venerdì 31 dicembre 2010

L'impegno politico del cristiano - Nota dottrinale - III

Nel nostro cammino volto alla scoperta del rapporto tra il cristiano e la politica, continuiamo la lettura della nota dottrinale emanata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, il 24 novembre 2002, dall'allora Prefetto Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI!. Oggi vediamo e conosciamo i principi della dottrina cattolica su laicità e pluralismo che sono i temi più controversi nel rapporto tra il cristiano e la politica, soprattutto nel nostro Paese costituzionalmente laico:

III. Principi della dottrina cattolica su laicità e pluralismo 


5. Di fronte a queste problematiche, se è lecito pensare all’utilizzo di una pluralità di metodologie, che rispecchiano sensibilità e culture differenti, nessun fedele tuttavia può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società. Non si tratta di per sé di «valori confessionali», poiché tali esigenze etiche sono radicate nell’essere umano e appartengono alla legge morale naturale. Esse non esigono in chi le difende la professione di fede cristiana, anche se la dottrina della Chiesa le conferma e le tutela sempre e dovunque come servizio disinteressato alla verità sull’uomo e al bene comune delle società civili. D’altronde, non si può negare che la politica debba anche riferirsi a principi che sono dotati di valore assoluto proprio perché sono al servizio della dignità della persona e del vero progresso umano.

6. Il richiamo che spesso viene fatto in riferimento alla “laicità” che dovrebbe guidare l’impegno dei cattolici, richiede una chiarificazione non solo terminologica. La promozione secondo coscienza del bene comune della società politica nulla ha a che vedere con il “confessionalismo” o l’intolleranza religiosa. Per la dottrina morale cattolica la laicità intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - ma non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto.[23] Giovanni Paolo II ha più volte messo in guardia contro i pericoli derivanti da qualsiasi confusione tra la sfera religiosa e la sfera politica. «Assai delicate sono le situazioni in cui una norma specificamente religiosa diventa, o tende a diventare, legge dello Stato, senza che si tenga in debito conto la distinzione tra le competenze della religione e quelle della società politica. Identificare la legge religiosa con quella civile può effettivamente soffocare la libertà religiosa e, persino, limitare o negare altri inalienabili diritti umani».[24] Tutti i fedeli sono ben consapevoli che gli atti specificamente religiosi (professione della fede, adempimento degli atti di culto e dei Sacramenti, dottrine teologiche, comunicazioni reciproche tra le autorità religiose e i fedeli, ecc.) restano fuori dalle competenze dello Stato, il quale né deve intromettersi né può in modo alcuno esigerli o impedirli, salve esigenze fondate di ordine pubblico. Il riconoscimento dei diritti civili e politici e l’erogazione dei pubblici servizi non possono restare condizionati a convinzioni o prestazioni di natura religiosa da parte dei cittadini.

Questione completamente diversa è il diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di tutti gli altri cittadini, di cercare sinceramente la verità e di promuovere e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale, la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona. Il fatto che alcune di queste verità siano anche insegnate dalla Chiesa non diminuisce la legittimità civile e la “laicità” dell’impegno di coloro che in esse si riconoscono, indipendentemente dal ruolo che la ricerca razionale e la conferma procedente dalla fede abbiano svolto nel loro riconoscimento da parte di ogni singolo cittadino. La “laicità”, infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale sull’uomo che vive in società, anche se tali verità siano nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una. Sarebbe un errore confondere la giusta autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con la rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa.

Con il suo intervento in questo ambito, il Magistero della Chiesa non vuole esercitare un potere politico né eliminare la libertà d’opinione dei cattolici su questioni contingenti. Esso intende invece — come è suo proprio compito — istruire e illuminare la coscienza dei fedeli, soprattutto di quanti si dedicano all’impegno nella vita politica, perché il loro agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune. L’insegnamento sociale della Chiesa non è un’intromissione nel governo dei singoli Paesi. Pone certamente un dovere morale di coerenza per i fedeli laici, interiore alla loro coscienza, che è unica e unitaria. «Nella loro esistenza non possono esserci due vite parallele: da una parte, la vita cosiddetta “spirituale”, con i suoi valori e con le sue esigenze; e dall’altra, la vita cosiddetta “secolare”, ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali, dell’impegno politico e della cultura. Il tralcio, radicato nella vite che è Cristo, porta i suoi frutti in ogni settore dell’attività e dell’esistenza. Infatti, tutti i vari campi della vita laicale rientrano nel disegno di Dio, che li vuole come “luogo storico” del rivelarsi e del realizzarsi dell’amore di Gesù Cristo a gloria del Padre e a servizio dei fratelli. Ogni attività, ogni situazione, ogni impegno concreto — come, ad esempio, la competenza e la solidarietà nel lavoro, l’amore e la dedizione nella famiglia e nell’educazione dei figli, il servizio sociale e politico, la proposta della verità nell’ambito della cultura — sono occasioni provvidenziali per un “continuo esercizio della fede, della speranza e della carità”».[25] Vivere ed agire politicamente in conformità alla propria coscienza non è un succube adagiarsi su posizioni estranee all’impegno politico o su una forma di confessionalismo, ma l’espressione con cui i cristiani offrono il loro coerente apporto perché attraverso la politica si instauri un ordinamento sociale più giusto e coerente con la dignità della persona umana.

Nelle società democratiche tutte le proposte sono discusse e vagliate liberamente. Coloro che in nome del rispetto della coscienza individuale volessero vedere nel dovere morale dei cristiani di essere coerenti con la propria coscienza un segno per squalificarli politicamente, negando loro la legittimità di agire in politica coerentemente alle proprie convinzioni riguardanti il bene comune, incorrerebbero in una forma di intollerante laicismo. In questa prospettiva, infatti, si vuole negare non solo ogni rilevanza politica e culturale della fede cristiana, ma perfino la stessa possibilità di un’etica naturale. Se così fosse, si aprirebbe la strada ad un’anarchia morale che non potrebbe mai identificarsi con nessuna forma di legittimo pluralismo. La sopraffazione del più forte sul debole sarebbe la conseguenza ovvia di questa impostazione. La marginalizzazione del Cristianesimo, d’altronde, non potrebbe giovare al futuro progettuale di una società e alla concordia tra i popoli, ed anzi insidierebbe gli stessi fondamenti spirituali e culturali della civiltà.[26]

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Motu proprio di Benedetto XVI

Come ultimo atto dell'anno, pubblichiamo il motu proprio di Papa Benedetto XVI, con cui il nostro Pontefice ha preso misure coraggiose e molto forti quanto giuste. Purtroppo, la cupidigia porta anche alla disonestà e c'è bisogno di misure drastiche atte ad evitare attività illegali nel campo finanziario e monetario. Quest'atto conclude un anno difficile che ha visto, però, una pronta e ferma risposta del nostro Papa che ha dimostrato di avere grande forza e coraggio. Per questo auguriamo il meglio possibile al nostro Pastore terreno e lo facciamo pubblicando quest'atto importante:

LETTERA APOSTOLICA
IN FORMA DI “MOTU PROPRIO” DI
BENEDETTO XVI
PER LA PREVENZIONE ED IL CONTRASTO
DELLE ATTIVITÁ ILLEGALI
IN CAMPO FINANZIARIO E MONETARIO




La Sede Apostolica ha sempre levato la sua voce per esortare tutti gli uomini di buona volontà, e soprattutto i responsabili delle Nazioni, all’impegno nell’edificazione, anche attraverso una pace giusta e duratura in ogni parte del mondo, della universale città di Dio verso cui avanza la storia della comunità dei popoli e delle Nazioni [Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 7: AAS 101 /2009), 645]. La pace purtroppo, ai nostri tempi, in una società sempre più globalizzata, è minacciata da diverse cause, fra le quali quella di un uso improprio del mercato e dell’economia e quella, terribile e distruttrice, della violenza che il terrorismo perpetra, causando morte, sofferenze, odio e instabilità sociale.

Molto opportunamente la comunità internazionale si sta sempre più dotando di principi e strumenti giuridici che permettano di prevenire e contrastare il fenomeno del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo.

La Santa Sede approva questo impegno ed intende far proprie queste regole nell’utilizzo delle risorse materiali che servono allo svolgimento della propria missione e dei compiti dello Stato della Città del Vaticano.

In tale quadro, anche in esecuzione della Convenzione Monetaria fra lo Stato della Città del Vaticano e l’Unione Europea del 17 dicembre 2009, ho approvato per lo Stato medesimo l’emanazione della Legge concernente la prevenzione ed il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo del 30 dicembre 2010, che viene oggi promulgata.

Con la presente Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio:

a) stabilisco che la suddetta Legge dello Stato della Città del Vaticano e le sue future modificazioni abbiano vigenza anche per i Dicasteri della Curia Romana e per tutti gli Organismi ed Enti dipendenti dalla Santa Sede ove essi svolgano le attività di cui all’art. 2 della medesima Legge;

b) costituisco l’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF) indicata nell’articolo 33 della Legge concernente la prevenzione ed il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo, quale Istituzione collegata alla Santa Sede, a norma degli articoli 186 e 190 -191 della Costituzione Apostolica “Pastor Bonus”, conferendo ad essa la personalità giuridica canonica pubblica e la personalità civile vaticana ed approvandone lo Statuto, che è unito al presente Motu Proprio;

c) stabilisco che l’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF) eserciti i suoi compiti nei confronti dei Dicasteri della Curia Romana e di tutti gli Organismi ed Enti di cui alla lettera a);

d) delego, limitatamente alle ipotesi delittuose di cui alla suddetta Legge, i competenti Organi giudiziari dello Stato della Città del Vaticano ad esercitare la giurisdizione penale nei confronti dei Dicasteri della Curia Romana e di tutti gli Organismi ed Enti di cui alla lettera a).

