giovedì 30 giugno 2011

Papa Benedetto XVI: "Dio non è un oggetto della sperimentazione umana”

In occasione della consegna del “Premio Ratzinger”, il nostro caro Papa Benedetto XVI si è soffermato sul ruolo della “scienza della fede”, ossia della ricerca da parte della ragione umana del Volto di Dio. E' un discorso molto interessante perchè tocca un tema delicato, senza timore di dimostrare anche l'errore dell'impostazione della sperimentazione umana che sembra voler porre Dio sotto interrogatorio: 

CONFERIMENTO DEL "PREMIO RATZINGER"

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Sala Clementina
Giovedì, 30 giugno 2011  
 
Signori Cardinali,
venerati Confratelli,
 illustri Signori e Signore!

Innanzitutto vorrei esprimere la mia gioia e gratitudine per il fatto che, con la consegna del suo premio teologico, la Fondazione che porta il mio nome dia pubblico riconoscimento all’opera condotta nell’arco di un’intera vita da due grandi teologi, e ad un teologo della generazione più giovane dia un segno di incoraggiamento per progredire sul cammino intrapreso. Con il Professor González de Cardedal mi lega un cammino comune di molti decenni. Entrambi abbiamo iniziato con san Bonaventura e da lui ci siamo lasciati indicare la direzione. In una lunga vita di studioso, il Professor Gonzalez ha trattato tutti i grandi temi della teologia, e ciò non semplicemente riflettendone o parlandone a tavolino, bensì sempre confrontato al dramma del nostro tempo, vivendo e anche soffrendo in modo del tutto personale le grandi questioni della fede e con ciò le questioni dell’uomo d’oggi. In tal modo, la parola della fede non è una cosa del passato; nelle sue opere diventa veramente a noi contemporanea. Il Professor Simonetti ci ha aperto in modo nuovo il mondo dei Padri. Proprio mostrandoci, dal punto di vista storico, con precisione e cura ciò che dicono i Padri, essi diventano persone a noi contemporanee, che parlano con noi. Il Padre Maximilian Heim è stato recentemente eletto Abate del monastero di Heiligenkreuz presso Vienna – un monastero ricco di tradizione – assumendo con ciò il compito di rendere attuale una grande storia e di condurla verso il futuro. In questo, spero che il lavoro sulla mia teologia, che egli ci ha donato, possa essergli utile e che l’Abbazia di Heiligenkreuz possa, in questo nostro tempo, sviluppare ulteriormente la teologia monastica, che sempre ha accompagnato quella universitaria, formando con essa l’insieme della teologia occidentale.

Non è, però, mio compito tenere qui una laudatio dei premiati, che è già stata fatta in maniera competente dal Cardinale Ruini. Forse però la consegna del premio può offrire l’occasione di dedicarci per un momento alla questione fondamentale di che cosa sia veramente “teologia”. La teologia è scienza della fede, ci dice la tradizione. Ma qui sorge subito la domanda: è davvero possibile questo? O non è in sé una contraddizione? Scienza non è forse il contrario di fede? Non cessa la fede di essere fede, quando diventa scienza? E non cessa la scienza di essere scienza quando è ordinata o addirittura subordinata alla fede? Tali questioni, che già per la teologia medievale rappresentavano un serio problema, con il moderno concetto di scienza sono diventate ancora più impellenti, a prima vista addirittura senza soluzione. Si comprende così perché, nell’età moderna, la teologia in vasti ambiti si sia ritirata primariamente nel campo della storia, al fine di dimostrare qui la sua seria scientificità. Bisogna riconoscere, con gratitudine, che con ciò sono state realizzate opere grandiose, e il messaggio cristiano ha ricevuto nuova luce, capace di renderne visibile l’intima ricchezza. Tuttavia, se la teologia si ritira totalmente nel passato, lascia oggi la fede nel buio. In una seconda fase ci si è poi concentrati sulla prassi, per mostrare come la teologia, in collegamento con la psicologia e la sociologia, sia una scienza utile che dona indicazioni concrete per la vita. Anche questo è importante, ma se il fondamento della teologia, la fede, non diviene contemporaneamente oggetto del pensiero, se la prassi sarebbe riferita solo a se stessa, oppure vive unicamente dei prestiti delle scienze umane, allora la prassi diventa vuota e priva di fondamento.

Queste vie, quindi, non sono sufficienti. Per quanto siano utili ed importanti, esse diventerebbero sotterfugi, se restasse senza risposta la vera domanda. Essa suona: è vero ciò in cui crediamo oppure no? Nella teologia è in gioco la questione circa la verità; essa è il suo fondamento ultimo ed essenziale. Un’espressione di Tertulliano può qui farci fare un passo avanti; egli scrive che Cristo non ha detto: Io sono la consuetudine, ma: Io sono la verità – non consuetudo sed veritas (Virg. 1,1). Christian Gnilka ha mostrato che il concetto consuetudo può significare le religioni pagane che, secondo la loro natura, non erano fede, ma erano “consuetudine”: si fa ciò che si è fatto sempre; si osservano le tradizionali forme cultuali e si spera di rimanere così nel giusto rapporto con l’ambito misterioso del divino. L’aspetto rivoluzionario del cristianesimo nell’antichità fu proprio la rottura con la “consuetudine” per amore della verità. Tertulliano parla qui soprattutto in base al Vangelo di san Giovanni, in cui si trova anche l’altra interpretazione fondamentale della fede cristiana, che s’esprime nella designazione di Cristo come Logos. Se Cristo è il Logos, la verità, l’uomo deve corrispondere a Lui con il suo proprio logos, con la sua ragione. Per arrivare fino a Cristo, egli deve essere sulla via della verità. Deve aprirsi al Logos, alla Ragione creatrice, da cui deriva la sua stessa ragione e a cui essa lo rimanda. Da qui si capisce che la fede cristiana, per la sua stessa natura, deve suscitare la teologia, doveva interrogarsi sulla ragionevolezza della fede, anche se naturalmente il concetto di ragione e quello di scienza abbracciano molte dimensioni, e così la natura concreta del nesso tra fede e ragione doveva e deve sempre nuovamente essere scandagliata.

Per quanto si presenti dunque chiara nel cristianesimo il nesso fondamentale tra Logos, verità e fede – la forma concreta di tale nesso ha suscitato e suscita sempre nuove domande. È chiaro che in questo momento tale domanda, che ha occupato e occuperà tutte le generazioni, non può essere trattata in dettaglio, e neppure a grandi linee. Vorrei tentare soltanto di proporre una piccolissima nota. San Bonaventura, nel prologo al suo Commento alle Sentenze ha parlato di un duplice uso della ragione – di un uso che è inconciliabile con la natura della fede e di uno che invece appartiene proprio alla natura della fede. Esiste, così si dice, la violentia rationis, il dispotismo della ragione, che si fa giudice supremo e ultimo di tutto. Questo genere di uso della ragione è certamente impossibile nell’ambito della fede. Cosa intende Bonaventura con ciò? Un’espressione dal Salmo 95,9 può mostrarci di che cosa si tratta. Qui Dio dice al suo popolo: “Nel deserto … mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere”. Qui si accenna ad un duplice incontro con Dio: essi hanno “visto”. Questo però a loro non basta. Essi mettono Dio “alla prova”. Vogliono sottoporlo all’esperimento. Egli viene, per così dire, sottoposto ad un interrogatorio e deve sottomettersi ad un procedimento di prova sperimentale. Questa modalità di uso della ragione, nell’età moderna, ha raggiunto il culmine del suo sviluppo nell’ambito delle scienze naturali. La ragione sperimentale appare oggi ampiamente come l’unica forma di razionalità dichiarata scientifica. Ciò che non può essere scientificamente verificato o falsificato cade fuori dell’ambito scientifico. Con questa impostazione sono state realizzate opere grandiose, come sappiamo; che essa sia giusta e necessaria nell’ambito della conoscenza della natura e delle sue leggi nessuno vorrà seriamente porlo in dubbio. Esiste tuttavia un limite a tale uso della ragione: Dio non è un oggetto della sperimentazione umana. Egli è Soggetto e si manifesta soltanto nel rapporto da persona a persona: ciò fa parte dell’essenza della persona.

In questa prospettiva Bonaventura fa cenno ad un secondo uso della ragione, che vale per l’ambito del “personale”, per le grandi questioni dello stesso essere uomini. L’amore vuole conoscere meglio colui che ama. L’amore, l’amore vero, non rende ciechi, ma vedenti. Di esso fa parte proprio la sete di conoscenza, di una vera conoscenza dell’altro. Per questo, i Padri della Chiesa hanno trovato i precursori e gli antesignani del cristianesimo – al di fuori del mondo della rivelazione di Israele – non nell’ambito della religione consuetudinaria, bensì negli uomini in ricerca di Dio, in cerca della verità, nei “filosofi”: in persone che erano assetate di verità ed erano quindi sulla strada verso Dio. Quando non c’è questo uso della ragione, allora le grandi questioni dell’umanità cadono fuori dell’ambito della ragione e vengono lasciate all’irrazionalità. Per questo un’autentica teologia è così importante. La fede retta orienta la ragione ad aprirsi al divino, affinché essa, guidata dall’amore per la verità, possa conoscere Dio più da vicino. L’iniziativa per questo cammino sta presso Dio, che ha posto nel cuore dell’uomo la ricerca del suo Volto. Fa quindi parte della teologia, da un lato l’umiltà che si lascia “toccare” da Dio, dall’altro la disciplina che si lega all’ordine della ragione, che preserva l’amore dalla cecità e che aiuta a sviluppare la sua forza visiva.

Sono ben consapevole che con tutto ciò non è stata data una risposta alla questione circa la possibilità e il compito della retta teologia, ma è soltanto stata messa in luce la grandezza della sfida insita nella natura della teologia. Tuttavia è proprio di questa sfida che l’uomo ha bisogno, perché essa ci spinge ad aprire la nostra ragione interrogandoci circa la verità stessa, circa il volto di Dio. Perciò siamo grati ai premiati che hanno mostrato nella loro opera che la ragione, camminando sulla pista tracciata dalla fede, non è una ragione alienata, ma è la ragione che risponde alla sua altissima vocazione. Grazie.

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mercoledì 29 giugno 2011

Carità e Verità: Caritas in Veritate - XXVIII

Proseguiamo la lettura della Lettera Enciclica Caritas in Veritate: La Carità nella Verità. Entriamo nell'ultimo capitolo dell'opera che si sofferma sul rapporto tra lo sviluppo tecnologico e lo sviluppo dei popoli. Abbiamo visto in precedenza le preoccupazioni non solo di Benedetto XVI, ma anche dei suoi predecessori, sulla degenerazione provocata da un eccessivo affidamento dei popoli sulla tecnologia e sullo sviluppo a tutti i costi; tali preoccupazioni erano e sono fondate perché i risultati sono sotto gli occhi di tutti ed ha intaccato vasti settori della società, tra cui l'ambiente che ha maggiormente risentito di tale sviluppo: 

CAPITOLO SESTO

LO SVILUPPO DEI POPOLI
 E LA TECNICA

68. Il tema dello sviluppo dei popoli è legato intimamente a quello dello sviluppo di ogni singolo uomo. La persona umana per sua natura è dinamicamente protesa al proprio sviluppo. Non si tratta di uno sviluppo garantito da meccanismi naturali, perché ognuno di noi sa di essere in grado di compiere scelte libere e responsabili. Non si tratta nemmeno di uno sviluppo in balia del nostro capriccio, in quanto tutti sappiamo di essere dono e non risultato di autogenerazione. In noi la libertà è originariamente caratterizzata dal nostro essere e dai suoi limiti. Nessuno plasma la propria coscienza arbitrariamente, ma tutti costruiscono il proprio “io” sulla base di un “sé” che ci è stato dato. Non solo le altre persone sono indisponibili, ma anche noi lo siamo a noi stessi. Lo sviluppo della persona si degrada, se essa pretende di essere l'unica produttrice di se stessa. Analogamente, lo sviluppo dei popoli degenera se l'umanità ritiene di potersi ri-creare avvalendosi dei “prodigi” della tecnologia. Così come lo sviluppo economico si rivela fittizio e dannoso se si affida ai “prodigi” della finanza per sostenere crescite innaturali e consumistiche. Davanti a questa pretesa prometeica, dobbiamo irrobustire l'amore per una libertà non arbitraria, ma resa veramente umana dal riconoscimento del bene che la precede. Occorre, a tal fine, che l'uomo rientri in se stesso per riconoscere le fondamentali norme della legge morale naturale che Dio ha inscritto nel suo cuore.

