lunedì 28 febbraio 2011

Un nuovo cammino - La Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica - XIV

Continua il percorso di studio della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica: un valore importantissimo e valido per tutti gli uomini di buona volontà, il che lo rende molto trasversale e utile alla causa generale. Oggi vediamo quanto influisce la speranza dell'adempimento della promessa di Gesù sull'eterna dimora che ci attende. Sicuramente, se ogni uomo agisse con l'occhio dell'eternità, i rapporti e le relazioni sociali ne beneficerebbero sicuramente e l'uomo stesso ne trarrebbe enorme vantaggio:

IV. DISEGNO DI DIO E MISSIONE DELLA CHIESA  

c) Cieli nuovi e terra nuova

56 La promessa di Dio e la risurrezione di Gesù Cristo suscitano nei cristiani la fondata speranza che per tutte le persone umane è preparata una nuova ed eterna dimora, una terra in cui abita la giustizia (cfr. 2 Cor 5,1-2; 2 Pt 3,13): « Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in Cristo, e ciò che fu seminato infermo e corruttibile rivestirà l'incorruzione; e, restando la carità e le sue opere, sarà liberata dalla schiavitù della vanità tutta la creazione che Dio ha fatto per l'uomo ».68 Questa speranza, anziché indebolire, deve piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla realtà presente.

57 I beni, quali la dignità dell'uomo, la fraternità e la libertà, tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il Suo precetto, purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, appartengono al Regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace che Cristo rimetterà al Padre e dove noi li ritroveremo. Risuoneranno allora per tutti, nella loro solenne verità, le parole di Cristo: « Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi ... ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me » (Mt 25,34-36.40).

58 La compiuta realizzazione della persona umana, attuata in Cristo grazie al dono dello Spirito, matura nella storia ed è mediata dalle relazioni della persona con le altre persone, relazioni che, a loro volta, raggiungono la loro perfezione grazie all'impegno teso a migliorare il mondo, nella giustizia e nella pace. L'agire umano nella storia è di per sé significativo ed efficace per l'instaurazione definitiva del Regno, anche se questo resta dono di Dio, pienamente trascendente. Tale agire, quando è rispettoso dell'ordine oggettivo della realtà temporale e illuminato dalla verità e dalla carità, diventa strumento per un'attuazione sempre più piena e integrale della giustizia e della pace e anticipa nel presente il Regno promesso.

Conformandosi a Cristo Redentore, l'uomo si percepisce come creatura voluta da Dio e da Lui eternamente scelta, chiamata alla grazia e alla gloria, in tutta la pienezza del mistero di cui è divenuta partecipe in Gesù Cristo.69 La conformazione a Cristo e la contemplazione del Suo Volto 70 infondono nel cristiano un insopprimibile anelito ad anticipare in questo mondo, nell'ambito delle relazioni umane, ciò che sarà realtà nel definitivo, adoperandosi per dar da mangiare, da bere, da vestire, una casa, la cura, l'accoglienza e la compagnia al Signore che bussa alla porta (cfr. Mt 25, 35-37).

Leggi tutto...

La primavera araba non passa il Sahara

Il vento democratico soffia sul Nord Africa, ma non sembra soffiare al di là del Sahara. Per quale motivo i regimi non sembrano essere in pericolo in quelle zone sud-sahariane? Scopriamolo con un articolo di approfondimento Sara Milanese, in rappresentanza delle Suore Missionarie della Consolata:

Povertà più profonda e più analfabetismo: due tra i motivi che potrebbero impedire agli Stati africani subsahariani di rovesciare i regimi. Il "vento di rivoluzione" che dalla Tunisia continua a soffiare sul Nord Africa e sui paesi arabi del Medio oriente è arrivato fino alla Corea del Nord, almeno secondo la stampa di Seul: da giorni uno dei più importanti quotidiani sudcoreani, The Chosun Ilbo riporta le notizie di proteste e manifestazioni nelle città nordcoreane al confine con la Cina. L'esercito avrebbe risposto con la violenza alle richieste di cibo e elettricità da parte della popolazione, ci sarebbero diversi feriti e anche dei morti. Purtroppo le informazioni arrivano frammentate e non sono verificabili, a causa della rigida censura applicata dal regime di Pyong Yang.

La sete di libertà non è però riuscita ad attraversare il Sahara: nei paesi africani sotto il deserto il rovesciamento dei regimi resta un miraggio. Eppure in molte di queste nazioni ci sono gli stessi contesti che hanno spinto tunisini, egiziani e libici a scendere in piazza: povertà, disoccupazione, mancanza di libertà, corruzione politica.

Il 18 febbraio le elezioni in Uganda hanno riconfermato Yiweru Nysevebu alla presidenza del paese, che guida da 25 anni. Arrivato al potere con la forza delle sue milizie nel 1986, 10 anni dopo si è fatto legittimare da elezioni truccate. Così è andata anche per il questo quarto mandato consecutivo, che ha assegnato a Museveni il 68% dei voti. Le opposizioni hanno chiaramente denunciato brogli e intimidazioni, e soprattutto la compravendita di deputati. Di fatto l'era Museveni ha instaurato un sistema di corruzione di cui beneficia l'enclave del presidente. La paura di possibili rivolte sul modello di quelle del nord Africa ha giustificato un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza.

Intanto in Costa d’Avorio è ancora braccio di ferro tra il neo presidente Alassane Ouattara e Laurent Gbagbo, che alla guida del paese dal 2000, ora non ne vuole sapere di accettare il verdetto delle elezioni di novembre che lo escludono dalla vita politica. La diplomazia internazionale, e l'Unione Africana portano avanti da mesi ormai un'inutile ricerca di dialogo per permettere al nuovo presidente di assumere la guida del paese.

In realtà nelle ultime settimane sono scoppiate proteste di piazza anche in Mauritania, Camerun, Gabon, Sudan, Zimbabwe e Gibuti, con alla base le stesse richieste dei popoli arabi: maggior democrazia, lotta alla povertà e alla disoccupazione. Ma in nessuno di questi paesi le manifestazioni si sono tradotte in movimenti più ampi di dissenso, in grado di organizzare una protesta tale da preoccupare i regimi o i governi autoritari.

Perché? Secondo alcuni analisti l'Africa subsahariana non è ancora pronta: nonostante in molti paesi la società civile sia ben organizzata, la classe media è spesso troppo giovane per contare davvero. Rispetto ad Egitto, Tunisia, Libia, il tasso di alfabetizzazione è ancora molto basso, la povertà più radicata. Alcuni paesi, come l'Angola o l'Rd Congo, escono da conflitti molto, troppo recenti. Il profondo senso di appartenenza etnico impedisce spesso di far nascere un sentimento di orgoglio nazionale, e alimenta conflitti interni. La difficoltà di accedere ad internet impedisce inoltre di utilizzare i social network come strumento di organizzazione delle proteste.
Leggi tutto...

Benedetto XVI: la Chiesa impari i linguaggi dei nuovi media per innestare il Vangelo nella cultura digitale

Apprendiamo con gioia le parole del nostro caro Papa Benedetto XVI sui nuovi modi di comunicare quali le conversazioni via cellulare o internet, avvalendosi di questi mezzi per annunziare la Parola del Dio vivente. Leggiamo e ascoltiamo nel nostro cuore le parole del Santo Padre pronunziate questa mattina alla plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e lo facciamo attraverso un articolo di Radio Vaticana:


Benedetto XVI: la Chiesa impari i linguaggi dei nuovi media per innestare il Vangelo nella cultura digitale



Studiare con accuratezza i linguaggi della moderna cultura digitale, per aiutare la missione evangelizzatrice della Chiesa a trasfondere in queste nuove modalità espressive i contenuti della fede cristiana. È la sostanza del discorso che Benedetto XVI ha rivolto questa mattina ai membri che partecipano – da oggi a giovedì prossimo – alla plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Un linguaggio “emotivo”, esposto al rischio costante della banalità. Di contro, un linguaggio ricco di simboli, da migliaia di anni al servizio del trascendente. Cos’hanno in comune la comunicazione digitale con quella della Bibbia? Poco, apparentemente, se non fosse che per la Chiesa non esiste linguaggio nuovo che non possa essere compreso e utilizzato per annunciare il messaggio di sempre, quello del Vangelo. Benedetto XVI ha scandagliato le implicazioni di questo confronto, tornando su un tema toccato spesso negli ultimi anni: quello delle nuove tecnologie e dei cambiamenti che esse inducono nel modo di comunicare, al punto ormai da aver configurato “una vasta trasformazione culturale”. Le reti web, ha affermato il Papa, sono la dimostrazione di come “inedite opportunità” stiano delineando un “nuovo modo di apprendere e di pensare”, di “stabilire relazioni e costruire comunione”. Ma, ha osservato, esserne consapevoli non basta. L’analisi deve essere spinta più a fondo:


“I nuovi linguaggi che si sviluppano nella comunicazione digitale determinano, tra l’altro, una capacità più intuitiva ed emotiva che analitica, orientano verso una diversa organizzazione logica del pensiero e del rapporto con la realtà, privilegiano spesso l’immagine e i collegamenti ipertestuali. La tradizionale distinzione netta tra linguaggio scritto e orale, poi, sembra sfumarsi a favore di una comunicazione scritta che prende la forma e l’immediatezza dell’oralità”.


Essere “in rete”, ha proseguito Benedetto XVI, richiede che la persona sia coinvolta in ciò che comunica. E dunque, a questo livello di interconnessione le persone non si limitano a scambiare solo delle informazioni, ma “stanno già condividendo se stesse e la loro visione del mondo”. Una dinamica che, per il Papa, non è esente da punti deboli:


“I rischi che si corrono, certo, sono sotto gli occhi di tutti: la perdita dell’interiorità, la superficialità nel vivere le relazioni, la fuga nell’emotività, il prevalere dell’opinione più convincente rispetto al desiderio di verità. E tuttavia essi sono la conseguenza di un’incapacità di vivere con pienezza e in maniera autentica il senso delle innovazioni. Ecco perché la riflessione sui linguaggi sviluppati dalle nuove tecnologie è urgente”.


