitano", gli ha detto il presidente Pinera che, al termine delle operazioni di soccorso, ha sigillato il pozzo ponendo metaforicamente fine alla vicenda seguita da settimane anche grazie a immagini e voci raccolte dal sottosuolo attraverso una sorta di cordone ombelicale che ha tenuto in vita i minatori con cibo e acqua. Prima di riemergere dalla piccola miniera di rame e oro nei pressi di Copiaco, circa 800 km a nord della capitale Santiago, i soccorritori hanno mostrato alla webcam sotterranea il cartello, in spagnolo, con l'annuncio ''missione compiuta'' registrato dai circa 1.500 giornalisti arrivati da tutto il mondo al ''campo Esperanza''. Protagonista delle immagini tv che hanno documentato l'operazione di salvataggio e' stata la capsula di metallo, poco piu' larga delle spalle di un uomo e dipinta coi colori della bandiera cilena. Questa sorta di Apollo 11 delle viscere della terra e' stata ridipinta piu' volte ma ha mostrato sempre piu' rigature causate delle rocce dello stretto pozzo scavato per calarla nel sottosuolo. Comunque ha tenuto, fino a riportare in superficie anche l'ultimo dei soccorritori scesi nella cavita' per aiutare i minatori ed entrare nella Fenix. L'uomo che idealmente ''ha spento la luce'' e' Manuel Gonzalez, un tecnico con 20 anni di esperienza in questo tipo di soccorsi. Nella sala mensa della base operativa da dove sono state coordinate le operazioni di soccorso - costate un equivalente tra i 7 e i 14 milioni euro secondo una stima di Pinera - alcuni familiari dei minatori hanno stappato bottiglie per suggellare con brindisi la fine dell'incubo.

FONTE: Ansa
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giovedì 28 ottobre 2010

Emergenza colera: il lavoro di Save the Children

In questi giorni stiamo assistendo ad un dramma umanitario nel Sud-Est asiatico, ci sono ancora effetti devastanti che si sono sviluppati a seguito di un'altra tragedia e cioè il terremoto di Haiti di qualche mese fa. Ora l'emergenza più grossa è rappresentata dal colera che si sta diffondendo tra la popolazione del dopo sisma. La Vigna del Signore ha sempre sostenuto (e continuerà a farlo) Save the Children: e anche questa volta è proprio questa benefica organizzazione che si sta muovendo per aiutare la popolazione haitiana, in un clima molto difficile. Quanto segue è un articolo di Save The Children che spiega nei dettagli il lavoro svolto ad Haiti in questi giorni:

Save the Children è impegnata a contrastare la diffusione del colera ad Haiti che ha finora causato la morte di 254 persone e 3.015 contagi.

Il team medico dell’organizzazione internazionale, che dal 1919 lotta per i diritti dell’infanzia, sta incrementando gli stock di sali reidratanti all’interno delle sue cliniche mobili e sta intensificando le azioni di educazione a una corretta igiene nei campi, insegnando soprattutto ai bambini come lavarsi adeguatamente le mani. Inoltre gli operatori di Save the Children stanno intervenendo a protezione dei neonati, con specialisti nell’allattamento materno che aiutano le mamme ad allattare naturalmente i bambini piuttosto che nutrire i neonati con latte in polvere che va miscelato con acqua.

“Le condizioni in molti dei campi sono ancora difficili, con centinaia di famiglie che vivono a strettissimo contatto le une con le altre e circondate di spazzatura”, commenta Lisa Laumann, Direttore dei Programmi di Save the Children ad Haiti. In alcuni dei campi i bambini e le rispettive famiglie non hanno neanche la possibilità di raggiungere i serbatoi d’acqua messi a disposizione dalle agenzie umanitarie”.

 “Inoltre i bambini si divertono a giocare e, adesso che siamo nella stagione delle piogge, amano saltare nelle pozzanghere o larvarcisi le mani. Giochi innocenti che però possono diventare letali se il colera si dovesse diffondre in città. I bambini sono più a rischio degli adulti di contrarlo, perché posseggono meno liquidi e anche perché alcuni di essi sono anche malnutriti”.
 

“E’ fondamentale accelerare la nostra risposta”, conclude Lisa Laumann, “soprattutto sensibilizzando e mettendo al corrente le madri, che sono coloro che solitamente preparano da mangiare e si occupano dell’igiene dei bambini, sui possibili pericoli. La sorveglianza e la prevenzione sono fondamentali per arrestare la diffusione della malattia che al momento è presente ad appena 70 chilometri da Port au Prince”.

Save the Children con oltre 800 operatori è al lavoro in favore della popolazione colpita dal terremoto, dalle ore immediatamente successive al sisma, con programmi di salute e igiene, nutrizione, protezione, microcredito e ricostruzione, a Port au Prince, Jacmel e Leogane.

Finora ha aiutato e sostenuto circa 682.000 persone di cui più della metà bambini.



Se potete, donate quanto potete a favore di Save the Children per aiutarli a portare un aiuto concreto in questi territori così devastati dalle calamità, dalle malattie e dalla morte. Il nostro poco, può essere il loro molto: rinunciamo ad una cosa superflua e destiniamo il ricavato a favore di chi fa di tutto per appianare le piaghe di questo mondo, come il colera haitiano.  Per scoprire come donare, vai sul sito ufficiale di Save the Children: http://www.savethechildren.it/IT/HomePage
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mercoledì 27 ottobre 2010

Una preghiera per l'Indonesia

Continua il dramma nel territorio indonesiano: come avevamo già visto ieri, anche il vulcano sembra ormai prossimo ad una vera esplosione di lava che potrebbe causare danni gravissimi. A questo si aggiunge lo tsunami che ha devastato le coste e un terremoto che ha distrutto tutto. L'Indonesia si trova a dover affrontare un vero e proprio dramma umanitario e questa volta ci sarà più che bisogno di ogni possibile aiuto, perchè altrimenti condanneremmo quelle persone a vivere in un costante senso di paura e di abbandono. Chiediamo a Dio di aiutarli in questo momento di dolore e di sofferenza, sperando che si preservi la vita umana. Per ora, l'unica cosa che possiamo fare, è pregare per l'Indonesia intera. Quanto segue è la cronaca degli eventi trasmessa da un'agenzia Ansa:

GIAKARTA - Almeno 25 persone sono rimaste uccise per l'eruzione del vulcano Merapi, in Indonesia. Intanto continua a salire il bilancio delle vittime dello tsunami causato il 25 ottobre da un terremoto di magnitudo 7,7 sulle isole indonesiane dell'Oceano indiano: 272 morti, mentre i dispersi sono oltre 400.
Un terremoto seguito da uno tsunami, e poi un'eruzione vulcanica che ha già costretto migliaia di persone all'evacuazione, minacciando di intensificarsi nei prossimi giorni. Nel giro di 24 ore, l'Indonesia si ritrova a contare le vittime di un doppio disastro naturale e a ricordare la sua posizione geografica particolarmente esposta ai sommovimenti del sottosuolo. Le devastazioni causate dal terremoto verificatosi alle 21.42 di ieri sera (lunedi', ndr) (le 16.42 in Italia) al largo dell'isola di Sumatra - una scossa di magnitudo 7,7 - sono diventate evidenti solo oggi (ieri, ndr), mano a mano che venivano raggiunte le zone costiere più colpite dal successivo maremoto. L'onda alta almeno tre metri - alcuni testimoni parlano di sei - si è abbattuta con violenza nelle prime ore del mattino sulla parte meridionale delle isole Mentawai, una catena che si estende a 150 chilometri dalla costa di Sumatra, nell'ovest dell'arcipelago indonesiano.

Lo tsunami, hanno spiegato funzionari locali, ha "spazzato almeno 10 villaggi", in particolare sulle isole di North Pagai, South Pagai e Sipura, penetrando all'interno fino a 600 metri. Mentre la Farnesina non ha notizia di italiani coinvolti, al momento le vittime sono tutte indonesiane: una decina di surfisti australiani (le Mentawai sono un paradiso per gli appassionati), che risultavano inizialmente dispersi, sono sopravvissuti al naufragio del loro battello. Dall'altra parte dell'arcipelago, nell'est dell'isola di Giava, alle 18 di oggi (ieri, ndr) (le 13 in Italia) è intanto iniziata l'eruzione del vulcano Merapi, i cui brontolii avevano già fatto scattare il piano di evacuazione per 19mila residenti negli ultimi giorni. Le nuvole e ceneri vulcaniche - emesse fino a un chilometro e mezzo di altezza - hanno causato le prime vittime. Le autorità sono preoccupate in particolare da un "tappo" di lava nei pressi del cratere, che ha fatto accumulare la pressione. "Speriamo che la rilasci lentamente - ha dichiarato il vulcanologo Surono - altrimenti, saremo di fronte a un'eruzione potenzialmente enorme".

Il Merapi, a cui i giavanesi porgono regolarmente offerte per "placare gli spiriti", aveva eruttato per l'ultima volta nel 2006 (due morti) e prima nel 1994 (60 vittime); l'eruzione più violenta è quella registrata nel 1930, quando morirono 1.300 persone. Estendendosi lungo il cosiddetto Anello (o Cintura) di fuoco del Pacifico, una fascia lunga 40 mila chilometri che la sovrapposizione di diverse faglie rende soggetta a terremoti ed eruzioni, l'Indonesia - che conta 76 vulcani attivi - si trova spesso a fare i conti con calamità naturali di questo tipo. Al largo di Sumatra si verificò anche il sisma di magnitudo 9,1 che il 26 dicembre 2004 causò il devastante tsunami nell'Oceano Indiano, provocando 230 mila morti in undici Paesi, di cui 168 mila in Indonesia.