69. Il problema dello sviluppo oggi è strettamente congiunto con il progresso tecnologico, con le sue strabilianti applicazioni in campo biologico. La tecnica — è bene sottolinearlo — è un fatto profondamente umano, legato all'autonomia e alla libertà dell'uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla materia. Lo spirito, « reso così “meno schiavo delle cose, può facilmente elevarsi all'adorazione e alla contemplazione del Creatore” » [150]. La tecnica permette di dominare la materia, di ridurre i rischi, di risparmiare fatica, di migliorare le condizioni di vita. Essa risponde alla stessa vocazione del lavoro umano: nella tecnica, vista come opera del proprio genio, l'uomo riconosce se stesso e realizza la propria umanità. La tecnica è l'aspetto oggettivo dell'agire umano [151], la cui origine e ragion d'essere sta nell'elemento soggettivo: l'uomo che opera. Per questo la tecnica non è mai solo tecnica. Essa manifesta l'uomo e le sue aspirazioni allo sviluppo, esprime la tensione dell'animo umano al graduale superamento di certi condizionamenti materiali. La tecnica, pertanto, si inserisce nel mandato di “coltivare e custodire la terra” (cfr Gn 2,15), che Dio ha affidato all'uomo e va orientata a rafforzare quell'alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell'amore creatore di Dio.

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Omelia del Santo Padre Benedetto XVI nella Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e nel Suo 60° di sacerdozio

Anche L'Osservatorio dedica la giornata ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, in particolare la sua lente si sofferma sul 60° Anniversario di Sacerdozio del Santo Padre Benedetto XVI al quale vanno i nostri migliori auguri, ma soprattutto le nostre preghiere perché possa il Signore conservarlo in salute e sostenerlo nell'incarico da Lui affidatogli.


Leggiamo le parole pronunciate dal Santo Padre questa mattina durante la Santa Messa nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo:


(Foto ANSA)

CAPPELLA PAPALE 
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

SANTA MESSA E IMPOSIZIONE DEL PALLIO 
AI NUOVI METROPOLITI

  OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Mercoledì, 29 giugno 2011

 

Cari fratelli e sorelle,

“Non iam dicam servos, sed amicos” – “Non vi chiamo più servi ma amici” (cfr Gv 15,15). A sessant’anni dal giorno della mia Ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande Arcivescovo, il Cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di Ordinazione. Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati. “Non più servi ma amici”: io sapevo e avvertivo che, in quel momento, questa non era solo una parola “cerimoniale”, ed era anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore, la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé, ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e che così Lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole che io – per suo mandato – possa pronunciare con il suo “Io” una parola che non è soltanto parola bensì azione che produce un cambiamento nel più profondo dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua Passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha il suo prezzo: nella sua Passione, Egli è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella notte della nostra colpa, e solo così essa può essere trasformata. E mediante il mandato di perdonare Egli mi permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi lascia intuire la grandezza del suo amore. Egli si confida con me: “Non più servi ma amici”. Egli mi affida le parole della Consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me. “Non siete più servi ma amici”: questa è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della propria debolezza e della sua inesauribile bontà.

“Non più servi ma amici”: in questa parola è racchiuso l’intero programma di una vita sacerdotale. Che cosa è veramente l’amicizia? Idem velle, idem nolle – volere le stesse cose e non volere le stesse cose, dicevano gli antichi. L’amicizia è una comunione del pensare e del volere. Il Signore ci dice la stessa cosa con grande insistenza: “Conosco i miei e i miei conoscono me” (cfr Gv 10,14). Il Pastore chiama i suoi per nome (cfr Gv 10,3). Egli mi conosce per nome. Non sono un qualsiasi essere anonimo nell’infinità dell’universo. Mi conosce in modo del tutto personale. Ed io, conosco Lui? L’amicizia che Egli mi dona può solo significare che anch’io cerchi di conoscere sempre meglio Lui; che io, nella Scrittura, nei Sacramenti, nell’incontro della preghiera, nella comunione dei Santi, nelle persone che si avvicinano a me e che Egli mi manda, cerchi di conoscere sempre di più Lui stesso. L’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il “sì” dell’adesione alla sua. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio così divento veramente me stesso. Oltre alla comunione di pensiero e di volontà, il Signore menziona un terzo, nuovo elemento: Egli dà la sua vita per noi (cfr Gv 15,13; 10,15). Signore, aiutami a conoscerti sempre meglio! Aiutami ad essere sempre più una cosa sola con la tua volontà! Aiutami a vivere la mia vita non per me stesso, ma a viverla insieme con Te per gli altri! Aiutami a diventare sempre di più Tuo amico!

La parola di Gesù sull’amicizia sta nel contesto del discorso sulla vite. Il Signore collega l’immagine della vite con un compito dato ai discepoli: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). Il primo compito dato ai discepoli, agli amici, è quello di mettersi in cammino - costituiti perché andiate -, di uscire da se stessi e di andare verso gli altri. Possiamo qui sentire insieme anche la parola del Risorto rivolta ai suoi, con la quale san Matteo conclude il suo Vangelo: “Andate ed insegnate a tutti i popoli…” (cfr Mt 28,19s). Il Signore ci esorta a superare i confini dell’ambiente in cui viviamo, a portare il Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto e così il mondo si apra per il Regno di Dio. Ciò può ricordarci che Dio stesso è uscito da sé, ha abbandonato la sua gloria, per cercare noi, per portarci la sua luce e il suo amore. Vogliamo seguire il Dio che si mette in cammino, superando la pigrizia di rimanere adagiati su noi stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo.

Dopo la parola sull’incamminarsi, Gesù continua: portate frutto, un frutto che rimanga! Quale frutto Egli attende da noi? Qual è il frutto che rimane? Ebbene, il frutto della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino. Fermiamoci per il momento su questa immagine. Perché possa maturare uva buona, occorre il sole ma anche la pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi un vino pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole la pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve ai processi di maturazione. Del vino pregiato è caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è sviluppato nei processi della maturazione e della fermentazione. Non è forse questa già un’immagine della vita umana, e in modo del tutto particolare della nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi di purificazione e di prova come anche dei tempi di cammino gioioso con il Vangelo. Volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci sopporta.

Ora, tuttavia, dobbiamo domandarci: di che genere è il frutto che il Signore attende da noi? Il vino è immagine dell’amore: questo è il vero frutto che rimane, quello che Dio vuole da noi. Non dimentichiamo, però, che nell’Antico Testamento il vino che si attende dall’uva pregiata è soprattutto immagine della giustizia, che si sviluppa in una vita vissuta secondo la legge di Dio! E non diciamo che questa è una visione veterotestamentaria e ormai superata: no, ciò rimane vero sempre. L’autentico contenuto della Legge, la sua summa, è l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice amore, tuttavia, non è semplicemente qualcosa di dolce. Esso porta in sé il carico della pazienza, dell’umiltà, della maturazione nella formazione ed assimilazione della nostra volontà alla volontà di Dio, alla volontà di Gesù Cristo, l’Amico. Solo così, nel diventare l’intero nostro essere vero e retto, anche l’amore è vero, solo così esso è un frutto maturo. La sua esigenza intrinseca, la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, richiede sempre di essere realizzata anche nella sofferenza. Proprio così cresce la vera gioia. Nel fondo, l’essenza dell’amore, del vero frutto, corrisponde con la parola sul mettersi in cammino, sull’andare: amore significa abbandonarsi, donarsi; reca in sé il segno della croce. In tale contesto Gregorio Magno ha detto una volta: Se tendete verso Dio, badate di non raggiungerlo da soli (cfr H Ev 1,6,6: PL 76, 1097s) – una parola che a noi, come sacerdoti, deve essere intimamente presente ogni giorno.

Cari amici, forse mi sono trattenuto troppo a lungo con la memoria interiore sui sessant’anni del mio ministero sacerdotale. Adesso è tempo di pensare a ciò che è proprio di questo momento.

Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo rivolgo anzitutto il mio più cordiale saluto al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e alla Delegazione che ha inviato, e che ringrazio vivamente per la gradita visita nella lieta circostanza dei Santi Apostoli Patroni di Roma. Saluto anche i Signori Cardinali, i Fratelli nell’Episcopato, i Signori Ambasciatori e le Autorità civili, come pure i sacerdoti, i compagni della mia prima Messa, i religiosi e i fedeli laici. Tutti ringrazio per la presenza e per la preghiera.

Agli Arcivescovi Metropoliti nominati dopo l’ultima Festa dei grandi Apostoli viene ora imposto il pallio. Che cosa significa? Questo può ricordarci innanzitutto il giogo dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle (cfr Mt 11,29s). Il giogo di Cristo è identico alla sua amicizia. È un giogo di amicizia e perciò un “giogo dolce”, ma proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma. È il giogo della sua volontà, che è una volontà di verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il giogo di introdurre altri nell’amicizia con Cristo e di essere a disposizione degli altri, di prenderci come Pastori cura di loro. Con ciò siamo giunti ad un ulteriore significato del pallio: esso viene intessuto con la lana di agnelli, che vengono benedetti nella festa di sant’Agnese. Ci ricorda così il Pastore diventato Egli stesso Agnello, per amore nostro. Ci ricorda Cristo che si è incamminato per le montagne e i deserti, in cui il suo agnello, l’umanità, si era smarrito. Ci ricorda Lui, che ha preso l’agnello, l’umanità – me – sulle sue spalle, per riportarmi a casa. Ci ricorda in questo modo che, come Pastori al suo servizio, dobbiamo anche noi portare gli altri, prendendoli, per così dire, sulle nostre spalle e portarli a Cristo. Ci ricorda che possiamo essere Pastori del suo gregge che rimane sempre suo e non diventa nostro. Infine, il pallio significa molto concretamente anche la comunione dei Pastori della Chiesa con Pietro e con i suoi successori – significa che noi dobbiamo essere Pastori per l’unità e nell’unità e che solo nell’unità di cui Pietro è simbolo guidiamo veramente verso Cristo.

Sessant’anni di ministero sacerdotale – cari amici, forse ho indugiato troppo nei particolari. Ma in quest’ora mi sono sentito spinto a guardare a ciò che ha caratterizzato i decenni. Mi sono sentito spinto a dire a voi – a tutti i sacerdoti e Vescovi come anche ai fedeli della Chiesa – una parola di speranza e di incoraggiamento; una parola, maturata nell’esperienza, sul fatto che il Signore è buono. Soprattutto, però, questa è un’ora di gratitudine: gratitudine al Signore per l’amicizia che mi ha donato e che vuole donare a tutti noi. Gratitudine alle persone che mi hanno formato ed accompagnato. E in tutto ciò si cela la preghiera che un giorno il Signore nella sua bontà ci accolga e ci faccia contemplare la sua gioia. Amen.