Qui, ha asserito il Pontefice, si innesta il lavoro che deve compiere la Chiesa e in particolare il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali. “Approfondire la cultura digitale” e quindi “aiutare quanti hanno responsabilità nella Chiesa” a “capire, interpretare e parlare il ‘nuovo linguaggio’ dei media in funzione pastorale”. Ben sapendo che nemmeno la dimensione spirituale della persona è estranea al mondo della comunicazione:


“La cultura digitale pone nuove sfide alla nostra capacità di parlare e di ascoltare un linguaggio simbolico che parli della trascendenza. Gesù stesso nell’annuncio del Regno ha saputo utilizzare elementi della cultura e dell’ambiente del suo tempo: il gregge, i campi, il banchetto, i semi e così via. Oggi siamo chiamati a scoprire, anche nella cultura digitale, simboli e metafore significative per le persone, che possano essere di aiuto nel parlare del Regno di Dio all’uomo contemporaneo”.


Benedetto XVI ha ribadito che la “relazione sempre più stretta e ordinaria tra l’uomo e le macchine”, siano esser computer o telefoni cellulari, può trovare nella ricchezza espressiva della fede e nei “valori spirituali” una dimensione ancor più ampia di quella già sconfinata che sembrerebbe garantire la tecnologia. Ciò seppe dimostrarlo, quattro secoli fa, il gesuita padre Matteo Ricci, il grande apostolo della Cina, riuscendo a cogliere “tutto ciò che di positivo si trovava” nella tradizione di quel popolo, e di “animarlo ed elevarlo con la sapienza e la verità di Cristo”. E altrettanto sono chiamati a fare i credenti di oggi, che nel mondo dei media, ha concluso il Pontefice, possono contribuire ad aprire “orizzonti di senso e di valore che la cultura digitale non è capace da sola di intravedere e rappresentare”. L'obiettivo di questo contributo è quello di "promuovere una comunicazione veramente umana":


“Al di là di ogni facile entusiasmo o scetticismo, sappiamo che essa è una risposta alla chiamata impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza del Dio della comunione. Per questo la comunicazione biblica secondo la volontà di Dio è sempre legata al dialogo e alla responsabilità, come testimoniano, ad esempio, le figure di Abramo, Mosè, Giobbe e i Profeti, e mai alla seduzione linguistica, come è invece il caso del serpente, o di incomunicabilità e di violenza come nel caso di Caino".


Noi della Vigna che abbiamo accolto queste opportunità per annunziare Gesù Cristo, Parola del Dio vivente attraverso i nuovi linguaggi, ci sentiamo ancor più incoraggiati dalle parole del Santo Padre e con queste desideriamo incoraggiare ciascuno di voi che voglia intraprendere questo percorso volto all'annunzio del Vangelo avvalendosi delle nuove possibilità che l'era digitale ci offre. Come osserva il Papa, l'annunzio della Parola di Dio è stato fatto find all'antichità con i mezzi a disposizione di allora. Oggi abbiamo altri mezzi e questi stessi mezzi possono essere ugualmente impiegati per annunziare le verità della fede. Cambia il formato, ma non il comunicare. L'anima è sempre la stessa, la Fede è sempre la stessa, cambia solo il canale nel quale scorrono le nostre parole e nel quale esprimiamo i nostri sentimenti. Allora andiamo dritti sulla via della "evangelizzazione digitale" perché ovunque e in qualsiasi modo purché sia conforme alla Volontà del Signore, è possibile annunziare l'Amore, la Verità, la Via e la Vita che è Gesù Cristo nostro Signore.
Leggi tutto...

domenica 27 febbraio 2011

Il punto della settimana - Il vento democratico

Non è trascorso molto tempo da quando l'Italia, rappresentata da Silvio Berlusconi, stendeva il tappeto rosso per accogliere il leader libico Gheddafi. Non è nemmeno trascorso molto tempo da quando il premier baciò la mano del colonnello. Ma oggi, a seguito della rivolta, l'Italia rinnega Gheddafi che viene rinnegato anche da Silvio Berlusconi. Ma davvero Berlusconi non sapeva chi era Gheddafi? C'era bisogno di una rivolta e di un genocidio per rendersi conto che Gheddafi era un terrorista?
Tutti sapevamo chi era Gheddafi: un  terrorista, un dittatore, un despota ed un criminale che torturava i prigionieri e coloro che tentavano la fuga verso le nostre coste e che da noi venivano respinti, invece che accolti. L'Italia si è resa complice di crimini umanitari nel momento in cui ha steso il proverbiale tappetto rosso per accogliere il despota Gheddafi nei nostri confini: non ci sono giustificazioni né scuse e sicuramente sarebbe stato giusto almeno presentare delle scuse ufficiali rivolte in primo luogo ai libici, in secondo luogo a noi cittadini italiani ed in terzo luogo alla comunità internazionale. Sarebbe sicuramente stato un gesto importante per porre rimedio all'imbarazzante situazione in cui il governo ha posto il Paese Italia.

Giustamente oggi, anche se con colpevole ritardo, si appoggiano i rivoltosi, non solo in Libia, ma in tutto il Nord Africa che sembra essere come una pentola in ebollizione. Il vento della democrazia sta spirando su tutto il nord del continente africano ed ha già colpito in maniera decisiva la Tunisia e l'Egitto: finalmente i regimi stanno crollando e i troni si stanno rovesciando e questo è davvero bellissimo anche se si ha paura che di questa situazione ne approfittino i fondamentalisti islamici: il nostro augurio è che il popolo sia matura per costruire una democrazia laica e pluralista che si basi sul riconoscimento della libertà religiosa, vero fondamento di ogni pacifica convivenza.

Il nostro governo ha reso noto di appoggiare questo cambiamento, questo fervore democratico e ha reso noto che cercherà di aiutare nell'esportazione della democrazia. Ma se noi amiamo tanto la democrazia, perchè la vogliamo rimuovere dal nostro sistema costituzionale? Viene spontaneo chiedere al premier Silvio Berlusconi perchè vuole aiutare a diffondere la democrazia nel Nord Africa, quando lui non la sopporta in Italia: infatti, non è lui che voleva la soppressione dei programmi di approfondimento a lui non graditi? Non è lui che ha tacciato come faziose e comuniste tutte le piazze che hanno manifestato contro il governo? Non è lui che ha chiesto agli operatori economici di non comprare spazi pubblicitari su giornali che creavano ansie e catastrofismi? Non è lui che considera il Parlamento pleonastico?


La democrazia è bella, ma comporta anche molto impegno perchè deve essere rispettato il pluralismo dell'informazione, il diritto di critica, il diritto di manifestazione del proprio pensiero: non si può pensare di costruire una democrazia sul nulla. Ecco perchè speriamo che il Nord Africa completi questo processo di democratizzazione, cercando di instaurare una democrazia vera, sostanziale e solidale.

Leggi tutto...

La fame in Corea del Nord

Ci sarà sempre un ricco Epulone e un povero Lazzaro. Purtroppo la parabola del Vangelo è una parabola di vita concreta e reale che vede uomini che mangiano oltre misura, gettando il cibo superfluo nell'immondizia, e uomini che non hanno da che sfamarsi. Questa disparità è resa ancor più insostenibile quando a causarla è il pessimo modo di governare da parte dei governanti. Questo è quanto sta accadendo nella Corea del Nord: un Paese che ha pensato a potenziare gli apparati militari e che ha lasciato il popolo senza nulla di cui sfamarsi. Questo è ciò che sta trapelando in questi giorni, grazie alle denunce di diverse organizzazioni: AsiaNews.it ha recepito queste denunce e ha reso noto ciò che sta accadendo nel paese nord-coreano:

Seoul (AsiaNews) – La juche, l’ideologia dell’auto-sufficienza lanciata negli anni ’50 dal dittatore Kim Il-sung, sta per distruggere del tutto la Corea del Nord: la popolazione è talmente affamata che mangia grasso crudo, quando riesce a trovarlo, oppure muore di fame. Ora il rischio è quello di una sollevazione popolare che si potrebbe concludere con un esodo di massa verso il Sud.

L’allarme è stato lanciato da cinque Organizzazioni non governative americane appena rientrate da Pyongyang. Invitati dal governo, i dirigenti delle Ong - Christian Friends of Korea, Global Resource Services, Mercy Corps, Samaritan’s Purse e World Vision - hanno redatto un rapporto terribile: fra il 50 e l’80 % delle coltivazioni interne sono state distrutte dal gelo che ha colpito il Paese negli scorsi mesi, e gli ospedali sono pieni di casi di malnutrizione.

La questione è complessa: l’invio di aiuti umanitari alla Corea del Nord da parte dei due maggiori donatori (Stati Uniti e Corea del Sud) è stato interrotto dopo le provocazioni militari ordinate da Pyongyang negli ultimi due mesi. L’affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan, in cui sono morti 46 marinai, e il bombardamento di un’isoletta sotto il controllo di Seoul hanno fatto infuriare il governo conservatore sudcoreano. Il presidente Lee Myung-bak ha dichiarato che “non ci saranno più aiuti fino alle scuse ufficiali del regime”

Da parte loro, gli Stati Uniti hanno deciso di fermare il flusso perché temono che gli aiuti possano arrivare non alla popolazione, ma all’esercito e alla dirigenza politica del Paese. Il “Caro Leader” Kim Jong-il ha sempre proibito ogni ispezione internazionale, e pretende che gli aiuti vengano scaricati sul confine nelle mani dei militari. Tutto questo si combina poi con una pianificazione economica disastrosa e con una riforma valutaria che ha spezzato gli ultimi barlumi di auto-sufficienza del Paese.

Una fonte coreana spiega ad AsiaNews: “Tutto questo è vero. La gente non ha più di che mangiare, e ho visto di persona dei bambini mangiare la terra. Il rischio è che, senza un aiuto del mondo, la popolazione si possa sollevare in massa andando incontro a un massacro per mano dell’esercito. Oppure potrebbero cercare di sfondare il confine con il Sud per poi scappare; ma Seoul non è in grado di reggere un flusso simile, e potrebbe decidere di rimandarli indietro”.