FONTE: Ansa
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martedì 26 ottobre 2010

Un nuovo dramma in Indonesia

La morte e la distruzione non fanno più notizia. Tra ieri e oggi il territorio indonesiano è stato vittima di un catastrofe immane, prima colpita da un terremoto, poi da uno tsunami originato dal precedente sisma, mentre sull'isola di Giava si risvegliava un vulcano causando l'immediata evacuazione di civili. Insomma, sono stati due giorni intensi, con dolore, morte e disperazione. Eppure pochi hanno dato risalto a questa notizia drammatica, in controtendenza rispetto a quattro anni fa, quando lo tsunami del 26 Dicembre occupò tutti gli spazi televisivi e non, riscontrando la solidarietà di tantissime persone. Oggi, il numero dei morti è fortunatamente inferiore e forse questo ha influito sui TG nazionali che hanno preferito mettere in prima pagina un nuovo capitolo della saga Sarah Scazzi: non vorremmo usare questo termine per rispetto nei confronti di Sarah, ma i mass media hanno trasformato il dolore in un format televisivo e questo ci indegna parecchio. E quindi, dinanzi all'inarrestabile curiosità di chi è colpevole e dinanzi all'esortazione del Presidente del Consiglio per un Lodo Alfano indispensabile, si è preferiti spostare la notizia in terza fascia. E così accade ormai per tutte le emergenze del pianeta che vengono scavalcate da notizie insipide che però fanno audience. Riportiamo almeno la notizia Ansa di quanto è accaduto e sta ancora accadendo in questo momento, dall'altra parte del mondo, sperando che Dio possa aiutare chi è rimasto senza tetto e senza le più elementari cose che noi diamo per scontato:

 E' di oltre 100 morti e 500 dispersi il bilancio dell'onda di tsunami abbattutasi ieri sera sulla parte meridionale dell'isola di Sumatra, nel sud-ovest dell'Indonesia, in seguito a un terremoto di magnitudo 7,7 verificatosi 78 chilometri al largo dalla costa. Lo riferiscono ufficiali impegnati nelle operazioni di soccorso. Non risultano italiani coinvolti, ha detto la Farnesina. Lo tsunami ha "spazzato almeno 10 villaggi" nella catena delle isole Mentawai, paradiso dei surfisti di tutto il mondo, colpendo in particolare il villaggio di Betu Monga, dove 160 sui 200 abitanti - in maggior parte donne e bambini - sono dispersi e l'80% delle case è stato seriamente danneggiato. Risultano dispersi anche 8-10 surfisti australiani, la cui barca è irraggiungibile via radio. Sull'isola di South Pagai, l'acqua è penetrata fino a 600 metri dalla costa, raggiungendo i tetti delle case. Secondo un testimone di un resort per surfisti sull'isola di North Pagai, anche'essa duramente colpita, onde alte fino a tre metri hanno distrutto la struttura, facendo cozzare le barche una contro l'altra fino al divampare delle fiamme. Un funzionario governativo locale, intervistato dall'emittente Metro Tv, ha spiegato che parte dei dispersi potrebbe aver cercato rifugio sulle colline circostanti. Mentre il bilancio delle vittime sembra destinato ad aumentare, man mano che i villaggi della zona vengono raggiunti, la Farnesina ha fatto intanto sapere che non risultano italiani coinvolti. Il sisma, registrato alle 21.42 di ieri sera (le 16.42 in Italia) a ovest di Sumatra a 14 chilometri di profondità, aveva fatto scattare l'allarme tsunami, fatto rientrare poco più di un'ora dopo dalle autorità indonesiane. Intanto, cresce la preoccupazione per un altro disastro che potrebbe potenzialmente interessare l'Indonesia: l'eruzione del vulcano Merapi, a Giava, e' "imminente" secondo gli esperti che temono effetti devastanti. 

FONTE: Ansa 
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venerdì 22 ottobre 2010

Libertà religiosa o discriminazione?

Nei giorni scorsi avevamo puntato il nostro sguardo sulle persecuzioni dei cristiani nelle terre orientali come Mosul. Molti nemmeno sospettano che vi siano ancora oggi martiri cristiani e né tantomeno sanno che i cristiani sono vittime di discriminazione persino nei nostri confini nazionali! Non è una novità per chi ci vive ogni giorno, che vi è una certa difficoltà nel mostrare pubblicamente la fede perchè vi sono ritorsioni, incomprensioni, distacchi. Persino colui che ufficialmente è un cristiano, discrimina colui che dichiara pubblicamente la Verità di Cristo, semplicemente perchè essa svela i peccati dei cuori. Ancora oggi, come annunciato da Gesù stesso, Egli è segno di contraddizione che svela i pensieri di molti e soprattutto dei falsi cristiani che invece di solidarizzare, discriminano il proprio fratello, soprattutto se religioso come un frate od una suora (quante prese in giro e umiliazioni vi sono). Tempo fa, Avvenire ha pubblicato un'intervista importante che svela la discriminazione all'interno del nostro Paese, basata su una presunta libertà religiosa che si trasforma in un nascosto tentativo di discriminare la vera fede cristiana:

Diritti umani, libertà religiosa, proclami e documenti da un lato. Sempre più numerose violazioni di questi diritti dall’altro. Nell’Europa del “dopo-Muro” si vive una sorta di schizofrenia. E a farne le spese sono molto spesso i cristiani, discriminati a motivo della loro fede. Incredibile? No, affatto. E la casistica parla chiaro. Al punto che il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee) ha istituito un «Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europea», al fine di documentare un fenomeno purtroppo in aumento. «Le segnalazioni – conferma padre Duarte Da Cunha, 42 anni, portoghese, segretario generale del Ccee – sono aumentate in maniera esponenziale negli ultimi anni. E proprio per questo abbiamo deciso di studiare meglio sia i singoli casi, sia l’andamento generale».

Quali sono i casi più frequenti?
C’è di tutto. Dalle discriminazioni sul luogo di lavoro o nell’acquisizione di cariche pubbliche ad episodi di intolleranza, e talvolta anche violenza, verso istituzioni e aggregazioni cristiane. Da espressioni offensive verso la fede a vere e proprie profanazioni. Mi ha colpito, qualche tempo fa, il caso di una radio ungherese che mandava in onda un messaggio del genere: «Due sono oggi i pericoli per la gioventù, la pornografia e la Chiesa cattolica. Dunque i cristiani devono essere estromessi da compiti educativi». Un accostamento e una conclusione che si commentano da soli.

Sono stati segnalati casi di discriminazioni che derivano da direttive delle Istituzioni Ue o da leggi dei singoli parlamenti nazionali?
L’Osservatorio servirà, anche a registrare questi casi, nel momento in cui si verifichino. Anche se devo precisare che non è uno strumento politico per cercare di influire nella formazione delle leggi a livello comunitario o degli Stati. Sarà piuttosto una struttura per registrare le denunce di violazione da parte di singoli e di gruppi. E per verificarle. In altri termini il fine non è quello di creare tensioni, ma di difendere quanti soffrono qualche sorta di discriminazione, facendo appello ai valori e ai diritti umani comunemente accettati da tutte le società.

Come funzionerà in concreto l’Osservatorio?
Il Ccee ha deciso di sostenere il lavoro dell’«Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa» realizzato dall’agenzia austriaca «Kairòs Consulting». C’è un vescovo nominato dalla presidenza del nostro Consiglio, monsignor Andràs Veres, ungherese, che coordinerà il progetto, ma tutte le Conferenze episcopali del continente sono invitate a informare l’Osservatorio sui casi che si verificano nel proprio Paese. E anche i singoli cittadini possono farlo, consultando il sito www.intoleranceagainstchristians.eu.

Ma secondo lei una vicenda come quella del crocifisso nelle scuole potrebbe rientrare tra le discriminazioni?
Diciamo che è il classico caso in cui la pretesa non discriminazione di uno o di pochi soggetti, finisce per diventare una discriminazione del diritto alla espressione delle idee religiose da parte di tutti gli altri. Dietro a questa mentalità c’è il tentativo laicista di ridurre la religione, e in primis il cristianesimo, a fatto privato senza alcuna rilevanza pubblica. Ma questo apre la strada a forme subdole di totalitarismo.

Non a caso il Papa parla sempre più spesso di «dittatura del relativismo».
Esattamente. E nel viaggio di 15 giorni fa in Gran Bretagna ha detto anche di più: e cioè che oggi le persecuzioni per i cristiani non sono solo quelle fisiche, ma l’essere ridicolizzati e marginalizzati. La sfida del relativismo, con la sua pretesa di eliminare ogni certezza di verità, è radicale. E può anche sfociare in ostilità aperta contro il cristianesimo e i cristiani. L’Osservatorio servirà anche a documentare questi casi, cosicché non ci abituiamo a situazioni che costituiscono vere e proprie forme di discriminazione e rischiano di degenerare in autentico odio.

Mimmo Muolo
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mercoledì 20 ottobre 2010

L'incredibile spreco alimentare italiano

Una notizia choc frutto di un'inchiesta altrettanto scioccante pubblicata da Avvenire, ci rivela uno spreco di cibo indicibile. Avevamo pubblicato un paio di giorni fa, l'impegno contro la piaga della fame nel mondo e oggi veniamo a conoscenza che solo in Italia vi è uno spreco che potrebbe dar da mangiare ad un'altra nazione. Il nostro sguardo si sofferma allora su questo comportamento scorretto che è orribile se si pensa a chi non ha nemmeno un tozzo di pane con cui nutrirsi. Rinnoviamo dunque l'appello ad un uso sobrio del cibo per evitare sprechi e cibo gettato nella spazzatura come purtroppo quotidianamente assistiamo. Non lasciamo che la nostra pancia piena ci offuschi il cervello facendoci dimenticare come una mollica di pane sia preziosa perchè sempre dono di Dio. Ecco l'inchiesta in questione, più che scioccante:

Oltre 37 miliardi di euro. L’equivalente del 3% del nostro Pil. A spiegarlo col portafoglio alla mano, lo spreco alimentare italiano potrebbe ancora dire poco. Allora servono i fatti: perché ogni anno, prima che il cibo che consumiamo giunga nei nostri piatti, se ne butta via una quantità che potrebbe soddisfare i bisogni alimentari di tre quarti della popolazione. Venti milioni di tonnellate, che sfamerebbero quasi 45 milioni di persone per un anno intero. È solo l’inizio del capogiro descritto drammaticamente da Last Minute Market, un’emanazione della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, che il prossimo 30 ottobre presenterà il primo Libro Nero dello spreco alimentare. Il cibo buttato, si badi bene, non è quasi mai scaduto, nocivo per la salute, o deteriorato. Tutt’altro: a dettare le regole della filiera dello spreco è piuttosto l’odierna economia del consumo. Che privilegia prodotti esteticamente perfetti, che vuole pronto all’uso tutto e subito, che invoca la durata pressoché infinita dei prodotti.

Nei campi

Inizia qui, lo spreco italiano di cibo. E vi registra il picco più spaventoso: quasi 18 milioni di tonnellate di frutta, verdura e cereali buttati via ogni anno, nel solo 2009 oltre il 3% della produzione agricola nostrana. Se si restringe il fuoco solo alla produzione ortofrutticola, l’anno scorso sono rimasti sul campo circa 7 milioni e mezzo di tonnellate. Un dato che confrontato con quello dei consumi di ortofrutta per il 2009 – 8,4 milioni di tonnellate – dice che abbiamo buttato via tanta frutta e verdura quanta quella che consumiamo: la quantità sprecata avrebbe potuto soddisfare le esigenze di una seconda Italia. Le ragioni che stanno alla radice del fenomeno sono varie, ma nessuna porta a inficiare la consumabilità del prodotto stesso: si va da quelle meramente estetiche (prodotti colpiti da grandine, per esempio) alle ragioni commerciali (prodotti fuori pezzatura) fino a quelle di mercato (costi della raccolta superiori al prezzo di mercato liquidato all’agricoltore, per cui non c’è convenienza a raccogliere).