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martedì 28 giugno 2011

“Siamo coerenti in ciò che diciamo e quello che facciamo?”

Carissimi, tempo fa la nostra cara Enza ci ha segnalato un interessante articolo pubblicato da don Marcello Stanzione: si trattava del riporto di una lettera inviata da un'anziana fedele al parroco (don Marcello, ndr) in cui ella dimostrava un certo dolore nel vedere come è ridotta oggi l'Eucaristia, il Dono più grande che abbiamo ricevuto. E' una lettera molto intensa che ci sentiamo di voler avallare perché contenete una grande verità, ormai davvero ridotta al lumicino; tempo fa, anche noi avevamo pubblicato un articolo nel quale denunciavamo i mali di oggi nei confronti della Santissima Eucaristia, soprattutto dovuto al fatto che la santità è oggi sottovalutata e presa alla leggera. Sembra mancare il rispetto per la sacralità e questo comporta una riduzione del valore stesso dell'Eucaristia che non viene più ricevuta nel modo appropriato. Come detto, avendo deciso di avallare la causa di quest'anziana fedele, vogliamo riportare anche noi il contenuto della lettera inviata a Don Marcello Stanzione e per correttezza, pubblichiamo ovviamente anche la breve risposta del sacerdote:  

“Siamo coerenti in ciò che diciamo e quello che facciamo?”

Che senso ha la folla che acclama il Pontefice con battimani, gridi di Viva il Papa, sventolio di bandiere, cartelli indicatori della provenienza di questa folla, quando poi di fatto, non porta a casa propria nel cuore, l’esempio chiaro ed esplicito di Benedetto XVI che dà alla sua Parola, ad ogni suo gesto e mi riferisco subito alla S. Comunione data nella S. Messa, dove da tempo ha chiesto venisse posto un inginocchiatoio davanti a Lui per coloro che si avvicinano a ricevere la S. Eucarestia affinché la possano ricevere nel modo tradizionale. – Lui fa così.- Rendiamoci conto della realtà di oggi e non si può sfuggire a questa grande responsabilità che è a carico di ciascuno. Sappiamo bene che il Concilio Vaticano ha stabilito suo malgrado la possibilità di ricevere Gesù -Eucarestia oltre nel modo tradizionale, anche in quell’altro modo, ovvero in piedi e in mano. – Dico subito la sofferenza per quest’ultima trovata della Chiesa (conduzione malata).

Penso si commetta un grave atto di disprezzo verso il desiderio del papa, che a tutto il mondo ha mostrato come Lui preferisce dare la S. Comunione ai fedeli tollerando per obbligo, pure l’alternativa stabilita dai vescovi. Si tratta semplicemente di recepire il cuore del papa, che qui non spende tante parole, infatti ci sono i gesti chiari con il comportamento che Lui stesso ci vuole indicare questo, credo resti un dispiacere al suo cuore, anche se non lo dice, sicché resta una dimostrazione nostra di indifferenza verso la sua Persona.

Certamente ognuno è libero di scegliere il modo come ricevere Gesù- Eucarestia nel proprio cuore. La Coerenza che fa del nostro animo esente da ogni contraddizione, è patrimonio individuale di ciascuno secondo ciò che siamo e sta alla nostra coscienza come la vita sta alla morte.

Questo, è ciò che pensa la scrivente e dico anche che essere contradditori sa sé stessi sia il caos interiore più complicato e terribile dell’uomo e anche se questi non lo percepisce, rompe comunque il suo equilibrio in quanto la nostra coscienza vive in noi indipendentemente dalle nostre decisioni che alla fine, o gravano su di essa o la riempiono di luce. Tutto questo lo scopriremo morendo e lo posso assicurare avendo assistito nella mia vita numerosi moribondi (era il mio parroco vecchio che me lo chiese 40 anni fa e ora che è morto capisco la ragione).

Mettere in pratica l’esempio del Papa nel ricevere la S. Comunione come Lui in silenzio ci sta chiedendo, vuol dire volere davvero Bene al papa, vuol dire amarlo e seguirlo ed ecco allora che qui ci stanno bene i battimani, le bandiere sventolanti e il Viva il papa gridando in Piazza s. Pietro. “Exemplis discimus” e siccome non c’è salvezza fuori dalla Chiesa, confermo e ripeto con S. Cipriano “Extra ecclesiam nulla salus” e con Seneca dico che la vera filosofia insegna a fare e non a parlare. Il Papa ha fatto.

Ricordiamoci chi siamo e la coerenza deve condurre l’uomo fino in fondo la propria vita in grazia di Dio e del Battesimo che abbiamo ricevuto. Tu uomo, tu donna, tu ragazzo/a, quando applaudi il papa dovresti poi ricordare ciò che Lui fa e dice e a casa tua ripensare un momento e prendere posizione su te stesso. Questo è: essere coerenti. Felice colui a cui è dato di conoscere la causa delle cose fatte e quelle non fatte, delle decisioni prese e quelle non prese. Il libero arbitrio è Dono di Dio e ognuno nella propria coscienza quando decide di essere alla presenza del papa, è lì, penso per ascoltare ciò che dice e per vedere ciò che fa, ovvero come si comporta in certe situazioni che sono e restano sotto gli occhi di tutti e di tutto il mondo, quindi mi domando dove sta la coerenza dell’uomo se non viene posta la domanda…” ma io cosa faccio? Come mi comporto? Seguo ciò che dice il Papa e soprattutto ciò che fa? Allora cosa vai a fare in Piazza San Pietro a battere le mani? Poi, ognuno è padrone di se stesso. Un giorno o una notte ci ricorderemo anche di questo al Giudizio di Dio.

Non facciamo di noi stessi quelli che si spezzano ma non si piegano. La Chiesa conduttrice ha prospettato la S. Comunione in un modo oggi che degrada l’uomo, persino un animale (asina) si è inginocchiata davanti alla Sacra Ostia Santa, e un cuore d’uomo non può accogliere questa estrema- leggerezza in sé, accostandosi alla diabolica concessione della nuova liturgia. Ognuno quando si incammina verso il sacerdote che distribuisce la S. Eucarestia, pensi alla svelta e rifletta bene dove e da chi sta andando. Non va a prendere un biglietto per il treno, ma si avvicina ogni passo che fa, per trovarsi de-visu a Dio vivo Gesù Cristo e mai dimenticare fino ad adesso che davanti a Lui ogni ginocchio si pieghi meno i malati.

Nemmeno gli Angeli oserebbero un affronto così terribile a Colui che ha stracciato il Suo Corpo sulla S. Croce per ognuno di noi, buoni e cattivi, anche per quelli che lo vanno a ricevere, come un animale farebbe mai, perché è la ,prassi e perché tutti fanno così. Che spavento! Che vergogna! Intanto fugge velocemente il tempo a noi concesso nella vita, tempo irrecuperabile continuando in questo obbrobrio. E’ giunto il tempo che dobbiamo essere dei “teutoni”, tirando fuori da noi stessi la capacità combattiva contro i nemici di Dio, contro coloro che Lo crocifiggono ogni giorno e per l’alternanza del giorno e della notte: ogni momento. Remember! – Gloria a Dio nell’Alto dei Cieli e pace e gioia sulla Terra agli uomini di buona volontà e sensibili e grati al suo Amore.

Attenti che “Gutta cavat lapidem”.

Così trovo incomprensibile che alla presenza del papa, le persone che ricevono Gesù - Eucarestia in piedi e nelle mani, battano le loro mani, gridando W il Papa e quant’altro, poi in privato, come un teatro che cambia la scena non ricordano più dove erano appena stati e cosa avevano visto fare dal Papa. Quella folla che Lo esalta memorizza subito quello che dovrebbe essere fisso in ciascuno e cioè: l’esempio da seguire! Quando morto un Papa si attende per il prossimo la “fumata bianca”, non solo si deve esultare in quel momento, ma da quel momento bisogna osservare e mettere in pratica i suoi insegnamenti ed esempi. Lui conta sulla nostra attenzione nell’assorbire i suoi atti per farli nostri, ci stima, ci ama, prega per noi, piange per noi, e noi?... Dio ama allo stesso modo ognuno di noi, ma Gli è consentito avere predilezione per coloro che non Gli strappano il Cuore. Io, persona devo pensare se faccio bene a comportarmi come fanno la stragrande maggioranza dei fedeli, io non posso copiare da nessuno, da chi mi sta accanto in Chiesa e la vergogna per inginocchiarmi non deve prevalere. La coscienza è luogo di ascolto per ognuno. Non ci sarà consentito al Giudizio dire a Gesù così: “Ma io ho fatto come facevano tutti e come ha proposto la stessa Chiesa”, ecco dove sta la coscienza nostra, chiedere ad essa se questo basta per offendere impunemente Dio. Gesù non potrà nel Suo Potere esonerare l’affronto che Gli è stato fatto con questa disposizione.

La Storia deve essere maestra di vita, anche l’uomo buono è sempre un inesperto se non ascolta il suo cuore e la sua coscienza, e quindi viene facilmente ingannato da certe decisioni che Vescovi distratti e superficiali hanno proposto l’ammodernamento delle opere liturgiche, compiacenti alle novità.

Davanti a Dio non avremo poiché Lui nella Sua grandezza e potenza ci ha creati completi d’intelligenza e una causa non buona diventa peggiore quando si vuole difenderla. Gesù piange e con Lui il Padre Suo e nostro con la Madre Sua, poiché noi suoi figli e fratelli di Gesù teniamo il Figlio di Dio ancora e sempre in Agonia. Pensare subito a ciò che la nostra coscienza in virtù del Bene e del male, Teme, senza che noi ce ne accorgiamo – ma lei (la coscienza) non guarda in faccia a colui o colei che la contiene, lei (la coscienza) è sempre per noi il: giudizio, la giustizia delle nostre azioni. Le Spine di Gesù non sono solo quelle che circondano il Suo Sacro Capo durante la Passione, Lui ha sempre una corona di Spine che è attorno al Suo Cuore, sono i nostri Peccati. Basta col peccato!

L’uomo ha un itinerario di vita che apre un grandioso Progetto su di sé e non può cadere in un excursus, procurando la deviazione dello stesso Progetto. Ogni Essere umano fa parte della Meraviglia di Dio perché Lui è bellezza, estasi, pace, gioia, unicità, perfezione, radiosità, canto, beatitudine, felicità perfetta, Luce che non abbaglia, boccale di vino appena pigiato. L’uomo non può perdere la bussola nel suo percorso, se così sarà è persa la Strada per l’arrivo finale, quindi se si stravolge quello che è sacrosantamente sacro per seguire l’evolversi del tempo mondaiolo, si entra in un labirinto che non troverà più uscita perché è a vicolo cieco.

Dio va amato in “toto” e rispettato per la Maestà Sua, Amorevolezza Sua, perdonanza Sua, Lui che malgrado Gli spezziamo il Cuore, ha compassione di noi e non tiene conto della nostra ignoranza, Lui che ci ha creati con un Amore e una perfezione impossibili a chiunque scienziato che nella sua scelleratezza pensa di essere al pari Suo, e la tenerezza di Dio mi è impossibile descrivere. In Lui, c’è la Luce interrabile da raccontare, della Sua Essenza che è – polo – di attrazione per tutti i suoi figli. Se noi avessimo il minimo barlume di ciò che è Dio Gesù Cristo fattosi Uomo per salvare ognuno di noi, non solo impallidiremo, ma saremmo inceneriti alla Sua presenza e se non fosse per il Suo Amore, persino schiacciati come il più piccolo moscerino sul vetro. Ma ci ama così tanto che attende con paziente amorevolezza che ognuno si svegli dal letargo e si tolga di fretta dalle attrattive del mondo, che propina solo morte.