Ci sarà un giorno in cui l'uomo penserà davvero ai suoi simili come fratelli piuttosto che come nemici? Ci sarà un giorno in cui tutti avranno di che sfamarsi? Non ci resta che pregare e sperare che queste situazioni intollerabili finiscano, cominciando da noi stessi: basta sprechi, basta cibi gettati nella spazzatura. Sembra poco, ma è già molto...
Leggi tutto...

sabato 26 febbraio 2011

La Chiesa nel mondo contemporaneo - XI parte

Continuiamo il nostro cammino di lettura della Costituzione Pastorale "Gaudiem et spes" di Papa Paolo VI. Oggi entriamo nel secondo capitolo del documento dove Paolo VI si sofferma sulla dimensione comunitaria dell'uomo nel progetto di Dio. Infatti, secondo Paolo VI, l'uomo non è un essere isolato che vive da solo, ma è un essere che interagisce e che ha bisogno di vivere insieme a tutti gli altri uomini; questo perchè Dio ha voluto che l'umanità intera fosse una grandissima famiglia i cui componenti dovevano trattarsi esattamente come fratelli! Questo è un disegno che Gesù ha confermato indicandoci il comandamento più grande: "Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi"! 
Oggi tendiamo troppo a dividerci, ad innalzare dei muri che separano le nostre famiglie dalle altre famiglie e chiudiamo la porta di casa a doppia mandata proprio come facciamo con il nostro cuore. In questo modo vanifichiamo il progetto di Dio e lo rifiutiamo: invece, dobbiamo avere l'amore per abbattere i muri dell'indifferenza e dell'egoismo e per tentare di ricostruire la famiglia umana. Abbiamo molti esempi, uno su tutti quello di Don Zeno di Nomadelfia che ha portato i suoi fedeli a divenire una vera famiglia allargata senza più muri né divisioni. Sarebbe bello se le parrocchie seguissero quest'esempio, sollecitando i fedeli alla comunione più vera e reale come quella familiare: 


CAPITOLO II

LA COMUNITÀ DEGLI UOMINI

23. Che cosa intende il Concilio.

Il moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini costituisce uno degli aspetti più importanti del mondo di oggi, al cui sviluppo molto contribuisce il progresso tecnico contemporaneo.

Tuttavia il fraterno dialogo tra gli uomini non trova il suo compimento in tale progresso, ma più profondamente nella comunità delle persone, e questa esige un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale. La Rivelazione cristiana dà grande aiuto alla promozione di questa comunione tra persone; nello stesso tempo ci guida ad un approfondimento delle leggi che regolano la vita sociale, scritte dal Creatore nella natura spirituale e morale dell'uomo.

Siccome documenti recenti del magistero della Chiesa hanno esposto diffusamente la dottrina cristiana circa l'umana società (43), il Concilio ricorda solo alcune verità più importanti e ne espone i fondamenti alla luce della Rivelazione.

Insiste poi su certe conseguenze che sono particolarmente importanti per il nostro tempo.

24. L'indole comunitaria dell'umana vocazione nel piano di Dio.

Iddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli. Tutti, infatti, creati ad immagine di Dio « che da un solo uomo ha prodotto l'intero genere umano affinché popolasse tutta la terra » (At17,26), sono chiamati al medesimo fine, che è Dio stesso. Perciò l'amor di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento. La sacra Scrittura, da parte sua, insegna che l'amor di Dio non può essere disgiunto dall'amor del prossimo, «e tutti gli altri precetti sono compendiati in questa frase: amerai il prossimo tuo come te stesso. La pienezza perciò della legge è l'amore » (Rm13,9); (1Gv4,20).

È evidente che ciò è di grande importanza per degli uomini sempre più dipendenti gli uni dagli altri e per un mondo che va sempre più verso l'unificazione.

Anzi, il Signore Gesù, quando prega il Padre perché « tutti siano una cosa sola, come io e tu siamo una cosa sola » (Gv17,21), aprendoci prospettive inaccessibili alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l'unione delle Persone divine e l'unione dei figli di Dio nella verità e nell'amore.

Questa similitudine manifesta che l'uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé (44).

25. Interdipendenza della persona e della umana società.

Dal carattere sociale dell'uomo appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti.

Infatti, la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d'una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali (45).

Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all'uomo, l'uomo cresce in tutte le sue capacità e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, la reciprocità dei servizi e il dialogo con i fratelli. Tra i vincoli sociali che sono necessari al perfezionamento dell'uomo, alcuni, come la famiglia e la comunità politica, sono più immediatamente rispondenti alla sua natura intima; altri procedono piuttosto dalla sua libera volontà.

In questo nostro tempo, per varie cause, si moltiplicano rapporti e interdipendenze, dalle quali nascono associazioni e istituzioni diverse di diritto pubblico o privato.

Questo fatto, che viene chiamato socializzazione, sebbene non manchi di pericoli, tuttavia reca in sé molti vantaggi nel rafforzamento e accrescimento delle qualità della persona umana e nella tutela dei suoi diritti (46). Ma se le persone umane ricevono molto da tale vita sociale per assolvere alla propria vocazione, anche religiosa, non si può tuttavia negare che gli uomini dal contesto sociale nel quale vivono e sono immersi fin dalla infanzia, spesso sono sviati dal bene e spinti al male.

È certo che i perturbamenti, così frequenti nell'ordine sociale, provengono in parte dalla tensione che esiste in seno alle strutture economiche, politiche e sociali.

Ma, più radicalmente, nascono dalla superbia e dall'egoismo umano, che pervertono anche l'ambiente sociale. Là dove l'ordine delle cose è turbato dalle conseguenze del peccato, l'uomo già dalla nascita incline al male, trova nuovi incitamenti al peccato, che non possono esser vinti senza grandi sforzi e senza l'aiuto della grazia.

Leggi tutto...

Benedetto XVI: l'aborto uccide il bambino e rovina la famiglia

Da tempo sulla Vigna continuiamo la nostra battaglia contro gli aborti, solitamente in giorno di sabato e proprio oggi il Santo Padre Benedetto XVI ha parlato a favore della vita. Approfondiamo questo tema con le parole del Sommo Pontefice. L'articolo che segue è di Radio Vaticana:

Benedetto XVI: l'aborto uccide il bambino e rovina la famiglia, i medici lo dicano con coraggio. Alle donne: Dio non abbandona chi sbaglia

L’aborto non risolve nulla, ma “uccide il bambino” e produce solo un profondo “dramma morale ed esistenziale” per i genitori, che può segnare per sempre soprattutto una donna. Benedetto XVI lo ha affermato nel discorso tenuto questa mattina durante l’udienza concessa ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita. Il Papa ha anche parlato delle responsabilità dei medici, della promozione di una scienza eticamente valida, invitando le donne vittime della sindrome-post abortiva a trovare consolazione in Dio che è padre e che ama. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Non c’è nessun vincitore dietro la scelta di abortire. Non vince il bambino, concepito per poi essere eliminato. Non vince la donna, che resta violata da una ferita che la tocca in un’intimità che solo lei può capire. Non vince l’uomo, sollevato da una soluzione che lo libera ma cieco davanti al vero dramma della donna, lasciata quasi sempre sola. Non vincono i medici che lo consigliano, inducendo la donna a vedere un peso nel dono che porta dentro di sé. Benedetto XVI ha ribadito tutto questo con serena fermezza, rivolgendosi in particolare a chi, ha detto, “vorrebbe negare la coscienza morale nell’uomo”, che fa “discernere il bene dal male” nelle diverse situazioni della vita. Come nella scelta di abortire:

“La tematica della sindrome post-abortiva - vale a dire il grave disagio psichico sperimentato frequentemente dalle donne che hanno fatto ricorso all’aborto volontario - rivela la voce insopprimibile della coscienza morale, e la ferita gravissima che essa subisce ogniqualvolta l’azione umana tradisce l’innata vocazione al bene dell’essere umano, che essa testimonia. In questa riflessione sarebbe utile anche porre l’attenzione sulla coscienza, talvolta offuscata, dei padri dei bambini, che spesso lasciano sole le donne incinte”.

La qualità morale dell'agire umano, ha detto il Papa, non è "una prerogativa dei cristiani o dei credenti", ma di "ogni essere umano". Chiunque può rimanere profondamente segnato se il “suo agire si svolge contrariamente al dettame della propria coscienza”. E ciò vale anche per i medici. Loro in particolare, ha sollecitato il Pontefice…

“…non possono venire meno al grave compito di difendere dall’inganno la coscienza di molte donne che pensano di trovare nell’aborto la soluzione a difficoltà familiari, economiche, sociali, o a problemi di salute del loro bambino. Specialmente in quest’ultima situazione, la donna viene spesso convinta, a volte dagli stessi medici, che l’aborto rappresenta non solo una scelta moralmente lecita, ma persino un doveroso atto ‘terapeutico’ per evitare sofferenze al bambino e alla sua famiglia”.

Inganni, per l’appunto, mentre ciò che i medici dovrebbero ribadire con “speciale fortezza” di fronte a una società che ha smarrito il senso della vita è, ha indicato Benedetto XVI, questa drammatica sequenza:

“L’aborto non risolve nulla, ma uccide il bambino, distrugge la donna e acceca la coscienza del padre del bambino, rovinando, spesso, la vita famigliare”.

Il tema delle banche del cordone ombelicale, oggetto di dibattito alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, ha indotto il Papa a tornare su un altro argomento di stretta attualità scientifica ed etica, ovvero l’impiego delle cellule staminali provenienti dal cordone ombelicale:

“Si tratta di applicazioni cliniche importanti e di ricerche promettenti sul piano scientifico, ma che nella loro realizzazione molto dipendono dalla generosità nella donazione del sangue cordonale al momento del parto e dall’adeguamento delle strutture, per rendere attuativa la volontà di donazione da parte delle partorienti”.

Una generosità che non è quella delle moderne banche private per la conservazione del sangue cordonale: strutture, ha notato il Pontefice, in crescente aumento nelle quali ciò che si raccoglie è invece destinato a un uso esclusivamente personale e dunque, ha sottolineato Benedetto XVI, “giustamente guardate con perplessità” da molti ricercatori medici. Il Papa ha invitato i medici a promuovere una reale solidarietà umana e cristiana; la stessa che la Chiesa vuole riservare alle donne che hanno abortito. Benedetto XVI ha ripetuto loro, alla lettera, le parole, intrise di comprensione e di dolcezza, che Giovanni Paolo II scrisse nell’Evangelium vitae:

“La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisione sofferta, forse drammatica (...) Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza (...) Se ancora non l’avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Allo stesso Padre e alla sua misericordia potete affidare con speranza il vostro bambino”.
Leggi tutto...

venerdì 25 febbraio 2011

L'inganno smascherato

Eccezionalmente oggi pubblichiamo un secondo articolo qui in Elementi di Politica, a seguito dei criminosi fatti in Libia. Ancora una volta ci soffermiamo sull'attuale e terribile genocidio causato dalla follia del colonnello Gheddafi.