Dispongo che quanto stabilito abbia pieno e stabile valore a partire dalla data odierna, nonostante qualsiasi disposizione contraria, pur meritevole di speciale menzione.

La presente Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio stabilisco che sia pubblicata in Acta Apostolicae Sedis.

Dato a Roma, dal Palazzo Apostolico, il 30 dicembre dell’anno 2010, sesto del Pontificato.



BENEDICTUS PP. XVI


© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
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giovedì 30 dicembre 2010

La piaga della mafia - Sacerdote del Signore

Torniamo a parlare di mafia e continuiamo a guardare uno dei martiri di questa battaglia contro il cancro mafioso e cioè Don Pino Puglisi. Oggi leggiamo una delle numerose testimonianze che la rete contribuisce a diffondere affinché si comprenda a pieno il valore di quest'uomo che ha servito il bene fino al martirio. Tale testimonianza è di Vito Magno e proviene dalla Rivista "Ai Nostri Amici" del settembre - ottobre 1993:

Di Don Giuseppe Puglisi, il prete assassinato dalla mafia il 15 settembre ‘93, è stato scritto molto, ma non è stato detto tutto.

E’ morto a cinquantasei anni, ma a leggere i giornali si potrebbe pensare che li avesse tutti trascorsi nella parrocchia palermitana al Brancaccio, che guidava da soli tre anni.
Il grosso della sua attività, invece, don Puglisi lo ha dedicato all’animazione vocazionale, prima come direttore del Centro diocesano vocazioni di Palermo, poi del Centro regionale ed insieme come consigliere del Centro nazionale. E anche quando accettò dal cardinale Pappalardo di diventare parroco al Brancaccio non lasciò la direzione spirituale del seminario.

Difficile sapere quanti sacerdoti, religiosi e suore siano debitori a lui della maturazione e anche del sostegno della propria vocazione. Facile è invece cogliere il concetto che aveva della pastorale delle vocazioni attraverso i suoi articoli e soprattutto le sue poliedriche iniziative.

Pastorale che riteneva non marginale nella vita di ogni sacerdote e di ogni persona consacrata. Amava dire che «non è la vita facile ad attirare i giovani» e con tale convincimento impostava con rigore sia i programmi per animatori vocazionali, sia la propria diretta e personale azione promozionale.

Don Puglisi aveva anche un chiodo fisso. Era convinto che nel tempo in cui si sa tutto, in cui l’informazione è tutto, carente e lacunosa è invece la formazione. Per cui pensò di istituire corsi per animatori a durata biennale, convegni annuali, scuole di preghiera, e riuscì persino a convincere molti parroci a dedicare un mese intero dell’anno alla catechesi ed alla preghiera per le vocazioni.

Come consigliere del Centro nazionale vocazioni meravigliava per l’assiduità alle riunioni e per l’inesauribile disponibilità. Da collega non l’ho mai visto scaldare la sedia! Del resto nessun impegno per lui era mai esclusivamente formale; il suo «sì» era, voleva e sapeva essere sostanziale.

Eppure, a vederlo di persona, pareva bastassero poche parole a definirlo. Coraggioso, ma schivo; lavoratore instancabile, ma sereno e riposato in volto, come volevano la sua mitezza ed una umiltà del cuore così a lungo coltivata da sembrare un dono di natura. Il ritratto di un prete «qualunque», un «anti-eroe», se ad eroe si vuoi dare il significato retorico di una grandezza rumorosa dai gesti clamorosi. Commosse non pochi di noi, suoi amici, quando ritirandosi dalle attività dirette in campo vocazionale, disse di avere accettato di fare il parroco al Brancaccio solo «per obbedienza e per amore».

In verità «per obbedienza e per amore» aveva abbracciato la vita sacerdotale e aveva accettato le responsabilità affidategli. «Per obbedienza e per amore» faceva ogni cosa gli fosse assegnata. Gli incarichi che ricopriva non erano qualcosa di accessorio e di decorativo; lo impegnavano fino in fondo. Il classico age quod agis (fa quel che fai) era il suo codice deontologico. Non c’era cosa, fosse anche il più piccolo e apparentemente trascurabile dei suoi impegni, che egli non portasse avanti sul serio e sino in fondo. Una volta disse persino che avrebbe voluto morire a sessant’anni, temendo che superata quella soglia non sarebbe stato più in grado di portare avanti pienamente il suo lavoro di sacerdote.

E certo un fatto: chi ha voluto eliminarlo aveva misurato a dovere il personaggio, poiché aveva capito che sacerdoti come don Puglisi, che non fanno rumore, ma la cui fibra spirituale è saldissima, riescono ad alzare steccati insormontabili di fronte al male, all’ingiustizia, alla menzogna, alla sopraffazione. L’ostinazione dei miti, e persino la loro sconfitta materiale sono sempre una vittoria.

Credo che non andrebbe dimenticato che a dare questa testimonianza eroica fu un uomo ed un sacerdote che della pastorale delle vocazioni aveva fatto la frontiera avanzata del suo ministero, e che proprio attraverso questa pastorale aveva maturato una fedeltà inossidabile al vangelo. Un poster gli era particolarmente caro; uno dei primi stampati dal Centro nazionale vocazioni e che teneva permanentemente esposto nel suo ufficio parrocchiale. Questo poster raffigura un orologio senza lancette con su scritto: «Per Cristo a tempo pieno!»

Non c’è dubbio che don Giuseppe Puglisi è il primo «animatore vocazionale» italiano morto martire. E se «il seme dei martiri è seme di cristiani», il suo sangue farà sbocciare altri coraggiosi animatori vocazionali.

VITO MAGNO

(religioso rogazionista, giornalista, membro del Centro Nazionale Vocazioni)

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Il 2010 di Papa Benedetto XVI

Anche sulla Vigna abbiamo preso atto che il 2010 sta ormai volgendo al termine. In molte sezioni abbiamo visto quest'anno così difficile che ha portato molta sofferenza, ma anche gioia. Anche il nostro amato Papa ha avuto un anno abbastanza travagliato che l'ha messo a dura prova (Cinque viaggi internazionali, quattro visite pastorali in Italia, un’Esortazione apostolica, un Concistoro e un sinodo, 45 udienze generali con quella di domani, un libro intervista).
 Tutti noi ricordiamo soprattutto quanto fango è stato gettato e quanto male ha cercato di distruggere le fondamenta della Chiesa, partendo dalla sua credibilità morale. MA nonostante tutto, Benedetto XVI ha mantenuto saldo il bastone da Pastore e con l'aiuto di Dio ha condotto il gregge con fermezza, evitando che si disperdesse o che si lasciasse contaminare da idee immorali e fuori da ogni logica cristiana. Egli ci ha dato un grande esempio, confidando nel Signore e andando avanti nonostante tutto e nonostante tutti: per questo vogliamo ringraziarlo, per tutto quanto ha fatto per noi e per la Chiesa Cattolica, piangendo con chi piangeva e sorridendo con chi sorrideva. 
Per questo, ecco un'intervista di Radio Vaticana a padre Federico Lombardi, che  si sofferma sui passaggi salienti del 2010 del Papa:  

R. – Il problema di quest’anno non è del tutto nuovo. In Paesi come gli Stati Uniti si era posto già una decina di anni fa con grande intensità. Anche in Irlanda il problema risale agli anni passati e, nel corso del 2009, era già stato affrontato dal Papa, insieme ad alcuni vescovi irlandesi: il Papa aveva annunciato la sua lettera ai cattolici d’Irlanda su questo tema. E’ vero, però, che nel corso di quest’anno il problema si è posto con forza anche in altri Paesi europei e questo ha suscitato notevole reazione e sconcerto. Il Pontefice ha fatto molti atti e molti interventi, che sono stati esemplari, su come affrontare, e con quale spirito, questo problema. Ha dimostrato con l’ascolto delle vittime in varie occasioni un atteggiamento di prontezza ad ascoltare, a capire, a partecipare alla sofferenza. Ha invitato in molti casi la Chiesa a un rinnovamento profondo: ricordiamo il discorso finale dell’Anno sacerdotale che ci ha toccato tutti molto profondamente. Ha poi anche incoraggiato concretamente tutti quelli che si impegnano nel campo della prevenzione, del risanamento di queste ferite. Siamo quindi nella giusta direzione per superare il dramma di questo scandalo, che ha ferito profondamente tante persone, ma che deve essere preso come occasione per un rinnovamento, per una capacità di ascolto, per una riflessione in profondità su tutti i temi. Non solo, dunque, sul tema della santità sacerdotale, ma anche sui temi della sessualità e del rispetto della persona nel mondo di oggi, dove tante volte questo rispetto manca proprio per quanto riguarda la dimensione della sessualità e dell’affettività. Da questo grande dramma, io spero possa venire per la Chiesa un impulso di rinnovamento e anche di impegno su frontiere più approfondite per un servizio alla dignità della persona umana, alla santità della vita.