La Maestà di Dio è talmente grande che non c’è aggettivo nel linguaggio umano che possa definirLo. Sono troppo vecchia per ricordare Dante…, ed ecco perché si supplica con l’inginocchiarsi è il “supplire” a ciò che umanamente non possiamo fare oltre. Voglio ricordare che il catechismo della Chiesa, nella sua Dottrina, quello che abbiamo studiato in preparazione alla Prima S. Comunione dice e fa questa precisazione… “Sapere e pensare Chi si va a ricevere…”. Questo di per sé sarebbe più che sufficiente.

E’ pericoloso non accorgerci di andare piano-piano verso una pianificazione dei ruoli tra noi e Dio, un passo alla volta e l’uomo non si rende più conto dei ruoli della sua superbia ritenendosi quasi alla pari di Dio, tanto da noi capito più l’abisso che ha sotto il piede. Attento a non diventare la scimmia di Dio – l’uomo deve rispettare Dio per Dio stesso e pur ritenendoci Lui per suoi figli, il nostro cuore per come Lo ama Gli si inginocchia davanti e non può stare in piedi al apri Suo, in ginocchio…in ginocchio e lo dissi già, meno i malati.

I sani compiono un abuso, anche se è la stessa Chiesa che permette questo dolore al Signore. Così, si forma un vuoto dentro di noi anche se non lo sentiamo, il vuoto della Non Coscienza che non ci fa più distinguere ciò che è buono e giusto, da quello che nono lo è. “Horror vacui”.

I fedeli sono incoraggiati per il permesso della Chiesa, ma vorrei domandare a coloro che sono stati i fautori ansiosi del cambiamento nel ricevere la S. Eucarestia, se stanno bene interiormente, poiché se così fosse, significa che si è elevato un muro tra il cuore dell’uomo e Gesù. Se una persona non segue l’altra, si sentono persi: gran brutto segno! Hanno paura di fare delle brutte figure, visto che ormai non si inginocchia più nessuno. Chi scrive si inginocchia alla balaustra, nella mia Parrocchia e anche se il Parroco precedente me l’ha rifiutata, in quel momento mio di sgomento,restando ferma in ginocchio col cuore chiamai Gesù e Lui mi disse in voce: ferma lì, ferma lì e io ubbidì. Alla fine della distribuzione della S. Comunione il povero Parroco mi diede la S. Particola per togliermi dai suoi piedi.

Ma io ho vinto; no, ha vinto Gesù! Alleluia! Ognuno risponderà delle proprie azioni. Il Dono della Sapienza che ci concede Dio attraverso lo Spirito Santo è la bussola nostra, cerchiamo di fare un’analisi ben precisa e onesta nel nostro cuore per capire se riceviamo Gesù – Eucarestia per abitudine o per vero amore e io Anna Ester di Barasso assicuro che se è per vero amore, non ci sarà possibile fisicamente restare in piedi come pali, poiché scatenante è la miseria nostra di fronte all’Eccelso. Dolore, aggiunto a Dolore, è il dramma delle Particelle del S. Corpo di Gesù che cadono in terra senza contare quelle povere persone che mettendosi in bocca la Santa Ostia si sfregano poi le loro mani, ho dovuto di proposito distrarmi una sola volta proprio per avere la certezza che questo non accadesse, invece è la norma…! Ma di questo orrore né i parroci, né Vescovi si accorgono. Poveri prelati!!! Chi poi sta dietro a coloro che avanti hanno ricevuto Gesù nelle mani e le sfregano, calpestano continuamente Nostro Signore e il massacro continua! Gesù è sempre nella Settimana Santa, altro che Quaresima! La Santa madre di Gesù piange in continuazione per questo.

Dio va onorato in Chiesa, in casa, in ogni luogo, poiché Tutto è Suo. Così quando apriamo la porta per entrare in Chiesa pensiamo dove stiamo andando e a fare cosa. Il desiderio che ogni creatura dovrebbe sentire, porta a restare fermi nel Suo Amore qualsiasi cosa ci accade, perché è Dio- stesso che ce l’ha intestato quando ci ha creati. Non è la nostra intelligenza o la nostra cultura che fa di noi persone atte a penetrare le verità e i desideri di Dio; che ci fa capaci di captare tutto, è lo Spirito Santo che agisce da solo sull’uomo se questi Lo prega e si consacra a Lui, indipendentemente l’uomo sia colto o sprovveduto ed è certo che per entrare in simbiosi e in sintonia con lo Spirito santo è assolutamente necessario vivere la nostra vita in Grazia di Dio.

Questa premessa,, che non vuole essere un preambolo, serve per entrare in altra argomentazione non dissociata dalla precedente talmente grande e importante che non lascia all’uomo per penetrare la propria mente e il proprio cuore sul perché divide i propri comportamenti da ciò che invece dovrebbe unificare con la sacralità di essi e io penso che, malgrado l’affronto crudele fatto a Gesù nel riceverlo nelle mani e in piedi, l’Eucarestia in quelle mani maldestre ugualmente non sarà mai spenta, ma possiamo distruggere il Suo Amore dentro di noi. Nella Gerusalemme Celeste si salveranno i valori essenziali della Chiesa. L’Agonia di Gesù nel Getsemani, la sta vivendo la Chiesa.

La Misericordia di Dio è Amore gratuito. Il Perdono è la Pace, ma la Misericordia è più grande, sicché Misericordia per i vescovi che hanno introdotto tanto male nella Chiesa. La grande guerra dello Spirito accaduta in Cielo è ora spostata sulla Terra, ma lo spirito Cattivo che ci fa prigionieri, viene cacciato da coloro che sanno consolare (non confortare) il Cuore del padre Celeste, afflitto dai costruttori di morte. Lui che non abbandona mai chi lo ama davvero, Lui che attraverso i suoi Angeli ci insegna con il Suo Sigillo, il Sigillo del Dio Vivente, che è il contrario del marchio, il Sigillo di Dio che è l’autenzia regale sua per noi. Non possiamo più calpestare l’Amore di Dio poiché ci perderemmo nella disperazione eterna.

La nostra vita è solo un soffio, così come ogni uomo che vive, e come dicono le Scritture, come ombra è l’uomo che passa, solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccoglierà. Non c’è corruzione peggiore degli elevati in Grazia. L’indefettibilità non è primaria solo nei prescelti, ma è obbligo morale di ciascuno e solo con la preghiera quotidiana sarà possibile camminare in essa, che ci procura l’amore vincitore di ogni desiderio e di ogni pena ed è a Maria Santissima Madre di Dio e Madre nostra che dobbiamo andare, Lei che ci donato il Figlio di Dio; il Liberatore di noi, prigionieri della nostra ignoranza. Solo pregando, solo pregando col cuore, saremo liberati dall’incapacità di capire, dalle oppressioni, poiché la Preghiera così pregata, raggiunge l’Infinito. Non facciamo che il pressapochismo ci renda crudeli, esprima virtù dell’eloquenza è la chiarezza in noi per esserlo con Dio e il nostro caro patito prossimo.

Aspiriamo ad essere chiarezza “adamantina” poiché non si possono servire due padroni ed è pericoloso indugiare ancora. L’ultima “ratio” è restare fedeli in quest’ora di grande prova e in assoluto a Dio, poiché oggi l’uomo, la Chiesa sono provati per il nemico che è il “conquistadores”, per eccellenza. Dio chiede questo per superare la prova che solo attraverso di essa potremo essere vittoriosi. E’ la prova di Abramo, la massima prova. La vera morte è perdere Dio poiché lì ci sarà subito la disperazione.

La visione edonistica che oggi l’umanità ha, vieta l’anàmnesi sul nostro ingresso alla vita e ricordare che la fede è un valore non negoziabile e sulle, e nelle cose di Dio non è importante capire subito, ma obbedire a quello che Dio ci chiede e comanda. E’ tempo che ci avviamo uno per uno a…! Canossa!, per rientrare ad essere figli di Dio, coloro che davvero Lo amano. Noi dobbiamo conoscere chi siamo e conoscere vuol dire prendere possesso in profondità di noi stessi per riconoscervi la materia spiritualizzata che parla, Lui crea e noi non possiamo tenere più schiacciato, compresso, inascoltato questo tesoro nel nostro spirito. Ecco perché non ci possibile stare in piedi a ricevere Dio – Ostia. Disonorando Dio nelle Sacre Specie restiamo sordi e ciechi ma davanti alla Luce di Dio poi, non si può più bleffare poiché in Lui non esistono e rientrano i mezzi- toni. Ci saranno due formazioni, o di Dio, o di satana. Vie di mezzo non c’è ne sono. Togliendoci dalla Terra pur vivendo in essa, tutto questo è facilmente intuibile e visibile.

L’inferno ha fatto della Terra la sua base sconvolgendo le cose più sacre e ci è riuscito e oggi chi non lo capisce è malato. Noi siamo oggi: bambini cretini che bevono tutto quello che viene loro ammannito. Cerchiamo di diventare grandi e saremo davvero nella pace, nella gloria sapendo che siamo sotto l’azione del padre che protegge e cura coloro che difendono Suo Figlio Gesù. Sommessamente dico che ognuno di noi può arrivare a dire con San Paolo… non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me…

La Chiesa è malata e a un malato si deve tutta la nostra compassione e tutta l’attenzione perché guarisca in fretta. Come? Pregando in ginocchio. Preghiamo anche per l’Italia che con le sue Leggi assassine ha distrutto la nostra sicurezza e i conti tornano.

Volete essere esauditi nelle Grazie di cui avete bisogno e che chiedete a Dio per Maria Santissima: obbedite ai suoi Comandamenti e alle sue Leggi, quanti dolori in meno nelle famiglie! Il Libro della Sapienza ci dice che: vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni, ma la canizie degli uomini sta nella Sapienza. A volte a vent’anni si può essere sapienti e non a ottanta. Infatti del sapere umano, maturità interiore che raggiunge il vero scopo della vita e predispone alla immortalità beata. Non ho compreso come si faccia a non morire d’amore per il Signore Iddio, quando il cuore nostro sembra scoppiare, e d’amore e di dolore per Lui, poiché l’incoscienza Eucaristica è un male gravissimo, stiamo bene attenti a non avere nella vita montagne di Eucarestie morte.

Abituarci all’Eucarestia è un male terribile che non so e non so quantificare, sembra che coloro che si avviano verso il sacerdote per ricevere la Ricchezza più grande che esita, abbiano un blocco sensorio nelle ginocchia, uno stimolo nervoso che gliele fa diventare di…legno massello.

Il più grande martire dell’Eucarestia è Gesù. Adesso che ho scritto questo lungo, lunghissimo memoriale: posso anche morire. Dilexit! Anna Ester Frati Martinelli. Barasso di Varese, 25 febbraio 2011”.

***

CARISSIMA SIGNORA ESTER LA MIA RISPOSTA E’ BREVISSIMA: IO NON CONDIVIDO ASSOLUTAMENTE LA PRASSI DI DARE LA COMUNIONE SULLA MANO PERCHE’ E’ UN USO PROTESTANTICO.

NELLA MIA PARROCCHIA TUTTI LA RICEVONO SULLA LINGUA E CHI LO DESIDERA SI METTE PURE IN GINOCCHIO PERCHE’ CI SONO DUE INGINOCCHIATOI A FIANCO ALL’ ALTARE.