Questa non è politica ma sete di potere. Stanno arrivando attualmente notizie shocckanti che riportano le ultime parole di Gheddafi che minaccia di uccidere tutti coloro che si contrappongono al regime, dicendo che chi non lo ama non merita di vivere. La cattiveria quando attecchisce nel cuore dell'uomo è capace di fargli fare cose davvero folli. Gheddafi predica la conversione alla falsa dottrina dell'Islam, dice di amare Dio, ma lui non sa chi è veramente il Signore, non lo conosce perché se Lo conoscesse, non avrebbe ucciso nemmeno una sola persona. Inoltre chi conosce Dio non si insuperbisce, ma umilmente serve i fratelli e li ama.

Questi ultimi fatti in Libia hanno smascherato Gheddafi e ci hanno mostrato come è veramente: un mostro, ed è il caso di dirlo.

A questo punto ci auguriamo che il popolo vinca la sua battaglia contro questa dittatura micidiale e preghiamo Gesù Cristo in queste ore drammatiche di sostenere il popolo e di guidarlo verso la vittoria, verso la libertà e la pace.
Leggi tutto...

La libertà religiosa: Dignitatis Humanae - IV

Torna l'appuntamento settimanale con la Dignitatis Humanae: un documento sulla libertà religiosa, redatto da Paolo VI. Oggi l'appuntamento si sofferma sulla tutela della libertà religiose da parte del potere civile e delle varie componenti sociali come i gruppi religiosi. In particolar modo viene evidenziato come il potere civile deve agire per tutelare il diritto inviolabile della persona umana a seguire la propria religione, il proprio credo. In sostanza deve esser garantita la piena libertà da ogni ingerenza civile che comporti la professione obbligatoria di una religione per imposizione di legge oppure la negazione e l'eliminazione di un determinato credo religioso come avvenuto in passato e come tutt'oggi, in molti Paesi, purtroppo avviene. Per evitare conflitti è indispensabile che lo Stato non si ingerisca nella scelta religiosa del cittadino, impegnandosi solo a garantire l'esplicazione di questa libertà e la parità di trattamento che elimini ogni forma di discriminazione diretta o indiretta. Solamente garantendo questa libertà in questa prospettiva, si può giungere finalmente ad una convivenza pacifica tra uomini appartenenti a diversi credi religiosi: questo messaggio è rivolto soprattutto a quei Paesi che mantengono in vita leggi lesive di questi diritti e chiaramente discriminatorie nei confronti delle minoranze religiose. L'auspicio è che ci sia una nuova fese di civilizzazione che comporti l'abolizione di ogni forma di discriminazione religiosa e di ogni inaudita repressione come quella che ha visto coinvolta la povera Asia Bibi di cui auspichiamo la liberazione: 
I.

ASPETTI GENERALI DELLA LIBERTÀ RELIGIOSA 

Cura della libertà religiosa

6. Poiché il bene comune della società--che si concreta nell'insieme delle condizioni sociali, grazie alle quali gli uomini possono perseguire il loro perfezionamento più riccamente o con maggiore facilità --consiste soprattutto nella salvaguardia dei diritti della persona umana e nell'adempimento dei rispettivi doveri (5), adoperarsi positivamente per il diritto alla libertà religiosa spetta tanto ai cittadini quanto ai gruppi sociali, ai poteri civili, alla Chiesa e agli altri gruppi religiosi: a ciascuno nel modo ad esso proprio, tenuto conto del loro specifico dovere verso il bene comune.

Tutelare e promuovere gli inviolabili diritti dell'uomo è dovere essenziale di ogni potere civile (6). Questo deve quindi assicurare a tutti i cittadini, con leggi giuste e con mezzi idonei, l'efficace tutela della libertà religiosa, e creare condizioni propizie allo sviluppo della vita religiosa, cosicché i cittadini siano realmente in grado di esercitare i loro diritti attinenti la religione e adempiere i rispettivi doveri, e la società goda dei beni di giustizia e di pace che provengono dalla fedeltà degli uomini verso Dio e verso la sua santa volontà (7).

Se, considerate le circostanze peculiari dei popoli nell'ordinamento giuridico di una società viene attribuita ad un determinato gruppo religioso una speciale posizione civile, è necessario che nello stesso tempo a tutti i cittadini e a tutti i gruppi religiosi venga riconosciuto e sia rispettato il diritto alla libertà in materia religiosa.

Infine il potere civile deve provvedere che l'eguaglianza giuridica dei cittadini, che appartiene essa pure al bene comune della società, per motivi religiosi non sia mai lesa, apertamente o in forma occulta, e che non si facciano fra essi discriminazioni.

Da ciò segue che non è permesso al pubblico potere imporre ai cittadini con la violenza o con il timore o con altri mezzi la professione di una religione qualsivoglia oppure la sua negazione, o di impedire che aderiscano ad un gruppo religioso o che se ne allontanino. Tanto più poi si agisce contro la volontà di Dio e i sacri diritti della persona e il diritto delle genti quando si usa, in qualunque modo, la violenza per distruggere o per comprimere la stessa religione o in tutto il genere umano oppure in qualche regione o in un determinato gruppo.

Leggi tutto...

"Adolescenza, il tempo delle opportunità"

Prima di procedere con quest'articolo, ci teniamo a dire qualcosa sulla Libia: purtroppo la rivolta è ancora in atto e la repressione non è purtroppo terminata. Abbiamo visto gridare dolore e morte che hanno colpito non solo i rivoltosi, ma anche e soprattutto donne e persino bambini inerti. Purtroppo sappiamo che quando un leone si sente braccato diventa ancora più feroce ed è quello che sta accadendo a Gheddafi: sentendo giunto il momento della fine, si è ulteriormente inferocito, diventando facile preda della pazzia, la stessa che ha colpito decine di dittatori prima della fine. Attendiamo con ansia che termini la tragedia umanitaria e che si possa ricostruire un Paese devastato su principi di democrazia e solidarietà.
Però nel mondo ci sono purtroppo altri drammi di cui bisogna rendersi conto e uno di questi drammi coinvolge i bambini e gli adolescenti e il loro sfruttamento. Proprio oggi ci sono giunte dall'Africa foto di bambini che venivano reclutati nell'esercito: c'è bisogno di intervenire per tutelare i figli di questa generazione perchè, come amava dire Don Zeno di Nomadelfia, i bambini non sono solo una responsabilità dei genitori, ma di tutti noi uomini perchè è una vita che entra nel nostro mondo e noi ne siamo responsabili. Per questo c'è bisogno di non chiudere gli occhi dinanzi ai drammi, cercando invece di recepire quanto molte organizzazioni ci stanno dicendo. Oggi, l'Unicef ha presentato un rapporto proprio sull'adolescenza:  "Adolescenza, il tempo delle opportunità" (clicca qui per vederlo o scaricarlo). Oggi ci soffermiamo su questo, leggendone il comunicato di presentazione:

Investire negli adolescenti per lo sviluppo della società

«Negli ultimi due decenni, forti investimenti hanno prodotto dei miglioramenti enormi per i bambini fino a 10 anni. Il calo del 33% nel tasso globale di mortalità sotto i cinque anni dimostra che si sono salvate molte più giovani vite, che nella maggior parte delle regioni le bambine hanno quasi le stesse probabilità di frequentare la scuola primaria rispetto ai loro coetanei di sesso maschile, e che adesso milioni di bambini beneficiano di un migliore accesso all'acqua potabile e a cure essenziali come le vaccinazioni di routine” ha dichiarato il Presidente dell’UNICEF Italia Vincenzo Spadafora.

«Per contro, si sono registrati meno miglioramenti in ambiti critici per gli adolescenti. Attualmente più di 70 milioni di adolescenti in età di scuola media non la frequentano e, a livello globale, le femmine sono ancora indietro rispetto ai maschi in termini di partecipazione alla scuola secondaria.

Senza istruzione, gli adolescenti non possono sviluppare le conoscenze e le capacità di cui hanno bisogno per affrontare i rischi di sfruttamento, di abuso e di violenza, che risultano più alti proprio nel secondo decennio di vita. In Brasile, per esempio, tra il 1998 e il 2008 si è salvata la vita a 26.000 bambini di meno di un anno, determinando una netta diminuzione della mortalità infantile. Nello stesso decennio, però, 81.000 adolescenti brasiliani tra i 15 e i 19 anni sono stati uccisi.»

«L'adolescenza rappresenta un punto di svolta, un'opportunità per consolidare i progressi compiuti nell'ambito della prima infanzia, che altrimenti si rischierebbe di vedere cancellati» ha dichiarato Anthony Lake, Direttore dell'UNICEF. «Ora dobbiamo concentrare maggiormente l'attenzione su come raggiungere gli adolescenti, e soprattutto le adolescenti, investendo nell'istruzione, nella salute e in altre misure volte a coinvolgerli nel processo di miglioramento delle loro condizioni di vita.»

Le sfide da affrontare

L'adolescenza è un'età di fondamentale importanza. È durante questo secondo decennio di vita che le disuguaglianze e la povertà si manifestano più duramente.

I giovani poveri o emarginati hanno meno probabilità di compiere durante l'adolescenza il passaggio all'istruzione secondaria, mentre hanno più probabilità di patire forme di sfruttamento, di abuso e di violenza come il lavoro domestico e il matrimonio precoce, soprattutto se sono di sesso femminile.

Nel mondo in via di sviluppo (Cina esclusa), le adolescenti povere hanno circa il triplo di probabilità di sposarsi prima dei 18 anni rispetto alle loro coetanee appartenenti a quelle appartenenti alla famiglie più ricche.

Le ragazze che si sposano troppo presto rischiano maggiormente di cadere in un ciclo negativo di gravidanze precoci, di tassi elevati di mortalità materna e di malnutrizione infantile. Inoltre, le ragazze patiscono tassi più elevati di violenza domestica e/o sessuale rispetto ai ragazzi, e sono più soggette al rischio di infezioni da HIV.

La stragrande maggioranza degli adolescenti di oggi (88%) vive in Paesi in via di sviluppo. Molti di essi si trovano a dover affrontare una serie unica di sfide.

Sebbene oggigiorno, in tutto il mondo, gli adolescenti siano generalmente più sani che in passato, restano significativi molti rischi per la salute, tra cui gli infortuni, i problemi connessi all'alimentazione, l'abuso di sostanze e i problemi di salute mentale. Si stima che circa un adolescente su cinque soffra di problemi di salute mentale o comportamentali.

Talenti da non sprecare

Con un totale di giovani disoccupati che, nel 2009, ha toccato in tutto il mondo gli 81 milioni, la disoccupazione giovanile continua a essere motivo di preoccupazione quasi in ogni paese.

Un mercato del lavoro sempre più tecnologizzato richiede capacità che molti giovani non possiedono. Ciò rappresenta non soltanto uno spreco di talenti giovanili, ma anche un'opportunità perduta per le comunità in cui questi giovani vivono.