Nelle cooperative

Gli sprechi purtroppo non si fermano ai campi. Altro step importante risultano essere le cosiddette cooperative di primo grado o organizzazioni di produttori. Si tratta di quelle realtà nate per la gestione delle crisi nel settore ortofrutticolo e che dovrebbero ritirare parte della produzione dal mercato per evitare il "crollo" dei prezzi. Il prodotto ritirato in parte viene destinato al consumo di fasce deboli della popolazione che altrimenti non consumerebbero questi beni, in parte a scuole e a istituti di pena, quale quota aggiuntiva ai consumi già preventivati (distribuzione gratuita), in parte all’alimentazione animale, ma la stragrande maggioranza viene destinata alla distillazione per la produzione di alcool etilico, al compostaggio e alla biodegradazione. Uno spreco nella misura in cui la destinazione del prodotto è a un uso differente da quello dell’alimentazione (in Europa lo fa solo l’Italia): delle 73mila tonnellate di beni ritirati nel 2009, solo il 4,4% è stato destinato a sfamare chi ne aveva bisogno. Con i restanti – seppur “riciclati” – si sarebbe potuto coprire l’esigenza ortofrutticola di città come Bologna e Firenze per un anno.

L’industria

Qui il quadro dello spreco si allarga. E ai prodotti agricoli si aggiungono le carni, le bevande, i prodotti caseari. . E che per ragioni di mercato viene buttato via: date di scadenza ravvicinate, deterioramento delle confezioni, mancanza di richieste. Si tratta di oltre 2 milioni di tonnellate di prodotti: tanti quanti basterebbero per sfamare l’intero Veneto per un anno. Per fortuna proprio dalle imprese nascono anche sempre più spesso iniziative di recupero a favore del terzo settore. Una pratica che fino a dieci anni fa era del tutto impensabile e che oggi, invece, assiste alla destinazione dei prodotti ritirati, ma ancora perfettamente commestibili, a enti caritativi, ospedali, mense per i poveri.

La vendita al dettaglio

Presso i grandi e piccoli punti vendita (dai mercati agli ipermercati fino ai piccoli o medi negozi di quartiere) ogni anno una percentuale di ortofrutta che si attesta a circa all’1,2% viene gestita come rifiuto. Visto che nel 2009 sono passati per i mercati generali 9.134.747 tonnellate, ne risulta che 109.617 sono state sprecate. I motivi che portano alla formazione di questa quota di scarto/spreco sono, anche qui, riconducibili a questioni di mercato (che non ne inficiano la consumabilità). Cosa differente invece accade nella distribuzione organizzata, soprattutto quella grande: nella maggior parte dei casi i motivi che portano alla formazione dello spreco di prodotti ortofrutticoli sono legati all’eccessiva manipolazione, da parte dei clienti, che ne determina un danneggiamento estetico e che li rendono meno appetibile da parte degli stessi.

In famiglia

I numeri dello spreco familiare dicono che la vera grande “discarica” è e resta nei frigoriferi italiani. Ogni nucleo butta via 480 euro al mese di ciò che ha investito nella spesa, 515 se si aggiunge ciò che finisce in pattumiera a Natale, Capodanno, Pasqua e ricorrenze varie. Nell’immondizia finisce il 39% dei prodotti freschi acquistati (come latte, uova, carne), pari al 9% della spesa alimentare affrontata nell’arco di 12 mesi (i dati bolognesi combaciano con quelli diffusi dall’Adoc e Legambiente). Cui va aggiunto il 19% del pane, il 4% della pasta, il 17% di frutta e verdura. Secondo le indagini incrociate, i motivi di tanto spreco sono dovuti per lo più all’eccesso di acquisti generici (nel 36% dei casi), a prodotti scaduti o ritenuti tali (25%), all’eccesso di acquisti per offerte speciali (24%), a novità non gradite (8%) e a prodotti acquistati poi rivelatisi inutili (7%).

Viviana Daloiso
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martedì 19 ottobre 2010

L'impegno sacerdotale in ambito socio-politico: l'esempio di Don Ciotti

Continuiamo la nostra giornata a favore dei sacerdoti, pubblicando un interessante intervista a Don Ciotti che mostra come il sacerdote può essere un consigliere prezioso anche per chi lavora in ambito socio-politico, attraverso l'enunciazione delle linee guida del Vangelo. L'intervista è tratta da Famiglia Cristiana:

Don Ciotti: serve più Vangelo. E più giustizia

Il 9 ottobre don Luigi Ciotti riceve a Forlimpopoli il Premio Artusi, assegnato ogni anno a un personaggio che si sia distinto per il contributo dato alla riflessione sui rapporti fra uomo e cibo. Don Ciotti lo ritira come fondatore di Libera, l’associazione impegnata contro tutte le mafie che ha fatto nascere aziende agricole sui terreni confiscati alla criminalità. Con lui facciamo il punto sull’impegno dello Stato, della società e della Chiesa contro il crimine.

Don Ciotti, girando l’Italia che stato d’animo coglie oggi nel Paese?


«La crisi ha determinato uno smarrimento generale. Il nostro è un Paese dove sempre più capita di nascere poveri o di diventarlo. Lo stesso lavoro, indebolito nei diritti e non adeguatamente retribuito, ha smesso per molte famiglie di essere un riparo dalla povertà. C’è, ad esempio, chi risponde alla precarietà e all’incertezza con le lotterie e i giochi d’azzardo, che crescono di offerte e fatturato, anno dopo anno. Ma l’ingiustizia economica si riflette anche sui comportamenti e sulla tenuta morale del Paese. Nessuno giustifica i reati, ma le necessità di sopravvivenza possono spingere a comportamenti illeciti. Questo accade ancora di più nelle zone di forte presenza criminale, dove le mafie approfittano della crisi per reclutare giovani e per offrirsi come “banca” a tanta gente con l’acqua alla gola. Ma dietro la crisi c’è anche un grande vuoto culturale, la perdita del bene comune come dimensione etica di vita e di relazione, il ripiegamento nell’interesse privato, la sostituzione della profondità con la superficialità, della sostanza con la forma».

Il recente omicidio di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, rappresenta un brutto colpo per chi lotta per la legalità...
 
«Vassallo è l’esempio di una politica con la “P”maiuscola, al servizio della collettività. Si è battuto per la dignità sociale, economica e culturale della sua gente, opponendosi ai giochi di potere, alle furbizie, ai privilegi, agli abusi. Tener vivo il ricordo di Vassallo e di tutti quelli che si sono esposti per la giustizia significa continuare a fare quello in cui hanno creduto. Quelle vittime innocenti ci chiedono un impegno costante, così come ce lo chiedono le famiglie, le cui ferite si riaprono non solo nei giorni degli anniversari ma in ogni momento dell’anno».

Di recente le forze dell’ordine e la magistratura hanno colpito duramente le mafie. È una buona notizia, ma basta?


«Sono risultati importanti e ammirevoli, tenuto conto dell’insufficienza di mezzi della magistratura e delle forze di polizia. Come puntuali e positivi sono alcuni recenti provvedimenti nella lotta al crimine organizzato. Per questo si fatica a capire altre misure che vanno in direzione opposta. Penso alla legge sulle intercettazioni, che nel suo attuale impianto indebolisce l’azione della magistratura, a certe riforme (processo breve, separazione delle carriere, scudi e impedimenti per difendersi “dai” processi, non “nei” processi) che minano i capisaldi della democrazia, alla decisione di tagliare il “numero verde” sulla tratta e la prostituzione, che non solo ha permesso a tante donne di riconquistare una dignità, ma ha colpito uno dei mercati più redditizi del crimine organizzato. Reprimere, poi, non basta. Per sconfiggere le mafie e tutto ciò che ruota loro attorno è necessaria una grande sfida culturale, educativa e sociale. Servono servizi, sostegno alle persone e alle famiglie, lavoro vero e dignitoso».

Come va la legge sui beni confiscati?


«È importante l’istituzione dell’agenzia nazionale, così come una serie di provvedimenti volti a colpire a monte l’economia mafiosa. Restano, però, alcuni nodi. Solo il 47% dei beni è stato destinato, mentre sul restante 53% gravano in parte ipoteche bancarie, in parte si tratta di beni vandalizzati o abbandonati, a volte ancora abitati dagli illegittimi proprietari o da persone a loro collegate. E allora sarebbero importanti alcune misure. Ad esempio, un fondo nazionale che faciliti l’accesso al credito per le cooperative che gestiscono i beni; investimenti per la ristrutturazione degli immobili; procedure più rapide e trasparenti per la loro gestione; un testo che armonizzi tutta la materia».

Che cosa chiede don Ciotti alla politica?


«Di essere vicina alla strada, alla gente, ai veri problemi. Altrimenti, è gestione del potere: promesse, slogan e ricerche di consenso nel vuoto di strategie, di progetti capaci di schiudere orizzonti e speranze. Non voglio generalizzare: ci sono tante persone impegnate in politica serie, oneste, preparate, come purtroppo ce ne sono di preoccupate più della loro posizione che del bene comune».

E che cosa chiede alla Chiesa?
 
«La Chiesa è chiamata a fare la sua parte, saldando la testimonianza cristiana con la responsabilità civile. Come prete ho due grandi riferimenti: il Vangelo da una parte, la Costituzione e la Carta universale dei diritti umani dall’altra. Testi che su piani diversi affermano la dignità della persona umana, l’impegno per la giustizia e per la ricerca di verità. Nella Chiesa ci sono testimonianze stupende, di grande umiltà e valore. Però, lo dico con amarezza, ci sono anche silenzi, forme di compromesso, persino di complicità. A me piace la Chiesa dei don Puglisi, la Chiesa che interferisce, che interviene per illuminare le coscienze, per denunciare gli affari criminali e le ingiustizie sociali. Che testimonia, nelle parole e nei fatti, l’assoluta incompatibilità del Vangelo con il crimine e la violenza».

Le mafie si possono combattere anche a tavola, consumando cibi buoni, puliti e giusti. Gli italiani ne sono consapevoli?
 
«La consapevolezza deve, certo, crescere. Serve informazione, cultura, educazione al consumo critico e responsabile, a stili di vita più sobri, più attenti. Anche le famiglie possono dare una grande mano: abbiamo bisogno sulle nostre tavole di prodotti puliti, freschi, altrimenti stiamo “freschi” noi. Il crimine non paga se facciamo attenzione a non pagarlo, chiedendo meccanismi di controllo e certificazione adeguati, tutela del lavoro, rispetto dell’ambiente. Se scegliamo di sostenere gli esercizi commerciali che non pagano il pizzo e se costruiamo reti (come Reggiolibera- Reggio, nata di recente in Calabria) per dare una mano agli imprenditori e ai commercianti onesti, per alimentare una cultura del consumo critico, per costruire il “noi” della corresponsabilità».