IN QUESTO IMITO TOTALMENTE LA PRASSI DEL PAPA BENEDETTO XVI.

Don Marcello Stanzione
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lunedì 27 giugno 2011

Cento anni dopo - Centesimus Annus - XI parte

Torna l'appuntamento con la Lettera Enciclica del Beato Giovanni Paolo II, intitolata "Centesimus Annus" e promulgata nel centenario della Rerum Novarum. Restiamo nel capitolo in cui si continua a parlare dell'anno 1989, toccando i temi dell'economia, del lavoro e delle ideologie distruttive quali, una delle tante, il marxismo. Oggi vediamo come l'uomo senza Dio si illude di poter realizzare un regno di pace ma con i suoi mezzi e soprattutto con le sue cattive intenzioni, non potrà mai, perché la Pace è una condizione spirituale d'amore ed è dono di Dio. L'uomo è fatto per la libertà ci dice il Beato Papa, e per quanto l'uomo si possa dar da fare, non potrà mai toglierla ai popoli, come è successo recentemente nelle nazioni soppresse dai regimi: i dittatori per quanto si siano adoperati, non possono schiavizzare per sempre un popolo che prima o poi si renderà conto di essere fatto per essere libero e non soppresso da interessi personali propri dei regimi.

Diamo adesso la parola al Beato Papa Wojtyla che ci farà percepire la nostra identità di uomini, fatti per essere liberi e nella pace, una libertà non possibile nel peccato, ma soltanto nella comunione con Dio, soltanto se l'uomo ascolta, segue e pratica la volontà del Signore:




24. Il secondo fattore di crisi è certamente l'inefficienza del sistema economico, che non va considerata come un problema soltanto tecnico, ma piuttosto come conseguenza della violazione dei diritti umani all'iniziativa, alla proprietà ed alla libertà nel settore dell'economia. A questo aspetto va poi associata la dimensione culturale e nazionale: non è possibile comprendere l'uomo partendo unilateralmente dal settore dell'economia, né è possibile definirlo semplicemente in base all'appartenenza di classe. L'uomo è compreso in modo più esauriente, se viene inquadrato nella sfera della cultura attraverso il linguaggio, la storia e le posizioni che egli assume davanti agli eventi fondamentali dell'esistenza, come il nascere, l'amare, il lavorare, il morire. Al centro di ogni cultura sta l'atteggiamento che l'uomo assume davanti al mistero più grande: il mistero di Dio. Le culture delle diverse Nazioni sono, in fondo, altrettanti modi di affrontare la domanda circa il senso dell'esistenza personale: quando tale domanda viene eliminata, si corrompono la cultura e la vita morale delle Nazioni. Per questo, la lotta per la difesa del lavoro si è spontaneamente collegata a quella per la cultura e per i diritti nazionali.

La vera causa delle novità, però, è il vuoto spirituale provocato dall'ateismo, il quale ha lasciato prive di orientamento le giovani generazioni e in non rari casi le ha indotte, nell'insopprimibile ricerca della propria identità e del senso della vita, a riscoprire le radici religiose della cultura delle loro Nazioni e la stessa persona di Cristo, come risposta esistenzialmente adeguata al desiderio di bene, di verità e di vita che è nel cuore di ogni uomo. Questa ricerca è stata confortata dalla testimonianza di quanti, in circostanze difficili e nella persecuzione, sono rimasti fedeli a Dio. Il marxismo aveva promesso di sradicare il bisogno di Dio dal cuore dell'uomo, ma i risultati hanno dimostrato che non è possibile riuscirci senza sconvolgere il cuore.



25. Gli avvenimenti dell' '89 offrono l'esempio del successo della volontà di negoziato e dello spirito evangelico contro un avversario deciso a non lasciarsi vincolare da principi morali: essi sono un monito per quanti, in nome del realismo politico, vogliono bandire dall'arena politica il diritto e la morale. Certo la lotta, che ha portato ai cambiamenti dell' '89, ha richiesto lucidità, moderazione, sofferenze e sacrifici; in un certo senso, essa è nata dalla preghiera, e sarebbe stata impensabile senza un'illimitata fiducia in Dio, Signore della storia, che ha nelle sue mani il cuore degli uomini. È unendo la propria sofferenza per la verità e per la libertà a quella di Cristo sulla Croce che l'uomo può compiere il miracolo della pace ed è in grado di scorgere il sentiero spesso angusto tra la viltà che cede al male e la violenza che, illudendosi di combatterlo, lo aggrava.

Non si possono, tuttavia, ignorare gli innumerevoli condizionamenti, in mezzo ai quali la libertà del singolo uomo si trova ad operare: essi influenzano, sì, ma non determinano la libertà; rendono più o meno facile il suo esercizio, ma non possono distruggerla. Non solo non è lecito disattendere dal punto di vista etico la natura dell'uomo che è fatto per la libertà, ma ciò non è neppure possibile in pratica. Dove la società si organizza riducendo arbitrariamente o, addirittura, sopprimendo la sfera in cui la libertà legittimamente si esercita, il risultato è che la vita sociale progressivamente si disorganizza e decade.

Inoltre, l'uomo creato per la libertà porta in sé la ferita del peccato originale, che continuamente lo attira verso il male e lo rende bisognoso di redenzione. Questa dottrina non solo è parte integrante della Rivelazione cristiana, ma ha anche un grande valore ermeneutico, in quanto aiuta a comprendere la realtà umana. L'uomo tende verso il bene, ma è pure capace di male; può trascendere il suo interesse immediato e, tuttavia, rimanere ad esso legato. L'ordine sociale sarà tanto più solido, quanto più terrà conto di questo fatto e non opporrà l'interesse personale a quello della società nel suo insieme, ma cercherà piuttosto i modi della loro fruttuosa coordinazione. Difatti, dove l'interesse individuale è violentemente soppresso, esso è sostituito da un pesante sistema di controllo burocratico, che inaridisce le fonti dell'iniziativa e della creatività. Quando gli uomini ritengono di possedere il segreto di un'organizzazione sociale perfetta che renda impossibile il male, ritengono anche di poter usare tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla. La politica diventa allora una «religione secolare», che si illude di costruire il paradiso in questo mondo. Ma qualsiasi società politica, che possiede la sua propria autonomia e le sue proprie leggi,55 non potrà mai esser confusa col Regno di Dio. La parabola evangelica del buon grano e della zizzania (cf Mt 13,24-30.36-43) insegna che spetta solo a Dio separare i soggetti del Regno ed i soggetti del Maligno, e che siffatto giudizio avrà luogo alla fine dei tempi. Pretendendo di anticipare fin d'ora il giudizio, l'uomo si sostituisce a Dio e si oppone alla sua pazienza.

Grazie al sacrificio di Cristo sulla Croce, la vittoria del Regno di Dio è acquisita una volta per tutte; tuttavia, la condizione cristiana comporta la lotta contro le tentazioni e le forze del male. Solo alla fine della storia il Signore ritornerà nella gloria per il giudizio finale (cf Mt 25,31) con l'instaurazione dei cieli nuovi e della terra nuova (cf 2 Pt 3,13; Ap 21,1), ma, mentre dura il tempo, la lotta tra il bene e il male continua fin nel cuore dell'uomo.

Ciò che la Sacra Scrittura ci insegna in ordine ai destini del Regno di Dio non è senza conseguenze per la vita delle società temporali, le quali — come dice la parola — appartengono alle realtà del tempo con quanto esso comporta di imperfetto e di provvisorio. Il Regno di Dio, presente nel mondo senza essere del mondo, illumina l'ordine dell'umana società, mentre le energie della grazia lo penetrano e lo vivificano. Così son meglio avvertite le esigenze di una società degna dell'uomo, sono rettificate le deviazioni, è rafforzato il coraggio dell'operare per il bene. A tale compito di animazione evangelica delle realtà umane sono chiamati, unitamente a tutti gli uomini di buona volontà, i cristiani ed in special modo i laici.56

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I futuri Beati della Chiesa

E' appena trascorso un giorno dalla Beatificazione di tre Venerabili uomini di Dio e la Chiesa guarda già alle future Beatificazioni per le quali Papa Benedetto XVI questa mattina ha firmato i decreti nel ricevere in udienza il card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle cause dei Santi.

Diamo uno sguardo nel dettaglio attraverso un articolo di Radio Vaticana di Alessandro De Carolis:

Benedetto XVI firma i decreti per un gruppo di futuri Beati, alcuni dei quali martiri nel Novecento

Benedetto XVI, nel ricevere in udienza questa mattina il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha firmato i decreti riguardanti il riconoscimento del miracolo per quattro futuri Beati e, analogamente, anche per un gruppo di martiri del Novecento, in gran parte della Guerra civile spagnola. Inoltre, il Papa ha approvato il riconoscimento delle virtù eroiche per un Beato del Cinquecento e per altri sette tra Servi e Serve di Dio. Il servizio di Alessandro De Carolis

È messicana e scomparsa in tempi relativamente recenti una delle due prossime Beate che la Chiesa eleverà agli altari. Maria Agnese del SS.mo Sacramento è la fondatrice di due Congregazioni, una femminile e una maschile: le Missionarie Clarisse del SS.mo Sacramento e i Missionari della Chiesa Universale. La sua scomparsa risale al 22 luglio del 1981, all’età di 77 anni. L’altra Venerabile alla cui intercessione è stato attribuito un miracolo è una madre di famiglia tedesca, Ildegarda Burjan, scomparsa in Austria all’inizio degli anni Trenta dopo aver fondato la Società delle Suore della Caritas Socialis. Anche due sacerdoti saliranno presto agli altari, un italiano e un francese. Il primo, Mariano Arciero, vissuto nel Settecento, fu un modello di carità del clero partenopeo; il secondo, il domenicano Giovanni Giuseppe Lataste, visse circa un secolo dopo: un contemplativo, fondatore delle Suore del Terz’Ordine di San Domenico a Betania, che si spense a soli 37 anni.