In molti paesi, ingenti popolazioni di adolescenti costituiscono una risorsa demografica unica che viene spesso trascurata. Investendo nell'istruzione e nella formazione professionale degli adolescenti, i paesi possono raccogliere una forza lavoro ampia e produttiva, contribuendo significativamente allo sviluppo delle economie nazionali.

Gli adolescenti si trovano a dover affrontare, sia oggi sia nel futuro, numerose sfide globali, tra cui le attuali condizioni di instabilità economica, il cambiamento climatico e il degrado ambientale, l'urbanizzazione e l'emigrazione a livelli esplosivi, l'invecchiamento delle società, i costi crescenti dell'assistenza sanitaria e l'aggravarsi delle crisi umanitarie.

Per consentire agli adolescenti di affrontare efficacemente queste sfide, sono necessari degli investimenti mirati nei seguenti ambiti chiave:
Miglioramento nella raccolta dei dati statistici per comprendere meglio la situazione degli adolescenti e onorare i loro diritti
Investimento nell'istruzione e nella formazione professionale, affinché gli adolescenti abbiano i mezzi per sollevarsi dalla povertà e contribuire allo sviluppo delle loro economie nazionali
Ampliamento delle opportunità per i giovani di partecipare alla vita sociale e di dar voce alle proprie opinioni, per esempio in consigli nazionali della gioventù, forum giovanili, iniziative al servizio della comunità, forme di attivismo online e altri canali attraverso cui gli adolescenti possono far sentire la propria voce
Promozione di leggi, politiche e programmi che tutelino i diritti degli adolescenti e consentano loro di superare eventuali ostacoli alla fornitura di servizi essenziali
Intensificazione della lotta contro la povertà e la disuguaglianza attraverso dei programmi specifici per i minori, al fine di impedire che gli adolescenti vengano catapultati prematuramente nell'età adulta.

«Milioni di giovani in tutto il mondo stanno aspettando maggiori interventi da parte di tutti noi» ha concluso Anthony Lake. «Il fatto di fornire a tutti i giovani gli strumenti di cui hanno bisogno per migliorare la propria vita favorirà la nascita di una generazione di cittadini economicamente indipendenti e pienamente impegnati nella vita civile, nonché capaci di offrire un contributo attivo alle loro comunità.»
Leggi tutto...

giovedì 24 febbraio 2011

La piaga della mafia - Io, Falcone, vi spiego cos'è la mafia

Continuiamo il nostro appuntamento settimanale contro la piaga della mafia attraverso le parole di Giovanni Falcone di cui abbiamo riscoperto la storia nella settimana scorsa. Si tratta di un discorso in cui il giudice Falcone spiega l'evoluzione dell'organizzazione mafiosa denunciando la sottovalutazione del fenomeno mafioso da parte delle istituzioni che, per molto tempo, hanno fatto finta di niente. Tal discorso è stato pubblicato su "L'Unità" il 31 maggio 1992 e considerandone la lunghezza, preferiamolo dividerlo in tre parti per un approfondimento più corretto:

Nella relazione finale della Commissione d'inchiesta Franchetti-Sonnino del lontano 1875/76 si legge che «la mafia non è un'associazione che abbia forme stabili e organismi speciali... Non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti ed i più abili; ma è piuttosto lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male». Si legge ancora: «Questa forma criminosa, non... specialissima della Sicilia», esercita «sopra tutte queste varietà di reati»...«una grande influenza» imprimendo «a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori»; si rileva, inoltre, che «i mali sono antichi, ma ebbero ed hanno periodi di mitigazione e di esacerbazione» e che, già sotto il governo di re Ferdinando, la mafia si era infiltrata anche nelle altre classi, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì». Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la gravità; infatti si legge nella richiamata relazione:«Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia risultavano 22 battaglioni e mezzo fra fanteria e bersaglieri, due squadroni di cavalleria e quattro plotoni di bersaglieri montani, oltre i Carabinieri in numero di 3120».
Da allora, bisogna attendere i tempi del prefetto Mori per registrare un tentativo di seria repressione del fenomeno mafioso, ma i limiti di quel tentativo sono ben noti a tutti.
Nell'immediato dopoguerra e fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni 1962/1963 gli organismi responsabili ed i mezzi di informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno. Al riguardo, appaiono significativi i discorsi di inaugurazione dell'anno giudiziario pronunciati dai Procuratori Generali di Palermo.
Nel discorso inaugurale del 1954, il primo del dopoguerra, si insisteva nel concetto che la mafia «più che una associazione tenebrosa costituisce un diffuso potere occulto», ma non si manca di fare un accenno alla gravissima vicenda del banditismo ed ai comportamenti non ortodossi di "qualcuno che avrebbe dovuto e potuto stroncare l'attività criminosa"; il riferimento è chiaro, riguarda il Procuratore Generale di Palermo, dottor Pili espressamente menzionato nella sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Viterbo il 3/5/1952: «Giuliano ebbe rapporti, oltre che con funzionari di Pubblica Sicurezza, anche con un magistrato, precisamente con chi era a capo della Procura Generale presso la Corte d'appello di Palermo: Emanuele Pili».
Nella relazioni inaugurali degli anni successivi gli accenni alla mafia, in piena armonia con un clima generale di minimizzazione del problema, sono fugaci e del tutto rassicuranti.
Così, nella relazione del 1956 si legge che il fenomeno della delinquenza associata è scomparso e, in quella del 1957, si accenna appena a delitti di sangue da scrivere, si dice ad «opposti gruppi di delinquenti».
Nella relazione del 1967, si asserisce che il fenomeno della criminalità mafiosa era entrato in una fase di «lenta ma costante sua eliminazione» e, in quella del 1968, si raccomanda l'adozione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato, dato che «il mafioso fuori del proprio ambiente diventa pressoché innocuo».
Questi brevissimi richiami storici danno la misura di come il problema mafia sia stato sistematicamente valutato da parte degli organismi responsabili benché il fenomeno, nel tempo, lungi dall'esaurirsi, abbia accresciuto la sua pericolosità.
E non mi sembra azzardato affermare che una delle cause dall'attuale virulenza della mafia risieda, proprio, nella scarsa attenzione complessiva dello Stato nei confronti di questa secolare realtà.
Debbo registrare con soddisfazione, dunque, il discorso pronunciato dal Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, alla Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. In tale intervento, particolarmente significativo per l'autorevolezza della fonte, il Capo della Polizia, in sostanza, individua nella criminalità organizzata e in quella economica i proventi della maggior parte delle attività illecite del nostro paese tra le quali spiccano soprattutto il traffico di stupefacenti e il commercio clandestino di armi. Sottolineando che la criminalità organizzata - e quella mafiosa in particolare - è, come si sostiene in quell'intervento, «la più significativa sintesi delinquenziale fra elementi atavici... e acquisizioni culturali moderne ed interagisce sempre più frequentemente con la criminalità economica, allo scopo di individuare nuove soluzioni per la ripulitura ed il reimpiego del denaro sporco».

L'argomentazione del prefetto Parisi, ovviamente fondata su dati concreti, ha riacceso l'attenzione sulla specifica realtà delle organizzazioni criminali e denuncia, con toni giustamente allarmanti, il pericolo di una saldatura tra criminalità tradizionale e criminalità degli affari: un pericolo che minaccia la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche come ci insegnano le esperienze di alcuni paesi del Terzo mondo, in cui i trafficanti di droga hanno acquisito una potenza economica tale che si sono perfino offerti - ovviamente, non senza contropartite - di ripianare il deficit del bilancio statale. Ci si domanda allora, come sia potuto accadere che una organizzazione criminale come la mafia anziché avviarsi al tramonto, in correlazione col miglioramento delle condizioni di vita e del funzionamento complessivo delle istituzioni, abbia, invece, vieppiù accresciuto la sua virulenza e la sua pericolosità.

Leggi tutto...

Libia, pazzia ed orrore di un genocidio

 In questi giorni stiamo assistendo alla storia: rivoluzione stanno nascendo in tutti i Paesi con regimi dittatoriali e non democratici. Abbiamo visto cadere i regimi della Tunisia e dell'Egitto mentre ora l'attenzione è tutta incentrata sulla Libia. In questo Paese del Nord Africa, purtroppo, le cose non sono andate come gli insorti speravano: il leader Gheddafi non si è minimamente arreso alla rivolta, ma preda della pazzia più totale, ha cominciato a bombardare il suo stesso popolo, causando un bagno di sangue. Dobbiamo sperare e pregare che quest'orrore termini al più presto possibile perchè è aberrante vedere un leader giungere a causare un abominio al suo popolo, quello stesso popolo che lui ha governato per più di quarant'anni.
Vediamo dunque la situazione libica, attraverso alcuni estratti di un articolo di Barbara Uglietti pubblicato da Avvenire:


Il leader libico Muammar Gheddafi alle 15 ha iniziato a parlare alla tv di Stato libica in collegamento telefonico. Gheddafi ha offerto le condoglianze alle famiglie degli ufficiali e degli uomini della sicurezza lealisti morti durante gli scontri contro i rivoltosi anti-regime. "Se volete questo caos siete liberi. E se volete continuare a combattere fra loro, continuate pure": è quanto ha detto rivolgendosi agli abitanti di Zawia, a ovest di Tripoli, teatro di violenti scontri tra lealisti e rivoltosi. "Questa gente non ha richieste. Le loro richieste vengono dettate da Bin Laden. I vostri figli sono manipolati da Bin Laden". "Sono criminali, non è accettabile chiedere riforme in questo modo". La rivolta in Libia "è una farsa portata a cui dovremmo porre fine, una farsa portata avanti dai giovani" che "vengono manipolati anche attraverso l'uso di droghe". Al Qaida "vuole creare un emirato islamico in Libia" e ha invitato "il popolo libico a non unirsi agli uomini di Bin Laden". "Se la situazione peggiorerà si interromperà anche il flusso del petrolio". Poi ha esortato i libici ad una jihad contro i rivoltosi così come "quando gli italiani colonizzarono una nostra terra ci fu una jihad contro gli italiani". Libia spaccata in due: Tripoli nelle mani di Gheddafi e il resto del Paese, Cirenaica in particolare,ai rivoltosi che alzano il tiro e minacciano di marciare verso la capitale. Furibondi per la feroce repressione scatenata dal regime di Gheddafi nella Libia occidentale, i ribelli che si sono impadroniti praticamente di tutta la parte est del Paese, fino alla frontiera con l'Egitto, hanno avvertito oggi che marceranno sulla capitale: "Il nostro obiettivo è Tripoli", ha ammonito uno dei rivoltosi. "Se Tripoli non riesce a liberarsi da sola", ha puntualizzato. E il ramo nordafricano di Al Qaeda si è schierata a fianco dei dimostranti accusando Gheddafi di essere "assassino di innocenti".
Il leader libico ha annunciato dal bunker di Bab al-Aziziya Tripoli un nuovo discorso in tv ai cittadini della città di Zawia, a 40 chilometri a ovest della capitale, dove stamane sono state lanciate bombe e missili che hanno distrutto la moschea con un bilancio di 40 morti e decine di feriti. Nella città si è concentrata un'elevata quantità di truppe governative, lungo la principale arteria che collega la Libia occidentale con quella orientale: hanno riferito testimoni oculari. "C'è una presenza dell'esercito molto pesante, con posti di blocco ovunque, ai quali è sottoposto a controlli chiunque passi". Il rais sta raccogliendo truppe a Tripoli per difendere la città dai rivoltosi. Secondo il New York Times migliaia di mercenari e brigate speciali di polizia, guidate dai figli del colonnello, starebbero arrivando nella capitale libica e si stanno ammassando nelle vie. Intanto i rivoltosi si preparano alla loro prima dimostrazione nella capitale: un messaggio circola sui telefonici riguardo a una mega protesta per domani.