Roberto Zichittella

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Storia di ordinario coraggio

Navigando su Google, discorrendo con le persone per strada, la notizia dominante è la paura del sacerdote pedofilo. La tendenza di fare di un'erba tutto un fascio è forte nell'uomo e ovviamente chi vuole distruggere la Chiesa coglie l'occasione al volo. Sono bastati alcuni casi per distruggere tutte le opere di bene compiute nel mondo che, ormai sono dimenticate se non date per scontato.
Mentre in televisione il dibattito si concentra solo sul male nella Chiesa, noi ci soffermiamo sul bene immenso apportato dalla Chiesa, in termini non solo di fede, ma anche di opere missionarie e di carità. Ci sono centinaia di migliaia di testimonianze che riguardano villaggi costruiti con poche risorse, piani di alimentazione, opere di alfabetizzazione di interi popoli e opere che hanno mostrato un coraggio abnorme da parte dei sacerdoti mondiali. Ed è proprio di un atto di coraggio che vogliamo oggi segnalare: circa un anno fa, il quotidiano "il Fatto Quotidiano", ha pubblicato un'intervista a Don Pansa, il quale è un sacerdote che si trova in Brasile a lottare contro forze malvagie, all'apparenza più forti di lui. Qualsiasi uomo fuggirebbe da situazioni simili eppure Don Pansa resta lì, avendo paura non delle minacce, ma di non poter compiere il suo dovere. Tra l'altro, purtroppo, Padre Pansa è rimasto avvelenato dall'Agente Arancio usato per disboscare la foresta brasiliana. Ecco l'intervista in questione, pubblicata da il Fatto Quotidiano del 2 luglio 2009:

Il missionario italiano che rischia la vita per l’Amazzonia

Padre Angelo Pansa, nato nel ‘31 a Bergamo e missionario dell’ordine dei saveriani dal ’56, domenica 27 giugno è partito per il Brasile; ad aspettarlo ci sono latifondisti pronti a eliminarlo perché ha denunciato gli abusi perpetrati dai proprietari terrieri ai danni dei più poveri.

La sua storia è quella di un uomo che ha scelto di dedicarsi agli ultimi del mondo e la sua battaglia più importante è iniziata nell’85, quando ha denunciato alla Polizia federale che la compagnia mineraria americana Gold Amazon deportava a forza gli indios Curuaya – Xipaia e occupava le loro terre, e che il colosso Brasinor, una compagnia mineraria che fa capo alla stessa Gold Amazon, aveva disboscato 60mila chilometri quadrati di foresta. Una denuncia che gli valse la nomina di testimone del Tribunale Permanente dei Diritti dei Popoli in difesa della vita degli Indios ma lo costrinse a nascondersi per giorni nella foresta. “Appena saputo cos’era successo – racconta padre Angelo – i miei superiori mi hanno richiamato a Roma, dicendo che con l’Amazzonia avevo chiuso”. Invece ‘il richiamo della foresta’ nel 2005 lo ha riportato in Amazzonia. “Nella terra do Meio, nel Parà; quando sono arrivato mi sono trovato davanti coltivazioni sterminate di soia transgenica che avevano trasformato intere aree della foresta in una distesa di giallo innaturale; gli unici testimoni del paesaggio originario erano centinaia di scheletri di alberi secchi.

Ogni sera piccoli aerei sorvolavano l’intera regione e spargevano una sostanza arancione sulla foresta; in seguito a quei ‘passaggi’ la gente aveva accusato astenia, diarrea, fibrillazione ventricolare e arresto cardiaco. Analizzando le piante colpite dalla sostanza e gli effetti che aveva prodotto sulla popolazione riscontrai che erano gli stessi che si erano manifestati in Vietnam, quando gli americani avevano utilizzato l’Agente Arancio. Ho dedotto che il prodotto nebulizzato fosse un composto del 2,4-D, un diserbante conosciuto come Nufarm, e del 2,5-T che combinati formano le diossine dell’Agente Arancio. Capisce? Avevo motivo di credere che in Amazzonia si usassero le stesse diossine che ancora oggi causano gravissime malformazioni nei bambini! Ho immaginato chi ci fosse dietro a quel crimine e perché: la legge brasiliana vieta il disboscamento, ed era probabile che i latifondisti avessero aggirato l’ostacolo polverizzando sulla foresta la sostanza in grado di far morire rapidamente gli alberi, per ampliare le aree di terreno coltivabili. Ho trovate le prove rintracciando in una radura l’hangar con gli aerei adoperati per spargere la sostanza arancione e decine di contenitori della stessa. Ne ho consegnato un campione alla Polizia federale, insieme a una denuncia che ho depositato alla Corte Internazionale dell’Ambiente”.

Come hanno reagito le istituzioni alla denuncia?

La Polizia federale ha avviato un’indagine e ordinato l’esame del campione che avevo fornito. Il responso attesta che la sostanza contiene diossine. è stata richiesta l’analisi immediata sia dell’acqua dei fiumi sia del terreno contaminato. Sono passati tre anni e la Polizia Federale non è ancora riuscita a smuovere il Ministero della Sanità, né quello dell’Ambiente e della Giustizia perché proseguissero le indagini

Quali sono i rischi a cui è esposta l’area contaminata?

Non si può circoscrivere l’area. La presenza dell’Agente Arancio nel Parà compromette tutto il pianeta, perché sulle aree disboscate con il composto di 2,4-D e 2,5-T si alleva bestiame da macello esportato in tutto il mondo e sui terreni disboscati si coltiva soia transgenica, utilizzata per produrre mangime per il bestiame. E ci stupiamo se la mozzarella di bufala campana contiene diossina?

Ha scoperto chi è responsabile di tutto ciò?

Politici e latifondisti, noti alle autorità brasiliane. La lista completa è in mano alla Polizia federale e vi sarebbe anche il nome di Marim Lula, figlio del presidente, in quanto parte di quel gruppo di fazendeiros che si sta impossessando di un’infinità di territori per allevare bestiame e coltivare soia.

Cosa è successo in seguito alla sua denuncia?

La Corte Internazionale dell’Ambiente mi ha dato una delega specifica con la quale potevo esigere la documentazione necessaria a effettuare indagini, ma in seguito all’esposizione prolungata con il veleno arancione sono entrato in coma. Mi sono risvegliato dopo 28 giorni e i miei superiori mi hanno richiamato in Italia. La Corte internazionale ha istituito una sessione straordinaria d’indagine perché proseguisse le indagini, ma né il Ministero del Commercio, né quello della Sanità e dell’Ambiente hanno collaborato.

Cosa succederebbe se le nuove analisi rivelassero che il prodotto utilizzato è l’Agente Arancio? 

Succederebbe quanto è accaduto in America, dove le famiglie dei soldati americani impiegati in Vietnam e morti di cancro per essere stati a contatto con l’Agente Arancio hanno fatto causa allo Stato, vincendola e costringendolo a un risarcimento di milioni di dollari. Al mio rientro in Italia ho mostrato a Silvio Garattini, medico e scienziato, le analisi effettuate sulla sostanza che ho prelevato nella foresta; ha confermato la presenza di diossine e mi ha chiesto di portargli al più presto un campione di terreno.

Non ha paura di nuove ritorsioni?


L’unica paura che ho – risponde accarezzandosi la barba bianca – è di non fare il mio dovere. Questo mi spaventa, nient’altro.



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lunedì 18 ottobre 2010

Uniti contro la fame

Nei giorni scorsi si è tenuta la Giornata Mondiale dell'alimentazione "uniti contro la fame". Non è una sorpresa sapere che vi ancora la fame nel mondo. Essa è una piaga che purtroppo non si riesce a debellare per svariate ragioni, alcune delle quali, basate su una cattiva gestione delle risorse economiche piovute a pioggia, ma finite nelle tasche di pochi.
Purtroppo è arduo oggi sederci a tavola pensando che c'è qualcuno che non ha il nostro stesso privilegio: per questo sarebbe giusto non cadere nell'eccesso e nel nostro piccolo possiamo cominciare con il nutrirci con l'essenziale evitando di buttare il cibo. Dico questo perchè vedo molte volte cibo per strada, buttato vicino alle immondizie o sui marciapiedi. Questo gesto del panino buttato è un qualcosa di amaro, di cattivo poiché denota una mancanza di rispetto verso i poveri che non hanno nulla con cui sfamarsi e una mancanza di gratitudine verso Dio che ci dona il pane quotidiano. Quindi cerchiamo di non gettare più il cibo e di trovare sempre un modo per utilizzarlo, magari ingegnandoci, ad esempio grattando il pane duro che altrimenti verrebbe buttato via.

Fatta questa premessa doverosa, pubblichiamo oggi un nuovo articolo di Avvenire, sempre sensibile alle tematiche più degradanti e meno visibili nei mass media generali (troppo occupati a parlare di tragedie in modo da spettacolarizzarle): in tale articolo troviamo anche le parole del Pontefice che ha richiamato chi di dovere alla garanzia dell'accesso al cibo per tutti:

Nel 2010 sono 925 milioni le persone che vivono in uno stato cronico di fame e malnutrizione. La cifra si è ridotta rispetto al 2009 ma «il livello rimane inaccettabile e non possiamo rimanere indifferenti». Lo ha detto Jacques Diouf, direttore generale della Fao, aprendo la 30/a Giornata dell'alimentazione, che si celebra sabato, e ricordando che sono 30 i Paesi che si trovano in una situazione di emergenza alimentare, e di questi 21 si trovano in Africa.

Il numero ancora così alto delle persone affamate è dovuto anche, ha sottolineato Diouf, al fatto che invece di affrontare le cause strutturali, il mondo ha trascurato di investire in agricoltura. Infatti, ha stigmatizzato Diouf, la quota degli aiuti ufficiali riservati all'agricoltura è scesa dal 19% del 1980 al 6% del 2006. Fra i problemi più gravi, l'instabilità dei mercati e la volatilità dei prezzi, che sono "una vera minaccia per la sicurezza alimentare".

Secondo Diouf, la produzione agricola dovrebbe aumentare del 70% per arrivare a sfamare nel 2050 le 9,1 miliardi di persone che abiteranno il pianeta. Ma il futuro non è così buio come sembra: infatti, ha ricordato Diouf, «il pianeta è in grado di potersi nutrire, ma bisogna lavorare per incrementare la produzione agricola attraverso lo sviluppo».

Dopo l'intervento di Diouf, il sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Scotti, ha sottolineato il problema delle speculazioni sulle materie prime alimentari, problema sul quale bisogna tenere alta la guardia. Alla 30/a Giornata dell'alimentazione è arrivato anche il messaggio del Papa, letto da monsignor Renato Violante, osservatore permanente presso le Nazioni Unite, che nel riportare le parole di Benedetto XVI ha sottolineato la necessità di «promuovere risorse e infrastrutture in una logica di sviluppo basata sulla fraternità», in modo da raggiungere uno dei traguardi «più urgenti per la famiglia umana: la libertà dalla fame».