Tra i Decreti approvati da Benedetto XVI spiccano i nomi di alcuni martiri uccisi in odio alla fede durante alcune delle pagine più nere del Novecento. Il vescovo spagnolo di Lleida, Huix Miralpeix muore nel 1936 durante la Guerra civile che insanguina il suo Paese. La stessa sorte, nello stesso anno, è condivisa dalla religiosa spagnola Giuseppa Martinez Perez, una delle Figlie della Carità di San Vincenzo, che perde la vita con altre 12 compagne in luoghi e tempi diversi, tra l’agosto e il dicembre del ’36. Spagnolo è anche l’arcivescovo di Valencia, il Servo di Dio Giuseppe Maria García Lahiguera, fondatore della Congregazione delle Suore Oblate di Cristo Sacerdote spentosi nel 1989 e del quale il Papa ha riconosciuto le virtù eroiche. Virtù eroiche riconosciute anche per il sacerdote indiano, Matteo Kadalikattil, e per il sacerdote italiano Raffaele Dimiccoli. Analogamente, le virtù eroiche sono state riconosciute per quattro le Serve di Dio, una polacca del 16.mo secolo e tre italiane vissute tra l’Otto e il Novecento. Singolare il riconoscimento delle virtù eroiche riguardanti Giovanni Marinoni, sacerdote veneziano vissuto tra la fine del Quattrocento e la metà del Cinquecento, professo dell'Ordine dei Chierici Regolari Teatini già venerato come Beato dai suoi contemporanei e confermato nel culto dal Clemente XIII nel 1762, senza che però fosse mai stata celebrata la cerimonia di Beatificazione.
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domenica 26 giugno 2011

Il punto della settimana: la vergogna dei rifiuti (...leghisti)

Il punto della settimana non può non fermarsi sullo scandalo rifiuti che sta distruggendo l'immagine di una grande e rinomata città come Napoli. E' vergognoso quanto sta accadendo e indegno di un Paese civile: il governo, ancora una volta, dimostra di non avere la forza per poter fronteggiare simili emergenze, a causa della divisione interna che sta letteralmente inibendo ogni riforma ed ogni azione vera e concreta. Stavolta a mettere il bastone tra le ruote ci ha pensato la Lega Nord, un partito che più volte ha dimostrato di vivere sulla demagogia, sui proclami e sull'instillazione delle più disparate paure. Ora, sappiamo tutti che tal partito pensa a curare soprattutto gli interessi di quella parte della penisola che corrisponde al nome stesso del partito e cioè il Nord; ma bisognerebbe ricordare ai gentiluomini leghisti che quando si arriva a governare un Paese, si devono tenere in considerazione gli interessi di tutta la Nazione e non solo dei propri elettori, altrimenti la democrazia maggioritaria si tramuterebbe in una vera e propria oligarchia degli interessi.
Se è vero come è vero che la Lega si proclama da sempre come difensore delle radici cristiane del nostro Paese, non può ignorare ciò che la coscienza cristiana impone e cioè il dovere di solidarietà: sarebbe ipocrita e alquanto strumentale e demagogico pensare di difendere il Crocifisso con una mano e poi spingere nella pattumiera il prossimo, mettendone a repentaglio la salute, con l'altra mano. Napoli rappresenta il prossimo della Lega: è una città in difficoltà, sommersa da rifiuti che stanno facendo lievitare anche le malattie respiratore (soprattutto nei bambini) e sicuramente con grosse responsabilità politiche alle spalle; ma si possono far pagare ai cittadini napoletani i mostruosi errori di gestione della dirigenza politica? Sarebbe come se il Buon Samaritano evitasse di soccorrere l'uomo moribondo solo perché quest'ultimo è stato inviato lì da un uomo infimo. Sarebbe logico e soprattutto cristiano una simile reazione? Sarebbe cristiano far pagare al moribondo gli errori del suo mandante? La stessa cosa avviene a Napoli: è cristiano l'abbandonare una città e l'intero hinterland solo perché vi è stata una cattiva politica gestionale?
Cerchiamo dunque di recuperare un senso di serietà istituzionale: questa è un occasione per dimostrare che la Lega Nord, e il Governo, sono davvero coesi e pronti a governare il nostro Paese; l'ennesimo fallimento, invece, certificherebbe ciò che gli ultimi anni hanno dimostrato e cioè che questa politica è totalmente incapace di interpretare le esigenze della società reale.

 
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“Ti lodiamo, Signore onnipotente”

Oggi è stata una giornata meravigliosa per la Chiesa Cattolica perché non solo ha celebrato la magnificenza del Corpus Domini, ma anche la beatificazione di tre servi del Signore: don Serafino Morazzone, Suor Enrichetta Alfieri e padre Clemente Vismara. Pubblichiamo dunque l'omelia integrale del Cardinal Dionigi Tettamanzi che ha reso lode al Signore per averci donato tre figure di tale santità:  

Omelia per la Beatificazione di don Serafino Morazzone,
suor Enrichetta Alfieri e padre Clemente Vismara.
Solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo
Milano – Piazza Duomo, 26 giugno 2011


“Ti lodiamo, Signore onnipotente”

Cari fratelli e sorelle nel Signore, la nostra Chiesa diocesana si rallegra del dono ricevuto nell’anno in cui commemora il quarto centenario della canonizzazione di san Carlo Borromeo: il germe della santità lungo i secoli per la forza dello Spirito continua a produrre frutto in abbondanza! Non è trascorso molto tempo dal giorno in cui abbiamo avuto la gioia di elevare all’onore degli altari don Carlo Gnocchi. Ed eccoci ancora riuniti in questa piazza del Duomo per una triplice beatificazione.
Noi “ti lodiamo, Signore onnipotente, glorioso re di tutto l’universo. Ti benedicono gli angeli e gli arcangeli, ti lodano i profeti con gli apostoli”. Le parole di questo antico canto della liturgia ambrosiana oggi idealmente si
dilatano e si amplificano: Ti lodino, o Signore, i nostri tre nuovi beati, ti rendano grazie con la loro vita così semplice e insieme così straordinaria. Tu non ci lasci mancare esempi da ammirare e da imitare, perché la nostra vita sia una testimonianza autentica della bellezza e della forza rinnovatrice del Vangelo.
Rivolgiamo il nostro affettuoso e devoto omaggio a papa Benedetto XVI, che ci ha riservato un dono così prezioso, e insieme porgiamo un sentito ringraziamento al cardinale Angelo Amato, Rappresentante del Santo Padre per il rito di beatificazione. La nostra gratitudine va in particolare a tutti i confratelli vescovi e ai presbiteri partecipi di questa solenne celebrazione del Corpus Domini, nella quale ancora una volta “onoriamo con profonda venerazione il mistero del corpo e del sangue del Signore”. 

Nel deserto ti ho nutrito di manna

La profonda relazione che ha legato i nostri tre beati all’Eucaristia ― amata, celebrata e vissuta ogni giorno ― risplende in tutta la sua forza nel loro cammino di santità. Nutrendosi del Corpo di Cristo essi hanno trovato l’energia di superare ogni avversità. Certi, come abbiamo ascoltato nella lettura del Deuteronomio (8,3), che “l’uomo non vive soltanto di pane, ma… di quanto esce dalla bocca del Signore”, essi hanno saputo affrontare i molteplici deserti dell’esistenza con la speranza e la fiducia che Dio solo può donare.
Come scriveva il beato Clemente Vismara a un suo amico: «Il Signore è proprio buono, buono, buono. Se lo fu con me, perché non lo deve essere anche per te, con tutti? …E’ una vita un po’ dura la mia, ma ci si trova gusto a vivere e a far vivere. Come vivere e come morire senza fare del bene?». Nutrito di Cristo il fervente missionario non risparmiava se stesso ma si donava con gioia.
Con la stessa gioia la beata Enrichetta ― “l’Angelo”, la “Mamma” di San Vittore ―, nella disumanità del carcere portava la dolcezza dell’amore, convinta che «un’anima consacrata, una sposa di Gesù ― come scriveva dopo la liberazione nel quaderno degli Esercizi Spirituali ― è un’anima che si è data tutta a Lui, ai suoi interessi che sono: la sua gloria, le anime» e altrettanto persuasa che l’apostolo è semplicemente «un vaso che trabocca di santità e di amore» .
Nel momento terribile della prigionia, ella non lasciò prevalere la disperazione, ma si affidò alla preghiera con parole che ancor oggi ci fanno meditare: «Non avevo detto tante volte alle povere detenute: “Se fossi al vostro posto spenderei tutto il mio tempo nella preghiera?!”. Eccone venuto il momento. Che grazia poter pregare!». Una preghiera, la sua, che trovava il vertice nel dono della comunione eucaristica. Lo narra lei stessa nelle Memorie: «…pregai ancora nella bramosa attesa di Gesù Eucaristia… Quale dolcissima emozione! […] Stringere nel mio cuore Gesù, vivo, vero, reale con me Prigioniero in cella. Quale mia Santa Comunione fu mai simile a quella? Non è possibile dirlo. Solo Gesù sa … e so anch’io che Egli è immensamente soave e buono». Anche l’umile e generosa fedeltà alla piccola parrocchia di Chiuso di Lecco del beato Serafino Morazzone si alimentava alla quotidiana celebrazione della santa Messa, nella quale “il buon Curato” raccoglieva ― con la preghiera attribuita a sant’Ambrogio e che recitava ogni giorno prima di salire all’altare ― «le tribolazioni degli uomini, le tensioni dei popoli, il gemito dei prigionieri, le sofferenze degli orfani, le necessità dei pellegrini, l'indigenza dei poveri, la disperazione dei sofferenti, la debolezza degli anziani, le aspirazioni dei giovani, i voti delle vergini, il pianto delle vedove, i desideri di ogni uomo». Nell’Eucaristia trovava così realizzazione piena il suo essere pastore secondo il cuore del Signore, il suo ― come scriveva Alessandro Manzoni ― “consumarsi nello zelo”.

Noi siamo, benché molti, un solo corpo

I nostri tre beati intuivano in profondità che sull’altare è deposto il mistero del Corpo di Cristo le cui membra siamo tutti noi, come afferma incisivamente Sant’Agostino: «A ciò che siete rispondete: Amen, e rispondendo
lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: Il Corpo di Cristo, e tu rispondi: Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen».
L’“Amen” che don Serafino Morazzone, suor Enrichetta Alfieri e padre Clemente Vismara hanno pronunciato coincide con l’offerta senza riserve della loro vita, messa a totale disposizione degli altri nella varietà e diversità delle vocazioni e delle responsabilità ricevute dall’unico Spirito. Il beato Serafino non pensò mai di lasciare la sua gente, anche quando gli proposero di “fare carriera” in posti migliori. La parrocchia di Chiuso era tutto per lui: corpo e vita. Non gli interessavano gli onori, se non quello di servire Dio e i fratelli con umiltà e amore.
Suor Enrichetta condivise con le detenute la dura vita del carcere in fedeltà al carisma delle suore della Carità di santa Giovanna Antida Thouret, realizzando il proposito di cercare sempre e con amore il più povero e quello che la faceva sentire sposa di Gesù, povero per lei (cfr. Memento del marzo 1925).
Padre Clemente sentì come sue stesse membra le famiglie che gli chiedevano il dono del Battesimo per condividere la fede nell’unico Dio e poi i tantissimi bambini che gli erano affidati perché li salvasse. Questi stessi orfani vedevano il beato uscire per ultimo dalla chiesa e rimanervi a lungo per contemplare nel Tabernacolo la divina Presenza, il Santissimo Sacramento per lui così prezioso perché “vita della sua vita”.
Ecco il messaggio sempre attuale che ci viene dai tre beati: siamo costituiti per formare l’unico Corpo di Cristo, siamo nutriti e santificati dall’Eucaristia, perché “una sola fede illumini e una sola carità riunisca l’umanità diffusa su tutta la terra” (Prefazio).
La grazia sorprendente dell’Eucaristia, l’amore gratuito di Dio che non cessa di farsi dono continua ad esercitare una misteriosa forza d’attrazione anche in un mondo, come il nostro, apparentemente distratto e indifferente, ma in realtà assetato di riconciliazione e di unità, bisognoso di quella carità semplice e concreta che sa trasfigurare la normalità del quotidiano nella piccolezza di un sorriso, di un gesto di amicizia, di una parola di consolazione. «La vita ― come diceva padre Vismara ― è radiosa dal momento in cui si incomincia a donarla… La vita è bella, quando ci si vuol bene… Solo l’amore fa vincere la vita».