Il leader però continua a perdere 'pezzì importanti e oggi anche il capo dei servizi di sicurezza di Bengasi, il colonnello Ali Huowaidi, si è dimesso e si allineato con i rivoltosi. Parole di rassicurazione arrivano intanto dal figlio del rais, Saif al Islam che oggi ha negato che ci siano stati bombardamenti sui manifestanti e anche che siano state assassinate "centinaia o migliaia di persone". Saif ha anche accusato apertamente l'Egitto di una "cospirazione" che punterebbe a rovesciare il regime nel suo Paese.
Benedetto XVI ha parlato questa mattina con il Presidente del Libano Suleiman dei "recenti avvenimenti in alcuni paesi arabi". In proposito, afferma una nota vaticana, "è stata espressa la comune convinzione che è urgente risolvere i conflitti ancora aperti nella Regione".

FOSSE COMUNI NELLE SPIAGGE
Il video dura un minuto e mezzo e inquadra la spiaggia di Tripoli. Decine di persone scavano la sabbia. Fosse. Ordinate, una accanto all’altra, alcune già coperte dal cemento. Il lungomare della capitale è un enorme cimitero. Nelle strade i cadaveri sono dappertutto, si temono epidemie. Il bilancio ufficiale del governo, dopo nove giorni di scontri, parla di 300 morti. Mille secondo fonti locali concordanti. Diecimila per la Tv al-Arabiya che cita un esponente libico della Corte penale internazionale. Mentre sarebbero 50mila i feriti. Sarà più facile verificare nei prossimi giorni: centinaia di giornalisti stranieri stanno entrando nel Paese dal confine egiziano, che risulta libero, non controllato. E il regime ha già preso provvedimenti: i reporter arrivati «illegalmente» sono da considerarsi «fuorilegge», ha detto il vice-ministro degli Esteri.
Tripoli è congelata in una calma che sa solo di paura. Dopo i bombardamenti dei giorni scorsi, le forze di sicurezza sono riuscite a riprendere il controllo della città. E in Piazza Verde si è radunato un piccolo corto di sostenitori di Gheddafi. La televisione di Stato parla in continuazione di «ritorno alla normalità», invita a «non credere alle voci diffuse dalle Tv satellitari pagate per fare una guerra psicologica». Alcuni manifestanti si sono visti arrivare sul cellulare un Sms del governo che li invita a tornare al lavoro. Ma in strada non c’è nessuno. I negozi sono chiusi. E in molti distretti gli abitanti si sono barricati nelle case per sfuggire alle «squadre della morte» in borghese. «Abbiamo messo divani e mobili davanti alla porta – ha raccontato una donna ad al-Jazeera – per cercare di impedirgli di entrare in casa, come hanno fatto in altre palazzine».
Leggi tutto...

mercoledì 23 febbraio 2011

Carità e Verità: Caritas in Veritate - XII

Continuiamo la lettura della nuova Enciclica di Papa Benedetto XVI "Caritas in veritate". Proseguiamo l'analisi del terzo capitolo e vediamo che, anche oggi, al centro dell'attenzione vi è il sistema economico mondiale e vediamo come Papa Benedetto XVI non sia totalmente ostile all'esistenza di un'economia di mercato, anzi egli pensa che il problema sia l'uomo che orienta in mercato in senso negativo. Certamente nessuno può negare che gli effetti distorsivi sono frutto dei comportamenti scorretti di quegli uomini che hanno pensato solo a lucrare, dimenticando ogni sorta di valore o principio etico-morale. Non a caso il Presidente degli USA Barack Obama, così come molti noti esponenti mondiali, ha partorito l'idea di una riforma della finanza attraverso un nuovo codice etico: si sente dunque la necessità di trapiantare principi etici e morali in grado di guidare il mercato e soprattutto chi lo dirige o chi lo influenza pesantemente. C'è in sostanza bisogno che l'uomo orienti il mercato in senso positivo, in modo da renderlo uno strumento utile allo sviluppo umano in tutte le sue componenti (anche e soprattutto le più sottosviluppate):

CAPITOLO TERZO

FRATERNITÀ, SVILUPPO ECONOMICO
E SOCIETÀ CIVILE
35. Il mercato, se c'è fiducia reciproca e generalizzata, è l'istituzione economica che permette l'incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l'importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell'equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave.

Opportunamente Paolo VI nella Populorum progressio sottolineava il fatto che lo stesso sistema economico avrebbe tratto vantaggio da pratiche generalizzate di giustizia, in quanto i primi a trarre beneficio dallo sviluppo dei Paesi poveri sarebbero stati quelli ricchi [90]. Non si trattava solo di correggere delle disfunzioni mediante l'assistenza. I poveri non sono da considerarsi un « fardello » [91], bensì una risorsa anche dal punto di vista strettamente economico. È tuttavia da ritenersi errata la visione di quanti pensano che l'economia di mercato abbia strutturalmente bisogno di una quota di povertà e di sottosviluppo per poter funzionare al meglio. È interesse del mercato promuovere emancipazione, ma per farlo veramente non può contare solo su se stesso, perché non è in grado di produrre da sé ciò che va oltre le sue possibilità. Esso deve attingere energie morali da altri soggetti, che sono capaci di generarle.

36. L'attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l'agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione.

La Chiesa ritiene da sempre che l'agire economico non sia da considerare antisociale. Il mercato non è, e non deve perciò diventare, di per sé il luogo della sopraffazione del forte sul debole. La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest'ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani. È certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso. Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. Infatti, l'economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dell'uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per sé stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l'uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale.

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all'interno dell'attività economica e non soltanto fuori di essa o « dopo » di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all'attività dell'uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente.

La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell'etica sociale, quali la trasparenza, l'onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica. Ciò è un'esigenza dell'uomo nel momento attuale, ma anche un'esigenza della stessa ragione economica. Si tratta di una esigenza ad un tempo della carità e della verità.

Leggi tutto...

Testimonianza di un credente, ex omosessuale

Il nostro osservatorio oggi dirige la sua attenzione su un problema diffuso, soprattutto ai giorni nostri: l'omosessualità. Da quando abbiamo cominciato a parlare, nelle altre sezioni della Vigna, di sessualità e delle sue distorsioni, molti ci hanno scritto chiedendoci perchè l'omosessualità fosse peccato, ma soprattutto rimproverandoci perchè secondo il loro pensiero, l'omosessualità è qualcosa di innato, che va oltre la volontà singola. Abbiamo confutato questo pensiero, abbiamo mostrato le parole di un amico della Vigna che si è messo in gioco personalmente, comunicandoci la sua volontà di combattere ciò che sentiva; oggi, vi mostriamo una vera testimonianza di un ex omosessuale, oggi felicemente fidanzato con una donna, che ha compreso tutto dopo aver incontrato Dio. Ecco, ogni volta che un uomo incontra Dio realmente, accade la trasformazione, lo stravolgimento esistenziale: tutto ciò che si credeva giusto, appare non più così giusto e tutto ciò che sembrava impossibile diviene possibile. In questa testimonianza, vediamo come l'impossibile diviene possibile e cioè come un omosessuale scopre che non esiste un'omosessualità innata che va oltre la volontà umana:

Una persona mi chiedeva se le persone che, come me, prima della loro conversione hanno vissuto per tanti anni da omosessuali, oggi possono veramente definirsi "ex" ed essere cambiati. Gloria a Dio, la risposta è SI, assolutamente!

Non sono un caso isolato, ho ascoltato diverse testimonianze di altri ex omosessuali che oggi sono credenti.
Ogni testimonianza è diversa perchè ognuno di noi è diverso e reagisce diversamente, pensa diversamente, ha avuto esperienze diverse, ecc.. Ma il Signore sa come agire in ogni singolo caso, come se esistesse solo quello. Vuole però che noi siamo sinceri nella nostra ricerca e ci mettiamo completamente nelle sue mani.
Una cosa che vorrei che si capisse è che questa guarigione dall'omosessualità non è una costrizione alla quale il credente cerca di sottoporsi per poter essere tale. Non è che il Signore ci fa violenza e, incurante di ciò che proviamo, ci obbliga a fare questo o a non fare quello.

Il primo passo lo fa Dio quando mediante lo Spirito Santo ci convince che qualcosa non va in quel modo di essere. La persona, se è sincera, cerca la volontà di Dio nella Bibbia e, se ha un cuore aperto, ascoltando la condanna verso il peccato si umilia davanti a Dio.
Inizia a combattere contro certi pensieri e comportamenti che prima giustificava, però si rende conto che non ce la fa. Magari vince una volta, però poi cade di nuovo, ed è tentato o tentata di dire "Sono fatto così!"
Se anzichè abbandonarsi al peccato si stringe a Cristo e lo cerca in preghiera e leggendo la sua parola, il Signore risponde perchè ha promesso che lo troveremo, "se mi cercherete con tutto il vostro cuore", e che ci darà una vita nuova. Bisogna insomma arrivare ai suoi piedi senza più pretese, scuse e giustificazioni, se si vuole il suo aiuto.