«Per eliminare la fame e la malnutrizione – ha aggiunto il Pontefice – devono essere superati gli ostacoli derivanti da interessi specifici dei Paesi, per fare spazio ad una gratuità feconda, che si manifesta nella cooperazione internazionale come espressione di fraternità autentica». «A persone, popoli e Paesi – ha sottolineato ancora Benedetto XVI – deve essere consentito di raggiungere il proprio sviluppo, approfittando dell’assistenza esterna in conformità alle priorità e ai concetti radicati nelle loro tecniche tradizionali, cultura, patrimonio religioso e nella sapienza tramandata di generazione in generazione all’interno della famiglia».

Il tema della Giornata dell’alimentazione di quest’anno, «Uniti contro la fame», sottolinea il Papa, ci ricorda che «tutti, singoli individui, organizzazioni della società civile, Stati e istituzioni internazionali, devono assumere un impegno per attribuire al settore agricolo la giusta importanza». Per ottenere ciò, precisa il Papa, «non basta solo che ci sia cibo a sufficienza, ma anche garantire ogni giorno l’accesso al cibo per tutti». Per il Pontefice, «ciò significa promuovere tutte le risorse e le infrastrutture necessarie per sostenere la produzione e distribuzione in modo tale da garantire pienamente il diritto al cibo». «I Paesi industrializzati – conclude il testo – devono essere consapevoli del fatto che le crescenti esigenze del mondo richiedono livelli coerenti di aiuto» nei confronti di chi soffre la fame o è in situazione di povertà. «Essi non possono semplicemente rimanere chiusi nei confronti gli altri: un atteggiamento del genere non serve a risolvere la crisi».
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sabato 16 ottobre 2010

Messaggio di Papa Benedetto XVI:sorga una nuova generazione di cattolici

Ritorniamo in questo spazio per pubblicare il messaggio che Papa Benedetto XVI ha inviato al Cardinal Bagnasco in occasione della quarantaseiesima settimana sociale dei cattolici italiani. Tanti i temi trattati e l'auspicio di una nuova cristianizzazione della società e della politica italiana, per il perseguimento del bene comune (oggi oggetto quasi marginale rispetto alle politiche profondamente settoriali del governo):

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AL CARDINALE ANGELO BAGNASCO,
PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA,
IN OCCASIONE DELLA 46a SETTIMANA SOCIALE
DEI CATTOLICI ITALIANI

Al Venerato Fratello Card. Angelo Bagnasco
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana


Il primo pensiero, nel rivolgermi a Lei e ai Convegnisti riuniti a Reggio Calabria in occasione della celebrazione della 46a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, è di profonda gratitudine per il contributo di riflessione e di confronto che, a nome della Chiesa in Italia, volete offrire al Paese.

Tale apporto è reso ancor più prezioso dall'ampio percorso preparatorio, che negli ultimi due anni ha coinvolto diocesi, aggregazioni ecclesiali e centri accademici: le iniziative realizzate in vista di questo appuntamento evidenziano la diffusa disponibilità all'interno delle comunità cristiane a riconoscersi "cattolici nell'Italia di oggi", coltivando l'obiettivo di "un'agenda di speranza per il futuro del Paese", come recita il tema della presente Settimana Sociale.

Tutto ciò assume un rilievo maggiormente significativo nella congiuntura socio-economica che stiamo attraversando. A livello nazionale, la conseguenza più evidente della recente crisi finanziaria globale sta nel propagarsi della disoccupazione e della precarietà, che spesso impedisce ai giovani - specialmente nelle aree del Mezzogiorno - di radicarsi nel proprio territorio, quali protagonisti dello sviluppo. Per tutti, comunque, tali difficoltà costituiscono un ostacolo sul cammino della realizzazione dei propri ideali di vita, favorendo la tentazione del ripiegamento e del disorientamento. Facilmente la sfiducia si trasforma in rassegnazione, diffidenza, disaffezione e disimpegno, a scapito del legittimo investimento sul futuro.

A ben vedere, il problema non è soltanto economico, ma soprattutto culturale e trova riscontro in particolare nella crisi demografica, nella difficoltà a valorizzare appieno il ruolo delle donne, nella fatica di tanti adulti nel concepirsi e porsi come educatori. A maggior ragione, bisogna riconoscere e sostenere con forza e fattivamente l'insostituibile funzione sociale della famiglia, cuore della vita affettiva e relazionale, nonché luogo che più e meglio di tutti gli altri assicura aiuto, cura, solidarietà, capacità di trasmissione del patrimonio valoriale alle nuove generazioni. È perciò necessario che tutti i soggetti istituzionali e sociali si impegnino nell'assicurare alla famiglia efficaci misure di sostegno, dotandola di risorse adeguate e permettendo una giusta conciliazione con i tempi del lavoro.
Non manca certo ai cattolici la consapevolezza del fatto che tali aspettative debbano collocarsi oggi all'interno delle complesse e delicate trasformazioni che interessano l'intera umanità. Come ho avuto modo di rilevare nell'Enciclica Caritas in veritate, "il rischio del nostro tempo è che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini non corrisponda l'interazione delle coscienze e delle intelligenze" (n. 9). Ciò esige "una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali" (ibidem, n. 31) dello sviluppo.

Fare fronte ai problemi attuali, tutelando nel contempo la vita umana dal concepimento alla sua fine naturale, difendendo la dignità della persona, salvaguardando l'ambiente e promuovendo la pace, non è compito facile, ma nemmeno impossibile, se resta ferma la fiducia nelle capacità dell'uomo, si allarga il concetto di ragione e del suo uso e ciascuno si assume le proprie responsabilità. Sarebbe, infatti, illusorio delegare la ricerca di soluzioni soltanto alle pubbliche autorità: i soggetti politici, il mondo dell'impresa, le organizzazioni sindacali, gli operatori sociali e tutti i cittadini, in quanto singoli e in forma associata, sono chiamati a maturare una forte capacità di analisi, di lungimiranza e di partecipazione.

Muoversi secondo una prospettiva di responsabilità comporta la disponibilità a uscire dalla ricerca del proprio interesse esclusivo, per perseguire insieme il bene del Paese e dell'intera famiglia umana. La Chiesa, quando richiama l'orizzonte del bene comune - categoria portante della sua dottrina sociale - intende infatti riferirsi al "bene di quel noi-tutti", che "non è ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene" (ibidem, n. 7). In altre parole, il bene comune è ciò che costruisce e qualifica la città degli uomini, il criterio fondamentale della vita sociale e politica, il fine dell'agire umano e del progresso; è "esigenza di giustizia e di carità" (ibidem), promozione del rispetto dei diritti degli individui e dei popoli, nonché di relazioni caratterizzate dalla logica del dono. Esso trova nei valori del cristianesimo l'"elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale" (ibidem, n. 4).
Per questa ragione, rinnovo l'appello perché sorga una nuova generazione di cattolici, persone interiormente rinnovate che si impegnino nell'attività politica senza complessi d'inferiorità. Tale presenza, certamente, non s'improvvisa; rimane, piuttosto, l'obiettivo a cui deve tendere un cammino di formazione intellettuale e morale che, partendo dalle grandi verità intorno a Dio, all'uomo e al mondo, offra criteri di giudizio e principi etici per interpretare il bene di tutti e di ciascuno. Per la Chiesa in Italia, che opportunamente ha assunto la sfida educativa come prioritaria nel presente decennio, si tratta di spendersi nella formazione di coscienze cristiane mature, cioè aliene dall'egoismo, dalla cupidigia dei beni e dalla bramosia di carriera e, invece, coerenti con la fede professata, conoscitrici delle dinamiche culturali e sociali di questo tempo e capaci di assumere responsabilità pubbliche con competenza professionale e spirito di servizio. L'impegno socio-politico, con le risorse spirituali e le attitudini che richiede, rimane una vocazione alta, a cui la Chiesa invita a rispondere con umiltà e determinazione.

La Settimana Sociale che state celebrando intende proporre "un'agenda di speranza per il futuro del Paese". Si tratta, indubbiamente, di un metodo di lavoro innovativo, che assume come punto di partenza le esperienze in atto, per riconoscere e valorizzare le potenzialità culturali, spirituali e morali inscritte nel nostro tempo, pur così complesso.

Uno dei vostri ambiti di approfondimento riguarda il fenomeno migratorio e, in particolare, la ricerca di strategie e di regole che favoriscano l'inclusione delle nuove presenze. È significativo che, esattamente cinquant'anni fa e nella stessa città, una Settimana Sociale sia stata dedicata interamente al tema delle migrazioni, specialmente a quelle che allora avvenivano all'interno del Paese. Ai nostri giorni il fenomeno ha assunto proporzioni imponenti: superata la fase dell'emergenza, nella quale la Chiesa si è spesa con generosità per la prima accoglienza, è necessario passare a una seconda fase, che individui, nel pieno rispetto della legalità, i termini dell'integrazione.

Ai credenti, come pure a tutti gli uomini di buona volontà, è chiesto di fare tutto il possibile per debellare quelle situazioni di ingiustizia, di miseria e di conflitto che costringono tanti uomini a intraprendere la via dell'esodo, promuovendo nel contempo le condizioni di un inserimento nelle nostre terre di quanti intendono, con il loro lavoro e il patrimonio della loro tradizione contribuire alla costruzione di una società migliore di quella che hanno lasciato. Nel riconoscere il protagonismo degli immigrati, ci sentiamo chiamati a presentare loro il Vangelo, annuncio di salvezza e di vita piena per ogni uomo e ogni donna.

Del resto, la speranza con cui intendete costruire il futuro del Paese non si risolve nella pur legittima aspirazione a un futuro migliore. Nasce, piuttosto, dalla convinzione che la storia è guidata dalla Provvidenza divina e tende a un'alba che trascende gli orizzonti dell'operare umano. Questa "speranza affidabile" ha il volto di Cristo: nel Verbo di Dio fatto uomo ciascuno di noi trova il coraggio della testimonianza e l'abnegazione nel servizio. Non manca certo, nella meravigliosa scia di luce che contraddistingue l'esperienza di fede del popolo italiano, la traccia gloriosa di tanti Santi e Sante - sacerdoti, consacrati e laici - che si sono consumati per il bene dei fratelli e si sono impegnati in campo sociale per promuovere condizioni più giuste ed eque per tutti, in primo luogo per i poveri.

In questa prospettiva, mentre auguro proficui giorni di lavoro e di incontro, vi incoraggio a sentirvi all'altezza della sfida che vi è posta innanzi: la Chiesa cattolica ha un'eredità di valori che non sono cose del passato, ma costituiscono una realtà molto viva e attuale, capace di offrire un orientamento creativo per il futuro di una Nazione.