D. – Il Papa ha dedicato alla libertà religiosa il messaggio per la Giornata mondiale della pace: un tema di drammatica attualità, vista anche la recrudescenza delle persecuzioni anticristiane...

R. – Noi di solito, pensando alle persecuzioni, alle difficoltà dei cristiani, guardiamo principalmente ai Paesi del Medio Oriente, però è vero, purtroppo, che anche in tante altre regioni del mondo ci sono problemi: pensiamo ai fatti accaduti in India, nelle Filippine e in altre parti dell’Asia. Ciò che ci ha molto addolorato, in particolare in questi ultimi mesi, sono i problemi posti alla libertà di religione, di coscienza dei cristiani in Cina. Su questo vi sono stati alcuni interventi importanti e anche molto espliciti da parte delle autorità vaticane. Il documento per la Giornata Mondiale della pace di quest’anno ha tuttavia invitato anche ad allargare lo sguardo sull’Occidente, sulle società secolarizzate. Il termine “cristianofobia” è stato usato per la prima volta dal Papa nel discorso alla Curia Romana, ed è qualcosa che riguarda anche i nostri Paesi e le nostre culture: questo tentativo di emarginare dalla vita pubblica, in particolare, i segni cristiani e le espressioni della vita cristiana. Insistere sul diritto di praticare esplicitamente e liberamente la fede cristiana in tutte le aree del mondo, anche in quelle dei Paesi secolarizzati, come contributo alla vita buona della società, è stato uno dei messaggi più significativi del Santo Padre durante il viaggio nel Regno Unito ed è stato molto ascoltato, in particolare nel discorso a Westminster Hall.

D. – Uno dei momenti forti nella vita della Chiesa del 2010 è stato il Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente. Anche in questa occasione il Papa ci ha ricordato, come fa costantemente, quanto i cristiani, e non solo in Terra Santa, siano promotori di riconciliazione, costruttori di pace...

R. – Sì, pure se purtroppo ci sono stati, anche dopo il Sinodo, segni di violenza e di difficoltà per i cristiani - ricordiamo l’attentato alla chiesa di Baghdad - il Sinodo ha dato un’impressione di vitalità, di impegno, di desiderio di testimoniare attivamente, da parte dei cristiani dei diversi riti, delle diverse comunità nella regione. Quindi, è stato anche un segno di speranza, nonostante le difficoltà che perdurano.

D. – Benedetto XVI ha compiuto molti viaggi quest’anno: quattro in Italia e cinque internazionali. Quello nel Regno Unito, come lui stesso ha affermato, resta memorabile, anche per la Beatificazione di John Henry Newman...

R. – La figura di Newman è stata importante, in questo viaggio. La figura di Newman per questo Pontefice è una figura di significato cruciale per il rapporto tra fede, ragione e spiritualità. Nell’ultimo discorso alla Curia romana, il Papa ha messo in rilievo un aspetto in più, che non aveva approfondito durante il viaggio nel Regno Unito, cioè quello della coscienza: cosa significa la coscienza, per il cardinale Newman, come criterio di guida nel cammino della ricerca della verità. La personalità di Newman, soprattutto per il mondo anglofono, ma anche per la Chiesa universale, viene proposta dal Papa come una figura luminosa, in un tempo in cui bisogna trovare sia pure tra difficoltà, ma con costanza, il cammino nel contesto di un dibattito culturale, religioso, spirituale molto impegnativo.

D. – Tra le decisioni di largo orizzonte prese dal Papa quest’anno c’è l’istituzione di un dicastero per la Nuova Evangelizzazione. Pensiamo anche alla formula del “Cortile dei gentili”, proposta da Benedetto XVI per gli uomini del nostro tempo...

R. – La costituzione di un nuovo Dicastero è stata forse una sorpresa, perché non si pensava che occorressero nuove istituzioni nell’ambito della Curia romana. E’ un messaggio, però, molto chiaro: il messaggio della priorità dell’annuncio, dell’annuncio del Vangelo, nella missione della Chiesa, sempre attraverso i tempi, anche in situazioni difficili. Il dicastero della Nuova Evangelizzazione è un messaggio specifico, ma deve lavorare nel contesto della più ampia missione della Chiesa, tematizzando proprio l’annuncio esplicito del Vangelo nel mondo di oggi.

D. – Lei ha definito il libro intervista “Luce del mondo” un “atto di vero coraggio comunicativo”. Qual è la sfida che, secondo lei, Benedetto XVI lancia agli operatori della comunicazione, un fenomeno questo che contraddistingue, quasi definisce l’era in cui viviamo?

R. – Noi continuiamo a scoprire le caratteristiche specifiche di Papa Benedetto XVI nella direzione della comunicazione. Vi era l’idea che fosse un Papa non comunicativo, rispetto al suo grande predecessore. In realtà, sta trovando delle formule che sono sue, caratteristiche, ma nuove - anche da parte di un Papa - per comunicare il messaggio. Pensiamo allo stesso libro “Gesù di Nazareth” di cui stiamo attendendo il secondo volume e di cui poi speriamo di avere il completamento con un terzo volume: un libro di carattere teologico-spirituale, scritto personalmente da un Papa teologo è anch’esso una grande novità di questo Pontificato, come lo è anche il libro-intervista. Questo mostra certamente la riflessione e la ricerca da parte del Papa di trovare le vie adatte e consone, anche, alla sua personalità comunicativa. Vorrei aggiungere anche le altre forme classiche della sua comunicazione, che sono le omelie, le catechesi o i grandi discorsi. Le omelie, in particolare, qualificano il servizio di questo Papa come un grande contributo alla sintesi fra teologia e spiritualità per la Chiesa di oggi: è un maestro di omiletica per la Chiesa intera. (ap)
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mercoledì 29 dicembre 2010

Carità e Verità: Caritas in Veritate - IV

Continuiamo la lettura della nuova Enciclica di Papa Benedetto XVI "Caritas in veritate". Quest'enciclica è stata la terza del pontificato di Benedetto XVI e si sofferma su temi molto attuali, come la crisi economica e vari temi di natura sociale. La sua lettura è molto importante poiché rivolta non solo ai fedeli, ma a tutti gli uomini di buona volontà, mostrando come un vero sviluppo umano si può ottenere solo attraverso la carità e la verità, due valori imprescindibili per una società più giusta, sotto tutti i punti di vista, e la cui mancanza ha portato il mondo nell'attuale situazione di crisi e povertà:

21. Paolo VI aveva una visione articolata dello sviluppo. Con il termine « sviluppo » voleva indicare l'obiettivo di far uscire i popoli anzitutto dalla fame, dalla miseria, dalle malattie endemiche e dall'analfabetismo. Dal punto di vista economico, ciò significava la loro partecipazione attiva e in condizioni di parità al processo economico internazionale; dal punto di vista sociale, la loro evoluzione verso società istruite e solidali; dal punto di vista politico, il consolidamento di regimi democratici in grado di assicurare libertà e pace. Dopo tanti anni, mentre guardiamo con preoccupazione agli sviluppi e alle prospettive delle crisi che si susseguono in questi tempi, ci domandiamo quanto le aspettative di Paolo VI siano state soddisfatte dal modello di sviluppo che è stato adottato negli ultimi decenni. Riconosciamo pertanto che erano fondate le preoccupazioni della Chiesa sulle capacità dell'uomo solo tecnologico di sapersi dare obiettivi realistici e di saper gestire sempre adeguatamente gli strumenti a disposizione. Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L'esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà. Lo sviluppo economico che auspicava Paolo VI doveva essere tale da produrre una crescita reale, estensibile a tutti e concretamente sostenibile. È vero che lo sviluppo c'è stato e continua ad essere un fattore positivo che ha tolto dalla miseria miliardi di persone e, ultimamente, ha dato a molti Paesi la possibilità di diventare attori efficaci della politica internazionale. Va tuttavia riconosciuto che lo stesso sviluppo economico è stato e continua ad essere gravato da distorsioni e drammatici problemi, messi ancora più in risalto dall'attuale situazione di crisi. Essa ci pone improrogabilmente di fronte a scelte che riguardano sempre più il destino stesso dell'uomo, il quale peraltro non può prescindere dalla sua natura. Le forze tecniche in campo, le interrelazioni planetarie, gli effetti deleteri sull'economia reale di un'attività finanziaria mal utilizzata e per lo più speculativa, gli imponenti flussi migratori, spesso solo provocati e non poi adeguatamente gestiti, lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra, ci inducono oggi a riflettere sulle misure necessarie per dare soluzione a problemi non solo nuovi rispetto a quelli affrontati dal Papa Paolo VI, ma anche, e soprattutto, di impatto decisivo per il bene presente e futuro dell'umanità. Gli aspetti della crisi e delle sue soluzioni, nonché di un futuro nuovo possibile sviluppo, sono sempre più interconnessi, si implicano a vicenda, richiedono nuovi sforzi di comprensione unitaria e una nuova sintesi umanistica. La complessità e gravità dell'attuale situazione economica giustamente ci preoccupa, ma dobbiamo assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui ci chiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore. La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente.