A quel punto accade l'impossibile: l'amore di Dio irrompe, spazza via il peccato e l'uomo stesso si rende conto di quello che stava facendo, vede tutto sotto quella luce che fece dire a Paolo che tutto il resto era come "spazzatura" a confronto. Dopo questo momento non dico che divenni "invulnerabile" a qualsiasi peccato, ma avevo la forza di scegliere se camminare secondo il peccato o no, se esserne schiavo o se essere un figlio di Dio. Improvvisamente Dio aveva cambiato i miei desideri, il mio modo di pensare, di comportarmi, le mie priorità, tutto.

Oggi, ho una ragazza che amo tantissimo. La mia nuova condizione non è qualcosa che ho dovuto accettare controvoglia, ma anzi, con gioia! È come se qualcuno avesse aperto le tende e le finestre in una stanza buia e fosse entrata la luce del sole a illuminare ogni cosa.

In tutto questo, io non ho fatto altro che sottomettermi a Dio, cercarlo e ubbidirgli. Dio ha fatto ogni cosa. A Lui sia la gloria!

FONTE TESTIMONIANZA: Gemme di Grazia
Leggi tutto...

martedì 22 febbraio 2011

La questione operaia - Rerum Novarum - X parte

Torniamo ad immedesimarci nella questione operaia, attraverso la lettura dell'Enciclica Rerum Rovarum, di Papa Leone XIII. Oggi vediamo delineati gli ultimi casi particolari in cui è auspicabile un intervento da parte dello Stato: la questione del salario e l'educazione al risparmio.Ma prima bisogna che segnaliamo un errata corrige: in alcuni interventi precedenti, si è fatto riferimento a Paolo VI, ma chiaramente il riferimento era a Leone XIII. 
Detto questo, passiamo a considerare ciò che stiamo per andare a vedere. Quello che vedremo è un passo molto importante dell'enciclica, un passo che molti costituzionalisti considerano una delle basi della nostra Carta Costituzionale. In particolare, si fa riferimento, per quanto concerne la parte relativa al salario, all'articolo 36: Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
Per quanto riguarda la parte relativa al risparmio, si fa riferimento all'articolo 47: La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.
 Ad un'attenta lettura, nessuno potrà negare l'evidente influenza che è stata esercitata dalla Rerum Novarum. Ritroviamo qui il tema della proporzionalità e della sufficienza della retribuzione commisurata al tenore di vita libero e dignitoso; e ritroviamo qui l'interesse dello Stato nel facilitare le forme di risparmio. Leggendo quanto segue, si renderà evidente quanto la nostra Costituzione sia stata positivamente influenzata dalle parole di Leone XIII:

PARTE SECONDA IL VERO RIMEDIO:

L'UNIONE DELLE ASSOCIAZIONI

3 - Casi particolari d'intervento

3) la questione del salario

34. Tocchiamo ora un punto di grande importanza, e che va inteso bene per non cadere in uno dei due estremi opposti. La quantità del salario, si dice, la determina il libero consenso delle parti: sicché il padrone, pagata la mercede, ha fatto la sua parte, né sembra sia debitore di altro. Si commette ingiustizia solo quando o il padrone non paga l'intera mercede o l'operaio non presta tutta l'opera pattuita; e solo a tutela di questi diritti, e non per altre ragioni, è lecito l'intervento dello Stato. A questo ragionamento, un giusto estimatore delle cose non può consentire né facilmente né in tutto; perché esso non guarda la cosa sotto ogni aspetto; vi mancano alcune considerazioni di grande importanza. Il lavoro è l'attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita, e specialmente alla conservazione: Tu mangerai pane nel sudore della tua fronte (32). Ha dunque il lavoro dell'uomo come due caratteri impressigli da natura, cioè di essere personale, perché la forza attiva è inerente alla persona, e del tutto proprio di chi la esercita e al cui vantaggio fu data; poi di essere necessario, perché il frutto del lavoro è necessario all'uomo per il mantenimento della vita, mantenimento che è un dovere imprescindibile imposto dalla natura. Ora, se si guarda solo l'aspetto della personalità, non v'è dubbio che può l'operaio pattuire una mercede inferiore al giusto, poiché siccome egli offre volontariamente l'opera, così può, volendo, contentarsi di un tenue salario o rinunziarvi del tutto. Ben diversa è la cosa se con la personalità si considera la necessità: due cose logicamente distinte, ma realmente inseparabili. Infatti, conservarsi in vita è dovere, a cui nessuno può mancare senza colpa. Di qui nasce, come necessaria conseguenza, il diritto di procurarsi i mezzi di sostentamento, che nella povera gente sí riducono al salario del proprio lavoro. L'operaio e il padrone allora formino pure di comune consenso il patto e nominatamente la quantità della mercede; vi entra però sempre un elemento di giustizia naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti, ed è che il quantitativo della mercede non deve essere inferiore al sostentamento dell'operaio, frugale si intende, e di retti costumi. Se costui, costretto dalla necessità o per timore di peggio, accetta patti più duri i quali, perché imposti dal proprietario o dall'imprenditore, volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza, contro la quale la giustizia protesta. Del resto, in queste ed altre simili cose, quali sono l'orario di lavoro, le cautele da prendere, per garantire nelle officine la vita dell'operaio, affinché l'autorità non s'ingerisca indebitamente, specie in tanta varietà di cose, di tempi e di luoghi, sarà più opportuno riservare la decisione ai collegi di cui parleremo più avanti, o usare altri mezzi che salvino, secondo giustizia, le ragioni degli operai, limitandosi lo Stato ad aggiungervi, quando il caso lo richiede, tutela ed appoggio.

c) educazione al risparmio

35. Quando l'operaio riceve un salario sufficiente a mantenere sé stesso e la sua famiglia in una certa quale agiatezza, se egli è saggio, penserà naturalmente a risparmiare e, assecondando l'impulso della stessa natura, farà in modo che sopravanzi alle spese una parte da impiegare nell'acquisto di qualche piccola proprietà. Poiché abbiamo dimostrato che l'inviolabilità del diritto di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica ed efficace della questione operaia. Pertanto le leggi devono favorire questo diritto, e fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari. Da qui risulterebbero grandi vantaggi, e in primo luogo una più equa ripartizione della ricchezza nazionale. La rivoluzione ha prodotto la divisione della società come in due caste, tra le quali ha scavato un abisso. Da una parte una fazione strapotente perché straricca, la quale, avendo in mano ogni sorta di produzione e commercio, sfrutta per sé tutte le sorgenti della ricchezza, ed esercita pure nell'andamento dello Stato una grande influenza. Dall'altra una moltitudine misera e debole, dall'animo esacerbato e pronto sempre a tumulti. Ora, se in questa moltitudine s'incoraggia l'industria con la speranza di poter acquistare stabili proprietà, una classe verrà avvicinandosi poco a poco all'altra, togliendo l'immensa distanza tra la somma povertà e la somma ricchezza. Oltre a ciò, dalla terra si ricaverà abbondanza di prodotti molto maggiore. Quando gli uomini sanno di lavorare in proprio, faticano con più alacrità e ardore, anzi si affezionano al campo coltivato di propria mano, da cui attendono, per sé e per la famiglia, non solo gli alimenti ma una certa agiatezza. Ed è facile capire come questa alacrità giovi moltissimo ad accrescere la produzione del suolo e la ricchezza della nazione. Ne seguirà un terzo vantaggio, cioè l'attaccamento al luogo natio; infatti non si cambierebbe la patria con un paese straniero, se quella desse di che vivere agiatamente ai suoi figli. Si avverta peraltro che tali vantaggi dipendono da questa condizione, che la privata proprietà non venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà privata deriva non da una legge umana ma da quella naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l'uso e armonizzarlo col bene comune. È ingiustizia ed inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di imposte.

Leggi tutto...

Messaggio di Papa Benedetto XVI per la Quaresima

Tra circa due settimane entreremo nel tempo quaresimale, un tempo di penitenza, di digiuno, di preghiera, di elemosina. Questa mattina, in Sala Stampa Vaticana, è stato presentato il Messaggio di Papa Benedetto XVI per la Quaresima 2011. Il tema è “Con Cristo siete sepolti nel Battesimo, con lui siete anche risorti”.E' un messaggio molto profondo in cui il Papa ci esorta a ridare il suo posto a Dio attraverso il digiuno, l'elemosina e la preghiera:
  
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
PER LA QUARESIMA 2011

“Con Cristo siete sepolti nel Battesimo,
con lui siete anche risorti” (cfr Col 2,12)

Cari fratelli e sorelle,

la Quaresima, che ci conduce alla celebrazione della Santa Pasqua, è per la Chiesa un tempo liturgico assai prezioso e importante, in vista del quale sono lieto di rivolgere una parola specifica perché sia vissuto con il dovuto impegno. Mentre guarda all’incontro definitivo con il suo Sposo nella Pasqua eterna, la Comunità ecclesiale, assidua nella preghiera e nella carità operosa, intensifica il suo cammino di purificazione nello spirito, per attingere con maggiore abbondanza al Mistero della redenzione la vita nuova in Cristo Signore (cfr Prefazio I di Quaresima).

1. Questa stessa vita ci è già stata trasmessa nel giorno del nostro Battesimo, quando, “divenuti partecipi della morte e risurrezione del Cristo”, è iniziata per noi “l’avventura gioiosa ed esaltante del discepolo” (Omelia nella Festa del Battesimo del Signore, 10 gennaio 2010). San Paolo, nelle sue Lettere, insiste ripetutamente sulla singolare comunione con il Figlio di Dio realizzata in questo lavacro. Il fatto che nella maggioranza dei casi il Battesimo si riceva da bambini mette in evidenza che si tratta di un dono di Dio: nessuno merita la vita eterna con le proprie forze. La misericordia di Dio, che cancella il peccato e permette di vivere nella propria esistenza “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5), viene comunicata all’uomo gratuitamente.

L’Apostolo delle genti, nella Lettera ai Filippesi, esprime il senso della trasformazione che si attua con la partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo, indicandone la meta: che “io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11). Il Battesimo, quindi, non è un rito del passato, ma l’incontro con Cristo che informa tutta l’esistenza del battezzato, gli dona la vita divina e lo chiama ad una conversione sincera, avviata e sostenuta dalla Grazia, che lo porti a raggiungere la statura adulta del Cristo.