Chi mangia questo pane vivrà in eterno

La sorgente di questo Amore, che i nostri occhi potranno contemplare in pienezza solo nell’ultimo giorno, proviene dal Mistero dell’altare. Dall’Eucaristia si sprigiona una luce che anticipa lo splendore della gloria
futura e irradia ogni atto di libera donazione, ogni vera scelta d’amore. Mangiare del Corpo e bere del Sangue di Cristo significa entrare nell’orizzonte della nuova vita che lui, il Crocifisso risorto, ha inaugurato; significa “dimorare in lui” nella certezza meravigliosa del suo “dimorare in noi”. Così è stato per nostri beati, che nutriti del Pane della vita e per questo divenuti loro stessi “pane spezzato” per la vita del mondo, secondo la promessa del Vangelo vivono in eterno.
Intercedete ora per noi, beato Serafino, beata Enrichetta e beato Clemente, perché sappiamo accogliere le parole di Gesù e farle nostre; perché possiamo crescere in quella “grandezza della piccolezza evangelica” che l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini riferiva efficacemente a don Serafino Morazzone. Sì, questa espressione ― “grandezza della piccolezza evangelica” ― trova oggi la sua conferma ecclesiale, anche per gli altri nostri beati, insieme alla certezza – sono ancora parole del futuro Paolo VI – che “il Signore sta con i poveri, coi poveri di cuore, con gli umili e soprattutto con chi ama e sa donare” (13 aprile 1956).

+ Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano
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sabato 25 giugno 2011

La Chiesa nel mondo contemporaneo - XXV parte

Continuiamo il nostro cammino di lettura della Costituzione Pastorale "Gaudiem et spes" di Papa Paolo VI. Continuiamo a leggere le sue parole scaturite dalla forte preoccupazione derivante dalla crisi che cominciava a colpire il sistema familiare. Oggi, in particolare, vediamo l'aspetto fecondativo del matrimonio (importante, ma non esclusivo poiché come detto da Paolo VI, il matrimonio è anche alleanza manifestante amore vicendevole) che permette ai coniugi di partecipare all'opera della Creazione, attraverso la loro piena disponibilità alla procreazione. Oggi c'è chi fa di tutto per impedire la procreazione, ma facendo questo non si fa altro che porsi contro il volere di Dio e la manifestazione piena del vero amore che non può che culminare nella scintilla della vita: 

PARTE II

ALCUNI PROBLEMI PIÙ URGENTI
 

50. La fecondità del matrimonio

Il matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il dono più eccellente del matrimonio e contribuiscono grandemente al bene dei genitori stessi. Dio che disse: « non è bene che l'uomo sia solo» (Gn 2,18) e «che creò all'inizio l'uomo maschio e femmina » (Mt 19,4), volendo comunicare all'uomo una speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la donna, dicendo loro: «crescete e moltiplicatevi» (Gn 1,28). Di conseguenza un amore coniugale vero e ben compreso e tutta la struttura familiare che ne nasce tendono, senza trascurare gli altri fini del matrimonio, a rendere i coniugi disponibili a cooperare coraggiosamente con l'amore del Creatore e del Salvatore che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia.

I coniugi sappiano di essere cooperatori dell'amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla; ciò deve essere considerato come missione loro propria.

E perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità e, con docile riverenza verso Dio, di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi. Però nella loro linea di condotta i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che sia con forme alla legge divina stessa; e siano docili al magistero della Chiesa, che interpreta in modo autentico quella legge alla luce del Vangelo.

Tale legge divina manifesta il significato pieno dell'amore coniugale, lo protegge e lo conduce verso la sua perfezione veramente umana.

Così quando gli sposi cristiani, fidando nella divina Provvidenza e coltivando lo spirito di sacrificio (117), svolgono il loro ruolo procreatore e si assumono generosamente le loro responsabilità umane e cristiane, glorificano il Creatore e tendono alla perfezione cristiana.

Tra i coniugi che in tal modo adempiono la missione loro affidata da Dio, sono da ricordare in modo particolare quelli che, con decisione prudente e di comune accordo, accettano con grande animo anche un più grande numero di figli da educare convenientemente (118).

Il matrimonio tuttavia non è stato istituito soltanto per la procreazione; il carattere stesso di alleanza indissolubile tra persone e il bene dei figli esigono che anche il mutuo amore dei coniugi abbia le sue giuste manifestazioni, si sviluppi e arrivi a maturità. E perciò anche se la prole, molto spesso tanto vivamente desiderata, non c'è, il matrimonio perdura come comunità e comunione di tutta la vita e conserva il suo valore e la sua indissolubilità.

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Le profezie sul futuro della Chiesa

Oggi, la mano di don Marcello Stanzione (di cui abbiamo già letto un interessante articolo riguardante la lotta omosessualista alla vera natura della famiglia), ci mostra, attraverso la figura della Beata Anna Caterina Emmerich, alcune profezie riguardanti il futuro della nostra amata Chiesa:

Per molti cattolici, la figura di Anna Katharina Emmerick (1774-1824) beatificata dal papa Giovanni Paolo II nel 2004, è essenzialmente legata al famosissimo film dell’attore regista australiano Mel Gibson “La Passione di Cristo”, la cui sceneggiatura è in buona parte, per gli aspetti non tratti ovviamente dai vangeli canonici, basata sulle visioni attribuite alla monaca agostiniana tedesca. La beata nacque l’8 settembre 1774 da una famiglia di contadini e non potè frequentare regolarmente la scuola, dovendo lavorare nei campi e aiutare in casa. Sin dalla più tenera età ebbe un profondo desiderio di consacrarsi a Dio nella vita religiosa. Come accadeva a quell’epoca, diverse congregazioni di suore la rifiutarono la rifiutarono perché non aveva a disposizione la necessaria dote economica per entrare in monastero. Solo nel 1802 venne finalmente accolta nel monastero delle Agostiniane di Agnetenberg presso Dulmen e l’anno seguente prese i voti religiosi. Quando nel 1811, il monastero ...

... venne soppresso, la Emmerick fu accolta a Dolmen come domestica del sacerdote Lambert che era fuggito dai terrori della Francia rivoluzionaria.

Dopo poco tempo, ella cominciò a sperimentare i dolori della Passione di Cristo e ricevette la stimmate. Presto si diffuse la voce dei suoi doni soprannaturali:assenza di alimentazione, conoscenza dei cuori umani, riconoscimento delle reliquie dei santi, conoscenza delle erbe medicinali, dei misteri biblici della fede, partecipazione con lo spirito nell’aldilà, comunione con le povere anime del purgatorio e molte persone cominciarono a farle visita, ricevendone insegnamenti e gesti di benevolenza.

Dal 1819 fino al giorno del suo trapasso, nel 1824, le visioni della Emmerick furono dettate da lei stessa al poeta romanticista Clemens Brentano, che poi si convertì sinceramente al Cattolicesimo, il quale sedette quasi interrottamente al capezzale dell’estatica e annotò attentamente in sedicimila grandi fogli i suoi racconti biblici e le contemplazioni mistiche, paragonabili in qualche modo a quelle di Maria De Agreda (1602-1655) o della più recente Teresa Neumann (1898-1962).

L’enorme materiale raccolto e poi ordinato dal poeta, fu pubblicato, in parte postumo, tra il 1858 e 1860,in tre opere principali. Complessivamente l’opera completa curata dal poeta, consta di sei volumi, di cui quattro sulla vita e la passione di Cristo, uno sulla vita della Madonna e uno sull’Antico Testamento. Riguardo ai tempi finali la monaca agostiniana ha lasciato diverse sconcertanti dichiarazioni. Già più di due secoli fa la beata Caterina Emmerich preannunciava che la liberazione di satana sarebbe avvenuta poco prima dell’anno 2000 dichiarando “Mi è stato anche detto che Lucifero verrà liberato per un certo periodo cinquanta o sessanta anni prima dell’anno di Cristo 2000. Mi vennero indicate le date di molti altri eventi che non riesco a ricordare; ma un certo numero di demoni dovranno essere liberati molto prima di Lucifero, in modo che tentino gli uomini e servano come strumenti della giustizia divina”. “Vidi una strana chiesa che veniva costruita contro ogni regola…

Non c’erano angeli a vigilare sulle operazioni di costruzione. In quella chiesa non c’era niente che venisse dall’alto…C’erano solo divisioni e caos. Si tratta probabilmente di una chiesa di umana creazione, che segue l’ultima moda…” (12 settembre 1820). “Vidi cose deplorevoli: stavano giocando d’azzardo, bevendo e parlando in chiesa; stavano anche corteggiando le donne. Ogni sorta di abomini venivano perpetrati là. I sacerdoti permettevano tutto e dicevano la Messa con molta irriverenza. Vidi che pochi di loro erano ancora pii, e solo pochi avevano una sana visione delle cose. Tutte queste cose diedero tanta tristezza” (27 settembre 1820). “Poi vidi che tutto ciò che riguardava il Protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La maggior parte dei sacerdoti erano attratti dalle dottrine seducenti ma false di giovani insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione.

In quei giorni, la Fede cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche famiglie che Dio ha protetto dai disastri e dalle guerre” (1820) “Stavano costruendo una Chiesa grande, strana, e stravagante. Tutti dovevano essere ammessi in essa per essere uniti ed avere uguali diritti: evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione” (22 aprile 1823). “Ho visto di nuovo la strana grande chiesa. Non c’era niente di santo in essa.

Ho visto anche un movimento guidato da ecclesiastici a cui contribuivano angeli, santi ed altri cristiani. [Nella strana chiesa] C’era qualcosa di orgoglioso, presuntuoso e violento in tutto ciò, ed essi sembravano avere molto successo. Sullo sfondo, in lontananza, vidi la sede di un popolo crudele armato di lance, e vidi una figura che rideva, che disse: “Costruitela pure quanto più solida potete; tanto noi la butteremo a terra” (12 settembre 1820). “Fra le cose più strane che vidi, vi erano delle lunghe processioni di vescovi. Le loro colpe verso la religione venivano mostrate attraverso delle deformità esterne” (1 giugno 1820). “La Messa era breve. Il Vangelo di San Giovanni non veniva letto alla fine” (12 luglio 1820). (Fino alla riforma liturgica del 1967, la Santa Messa si concludeva con la lettura del Prologo del vangelo di Giovanni. Le profezie della santa si riferiscono quindi al periodo successivo al 1967). “Vidi la Chiesa di San Pietro in rovina, e il modo in cui tanti membri del clero erano essi stessi impegnati in quest’opera di distruzione – ma nessuno di loro desiderava farlo apertamente davanti agli altri. Gesù mi dice che la Chiesa sembrerà in completo declino. Ma sarebbe risorta” (4 ottobre 1820). “Vidi ancora una volta la Chiesa di Pietro era minata da un piano elaborato dalla setta segreta, mentre le bufere la stavano danneggiando… Ma vidi anche che l’aiuto sarebbe arrivato quando le afflizioni avrebbero raggiunto il loro culmine. Vidi di nuovo la Beata Vergine ascendere sulla Chiesa e stendere il suo manto su di essa. Vidi un Papa che era mite e al tempo stesso molto fermo/…/ Vidi un grande rinnovamento e la Chiesa che si liberava in alto nel cielo”. “La Chiesa si trova in grande pericolo. Dobbiamo pregare affinché il Papa non lasci Roma; ne risulterebbero innumerevoli mali se lo facesse. Ora stanno pretendendo qualcosa da lui.

La dottrina protestante e quella dei greci scismatici devono diffondersi dappertutto. Ora vedo che in questo luogo la Chiesa viene minata in maniera così astuta che rimangono a mala pena un centinaio di sacerdoti che non siano stati ingannati. Tutti lavorano alla distruzione, persino il clero.

Si avvicina una grande devastazione” (1 ottobre 1820). “Mentre attraversavo Roma con San Francesco e altri santi, vedemmo un grande palazzo avvolto dalle fiamme, ma mentre ci avvicinavamo il fuoco diminuì e noi vedemmo un edificio annerito. Finalmente raggiungemmo il Papa. Era seduto al buio e addormentato su una grande poltrona: era molto ammalato e debole; non riusciva più a camminare. Gli ecclesiastici nella cerchia interna sembravano insinceri e privi di zelo; non mi piacevano.