22. Oggi il quadro dello sviluppo è policentrico. Gli attori e le cause sia del sottosviluppo sia dello sviluppo sono molteplici, le colpe e i meriti sono differenziati. Questo dato dovrebbe spingere a liberarsi dalle ideologie, che semplificano in modo spesso artificioso la realtà, e indurre a esaminare con obiettività lo spessore umano dei problemi. La linea di demarcazione tra Paesi ricchi e poveri non è più così netta come ai tempi della Populorum progressio, secondo quanto già aveva segnalato Giovanni Paolo II [55]. Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le disparità. Nei Paesi ricchi nuove categorie sociali si impoveriscono e nascono nuove povertà. In aree più povere alcuni gruppi godono di una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante. Continua « lo scandalo di disuguaglianze clamorose » [56]. La corruzione e l'illegalità sono purtroppo presenti sia nel comportamento di soggetti economici e politici dei Paesi ricchi, vecchi e nuovi, sia negli stessi Paesi poveri. A non rispettare i diritti umani dei lavoratori sono a volte grandi imprese transnazionali e anche gruppi di produzione locale. Gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità che si annidano sia nella catena dei soggetti donatori sia in quella dei fruitori. Anche nell'ambito delle cause immateriali o culturali dello sviluppo e del sottosviluppo possiamo trovare la medesima articolazione di responsabilità. Ci sono forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale, specialmente nel campo sanitario. Nello stesso tempo, in alcuni Paesi poveri persistono modelli culturali e norme sociali di comportamento che rallentano il processo di sviluppo.


*** 

Oggi cominciamo a vedere l'analisi dell'attuale situazione socio-economica da parte di Benedetto XVI: si tratta di una giusta analisi che ci mostra sin da principio come si stia creando nuove situazioni di dispiarità, non più legate alla distinzione tra Paesi ricchi e Paesi poveri, ma disparità presenti persino nei Paesi ricchi, dove la ricchezza si concentra nelle mani di alcune famiglie (si parla di circa il 10%) mentre il resto si ritrova a vivere in condizione modeste e, a volte, di impoverimento. Tutto questo è nato proprio da ciò che, benedetto XVI, riprende durante il discorso è cioè la centralità del profitto. La ricerca ossessionata del profitto, dell'utile a tutti i costi, ha procurato delle vere e proprie voragini nel sistema economico nazionale e tutti noi sappiamo quali sono state le conseguenze dell'avidità di alcuni soggetti. Basti pensare anche a Paesi come gli Stati Uniti che sono colati a picco a causa dell'avidità dei banchieri e delle speculazioni di affaristi senza scrupoli. QUando l'economia si basa esclusivamente sul profitto e sull'avidità, non produce mai buoni frutti, ma produce solo arricchimenti ingiusto di pochi e impoverimento di molti che, oggi, si ritrovano a far i conti con una crisi che non hanno prodotto. Alla fine, la crisi viene pagata sempre dalle fasce più deboli che risentono gli effetti devastanti che essa comporta.
Altra giusta questione sollevata dal Pontefice riguarda la corruzione: anche nel nostro Paese (forse anche in maggior misura) la corruzione è dilagante; basti guardare alle cause giudiziarie, agli arresti eccellenti, alle relazioni annuali. Tutto ci mostra una realtà disgustosa fondata non sull'onestà e sull'etica, ma sull'affarismo e sulla corruzione immorale che conduce l'uomo a privarsi persino della propria anima, pur di ottenere benefici di varia natura. Tutti questi uomini non sanno che la ricchezza è un valore effimero che prima o poi verrà perduta: piuttosto che ricercare l'effimero e il dannoso, perchè non ricercate l'onestà, la moralità, l'etica e tutti quei valori di correttezza che portano l'uomo ad esser apprezzato soprattutto da Dio che si compiace della giustizia. Speriamo che questa crisi insegni che non tutto si può basare sulla ricerca del profitto, ma che la vita deve trovare il suo giusto equilibrio e che la società va costruita mostrando i valori imprescindibili che la devono contraddistinguere.

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Offeso il Natale di Gesù Cristo

Nel weekend precedente al Natale, la BBC aveva mandato in onda uno sceneggiato sulla natività. Nulla di strano, direte voi. Tuttavia, la stranezza risiede nell’insultante caricatura delle figure di San Giuseppe e della Santa Madre di Dio. È stato per renderle più realistiche e contemporanee, si sono giustificati i produttori e i commentatori sui quotidiani inglesi del 20 dicembre scorso, ma San Giuseppe era un poco di buono e la Madonna una teenager disponibilissima nel provare esperienze sessuali.

Insomma, tutta la storiella insultante era basata sulla povera teenager che non sapendo chi fosse il padre del piccolo che portava in grembo, convince Giuseppe a fare un’opera buona e sposarla per il bene del piccolo. Ovviamente, tutta la storia era presentata con tanto di abiti dell’epoca, romani diti al censimento, comunità ebraiche con i propri rabbini. FONTE

Molti chiesero, dopo la pubblicazione di diverti articoli che sottolineavano la discriminazione presente in Europa, ai danni dei cristiani, da dove venisse questo pensiero, o meglio questo timore comune. Oggi ne abbiamo un esempio: in Inghilterra quella pubblicazione video non è altro che un inizio poiché significa che comincia a venir meno il rispetto per la fede e per il culto cristiano. Vedete, il rispetto è alla base di ogni pacifica convivenza: se diamo uno sguardo ai vari conflitti religiosi, ci rendiamo conto che la base, il fondamento che mantiene in vita tali scontri altro non è che una mancanza di rispetto del credo altrui. 
Quindi, cominciando con queste mancanze di rispetto, si rischia di innestare un procedimento di intolleranza sia da una parte che dall'altra: intolleranza che noi già abbiamo visto qui in Italia. Basti pensare all'articolo in cui vi parlammo di una nota showgirl che si era infuriata perchè in Italia veniva censurata a causa della presenza del Papa! Già queste folli insinuazioni sono un sintomo di intolleranza per la presenza di religiosi che impediscono di potersi esprimere secondo canoni di immoralità assoluta. Difatti, quella che noi consideriamo immoralità poiché contraria a quel senso di pudore e moralità che Dio ha insito nell'uomo e che ha trasmesso attraverso la Parola, gli uomini di questo mondo la considerano libertà. Allora, noi cristiani, saremmo un ostacolo a questa decantata quanto presunta libertà e quindi si comincia a nutrire intolleranza, risentimento. Ma noi non dobbiamo indietreggiare: non dobbiamo provare vergogna nel testimoniare Cristo e non dobbiamo nascondere la fede che ci rende quelli che siamo. Perchè la nostra stessa indifferenza, un giorno, potrà trasformarsi in marginalizzazione della religione cristiana ed una discriminazione dei veri cristiani che glorificano Dio con la loro vita.

In Inghilterra abbiamo avuto una prova di forte indifferenza e menefreghismo dei gruppi cristiani e speriamo che ciò non capiti più perchè non solo noi non meritiamo un trattamento simile, ma soprattutto Gesù non merita di veder ridicolizzata la Sua storia di salvezza: se noi soffriamo dinanzi a queste cose, cosa potrà pensare Gesù che a distanza di duemila anni, continua ad esser insultato, umiliato e schiaffeggiato? Non ci resta che dire "Padre, perdona loro perchè non sanno quello che fanno".
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martedì 28 dicembre 2010

La questione operaia - Rerum Novarum - IV parte

Torniamo ad immedesimarci nella questione operaia, attraverso la lettura dell'Enciclica Rerum Rovarum, di Papa Leone XIII. 

PARTE SECONDA
IL VERO RIMEDIO:
L'UNIONE DELLE ASSOCIAZIONI 
 
A) L'opera della Chiesa

13. Entriamo fiduciosi in questo argomento, e di nostro pieno diritto; giacché si tratta di questione di cui non è possibile trovare una risoluzione che valga senza ricorrere alla religione e alla Chiesa. E poiché la cura della religione e la dispensazione dei mezzi che sono in potere della Chiesa è affidata principalmente a noi, ci parrebbe di mancare al nostro ufficio, tacendo. Certamente la soluzione di si arduo problema richiede il concorso e l'efficace cooperazione anche degli altri: vogliamo dire dei governanti, dei padroni e dei ricchi, come pure degli stessi proletari che vi sono direttamente interessati: ma senza esitazione alcuna affermiamo che, se si prescinde dall'azione della Chiesa, tutti gli sforzi riusciranno vani. Difatti la Chiesa è quella che trae dal Vangelo dottrine atte a comporre, o certamente a rendere assai meno aspro il conflitto: essa procura con gli insegnamenti suoi, non solo d'illuminare la mente, ma d'informare la vita e i costumi di ognuno: con un gran numero di benefiche istituzioni migliora le condizioni medesime del proletario; vuole e brama che i consigli e le forze di tutte le classi sociali si colleghino e vengano convogliate insieme al fine di provvedere meglio che sia possibile agli interessi degli operai; e crede che, entro i debiti termini, debbano volgersi a questo scopo le stesse leggi e l'autorità dello Stato.