Un nesso particolare lega il Battesimo alla Quaresima come momento favorevole per sperimentare la Grazia che salva. I Padri del Concilio Vaticano II hanno richiamato tutti i Pastori della Chiesa ad utilizzare “più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale” (Cost. Sacrosanctum Concilium, 109). Da sempre, infatti, la Chiesa associa la Veglia Pasquale alla celebrazione del Battesimo: in questo Sacramento si realizza quel grande mistero per cui l’uomo muore al peccato, è fatto partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo stesso Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti (cfr Rm 8,11). Questo dono gratuito deve essere sempre ravvivato in ciascuno di noi e la Quaresima ci offre un percorso analogo al catecumenato, che per i cristiani della Chiesa antica, come pure per i catecumeni d’oggi, è una scuola insostituibile di fede e di vita cristiana: davvero essi vivono il Battesimo come un atto decisivo per tutta la loro esistenza.

2. Per intraprendere seriamente il cammino verso la Pasqua e prepararci a celebrare la Risurrezione del Signore - la festa più gioiosa e solenne di tutto l’Anno liturgico - che cosa può esserci di più adatto che lasciarci condurre dalla Parola di Dio? Per questo la Chiesa, nei testi evangelici delle domeniche di Quaresima, ci guida ad un incontro particolarmente intenso con il Signore, facendoci ripercorrere le tappe del cammino dell’iniziazione cristiana: per i catecumeni, nella prospettiva di ricevere il Sacramento della rinascita, per chi è battezzato, in vista di nuovi e decisivi passi nella sequela di Cristo e nel dono più pieno a Lui.

La prima domenica dell’itinerario quaresimale evidenzia la nostra condizione dell’uomo su questa terra. Il combattimento vittorioso contro le tentazioni, che dà inizio alla missione di Gesù, è un invito a prendere consapevolezza della propria fragilità per accogliere la Grazia che libera dal peccato e infonde nuova forza in Cristo, via, verità e vita (cfr Ordo Initiationis Christianae Adultorum, n. 25). E’ un deciso richiamo a ricordare come la fede cristiana implichi, sull’esempio di Gesù e in unione con Lui, una lotta “contro i dominatori di questo mondo tenebroso” (Ef 6,12), nel quale il diavolo è all’opera e non si stanca, neppure oggi, di tentare l’uomo che vuole avvicinarsi al Signore: Cristo ne esce vittorioso, per aprire anche il nostro cuore alla speranza e guidarci a vincere le seduzioni del male.

Il Vangelo della Trasfigurazione del Signore pone davanti ai nostri occhi la gloria di Cristo, che anticipa la risurrezione e che annuncia la divinizzazione dell’uomo. La comunità cristiana prende coscienza di essere condotta, come gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, “in disparte, su un alto monte” (Mt 17,1), per accogliere nuovamente in Cristo, quali figli nel Figlio, il dono della Grazia di Dio: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo” (v. 5). E’ l’invito a prendere le distanze dal rumore del quotidiano per immergersi nella presenza di Dio: Egli vuole trasmetterci, ogni giorno, una Parola che penetra nelle profondità del nostro spirito, dove discerne il bene e il male (cfr Eb 4,12) e rafforza la volontà di seguire il Signore.

La domanda di Gesù alla Samaritana: “Dammi da bere” (Gv 4,7), che viene proposta nella liturgia della terza domenica, esprime la passione di Dio per ogni uomo e vuole suscitare nel nostro cuore il desiderio del dono dell’ “acqua che zampilla per la vita eterna” (v. 14): è il dono dello Spirito Santo, che fa dei cristiani “veri adoratori” in grado di pregare il Padre “in spirito e verità” (v. 23). Solo quest’acqua può estinguere la nostra sete di bene, di verità e di bellezza! Solo quest’acqua, donataci dal Figlio, irriga i deserti dell’anima inquieta e insoddisfatta, “finché non riposa in Dio”, secondo le celebri parole di sant’Agostino.

La “domenica del cieco nato” presenta Cristo come luce del mondo. Il Vangelo interpella ciascuno di noi: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. “Credo, Signore!” (Gv 9,35.38), afferma con gioia il cieco nato, facendosi voce di ogni credente. Il miracolo della guarigione è il segno che Cristo, insieme alla vista, vuole aprire il nostro sguardo interiore, perché la nostra fede diventi sempre più profonda e possiamo riconoscere in Lui l’unico nostro Salvatore. Egli illumina tutte le oscurità della vita e porta l’uomo a vivere da “figlio della luce”.

Quando, nella quinta domenica, ci viene proclamata la risurrezione di Lazzaro, siamo messi di fronte al mistero ultimo della nostra esistenza: “Io sono la risurrezione e la vita… Credi questo?” (Gv 11,25-26). Per la comunità cristiana è il momento di riporre con sincerità, insieme a Marta, tutta la speranza in Gesù di Nazareth: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo” (v. 27). La comunione con Cristo in questa vita ci prepara a superare il confine della morte, per vivere senza fine in Lui. La fede nella risurrezione dei morti e la speranza della vita eterna aprono il nostro sguardo al senso ultimo della nostra esistenza: Dio ha creato l’uomo per la risurrezione e per la vita, e questa verità dona la dimensione autentica e definitiva alla storia degli uomini, alla loro esistenza personale e al loro vivere sociale, alla cultura, alla politica, all’economia. Privo della luce della fede l’universo intero finisce rinchiuso dentro un sepolcro senza futuro, senza speranza.

Il percorso quaresimale trova il suo compimento nel Triduo Pasquale, particolarmente nella Grande Veglia nella Notte Santa: rinnovando le promesse battesimali, riaffermiamo che Cristo è il Signore della nostra vita, quella vita che Dio ci ha comunicato quando siamo rinati “dall’acqua e dallo Spirito Santo”, e riconfermiamo il nostro fermo impegno di corrispondere all’azione della Grazia per essere suoi discepoli.

3. Il nostro immergerci nella morte e risurrezione di Cristo attraverso il Sacramento del Battesimo, ci spinge ogni giorno a liberare il nostro cuore dal peso delle cose materiali, da un legame egoistico con la “terra”, che ci impoverisce e ci impedisce di essere disponibili e aperti a Dio e al prossimo. In Cristo, Dio si è rivelato come Amore (cfr 1Gv 4,7-10). La Croce di Cristo, la “parola della Croce” manifesta la potenza salvifica di Dio (cfr 1Cor 1,18), che si dona per rialzare l’uomo e portargli la salvezza: amore nella sua forma più radicale (cfr Enc. Deus caritas est, 12). Attraverso le pratiche tradizionali del digiuno, dell’elemosina e della preghiera, espressioni dell’impegno di conversione, la Quaresima educa a vivere in modo sempre più radicale l’amore di Cristo. Il digiuno, che può avere diverse motivazioni, acquista per il cristiano un significato profondamente religioso: rendendo più povera la nostra mensa impariamo a superare l’egoismo per vivere nella logica del dono e dell’amore; sopportando la privazione di qualche cosa - e non solo di superfluo - impariamo a distogliere lo sguardo dal nostro “io”, per scoprire Qualcuno accanto a noi e riconoscere Dio nei volti di tanti nostri fratelli. Per il cristiano il digiuno non ha nulla di intimistico, ma apre maggiormente a Dio e alle necessità degli uomini, e fa sì che l’amore per Dio sia anche amore per il prossimo (cfr Mc 12,31).

Nel nostro cammino ci troviamo di fronte anche alla tentazione dell’avere, dell’avidità di denaro, che insidia il primato di Dio nella nostra vita. La bramosia del possesso provoca violenza, prevaricazione e morte; per questo la Chiesa, specialmente nel tempo quaresimale, richiama alla pratica dell’elemosina, alla capacità, cioè, di condivisione. L’idolatria dei beni, invece, non solo allontana dall’altro, ma spoglia l’uomo, lo rende infelice, lo inganna, lo illude senza realizzare ciò che promette, perché colloca le cose materiali al posto di Dio, unica fonte della vita. Come comprendere la bontà paterna di Dio se il cuore è pieno di sé e dei propri progetti, con i quali ci si illude di potersi assicurare il futuro? La tentazione è quella di pensare, come il ricco della parabola: “Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni…”. Conosciamo il giudizio del Signore: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita…” (Lc 12,19-20). La pratica dell’elemosina è un richiamo al primato di Dio e all’attenzione verso l’altro, per riscoprire il nostro Padre buono e ricevere la sua misericordia.

In tutto il periodo quaresimale, la Chiesa ci offre con particolare abbondanza la Parola di Dio. Meditandola ed interiorizzandola per viverla quotidianamente, impariamo una forma preziosa e insostituibile di preghiera, perché l’ascolto attento di Dio, che continua a parlare al nostro cuore, alimenta il cammino di fede che abbiamo iniziato nel giorno del Battesimo. La preghiera ci permette anche di acquisire una nuova concezione del tempo: senza la prospettiva dell’eternità e della trascendenza, infatti, esso scandisce semplicemente i nostri passi verso un orizzonte che non ha futuro. Nella preghiera troviamo, invece, tempo per Dio, per conoscere che “le sue parole non passeranno” (cfr Mc 13,31), per entrare in quell’intima comunione con Lui “che nessuno potrà toglierci” (cfr Gv 16,22) e che ci apre alla speranza che non delude, alla vita eterna.

In sintesi, l’itinerario quaresimale, nel quale siamo invitati a contemplare il Mistero della Croce, è “farsi conformi alla morte di Cristo” (Fil 3,10), per attuare una conversione profonda della nostra vita: lasciarci trasformare dall’azione dello Spirito Santo, come san Paolo sulla via di Damasco; orientare con decisione la nostra esistenza secondo la volontà di Dio; liberarci dal nostro egoismo, superando l’istinto di dominio sugli altri e aprendoci alla carità di Cristo. Il periodo quaresimale è momento favorevole per riconoscere la nostra debolezza, accogliere, con una sincera revisione di vita, la Grazia rinnovatrice del Sacramento della Penitenza e camminare con decisione verso Cristo.

Cari fratelli e sorelle, mediante l’incontro personale col nostro Redentore e attraverso il digiuno, l’elemosina e la preghiera, il cammino di conversione verso la Pasqua ci conduce a riscoprire il nostro Battesimo. Rinnoviamo in questa Quaresima l’accoglienza della Grazia che Dio ci ha donato in quel momento, perché illumini e guidi tutte le nostre azioni. Quanto il Sacramento significa e realizza, siamo chiamati a viverlo ogni giorno in una sequela di Cristo sempre più generosa e autentica. In questo nostro itinerario, ci affidiamo alla Vergine Maria, che ha generato il Verbo di Dio nella fede e nella carne, per immergerci come Lei nella morte e risurrezione del suo Figlio Gesù ed avere la vita eterna.
Leggi tutto...