Alla vigilia del 150° anniversario dell'Unità nazionale, da Reggio Calabria possa emergere un comune sentire, frutto di un'interpretazione credente della situazione del Paese; una saggezza propositiva, che sia risultato di un discernimento culturale ed etico, condizione costitutiva delle scelte politiche ed economiche. Da ciò dipende il rilancio del dinamismo civile, per un futuro che sia - per tutti - all'insegna del bene comune.

Ai partecipanti alla 46a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani desidero assicurare il mio ricordo nella preghiera, che accompagno con una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 12 ottobre 2010

BENEDETTO XVI

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

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I più perseguitati al mondo

Recentemente avevamo puntato il nostro sguardo sulle persecuzioni cristiane in Mosul. Ed oggi vediamo, grazie al sito di Corrispondenza Romana, un rapporto dettagliato che mostra come i cristiani, siano il gruppo religiosi più perseguitato nel mondo. A riprova del fatto che, ancora oggi, vi sono martiri che sacrificano la propria vita in nome della fede in Gesù Cristo. Come già detto, noi desideriamo rivolgere loro una preghiera speciale e vogliamo che siano di esempio per tutti noi: loro, infatti, testimoniano la fede in Gesù nonostante le conseguenze e i pericoli; noi, invece, che viviamo in regime di libertà religiosa, non siamo in grado nemmeno di nonimare Gesù, quasi come se fosse sconveniente parlarne in pubblico. Ecco, attingiamo da queste notizie, il coraggio per aprire la bocca non solo per parlare della vanità delle cose, ma anche e soprattutto per testimoniare l'amore vivo di Dio che non abbandona mai il suo gregge. Ecco il rapporto della Comece (Commissione episcopati Unione europea):


È quello cristiano il gruppo religioso più perseguitato nel mondo. Su 100 morti per crimini legati alla religione, 75 sono di fede cristiana. Il numero totale di credenti discriminanti è di circa 100 milioni di persone. Si stima che siano stati martirizzati più cristiani nel ventesimo secolo che in tutti i 1.900 anni precedenti.

I dati sono emersi nel corso della conferenza sulla Persecuzione contro i cristiani che si è tenuta nella sede del Parlamento europeo a Bruxelles, promossa dalla Comece (Commissione episcopati Unione europea), dai Gruppi dei conservatori e riformisti europei e del partito popolare europeo (Epp) all'Europarlamento, in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre e Open Doors International. Mons. Sako, arcivescovo dei Caldei in Iraq, ha lanciato l'ennesimo drammatico appello: «In Iraq il numero dei cristiani continua a diminuire. Forse essi scompariranno a causa delle continue persecuzioni, minacce e violenze».

«Dal 2003 ad oggi -- ha reso noto -- sono state assalite 51 chiese; rapiti e uccisi un vescovo e tre preti; circa 900 cristiani innocenti uccisi e centinaia di migliaia obbligati a lasciare le proprie case in cerca di un luogo sicuro». Gli ha fatto eco mons. Kussala, vescovo del Sudan, un altro Paese dove i cristiani subiscono forti persecuzioni. «Questa conferenza -- ha detto Kussala -- può suggerire all'Ue di fare pressione sulle Nazioni Unite affinché rafforzino la loro legislazione a difesa dei diritti delle minoranze e specialmente dei cristiani?». Dal presule anche le richieste che all'interno dell'Onu si costituisca una Commissione sulla libertà religiosa internazionale e che anche "atrocità" come "omicidi e persecuzioni" a sfondo religioso vengano perseguite dal Tribunale penale internazionale, presieduto da Mario Mauro (capogruppo Pdl/Ppe) e dal polacco Konrad Szymansky (dei conservatori europei Ecr).

La conferenza si è conclusa con la presentazione di una dichiarazione, sulla quale sono state raccolte firme di parlamentari di tutti gli schieramenti, in cui si chiede al "ministro degli esteri" della Ue Catherine Ashton di difendere la libertà di culto, aggiungendo a tutti gli accordi con Paesi esterni alla Ue una clausola vincolante di rispetto di tale diritto fondamentale.

«La libertà religiosa è la condizione attraverso la quale passano tutte le altre libertà: libertà di esprimere e professare la religione in cui si crede vuol dire sottrarsi agli abusi del potere», ha affermato Mauro aprendo la Conferenza. «Il potere politico -- ha osservato l'europarlamentare italiano -- è consapevole che distruggendo la libertà religiosa viene eliminata la libertà tout court, prendendo di conseguenza il controllo assoluto della società» ("Avvenire", 6 ottobre 2010).
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giovedì 14 ottobre 2010

Mosul, la terra del martirio

Torniamo oggi ad osservare le notizie meno diffuse, dando uno sguardo al territorio di Mosul, terra di martirio. Molti pensano che il martirio sia una cosa che riguarda solo i santi e i primi cristiani vittime delle persecuzioni romani e che ormai non esiste più. Invece, purtroppo, ci sono ancora cristiani perseguitati a causa della loro fede. Apprendiamo oggi di una notizia sconvolgente di ragazze e bambine cristiane violentate e uccise in Pakistan. Questo deve essere anche un segnale per noi: mentre dall'altra parte del mondo chi ha fede in Dio non può dimostrarlo senza icnorrere in violente persecuzioni, qui da noi, in Occidente, pur avendo libertà, non dimostriamo la nostra fede, quasi vergognandoci di essere cristiani. Impariamo da questi cristiani, che cosa significa avere fede a costo della propria vita e sul loro esempio, gridiamo la nostra fede mostrandola al mondo intero.
Quanto segue è il reportage di Avvenire su quanto accade nella terra di Mosul, in Iraq:

***

Le mura con le pietre a sbalzo ed i fregi in stile assiro-babilonese, annerite e danneggiate dagli incendi provocati dalle bombe, conferiscono un’aria spettrale alla chiesa dello Spirito Santo, chiusa dopo i ripetuti attacchi di questi ultimi anni. La grande e moderna costruzione caldea che sorge in quel che un tempo era un quartiere misto di arabi sunniti e di cristiani è diventata il Colosseo del XXI secolo in terra irachena. Qui è caduto il giovane padre Ragheed Ganni, ucciso insieme a tre suddiaconi in pieno giorno da terroristi a viso scoperto. E su questo stesso piazzale venne rapito e poi assassinato l’arcivescovo Faraj Rahho. Non si può sostare neppure un attimo per una preghiera, «questa è la zona più a rischio di tutta la città», mi dice Marcos Sabah, uno dei pochi cristiani rimasti a Mosul.

C’è da crederci, fino a due anni fa lui abitava proprio qui «ma la pressione sociale e la tensione psicologica erano arrivate ad un livello insostenibile», spiega, e così si è trasferito con tutta la famiglia in un quartiere residenziale della periferia, dove ci sono più garanzie di sicurezza. Negli ampi viali costeggiati da alte case incontriamo un check-point dell’esercito iracheno ogni duecento metri, in giro ci sono più militari che civili. Fermi in coda per i controlli, tutti sono nervosi e si guardano attorno con diffidenza perché a Mosul, come ricorda il mio amico con macabro umorismo, le auto-bombe sono più frequenti dei tamponamenti. Comunque, meglio qui che nella città vecchia, oltre il Tigri, un dedalo di viuzze che ad ogni angolo nascondono un’insidia.

Marcos e sua moglie Hanna si sentono dei superstiti. Mosul era la seconda città dell’Iraq per numero di cristiani, 50mila su una popolazione di oltre due milioni. Oggi è una comunità letteralmente decimata, ridotta a poco più di 4mila persone che vivono nel terrore d’essere aggredite, sequestrate e uccise dai gruppi fondamentalisti islamici che nessuno sembra poter o voler fermare. Chi può scappa, lasciando sul posto tutto quel che aveva. Ai cristiani che se ne vanno i gruppi fondamentalisti impongono di pagare la metà di quanto hanno ricavato dalla vendita della casa.
Marcos ha deciso di non vendere, ma teme che la sua vecchia abitazione finirà con l’essere occupata abusivamente, come spesso succede. Due suoi figli se ne sono andati in Svezia, la figlia con il neo-sposo non vede l’ora di seguirli. «Quando esco devo mettermi il velo, vengo insultata e minacciata continuamente. E voi scrivete che adesso in Iraq c’è la libertà», scuote il capo tristemente la giovane. Basil, il marito, lavora come autista per il vicino convento di San Giorgio, anche se ormai vi è rimasto un solo monaco. In quest’antica fortezza in cima alla collina si respira un clima di tranquillità e di pace, un’oasi nell’inferno di Mosul.

Per sfuggire alle intimidazioni e alle violenze migliaia di famiglie si sono rifugiate nella piana di Ninive, trovando ospitalità nei villaggi tradizionalmente abitati dai cristiani. Distano una manciata di chilometri da Mosul, cui fanno capo amministrativamente, ma di fatto stanno sotto l’ombrello protettivo del governo autonomo del Kurdistan le cui milizie, i famosi peshmerga già in guerra con Saddam Hussein, sono massicciamente presenti nelle cosiddette "disputed zones", le aree dell’Iraq settentrionale in attesa di uno status definitivo. Percorrendo la pianura arida e assolata di Ninive, balza immediatamente all’occhio un paesaggio fatto di cupole, croci e immagini della Madonna.

È qui che i cristiani in fuga dall’orrore affrontano la difficile sfida della sopravvivenza. Hanno costituito una guardia d’autodifesa che presidia i villaggi, gente armata in uniforme, riconosciuta sia dal governo centrale di Baghdad sia da quello regionale curdo. A Karamlis, 5mila abitanti, la guardia d’autodifesa può contare su 250 uomini. Nella chiesa di Mar Addai c’è la tomba di padre Ganni, già venerato dai fedeli come un martire. Anche la salma di monsignor Rahho venne sepolta qui prima di essere traslata nella chiesa di San Paolo a Mosul. «Nei nostri villaggi si vive in un clima di relativa sicurezza ma la gente non ha lavoro, e soprattutto non ha fiducia nel futuro», ci dice monsignor Georges Casmoussa, il vescovo siro-cattolico di Mosul il cui sequestro, fortunatamente concluso con la sua liberazione, segnò l’inizio dell’interminabile Via Crucis dei cristiani iracheni.

«Dobbiamo imparare ad alzare lo sguardo, a non perdere la speranza», sottolinea padre Gibrail Tooma, superiore degli Antoniani caldei nel convento di Nostra Signora delle Messi, che sorge ad Alqosh, all’estremità settentrionale della piana di Ninive. Ha studiato a Roma ed è tornato a Baghdad nel momento peggiore, alla fine della guerra del 2003. Ha visto la morte da vicino parecchie volte, tra bombe, sparatorie e attentati diretti alla sua persona. Un giorno venne a sapere dalla venditrice ambulante da cui si riforniva di sigarette («una brava musulmana») di essere nel mirino di una banda di sequestratori. «Così decisi di lasciare Baghdad. E poi dicono che il fumo fa male. A me ha salvato la vita», scherza adesso.