1 - Necessità delle ineguaglianze sociali e del lavoro faticoso

14. Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell'umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l'impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato. Quanto al lavoro, l'uomo nello stato medesimo d'innocenza non sarebbe rimasto inoperoso: se non che, quello che allora avrebbe liberamente fatto la volontà a ricreazione dell'animo, lo impose poi, ad espiazione del peccato, non senza fatica e molestia, la necessità, secondo quell'oracolo divino: Sia maledetta la terra nel tuo lavoro; mangerai di essa in fatica tutti i giorni della tua vita (5). Similmente il dolore non mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure, difficili a sopportarsi sono le ree conseguenze del peccato, le quali, si voglia o no, accompagnano l'uomo fino alla tomba. Patire e sopportare è dunque il retaggio dell'uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v'è forza né arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi di quelli attuali. La cosa migliore è guardare le cose umane quali sono e nel medesimo tempo cercare altrove, come dicemmo, il rimedio ai mali.

2 - Necessità della concordia

15. Nella presente questione, lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell'altra; quasi che la natura abbia fatto i ricchi e i proletari per battagliare tra loro un duello implacabile; cosa tanto contraria alla ragione e alla verità. In vece è verissimo che, come nel corpo umano le varie membra si accordano insieme e formano quell'armonico temperamento che si chiama simmetria, così la natura volle che nel civile consorzio armonizzassero tra loro quelle due classi, e ne risultasse l'equilibrio. L'una ha bisogno assoluto dell'altra: né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale. La concordia fa la bellezza e l'ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie. Ora, a comporre il dissidio, anzi a svellerne le stesse radici, il cristianesimo ha una ricchezza di forza meravigliosa.

***

Oggi entriamo nel nocciolo della questione: trovare il rimedio alla questione operaia, un rimedio che il socialismo non ha saputo dare concretamente, come abbiamo visto la scorsa volta. Allora qual è può essere questo rimedio? Paolo VI innanzitutto sottolinea il valore della Chiesa in questo campo di ricerca, rivendicandone il ruolo primario nella soluzione di un conflitto sociale eterno. Poi passa a stabilire un importante quanto controverso principio "Necessità delle ineguaglianze sociali e del lavoro faticoso". Controverso perchè molti oggi pensano al raggiungimento di un eguaglianza sociale che appare piuttosto utopistico, come il fallimento socialista ha dimostrato. E' impossibile pensare ad un'eguaglianza sostanziale, ma possiamo cercare di attenuare il divario sociale, attraverso una nuova valutazione delle classi sociali meno abbienti. Anche Paolo VI pone l'accento sulla collaborazione e la concordia tra le classi sociali, storicamente divise in due gruppi: i ricchi e i poveri. Queste classi sociali sono sempre state in collisione soprattutto a causa dell'egoismo e della cupidigia della classe alta che pensava al proprio guadagno piuttosto che alla dignità delle classi operaie. Il tempo ha però portato ad un maggior equilibrio che, in un dato momento storico, ha segnato persino il passo di un capovolgimento in termini di potere con le classi operaie capaci di imporre il proprio pensiero e le proprie rivendicazioni sociali. Oggi viviamo in un'epoca diversa, un'epoca contraddistinta da un nuovo divario e dal fatto che l'ago della bilancia sembra pendere nuovamente dalla parte del ricco imprenditore. La vicenda Fiat di questi giorni è la dimostrazione lampante di come i lavoratori subordinati vivano una condizione di perenne ricatto: o il lavoro o i diritti. Infatti, la minaccia è che le imprese lascino l'Italia e si trasferiscano in Paesi dove il costo del lavoro è maggiormente flessibile e dove le previsione di redditività sono più alte. Allora cosa possiamo fare oggi? L'unica cosa è appellarci al buon senso di tutte le parti sociali in gioco, governo e sindacati compresi, per raggiungere un compromesso che non mini la dignità dell'operaio né i suoi diritti fondamentali. Insomma, ancora oggi, c'è bisogno della concordia richiesta da Paolo VI!

 
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La risposta al perchè della persecuzione continua della Chiesa

Oggi molti ci chiedono perchè la Chiesa continua ad essere sempre tormentata e perseguitata in tutti i tempi, compresi quelli odierni (come dimostrato dai recenti attacchi in Nigeria e nelle Filippine). La risposta è contenuta nel Vangelo stesso e se non bastasse, possiamo trovare risposta ai nostri dubbi anche nell'Apocalisse di San Giovanni. Ed è proprio su questo punto che Radio Vaticana si è soffermata ieri, quando ha dato la parola a Sergio Centofanti:

La Chiesa subisce persecuzioni in tutti i tempi, ma è sempre protetta dalla consolazione di Dio: è quanto afferma Benedetto XVI nelle sue catechesi su San Giovanni apostolo ed evangelista, la cui festa ricorre oggi. Teologo dell’amore di Dio, Giovanni era il discepolo prediletto di Gesù, che ha seguìto, unico tra gli apostoli, fin sotto la Croce. Il Papa gli ha dedicato tre udienze generali durante l’estate del 2006. Ce ne parla Sergio Centofanti:

La Chiesa “appare indifesa, debole”, “è sempre minacciata, perseguitata”. Ma Giovanni - nelle sue visioni sull’Isola di Patmos, nell’Egeo, dove è stato deportato a causa della fede – vuole ridare fiducia ai cristiani, sbigottiti davanti a una storia che appare “indecifrabile, incomprensibile” e per “il silenzio di Dio di fronte alle persecuzioni”. Così nell’Apocalisse racconta la sua grande visione dell’Agnello che è sgozzato ma sta ritto in piedi:

“Gesù, il Figlio di Dio, in questa terra è un Agnello indifeso, ferito, morto. E tuttavia sta dritto, sta in piedi, sta davanti al trono di Dio ed è partecipe del potere divino. Egli ha nelle sue mani la storia del mondo. E così il Veggente vuol dirci: abbiate fiducia in Gesù, non abbiate paura dei poteri contrastanti, della persecuzione! L'Agnello ferito e morto vince! Seguite l'Agnello Gesù, affidatevi a Gesù, prendete la sua strada! Anche se in questo mondo è solo un Agnello che appare debole, è Lui il vincitore”.(23 agosto 2006)

L’annuncio della verità porta con sé le persecuzioni. Giovanni, davanti al Sinedrio che lo sta processando con Pietro, non può tacere quello che ha visto e ascoltato:

“Proprio questa franchezza nel confessare la propria fede resta un esempio e un monito per tutti noi ad essere sempre pronti a dichiarare con decisione la nostra incrollabile adesione a Cristo, anteponendo la fede a ogni calcolo o umano interesse”. (5 luglio 2006)

In Giovanni tutto parte dalla sua amicizia con Gesù, dal poggiare il capo sul suo petto, dal capire che Dio è amore: e non ha amato a parole, ma con i fatti perché ha pagato di persona per noi:

“Si noti bene: non viene affermato semplicemente che ‘Dio ama’ e tanto meno che ‘l'amore è Dio!’. In altre parole: Giovanni non si limita a descrivere l'agire divino, ma procede fino alle sue radici ... Con ciò Giovanni vuol dire che il costitutivo essenziale di Dio è l’amore e quindi tutta l'attività di Dio nasce dall’amore ed è improntata all'amore: tutto ciò che Dio fa, lo fa per amore e con amore. Anche se non sempre possiamo subito capire che questo è l’amore, ma è l’amore vero”. (9 agosto 2006)

L’uomo è chiamato a rispondere all'amore senza misura di Dio, come dice Gesù nel comandamento nuovo riportato nel Vangelo di San Giovanni: “Come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri”:

“Quelle parole di Gesù, ‘come io vi ho amati’, ci invitano e insieme ci inquietano; sono una meta cristologica che può apparire irraggiungibile, ma al tempo stesso sono uno stimolo che non ci permette di adagiarci su quanto abbiamo potuto realizzare. Non ci consente di essere contenti di come siamo, ma ci spinge a rimanere in cammino verso questa meta”. (9 agosto 2006)

“Dio è amore”: questa rivelazione – afferma il Papa – illumina “la faccia oscura della storia”. Per questo la sofferenza non è “l’ultima parola”, ma è un “punto di passaggio verso la felicità”. Per questo possiamo dire: “Vieni, Signore Gesù”. FONTE


E anche noi diciamo a coro unanime, Vieni Signore Gesù perchè abbiamo bisogno di pace e di amore. CI troviamo a vivere in un'epoca apparentemente stabilizzata, ma che in realtà nasconde realtà orribili come le persecuzioni, le torture, gli eccidi, le guerre. Ancora oggi l'odio è molto forte ed è la causa di numerosi, quanto eterni conflitti che sfociano sempre nello spargimento di sangue innocente. Per questo chiediamo a coro unanime, al Signore nostro Gesù Cristo, di venire il più presto a liberarci perchè il mondo ha bisogno di Lui più di ogni altra cosa possibile e immaginabile.  
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lunedì 27 dicembre 2010

Un nuovo cammino - La Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica - V