Parlai al Papa dei vescovi che presto dovevano essere nominati. Gli dissi anche che non doveva lasciare Roma. Se l’avesse fatto sarebbe stato il caos. Egli pensava che il male fosse inevitabile e che doveva partire per salvare molte cose…

Era molto prospero a lasciare Roma e veniva esortato insistentemente a farlo. La Chiesa è completamente deserta. Sembra che tutti stiano scappando. Dappertutto vedo grande miseria, odio, tradimento, rancore, confusione, e una totale cecità. O città! O città! Cosa ti minaccia? La tempesta sta arrivando; sii vigile! (7 ottobre 1820). “Vedo il Santo Padre in grande angoscia. Egli vive in un palazzo diverso da quello di prima e vi ammette solo un numero limitato di amici a lui vicini. Temo che il Santo Padre soffrirà molte altre prove prima di morire. Vedo che la falsa chiesa delle tenebre sta facendo progressi, e vedo la tremenda influenza che essa ha sulla gente” (10 agosto 1820).

“Il Santo Padre, immerso nel suo dolore, è ancora nascosto per evitare le incombenze pericolose. Ora può fidarsi solo di poche persone; è principalmente per questa ragione che deve nascondersi. Ma ha ancora con sé un anziano sacerdote di grande semplicità e devozione.

Egli è suo amico, e per la sua semplicità non pesavano valesse la pena toglierlo di mezzo.. Ma quest’uomo riceve molte grazie da Dio. Vede e si rende conto di molte cose che riferisce fedelmente al Santo Padre. Mi veniva chiesto di informarlo, mentre stava pregando, sui traditori e gli operatori di iniquità che facevano parte delle alte gerarchie dei servi che vivevano accanto a lui, così che egli potesse avvedersene”. “Vidi quanto sarebbero state nefaste le conseguenze di questa falsa chiesa.

L’ho veduta aumentare di dimensioni; eretici di ogni tipo venivano nella città [di Roma].

Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità… Allora la visione sembrò estendersi da ogni parte. Intere comunità cattoliche erano oppresse, assediate, confinate e private della loro libertà. Vidi molte chiese che venivano chiuse, dappertutto grandi sofferenze, guerre e spargimento di sangue. Una plebaglia selvaggia e ignorante si dava ad azioni violente. Ma tutto ciò non durò a lungo” (13 maggio 1820). “Ho avuto un’altra visione della grande tribolazione. Mi sembrava che si pretendesse dal clero una concessione che non poteva essere accordata. Vidi molti sacerdoti anziani, specialmente uno, che piangevano amaramente. Anche alcuni più giovani stavano piangendo. Ma altri (e i tiepidi erano fra questi) facevano senza alcuna obiezione ciò che gli veniva chiesto.

Era come se la gente si stesse dividendo in due fazioni” (12 aprile 1820). “Vidi un’apparizione della Madre di Dio, che disse che la tribolazione sarebbe stata molto grande. Aggiunse che queste persone devono pregare ferventemente…Devono pregare soprattutto perché la chiesa delle tenebre abbandoni Roma” (25 agosto 1820). “Vidi la Chiesa di San Pietro: era stata distrutta ad eccezione del Santuario e dell’Altare principale (10 settembre 1820).

“Vedo altri martiri, non ora ma in futuro… Vidi le sette segrete minare spietatamente la grande Chiesa. Vicino ad esse vidi una bestia orribile che saliva dal mare. (Ap 13,1). In tutto il mondo le persone buone e devote, e specialmente il clero, erano vessate, oppresse e messe in prigione.

Ebbi la sensazione che sarebbero diventate martiri un giorno. Quando la Chiesa per la maggior parte era stata distrutta e quando solo i santuari e gli altari erano ancora in piedi, vidi entrare nella Chiesa i devastatori con la Bestia.

Là essi incontrarono una donna di nobile contegno che sembrava portare nel suo grembo un bambino, perché camminava lentamente. A questa vista i nemici erano terrorizzati e la Bestia non riusciva a fare neanche un altro passo in avanti. Essa proiettò il suo collo verso la Donna come per divorarla, ma la Donna si voltò e si prostrò, con la testa che toccava il suolo. Allora vidi la Bestia che fuggiva di nuovo verso il mare, e i nemici stavano scappando nella più grande confusione” (Agosto –ottobre 1820).

“Verranno tempi molto cattivi, nei quali i non cattolici svieranno molte persone. Vidi anche la battaglia. I nemici erano molto più numerosi, ma il piccolo esercito di fedeli ne abbatté file intere [di soldati nemici]. Durante la battaglia, la Madonna si trovava in piedi su una collina, e indossava un’armatura. Era una guerra terribile. Alla fine, solo pochi combattimenti per la giusta causa erano sopravvissuti, ma la vittoria era la loro” (22 ottobre 1822).

“Vidi, in grande lontananza, grandiose legione che si avvicinavano. Davanti a tutti vidi un uomo su un cavallo bianco (Ap 19,11-21?). I prigionieri venivano liberati e si univano a loro. Tutti i nemici venivano inseguiti. Allora, vidi che la Chiesa veniva prontamente ricostruita, ed era magnifica più di prima” (Agosto – ottobre 1820). “Vidi un nuovo Papa che sarà molto rigoroso. Egli si alienerà i vescovi freddi e tiepidi. Non è un romano, ma è italiano . Proviene da un luogo che non è lontano da Roma. Ma per qualche tempo dovranno esserci ancora molte lotte e agitazioni(27 gennaio 1822). “Vorrei che fosse qui il tempo in cui regnerà il Papa vestito di rocco. Vedo gli apostoli, non quelli del passato ma gli apostoli degli ultimi tempi e mi sembra che il Papa sia fra loro”.

“Gli ebrei ritorneranno in Palestina e diverranno cristiani verso la fine del mondo”.

Don Marcello Stanzione - Milizia di San Michele Arcangelo
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venerdì 24 giugno 2011

Pacem in Terris - II

Continuiamo la lettura dell'ultima Enciclica pubblicata da papa Giovanni XXIII "Pacem in terris". Sia come la Rerum Novarum e la Centesimus Annus, anche quest'Enciclica si sofferma sulla persona umana quale soggetto di diritti e doveri, provvedendo ad un'elencazione di quali sono i principali diritti che dovrebbero essere riconosciuto agli esseri umani, in una giusta ed ordinata convivenza (in un momento storico molto delicato come quello attuale, sicuramente quest'opera può riacquistare una grande forza attuale nel tracciare la strada per una pacifica convivenza):

I

L’ORDINE TRA GLI ESSERI UMANI

Ogni essere umano è persona, soggetto di diritti e di doveri

5. In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili [2].

Che se poi si considera la dignità della persona umana alla luce della rivelazione divina, allora essa apparirà incomparabilmente più grande, poiché gli uomini sono stati redenti dal sangue di Gesù Cristo, e con la grazia sono divenuti figli e amici di Dio e costituiti eredi della gloria eterna.

I diritti

Il diritto all’esistenza e ad un tenore di vita dignitoso


6. Ogni essere umano ha il diritto all’esistenza, all’integrità fisica, ai mezzi indispensabili e sufficienti per un dignitoso tenore di vita, specialmente per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario, l’abitazione, il riposo, le cure mediche, i servizi sociali necessari; ed ha quindi il diritto alla sicurezza in caso di malattia, di invalidità, di vedovanza, di vecchiaia, di disoccupazione, e in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà [3].

Diritti riguardanti i valori morali e culturali

7. Ogni essere umano ha il diritto al rispetto della sua persona; alla buona riputazione; alla libertà nella ricerca del vero, nella manifestazione del pensiero e nella sua diffusione, nel coltivare l’arte, entro i limiti consentiti dall’ordine morale e dal bene comune; e ha il diritto all’obiettività nella informazione.

Scaturisce pure dalla natura umana il diritto di partecipare ai beni della cultura, e quindi il diritto ad un’istruzione di base e ad una formazione tecnico-professionale adeguata al grado di sviluppo della propria comunità politica. Ci si deve adoperare perché sia soddisfatta l’esigenza di accedere ai gradi superiori dell’istruzione sulla base del merito; cosicché gli esseri umani, nei limiti del possibile, nella vita sociale coprano posti e assumano responsabilità conformi alle loro attitudini naturali e alle loro capacità acquisite [4].

Il diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza

8. Ognuno ha il diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza; e quindi il diritto al culto di Dio privato e pubblico. Infatti, come afferma con chiarezza Lattanzio: "Siamo stati creati allo scopo di rendere a Dio creatore il giusto onore che gli è dovuto, di riconoscere lui solo e di seguirlo. Questo è il vincolo di pietà che a lui ci stringe e a lui ci lega, e dal quale deriva il nome stesso di religione"[5]. Ed il nostro predecessore di i. m. Leone XIII cosi si esprime: "Questa libertà vera e degna dei figli di Dio, che mantiene alta la dignità dell’uomo, è più forte di qualunque violenza ed ingiuria, e la Chiesa la reclamò e l’ebbe carissima ognora. Siffatta libertà rivendicarono con intrepida costanza gli apostoli, la sancirono con gli scritti gli apologisti, la consacrarono gran numero di martiri col proprio sangue"[6].

Il diritto alla libertà nella scelta del proprio stato

9. Gli esseri umani hanno il diritto alla libertà nella scelta del proprio stato; e quindi il diritto di creare una famiglia, in parità di diritti e di doveri fra uomo e donna; come pure il diritto di seguire la vocazione al sacerdozio o alla vita religiosa [7].

La famiglia, fondata sul matrimonio contratto liberamente, unitario e indissolubile, è e deve essere considerata il nucleo naturale ed essenziale della società. Verso di essa vanno usati i riguardi di natura economica, sociale, culturale e morale che ne consolidano la stabilità e facilitano l’adempimento della sua specifica missione.

I genitori posseggono un diritto di priorità nel mantenimento dei figli e nella loro educazione [8].

Diritti attinenti il mondo economico

10. Agli esseri umani è inerente il diritto di libera iniziativa in campo economico e il diritto al lavoro [9].

A siffatti diritti è indissolubilmente congiunto il diritto a condizioni di lavoro non lesive della sanità fisica e del buon costume, e non intralcianti lo sviluppo integrale degli esseri umani in formazione; e, per quanto concerne le donne, il diritto a condizioni di lavoro conciliabili con le loro esigenze e con i loro doveri di spose e di madri [10].

Dalla dignità della persona scaturisce pure il diritto di svolgere le attività economiche in attitudine di responsabilità [11]. Va inoltre e in modo speciale messo in rilievo il diritto ad una retribuzione del lavoro determinata secondo i criteri di giustizia, e quindi sufficiente, nelle proporzioni rispondenti alla ricchezza disponibile, a permettere al lavoratore ed alla sua famiglia, un tenore di vita conforme alla dignità umana. In materia, il nostro predecessore Pio XII cosi si esprimeva: "Al dovere personale del lavoro imposto dalla natura corrisponde e consegue il diritto naturale in ciascun individuo a fare del lavoro il mezzo per provvedere alla vita propria e dei figli: tanto altamente è ordinato per la conservazione dell’uomo l’impero della natura" [12]. Scaturisce pure dalla natura dell’uomo il diritto di proprietà privata sui beni anche produttivi: "diritto che costituisce un mezzo idoneo all’affermazione della persona umana e all’esercizio della responsabilità in tutti i campi, un elemento di consistenza e di serenità per la vita familiare e di pacifico e ordinato sviluppo nella convivenza" [13].

Torna opportuno ricordare che al diritto di proprietà privata è intrinsecamente inerente una funzione sociale [14].

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