Dal 2007 padre Gibrail è priore del convento di Alqosh, un grande complesso di edifici ai piedi dell’antico monastero scavato nella roccia di Sant’Hormisda, uno dei patroni della Chiesa caldea. Nel convento sono ospitati decine di orfani i cui genitori sono morti in seguito alla guerra ed alla violenza terroristica. Ne hanno fatto esperienza loro stessi quando, viaggiando su un pulmino, hanno evitato per un soffio l’esplosione di un’auto-bomba. Lo scorso febbraio, dopo l’ennesima strage di cristiani a Mosul, nelle celle del convento avevano trovato riparo una cinquantina di famiglie, sfollate in seguito alle minacce di morte.

Una sistemazione provvisoria che hanno lasciato dopo qualche mese. Pochi però hanno avuto il coraggio di tornare nelle loro case, la maggior parte se n’è andata in Turchia, in Siria e in Giordania avendo come meta finale l’Europa. È una richiesta che mi sono sentito ripetere come un ritornello incontrando i profughi cristiani. Dopo un po’ l’intervista si capovolge e sono loro a fare le domande che spesso si concludono con un’implorazione: «Mi aiuti ad ottenere un visto per l’Italia».
Eppure, c’è qualcuno che ha deciso di compiere il cammino inverso. Come Youssif Dred, 35 anni, da venti rifugiato in Olanda dove, insieme con la moglie Sonia e i suoi tre bambini, ha ottenuto la cittadinanza.

È tornato al villaggio natale di Alqosh per stare vicino al padre malato, scegliendo poi di rimanere in Iraq. Al momento ha trovato lavoro in un bar, ma intende coltivare un terreno affidatogli in usufrutto dai monaci del convento. «È la fede che mi ha spinto a questa decisione – racconta –. Sono cristiano e sono iracheno, voglio che la mia Chiesa non scompaia dalla terra in cui sono nato. In Olanda, le chiese sono vuote di fedeli e vengono date agli immigrati musulmani: ma che razza di cristianesimo è il vostro?», chiede provocatoriamente.

Anche Hazim Harboli, 33 anni, è tornato. Con un’idea ben chiara in mente: diventare monaco. Era uscito dal Paese nel 1998, insieme con i genitori si era stabilito in Grecia, dove aveva pure una fidanzata. Nel 2008 ha deciso di rientrare in Iraq. La sua famiglia ha fatto di tutto per dissuaderlo: anche in Grecia si sono tanti monasteri... Ma Hazim, capelli rossi e testa dura, vuole essere monaco caldeo in patria. «Stavo male ogni volta che mi giungevano le notizie di uccisioni di vescovi e preti a Mosul. Ed ho pensato: anch’io sono nato in quella terra, devo prendere il loro posto», dice senza alcuna enfasi. A spingerlo alla decisione irrevocabile di tornare qui e di fare domanda di noviziato al monastero antoniano è stata la tragica vicenda di monsignor Rahho, trucidato barbaramente dai terroristi. Anche in Iraq, terra d’antica fede, semen est sanguis christianorum.


Luigi Geninazzi
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mercoledì 13 ottobre 2010

Every One per combattere la mortalità infantile

 Mortalità e malnutrizione: oltre 8 milioni di bambini sotto i 5 anni continuano a morire ogni anno per malattie banali, come diarrea e polmonite o perché malnutriti; 195 milioni quelli affetti da malnutrizione cronica nel mondo


Ci occupiamo oggi di sensibilizzavi alla campagna promossa da Save the Children, "Every One",in favore della riduzione della mortalità infantile, un fenomeno devastante e che dovrebbe essere combattuto strenuamente da ciascuno di noi. Quanto segue è il rapporto di Save the Children che mostra quanto drammatica sia la situazione: proprio ora un bambino muore nell'indifferenza generale:

Nel 2000 il mondo all’unanimità prometteva: entro il 2015 avremo ridotto di 2/3 la mortalità infantile (1). A fine 2010 le promesse sono un’eco imbarazzante mentre la realtà sono numeri che scendono lenti e incerti o addirittura risalgono drammaticamente.

8.1 milioni di bambini sotto i 5 anni continuano a morire ogni anno per cause banali e prevenibili. Un terzo di queste morti ha come concausa la malnutrizione, acuta o cronica, denuncia il Rapporto su La mortalità infantile e l’impatto della malnutrizione di Save the Children – la più grande organizzazione internazionale indipendente che dal 1919 lotta per migliorare concretamente le condizioni di vita dei bambini. Sono oltre 4 milioni in Africa, 3.7 milioni in Asia e circa 240 mila in America Latina e nei Caraibi, i bambini che perdono la loro battaglia per la sopravvivenza ogni anno. 64 i paesi dove si combatte questa guerra e dove si concentra il 95% delle morti infantili del pianeta. Ciad, Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Guinea-Bissau, Sierra Leone, Mali, Somalia, Repubblica Centro Africana, Burkina Faso, Burundi, i 10 stati con i più alti tassi di mortalità infantile del mondo.

Il 90% delle morti è dovuto a poche, prevenibili e curabili malattie: in particolare, polmonite, diarrea e malaria sono responsabili di oltre il 40% dei decessi infantili. Oltre 3.5 milioni di morti avviene alla nascita, in gran parte dei casi per gravi infezioni (es. sepsi, polmonite, tetano), asfissia o parto prematuro. “Fino a non tantissimi anni fa anche in Italia la mortalità infantile e la malnutrizione erano un problema molto grave che però è stato superato e risolto alla radice (2)”, commenta Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children per l’Italia. “La verità è che la mortalità infantile e la malnutrizione possono essere vinte con semplici soluzioni e medicine ben conosciute e disponibili (3). Per questo Save the Children ha lanciato nel 2009 la Campagna Every One e ha deciso di impegnarsi concretamente a salvare 2.500.000 bambini entro il 2015, a raggiungere con programmi di salute e nutrizione circa 50 milioni di donne in età fertile e bambini e a mobilitare 60 milioni di sostenitori in tutto il mondo. Vogliamo dire a gran voce e dimostrare che questa battaglia si può e si deve vincere”.

L’Africa subsahariana e il Sud Asia sono le aree del mondo dove il problema è più acuto – con la prima che detiene il triste primato di 1 bambino che muore ogni 8 nati vivi e la seconda che totalizza un terzo delle morti infantili del mondo. Inoltre appartengono all’Africa subsahariana Ciad, Congo, Zimbabwe i 3 paesi che insieme a alle isole caraibiche Trinidad e Tobago, dal 1990 ad oggi hanno visto peggiorare i propri tassi di mortalità infantile.

“Accanto a queste situazioni limite registriamo anche dei progressi in nazioni come Ghana, Egitto, Mozambico, Indonesia, Nepal, Bangladesh, che non solo hanno ridotto la mortalità infantile ma hanno fatto sì che i miglioramenti riguardassero tutta la popolazione infantile, compresi i bambini più poveri e svantaggiati”, sottolinea Francesco Aureli, Responsabile Policy e Advocacy di Save the Children per l’Italia. “Tuttavia se vogliamo vincere la nostra battaglia dobbiamo fare molto di più e intervenire anche sulla malnutrizione (4) che è il killer nascosto di circa un terzo dei bambini che muoiono entro i 5 anni”. Si stima che il 14.5% delle morti infantili sia collegato alla malnutrizione cronica, il 14.6% alla malnutrizione acuta, il 6.5% a mancanza di vitamina A e il 4.4% a carenza di zinco. Nel mondo sono 195 milioni i bambini con malnutrizione cronica. Il 65% di essi si trova in 10 paesi: India, Cina, Nigeria, Pakistan - dove la situazione è drammaticamente peggiorata dopo le alluvioni - Indonesia, Bangladesh, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Filippine, Tanzania.

“Quando un bambino non ha di che mangiare e non assume i principi nutritivi giusti per la sua crescita, diventa debole e il suo sistema immunitario, ancora immaturo, più vulnerabile a malattie”, spiega Francesco Aureli. “La malnutrizione, fino al suo esito mortale, è il risultato di una dieta povera e di infezioni, in un circolo perverso in cui i due aspetti si influenzano negativamente. Non a caso un bambino gravemente malnutrito è 9 volte più a rischio di morire di un bambino ben nutrito”. Tra le soluzioni che Save the Children indica per risolvere il problema della malnutrizione: allattamento esclusivo al seno, distribuzione di micronutrienti, supporto economico a donne e famiglie, sistemi agricoli e coltivazioni in grado di produrre cibo in quantità e costi adeguati alle esigenze delle madri e delle comunità più povere, centri di cura per bambini gravemente malnutriti.

“Si tratta di misure che Save the Children realizza nei suoi programmi di salute e nutrizione nei 36 paesi (5) in cui si sta dispiegando Every One e 5 dei quali – Egitto, Etiopia, Mozambico, Malawi e Nepal - sono direttamente sostenuti da Save the Children Italia”, precisa Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children per l’Italia.

“Sul versante della lotta alla mortalità infantile Save the Children sta lavorando su alcuni aspetti cruciali come la formazione di migliaia di operatori sanitari di comunità a cui spetta diagnosticare nei bambini fino a 5 anni le malattie potenzialmente mortali, come diarrea, malaria, polmonite e offrire le prime semplici cure. Inoltre Save the Children sta facendo pressione sui paesi più colpiti dalla mortalità infantile affinché i servizi alla salute materno-infantile siano resi gratuiti. Su questo punto i paesi del G8, Italia compresa, possono e debbono dare il massimo del sostegno finanziario. Anche perché l’attuale crisi economica con l’aumento del prezzo del cibo e le devastanti e inaspettate catastrofi naturali come l’alluvione in Pakistan e la carestia in Niger stanno creando ulteriori e pesantissime difficoltà a nazioni e popolazioni già fragili”, conclude Valerio Neri.

NON LASCIAMOLI ANDARE: CENTINAIA DI PALLONCINI ROSSI INVADONO ROMA E MILANO. COME SOSTENERE EVERY ONE Il 6 ottobre Save the Children ha deciso di organizzare la Giornata del palloncino rosso, tappezzando Roma, Milano e altri 9 comuni con migliaia di palloncini con scritto Save Me, che i volontari dell’organizzazione hanno iniziato a distribuire al risveglio delle città a tutti i cittadini. Lo slogan di questa pacifica guerrilla è non lasciamoli andare con riferimento al palloncino rosso, che ognuno è invitato a tenere con sé, attaccato al filo, come se tenessimo stretto un bambino per non lasciarlo morire.