 Continua il percorso di studio della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica: un valore importantissimo e valido per tutti gli uomini di buona volontà, il che lo rende molto trasversale e utile alla causa generale. Oggi cominciamo a muovere i primi passi all'interno dell'opera vera e propria e cominciamo dalla base, partendo da alcuni basilari principi che Dio ha mostrato al popolo di Israele. Cominciando dal principio della libertà, passiamo attraverso i principi del Decalogo e di quelli dell'Anno sabbatico e giubilare: tali principi sono di un'importanza notevole all'interno delle relazioni sociali. Se guardiamo il solo Decalogo ci rendiamo conto di come lì siano contenute regole universali per una convivenza giusta ed equa e che potrebbero fornirci un aiuto indispensabili anche ai giorni nostri, come nel caso del trattamento dello straniero (oggi ritenuto un problema di difficile soluzione). Per saperne di più, leggiamo insieme:

CAPITOLO PRIMO

IL DISEGNO DI AMORE DI DIO PER L'UMANITÀ

I. L'AGIRE LIBERANTE DI DIO
NELLA STORIA DI ISRAELE

a) La prossimità gratuita di Dio


20 Ogni autentica esperienza religiosa, in tutte le tradizioni culturali, conduce ad una intuizione del Mistero che, non di rado, giunge a cogliere qualche tratto del volto di Dio. Egli appare, da un lato, come origine di ciò che è, come presenza che garantisce agli uomini, socialmente organizzati, le basilari condizioni di vita, mettendo a disposizione i beni ad essa necessari; dall'altro lato, invece, come misura di ciò che deve essere, come presenza che interpella l'agire umano — tanto a livello personale quanto a livello sociale — sull'uso di quegli stessi beni nel rapporto con gli altri uomini. In ogni esperienza religiosa, dunque, si rivelano importanti sia la dimensione del dono e della gratuità, che si coglie come sottesa all'esperienza che la persona umana fa del suo esistere insieme agli altri nel mondo, sia le ripercussioni di questa dimensione sulla coscienza dell'uomo, che avverte di essere interpellato a gestire in forma responsabile e conviviale il dono ricevuto. Testimonianza di tutto ciò è l'universale riconoscimento della regola d'oro, nella quale si esprime, sul piano delle relazioni umane, l'interpellanza che giunge all'uomo dal Mistero: « Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro » (Mt 7,12).23

21 Sullo sfondo, variamente condiviso, dell'universale esperienza religiosa, si staglia la Rivelazione che progressivamente Dio fa di Se stesso al popolo d'Israele. Essa risponde alla ricerca umana del divino in modo inatteso e sorprendente, grazie ai gesti storici, puntuali ed incisivi, nei quali si manifesta l'amore di Dio per l'uomo. Secondo il libro dell'Esodo, il Signore rivolge a Mosè questa parola: « Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele » (Es 3,7-8). La prossimità gratuita di Dio — alla quale allude il Suo stesso Nome, che Egli rivela a Mosè, « Io sono colui che sono » (Es 3,14) — si manifesta nella liberazione dalla schiavitù e nella promessa, diventando azione storica, dalla quale trae origine il processo di identificazione collettiva del popolo del Signore, mediante l'acquisto della libertà e della terra di cui Dio gli fa dono.

22 Alla gratuità dell'operare divino, storicamente efficace, si accompagna costantemente l'impegno dell'Alleanza, proposto da Dio e assunto da Israele. Sul monte Sinai, l'iniziativa di Dio si concreta nell'Alleanza col Suo popolo, al quale viene donato il Decalogo dei comandamenti rivelati dal Signore (cfr. Es 19-24). Le « dieci parole » (Es 34,28; cfr. Dt 4,13; 10,4) « esprimono le implicanze dell'appartenenza a Dio stabilita attraverso l'Alleanza. L'esistenza morale è risposta all'iniziativa d'amore del Signore. È riconoscenza, omaggio a Dio e culto d'azione di grazie. È cooperazione al piano che Dio persegue nella storia ».24

I dieci comandamenti, che costituiscono uno straordinario cammino di vita e indicano le condizioni più sicure per una esistenza liberata dalla schiavitù del peccato, contengono un'espressione privilegiata della legge naturale. Essi « insegnano la vera umanità dell'uomo. Mettono in luce i doveri essenziali e, quindi, indirettamente, i diritti fondamentali inerenti alla natura della persona umana ».25 Essi connotano la morale umana universale. Ricordati anche da Gesù al giovane ricco del Vangelo (cfr. Mt 19,18), i dieci comandamenti « costituiscono le regole primordiali di ogni vita sociale ».26

23 Dal Decalogo deriva un impegno che riguarda non solo ciò che concerne la fedeltà all'unico vero Dio, ma anche le relazioni sociali all'interno del popolo dell'Alleanza. Queste ultime sono regolate, in particolare, da quello che è stato definito il diritto del povero: « Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso... non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso; anzi gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova » (Dt 15,7-8). Tutto questo vale anche nei confronti del forestiero: « Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l'amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio » (Lv 19,33-34). Il dono della liberazione e della terra promessa, l'Alleanza del Sinai e il Decalogo sono dunque intimamente connessi ad una prassi che deve regolare, nella giustizia e nella solidarietà, lo sviluppo della società israelitica.

24 Tra le molteplici disposizioni che tendono a dare concretezza allo stile di gratuità e di condivisione nella giustizia che Dio ispira, la legge dell'anno sabbatico (celebrato ogni sette anni) e di quello giubilare (ogni cinquant'anni) 27 si distingue come un importante orientamento — anche se mai pienamente realizzato — per la vita sociale ed economica del popolo d'Israele. È una legge che prescrive, oltre al riposo dei campi, il condono dei debiti e una liberazione generale delle persone e dei beni: ognuno può tornare alla sua famiglia d'origine e rientrare in possesso del suo patrimonio.

Tale legislazione vuole stabilire che l'evento salvifico dell'esodo e la fedeltà all'Alleanza rappresentano non solo il principio fondatore della vita sociale, politica ed economica di Israele, ma anche il principio regolatore delle questioni attinenti alle povertà economiche e alle ingiustizie sociali. Si tratta di un principio invocato per trasformare continuamente e dall'interno la vita del popolo dell'Alleanza, così da renderla conforme al disegno di Dio. Per eliminare le discriminazioni e le sperequazioni provocate dall'evoluzione socio-economica, ogni sette anni la memoria dell'esodo e dell'Alleanza viene tradotta in termini sociali e giuridici, così da riportare le questioni della proprietà, dei debiti, delle prestazioni e dei beni al loro più profondo significato.

25 I precetti dell'anno sabbatico e di quello giubilare costituiscono una dottrina sociale « in nuce ».28 Essi mostrano come i principi della giustizia e della solidarietà sociale siano ispirati dalla gratuità dell'evento di salvezza realizzato da Dio e non abbiano soltanto il valore di correttivo di una prassi dominata da interessi e obiettivi egoistici, ma debbano diventare piuttosto, in quanto « prophetia futuri », il riferimento normativo al quale ogni generazione in Israele si deve conformare se vuole essere fedele al suo Dio.

Tali principi diventano il fulcro della predicazione profetica, che mira a farli interiorizzare. Lo Spirito di Dio, effuso nel cuore dell'uomo — annunciano i Profeti — vi farà attecchire quegli stessi sentimenti di giustizia e di misericordia che dimorano nel cuore del Signore (cfr. Ger 31,33 e Ez 36,26-27). Allora la volontà di Dio, espressa nel Decalogo donato sul Sinai, potrà radicarsi creativamente nell'intimo stesso dell'uomo. Da tale processo di interiorizzazione derivano maggiore profondità e realismo all'agire sociale, rendendo possibile la progressiva universalizzazione dell'atteggiamento di giustizia e solidarietà, che il popolo dell'Alleanza è chiamato ad assumere verso tutti gli uomini, di ogni popolo e Nazione.

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Natale insanguinato


(ANSA) - JOS, 25 DIC - Almeno sei persone sono rimaste uccise in attacchi compiuti alla vigilia di Natale contro due chiese nel nord-est della Nigeria, dove altre 20 persone sono morte in diverse esplosioni a Jos, nel centro del Paese, teatro di violenti scontri tra cristiani e musulmani nel recente passato. Secondo fonti ufficiali, a Jos ci sono stati 32 morti e 74 feriti. Le esplosioni sono state sette. Violenze inter-religiose hanno causato la morte di centinaia di persone da inizio anno nello Stato di Plateau.
 

(ANSA) - MANILA , 25 DIC - Una bomba e' esplosa sul tetto di una chiesa cattolica nelle Filippine, mentre si celebrava la prima messa del giorno di Natale. Sei persone sono rimaste ferite, fra le quali il sacerdote che celebrava il rito. L'attacco e' avvenuto nell'isola meridionale di Jolo, roccaforte dei ribelli islamici di Abu Sayyaf, legati ad Al Qaida e responsabili di diversi attentati a chiese e rapimenti di preti e suore. Nella chiesa in quel momento di trovavano un centinaio di persone.


Purtroppo, come temevamo, anche questo Natale ha visto scorrere il sangue di chi era intento a celebrare il mistero della Nascita di Gesù Cristo. A distanza di duemila anni c'è ancora chi, come Erode, tenta di rimuovere la figura del Messia dal mondo. Infatti, attraverso questo processo di terrore, si cerca di spingere gli uomini a rinnegare Cristo per avere salva la pelle. E' un qualcosa che abbiamo già visto lungo duemila anni di storia: ogni volta i cristiani vengono perseguitati per il solo fatto di portare avanti la buona novella, quella novella che per alcuni non è affatto buona perchè coincide con la loro fine. Infatti, Gesù ha portato la buona novella ai poveri, agli umili, ai diseredati, ai bistrattati e ai reietti; ma ai ricchi egoisti, agli empi, ai peccatori duri di cuore e ai malvagi ha portato la fine in mancanza di una conversione di cuore, una fine che coincide con quel luogo dove vi sarà "pianto e stridore di denti". 

Oggi le nostre parole urtano ancora l'uomo empio:  gli mostrano l'empietà della sua condotta e gli mostrano le conseguenze della sua condotta. Allora siccome non vuole vivere con il pensiero della conseguenza, preferisce rimuovere chi glielo ricorda costantemente. Ecco perchè noi dobbiamo gridare ancora più forte perchè la buona novella di Gesù deve raggiungere ogni uomo affinchè si converta prima della fine.  E dobbiamo farlo nel nostro Paese perchè rischiamo anche qui di venir travolti dall'odio anticristiano che già si comincia a manifestare con frequenza preoccupante.
Per il resto vi invitiamo ad ascoltare l'appello del nostro Papa Benedetto XVI:

In questo tempo del Santo Natale, il desiderio e l’invocazione del dono della pace si sono fatti ancora più intensi. Ma il nostro mondo continua ad essere segnato dalla violenza, specialmente contro i discepoli di Cristo. Ho appreso con grande tristezza l’attentato in una chiesa cattolica nelle Filippine, mentre si celebravano i riti del giorno di Natale, come pure l’attacco a chiese cristiane in Nigeria. La terra si è macchiata ancora di sangue in altre parti del mondo come in Pakistan. Desidero esprimere il mio sentito cordoglio per le vittime di queste assurde violenze, e ripeto ancora una volta l’appello ad abbandonare la via dell’odio per trovare soluzioni pacifiche dei conflitti e donare alle care popolazioni sicurezza e serenità. In questo giorno in cui celebriamo la Santa Famiglia, che visse la drammatica esperienza di dover fuggire in Egitto per la furia omicida di Erode, ricordiamo anche tutti coloro – in particolare le famiglie - che sono costretti ad abbandonare le proprie case a causa della guerra, della violenza e dell’intolleranza. Vi invito, quindi, ad unirvi a me nella preghiera per chiedere con forza al Signore che tocchi il cuore degli uomini e porti speranza, riconciliazione e pace. 
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venerdì 24 dicembre 2010

BUON NATALE!!!


Sospendiamo i lavori del nostro Osservatorio per l'evento del Santo Natale! Ci rivediamo in questa sezione a partire da Lunedì 27 Dicembre! Vi invitiamo a seguirci nelle altre sezioni della Vigna del Signore concentrate sull'evento degli eventi!

Vi facciamo i nostri migliori auguri di un sereno Santo Natale! Che la pace di Gesù Cristo colmi i vostri cuori e i cuori dei vostri cari!

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BUON NATALE!

Sospendiamo i lavori del nostro Osservatorio per l'evento del Santo Natale! Ci rivediamo in questa sezione a partire da Lunedì 27 Dicembre! Vi invitiamo a seguirci nelle altre sezioni della Vigna del Signore concentrate sull'evento degli eventi!

Vi facciamo i nostri migliori auguri di un sereno Santo Natale! Che la pace di Gesù Cristo colmi i vostri cuori e i cuori dei vostri cari!

 
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giovedì 23 dicembre 2010

La piaga della mafia - La parabola di don Pino

Torniamo a parlare di mafia e continuiamo a guardare uno dei martiri di questa battaglia contro il cancro mafioso e cioè Don Pino Puglisi. Settimana scorsa abbiamo visto la sua storia, il perchè è stato eliminato dalla mafia e oggi continuiamo a ricordarlo attraverso le parole di Don Luigi Ciotti, il quale è un sacerdote ugualmente molto attivo nel campo della lotta alla mafia. Già in passato abbiamo pubblicato alcuni suoi interventi e oggi lo rifacciamo volentieri, pubblicando le sue parole su Don Puglisi:

Gesù percorreva quelle strade attento non soltanto a incontrare la folla che gli era attorno, ma anche chi, a causa della ressa, non riusciva a vederlo: Zaccheo. Un Gesù che attraversa le strade del suo tempo è, probabilmente, il più bel ricordo di don Giuseppe Puglisi ucciso a Palermo esattamente un anno fa, nel giorno del suo compleanno.

Lo hanno ucciso in "strada". Dove viveva, dove incontrava i "piccoli", gli adulti, gli anziani, quanti avevano bisogno di aiuto e quanti, con la propria condotta, si rendevano responsabili di illegalità, soprusi e violenze. Probabilmente per questo lo hanno ucciso: perché un modo così radicale di abitare la "strada" e di esercitare il ministero del parroco è scomodo.

Lo hanno ucciso nell'illusione di spegnere una presenza fatta di ascolto, di denuncia, di condivisione. Ricordare quel momento significa non soltanto "celebrare", ma prima di tutto alzare lo sguardo, far nostro l'impegno di don Giuseppe, raccogliere quell'eredità con la stessa determinazione, con identica passione e uguale umiltà. Cosa ci ha consegnato don Giuseppe? Innanzitutto il suo modo di intendere e di vivere la parrocchia, di essere parroco. Non ha pensato, infatti, la parrocchia unicamente come la "sua" comunità di fedeli, come comunità di credenti slegata dal contesto storico e geografico in cui è inserita. L'ha vissuta, prima di tutto, come territorio, cioè come persone chiamate a condividere uno spazio, dei tempi e dei luoghi di vita. Per partecipare alla vita di chi gli era vicino ha accettato di percorrere e ripercorrere le strade del rione Brancaccio. Ha vissuto la strada -quella strada che Gesù ha fatto sua- come luogo di povertà, di bisogni, di linguaggi, di relazioni e di domande in continua trasformazione. L'ha abitata così e ha tentato, a ogni costo, di restarvi fedele.

In altre parole, ha incarnato pienamente la povertà, la fatica, la libertà e la gioia del vivere, come preti, in parrocchia. Con la sua testimonianza don Pino ci sprona a sostenere quanti vivono questa stessa realtà con impegno e silenzio. Non il silenzio di chi rinuncia a parlare e denunciare, ma quello di chi, per la scelta dello "stare" nel suo territorio, rifiuta le passerelle o gli inutili proclami. "Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il Regno dei cieli" (Mt 5, 10).

 Anche questo ci ha consegnato don Giuseppe: una grande passione per la giustizia, una direzione e un senso per il nostro essere Chiesa e soprattutto un invito per le nostre parrocchie ad alzare lo sguardo, a dotarsi di strumenti adeguati e incisivi per perseguire quella giustizia e quella legalità che tutti, a parole, desideriamo. Per questo don Giuseppe è morto: perché con l'ostinata volontà del cercare giustizia è andato oltre i confini della sua stessa comunità di credenti. "Entrato in casa di uno dei capi dei farisei, Gesù..." (Lc 14, 1). Ecco un altro aspetto ricco di significati. Al di là dei princìpi o delle roboanti dichiarazioni ciò che conta è la capacità di viverli e di praticarli nella quotidianità. Don Puglisi non è stato ucciso perché dal pulpito della sua chiesa annunciava princìpi astratti, ma perché ha voluto uscire dalla loro genericità per testimoniarli nella vita quotidiana, dove le relazioni e i problemi assumono la dimensione più vera.

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India: vivere il Natale nella paura

Siamo ormai vicinissimi al Santo Natale e tutti noi ci stiamo preparando per accogliere al meglio la rivisitazione del mistero più grande di tutti. Come avrete avuto modo di vedere, purtroppo, non tutti potranno liberamente festeggiare questo bellissimo evento, a causa di persecuzioni e attacchi contro la libertà religiosa. Abbiamo visto il Natale a lutto dei nostri fratelli cristiani iracheni e oggi, purtroppo, vediamo un altro Natale a rischio, in India:


New Delhi (AsiaNews) - Un movimento radicale indù, il Kui Samaj, ha annunciato che il giorno di Natale terrà un raduno nel distretto del Kandahamal, una zona che è stata teatro di tragiche violenze anticristiane nell’Orissa. Il Consiglio globale dei cristiani dell’India fa sapere che l’annuncio ha provocato panico fra i cristiani della regione. “Siamo spaventati. Per favore, fate qualche cosa” ha implorato Kartika Nayak , un giovane cristiano del villaggio di Barkhama, che è stato testimone delle violenze anti-cristiane del Natale 2007. Nayak era fra quelli accusati di aver ucciso Khageswar Mallick, un tribale indù, il giorno di Natale di quell’anno. Kartika Nayak dice che Mallick restò ferito mentre cercava di distruggere una chiesa. I radicali indù lo hanno portato via per farlo curare. Mallick morì, in circostanze mai chiarite, e gli indù da allora cercano di incolpare i cristiani della sua morte.