A Roma e Milano la guerrilla è iniziata la sera del 5, protraendosi per tutta la notte. Nella capitale Piazza Montecitorio e Piazza di Spagna i luoghi che per primi si sono riempiti di palloncini rossi, anche con l’aiuto degli attori Nicolas Vaporidis, Pietro Sermonti, Andrea Sartoretti, tra i testimonial di Every One. All’alba 25 le piazze e via di Roma – dalle centralissime Piazza Venezia e Piazza Argentina, a Piazza San Giovanni e Piazza Sempione – invase da 400 palloncini. A Milano, Piazza Castello e Piazzale Duca D’Aosta (Stazione Centrale) i luoghi da cui, già nella serata del 5, sono apparsi i palloncini Save Me, poi moltiplicatisi fino a “occupare” 14 tra piazze e vie. “La nostra mobilitazione è ai massimi livelli”, commenta Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children per l’Italia “ma abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per farcela”.

Per sostenere concretamente Every One , dal 6 ottobre al 7 novembre sarà possibile donare 2 euro inviando un SMS al 45503 dai cellulari personali TIM, Vodafone, Wind, 3 e Coop Voce o chiamando lo stesso numero da rete fissa Telecom Italia, Fastweb e Infostrada. Gli utenti di rete fissa Telecom Italia potranno scegliere se donare 2 o 5 euro. I fondi serviranno a sostenere i progetti di salute e nutrizione materno-infantile realizzati da Save the Children Italia in Egitto, Etiopia, Mozambico, Malawi e Nepal.
Sempre dal 6 ottobre al 7 novembre si può contribuire alla Campagna donando 5 euro alle casse dei 430 negozi OVS industry in tutte le province italiane ricevendo la Save the Children Card e il palloncino “Save Me” simbolo della campagna.

E’ possibile sostenere Every One anche effettuando un bonifico senza commissioni presso una delle oltre 4.000 Agenzie UniCredit sul c/c IT 43 M 03002 05211 000401430543, oppure su www.ilmiodono.it. Inoltre dal 6 al 17 ottobre è possibile donare anche presso tutti i 7.800 ATM di UniCredit.


E a sostegno di Every One c’è anche un folto gruppo di testimonial, il grande calcio con l’ ACF Fiorentina e molte aziende. La versione integrale del Rapporto su La mortalità infantile e l’impatto della malnutrizione e del Rapporto Attività Every One Non lasciamoli andare. Ridurre la mortalità materna e infantile è possibile all’indirizzo: www.savethechildren.it/pubbl...

Sono disponibili foto in alta definizione e storie di bambini coinvolti nei progetti di Save the Children, foto dei testimonial e immagini della campagna pubblicitaria.

Per le televisioni è a disposizione un beta con: lo spot e l’appello dei testimonial, storie di mamme e bambini di Egitto, Etiopia, Malawi, Mozambico, un broll con immagini sulla crisi alimentare in Africa orientale, testimonianze di operatori sanitari di Save the Children in Indonesia, Mali e Guatemala, immagini della guerrilla a Roma e Milano. Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Save the Children Italia tel. 06.48070023-071-001 press@savethechildren.it www.savethechildren.it

NOTE:
1: Si tratta del 4° Obiettivo del Millennio, stabilito e sottoscritto nel settembre 2000 dai 191 Stati membri delle Nazioni Unite, nell’ambito della Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite.

2: Il tasso di mortalità infantile in Italia è di 4 ogni 1000 nati vivi. Fonte: Save the Children, Rapporto sullo Stato delle Madri nel Mondo, 2010.

3: Per la polmonite: vaccinazioni (6 € per 3 dosi) e trattamento con antibiotici (10 €); per la diarrea vaccinazioni, somministrazione di sali per la reidratazione orale (0,15 €), zinco (0,23 €), lavaggio delle mani. Per la malaria: zanzariere (4 €), trattamento anti-malarico (1,71 €). Per problemi neonatali: cure efficaci durante la gravidanza e ostetriche comunitarie specializzate per assistere i parti in casa.

4: Un bambino è malnutrito quando non riceve i nutrienti necessari al suo organismo per resistere alle infezioni e continuare a crescere; è affetto da malnutrizione cronica o rachitismo quando è troppo gracile, piccolo e inadeguatamente sviluppato rispetto alla sua età; è gravemente malnutrito quando è troppo magro e sotto peso rispetto alla sua altezza.

5: Egitto, Etiopia, Mozambico, Nepal, Cina, India, Nigeria, Pakistan, Sierra Leone, Afghanistan, Angola, Bangladesh, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo, Indonesia, Kenya, Malawi, Mali, Niger, Tanzania, Uganda, Zambia, Bolivia, Brasile, Cambogia, Guatemala, Guinea, Haiti, Liberia, Birmania, Sud Africa, Sud Sudan, Tajikistan, Vietnam, Yemen, Zimbawe.
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lunedì 11 ottobre 2010

Più poveri nell'Italia dei ricchi

Il titolo la dice lunga: più poveri nell'Italia dei ricchi. In effetti, ad uno sguardo superficiale della società italiana, tutto sembra fuorchè che ci sia una vera e propria crisi. Molti dicono che la crisi è inventata poich-é le strade sono sempre più intasate da macchine nuove e ultra-costose; che nei supermercati c'è sempre la fila per non parlare dei locali notturni come le discoteche sempre pullulanti di gente. Ma allora, dov'è la crisi e dov'è la povertà?


La povertà è paradossalmente in mezzo a noi: più cerchiamo di vederla e più non la vediamo. Però, se casualmente, ci capitasse di passare dinanzi ad un centro sociale o ad un centro della Caritas, ci troveremmo dinanzi ad un fenomeno apparentemente inspiegabile. In coda non ci sono barboni, ma gente comune vestita in maniera comune e profumata in maniera comune. Eccola, la crisi che non si vede si materializza dinanzi ai nostri occhi. Il fatto è che la povertà non è quella che conoscevamo una volta, cioè non è nel mendicante o nel barbone. La povertà oggi colpisce famiglie un tempo considerate quasi benestanti: parliamo di famiglie di operai, di cassintegrati che riescono a tirare avanti a fatica e il più delle volte, grazie ai propri genitori e alle loro pensioni e in sostanza grazie ad enti come la Caritas. Ecco il perchè la Vigna propone un breve articolo di Avvenire che mostra questa realtà paradossale della povertà in mezzo all'ostentata ricchezza:

Siamo sempre più poveri. Ma non è una notizia; quella vera è che lo è diventato chi, in passato non si sarebbe mai immaginato di doversi rivolgere un giorno, allo sportello della Caritas per chiedere una borsa pasto o sussidi economici per pagare la bolletta della luce in scadenza.

Il nono rapporto sulla povertà, realizzato da Caritas Ambrosiana e presentato ieri a Milano nell’ambito del convegno "Dalla crisi nuove sfide per il territorio" parla chiaro: nel 2009 gli italiani che si sono rivolti agli sportelli della Caritas sono aumentati del 15,7%. Sono invece diminuiti gli stranieri clandestini (-3,7% ) «forse perchè spaventati d’incorrere in denunce da non trovare il coraggio nemmeno di chiedere aiuto alla Caritas» osservano i ricercatori dell’Osservatorio diocesano che hanno redatto il rapporto.

Sono aumentati, quindi, gli operai, gli impiegati, gli insegnanti, i liberi professionisti ma anche i dirigenti della Brianza e delle province industriali lombarde che hanno perso il lavoro e si ritrovano dall’oggi al domani senza finanze per poter pagare la rata del mutuo accesa solo pochi anni fa.

«La crisi ha ridisegnato la mappa della povertà. Ha trasformato famiglie modeste ma che avevano sempre goduto di una certa stabilità in soggetti vulnerabili e sospinto i poveri cronici sulle soglie della miseria» spiega il direttore di Caritas ambrosiana, don Roberto Davanzo, sfogliando il rapporto annuale secondo il quale nel 2009 sono stati 17.283 i poveri che si sono presentati nei 56 centri di ascolto della diocesi ambrosiana, con un aumento del 9% rispetto al 2008.

Ma, oltre all’analisi quantitativa, l’indagine evidenzia anche le caratteristiche sociologiche di chi si è rivolto agli sportelli per accedere ai Fondo famiglia lavoro, il fondo istituito dall’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi per le famiglie che perdono lavoro.

«I vulnerabili – ha spiegato il sociologo Aldo Bonomi, che si è occupato della ricerca - non sono marginali in sè. Lo diventano, o rischiano di diventarlo, nella crisi, per la perdita dell’occupazione e l’assenza di ammortizzatori sociali per ampie fasce di lavoratori. Dalle storie del Fondo emergono una nuova questione operaia e sociale, una condizione migrante, una difficoltà degli ammortizzatori che ci interrogano sui ritardi della modernizzazione del nostro welfare».

Un welfare, quindi, secondo gli studiosi dell’osservatorio, che ha funzionato in passato, ben occupandosi di pensionati e lavoratori ma che oggi risulta "vecchio" e non al passo con i tempi e la crisi economica che stiamo vivendo. «Le istituzioni si occupano della crisi finanziaria e non si preoccupano della povertà» ha aggiunto l’economista Alberto Berrini, secondo cui ci vorranno ben otto anni perchè le imprese ritrovino il livello della produzione perduta.

«La crisi ha confermato e purtroppo drammaticamente esplicitato ciò che già si sapeva: l’inadeguatezza del sistema italiano di chi perde protezione – conclude l’economista – Un welfare, che oggi non è in grado di sostenere le fasce più colpite dalla crisi: quelle dei precari, degli artigiani e dei liberi professionisti».

«La crisi ha colpito persone che non sono tutelate e di fronte a questo stato di cose non è possibile che la risposta possa venire solo da noi» aggiunge il direttore di Caritas, Davanzo, che lancia anche un monito: «la politica deve battere un colpo».

Per questo Caritas presenterà in modo più dettagliato (lo aveva già fatto a marzo) entro l’anno la richiesta a regione Lombardia di introdurre il "reddito minimo garantito". Una forma di sostegno estesa a coloro che oggi non possono godere di alcun aiuto pubblico. Una protezione sociale, già presente in tutti i Paesi dell’Europa a 15 tranne che Grecia e Italia.

Daniela Fassini
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mercoledì 6 ottobre 2010

Progetto Scuola

Come saprete uno dei problemi che affligge l'Africa è l'analfabetismo. I bambini non hanno la possibilità di ricevere un'istruzione adeguata il che comporta la loro impossibilità a crescere civilmente e culturalmente. Molti bambini hanno espresso vivamente la volontà gioiosa di voler imparare, di voler conoscere e di voler provare cosa significa andare a scuola.
La Cesar Onlus si occupa di molte iniziative in territorio sudanese: tra questi vi è il progetto scuola che abbiamo deciso di sostenere per aiutare questi poveri fanciulli a conoscere cosa racchiude il nostro mondo del sapere. Come abbiamo avuto noi la possibilità di studiare e di far studiare i nostri figli, è giusto che anche essi abbiano le stesse opportunità. Di seguito, il banner dell'iniziativa con il numero di telefono al quale potete inviare un SMS per donare quanto potete:

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