Il 19 dicembre scorso, Lambodar Kanhar, leader del Kui Samaj del Kandhamal, ha annunciato che il suo gruppo terrà un raduno per onorare la memoria di Mallick proprio il giorno di Natale. I cristiani della zona affermano che gli indù stanno tenendo adunanze segrete, e hanno distribuito manifestini chiedendo alla gente di onorare il “giorno della rimembranza”. Un membro dell’Associazione dei sopravvissuti del Kandhamal, Bipra Charan Nayak - non un parente di Kartika - ricorda che il leader del Kui Samaj, Kharan, ha indetto uno sciopero generale il giorno di Natale del 2007, che ha avuto un esito tragico. “La violenza che ne è seguita ha portato alla morte di tre cristiani, a 730 case e 115 chiese distrutte col fuoco, oltre a conventi e dispensari distrutti”. Bipra Charan ha aggiunto che i cristiani temono che nei prossimi giorni si scateni un nuovo ciclo di violenze, se le autorità non prendono provvedimenti.

Un leader cristiano locale, Umesh Nayak, (non è parente dei due Nayak già citati) afferma che il governo non sembra dare assicurazioni sufficienti ad alleviare le paure dei cristiani. Ricorda che il distretto di Kandhamal ha vissuto un'altra stagione di violenza anticristiana, durata sette settimane, a partire dell’agosto 2008, nonostante le promesse rassicuranti del ministro federale, che aveva visitato i cristiani nei campi profughi in cui erano rifugiati.E anche un leader tribale, Itikera Sunamajhi, dice di temere che si ripeta l’esperienza drammatica del Natale 2007. “Sicuramente c’è paura fra i cristiani. Ne abbiamo parlato alle autorità, che ci hanno detto che avrebbero preso le misure necessarie”.

Del problema si è fatto carico il presidente che Consiglio dei cristiani, Sajan George, che ha scritto al primo Ministro dell’Orissa. “Il panico si sta diffondendo fra i cristiani nel distretto di Kandhamal dopo che il movimento Kui Samaj ha annunciate un raduno per il giorno di Natale. Il raduno riporta alla memoria la brutalità e l’inganno perpetrati a Barakama il giorno di Natale del 2007. I radicali indù stanno facendo circolare manifestini per eccitare gli animi, e i cristiani temono che se le autorità non si muovano per frenare sul nascere questi movimenti sinistri , prima che un nuovo ciclo di violenze possa deflagrare”. Sajan George ricorda che nel 2007 la violenza anticristiana nel distretto di Kandhamal non ha avuto precedenti nella storia indiana. In totale 730 case sono state distrutte, insieme a 115 chiese. I cristiani morti furono 9, molte donne violentate, e più di 40 imprese e negozi danneggiati. E chiude la lettera con un appello: “Signor ministro, Le chiediamo di ridare fiducia a questa minuscola minoranza cristiana”. FONTE: AsiaNews

Sono situazioni estreme dove la paura e il terrore sostituiscono la gioia e l'attesa per il Santo Natale: ci vuole molto coraggio, forza e fede per poter rimanere in terre così martoriate e quindi noi assicuriamo la nostra vicinanza spirituale a tutti loro. Speriamo che Dio conceda loro di festeggiare il più grande dono da Lui concesso all'uomo e speriamo che le autorità si muovano per tutelare queste minoranze cristiane, nel giorno più bello. Non possiamo pensare ad un nuovo Natale con spargimento di sangue perchè Natale evoca pace, umiltà, amore, solidarietà e fratellanza: chi non lo comprende è solo un uomo distrutto dall'odio e dall'ignoranza e che ben presto andrà incontro alla collera di Dio.
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mercoledì 22 dicembre 2010

Carità e Verità: Caritas in Veritate - III

Continuiamo la lettura della nuova Enciclica di Papa Benedetto XVI "Caritas in veritate". Quest'enciclica è stata la terza del pontificato di Benedetto XVI e si sofferma su temi molto attuali, come la crisi economica e vari temi di natura sociale. La sua lettura è molto importante poiché rivolta non solo ai fedeli, ma a tutti gli uomini di buona volontà, mostrando come un vero sviluppo umano si può ottenere solo attraverso la carità e la verità, due valori imprescindibili per una società più giusta, sotto tutti i punti di vista, e la cui mancanza ha portato il mondo nell'attuale situazione di crisi e povertà.
Oggi continuiamo a vedere il richiamo alla Populorum progressio di Paolo VI e vediamo come l'analisi si concentri sulle cause del sottosviluppo di alcuni popoli, derivante in larga parte dalla mancanza di fraternità tra i popolo e dalla mancanza di vera carità: in effetti, nonostante i numerosi proclami in favore del Terzo Mondo, manca una vera presa di coscienza dei problemi di questo mondo così distante, in quanto manca la carità. I governi pensano che aprire il portafoglio serva a sentirsi a posto con la coscienza, soprattutto dinanzi all'opinione pubblica: ma la carità non significa far cadere soldi a pioggia. Carità significa entrare nella realtà di chi è in difficoltà e cercare di capire cosa sia fattibile per poter ridurre quella difficoltà (nel caso in questione, bisognerebbe capire come ridurre il sottosviluppo e come aiutare le popolazioni in difficoltà):


15. Altri due documenti di Paolo VI non strettamente connessi con la dottrina sociale — l'Enciclica Humanae vitae, del 25 luglio 1968, e l'Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, dell'8 dicembre 1975 — sono molto importanti per delineare il senso pienamente umano dello sviluppo proposto dalla Chiesa. È quindi opportuno leggere anche questi testi in relazione con la Populorum progressio.

L'Enciclica Humanae vitae sottolinea il significato insieme unitivo e procreativo della sessualità, ponendo così a fondamento della società la coppia degli sposi, uomo e donna, che si accolgono reciprocamente nella distinzione e nella complementarità; una coppia, dunque, aperta alla vita [27]. Non si tratta di morale meramente individuale: la Humanae vitae indica i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale, inaugurando una tematica magisteriale che ha via via preso corpo in vari documenti, da ultimo nell'Enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II [28]. La Chiesa propone con forza questo collegamento tra etica della vita e etica sociale nella consapevolezza che non può “avere solide basi una società che — mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace — si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata” [29].

L'Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, per parte sua, ha un rapporto molto intenso con lo sviluppo, in quanto « l'evangelizzazione — scriveva Paolo VI — non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello, che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale, dell'uomo » [30]. « Tra evangelizzazione e promozione umana — sviluppo, liberazione — ci sono infatti dei legami profondi » [31]: partendo da questa consapevolezza, Paolo VI poneva in modo chiaro il rapporto tra l'annuncio di Cristo e la promozione della persona nella società. La testimonianza della carità di Cristo attraverso opere di giustizia, pace e sviluppo fa parte della evangelizzazione, perché a Gesù Cristo, che ci ama, sta a cuore tutto l'uomo. Su questi importanti insegnamenti si fonda l'aspetto missionario [32] della dottrina sociale della Chiesa come elemento essenziale di evangelizzazione [33]. La dottrina sociale della Chiesa è annuncio e testimonianza di fede. È strumento e luogo imprescindibile di educazione ad essa.

16. Nella Populorum progressio, Paolo VI ha voluto dirci, prima di tutto, che il progresso è, nella sua scaturigine e nella sua essenza, una vocazione: « Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione » [34]. È proprio questo fatto a legittimare l'intervento della Chiesa nelle problematiche dello sviluppo. Se esso riguardasse solo aspetti tecnici della vita dell'uomo, e non il senso del suo camminare nella storia assieme agli altri suoi fratelli né l'individuazione della meta di tale cammino, la Chiesa non avrebbe titolo per parlarne. Paolo VI, come già Leone XIII nella Rerum novarum [35], era consapevole di assolvere un dovere proprio del suo ufficio proiettando la luce del Vangelo sulle questioni sociali del suo tempo [36].

Dire che lo sviluppo è vocazione equivale a riconoscere, da una parte, che esso nasce da un appello trascendente e, dall'altra, che è incapace di darsi da sé il proprio significato ultimo. Non senza motivo la parola « vocazione » ricorre anche in un altro passo dell'Enciclica, ove si afferma: « Non vi è dunque umanesimo vero se non aperto verso l'Assoluto, nel riconoscimento d'una vocazione, che offre l'idea vera della vita umana » [37]. Questa visione dello sviluppo è il cuore della Populorum progressio e motiva tutte le riflessioni di Paolo VI sulla libertà, sulla verità e sulla carità nello sviluppo. È anche la ragione principale per cui quell'Enciclica è ancora attuale ai nostri giorni.

17. La vocazione è un appello che richiede una risposta libera e responsabile. Lo sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei popoli: nessuna struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra della responsabilità umana. I « messianismi carichi di promesse, ma fabbricatori di illusioni » [38] fondano sempre le proprie proposte sulla negazione della dimensione trascendente dello sviluppo, nella sicurezza di averlo tutto a propria disposizione. Questa falsa sicurezza si tramuta in debolezza, perché comporta l'asservimento dell'uomo ridotto a mezzo per lo sviluppo, mentre l'umiltà di chi accoglie una vocazione si trasforma in vera autonomia, perché rende libera la persona. Paolo VI non ha dubbi che ostacoli e condizionamenti frenino lo sviluppo, ma è anche certo che « ciascuno rimane, qualunque siano le influenze che si esercitano su di lui, l'artefice della sua riuscita o del suo fallimento » [39]. Questa libertà riguarda lo sviluppo che abbiamo davanti a noi ma, contemporaneamente, riguarda anche le situazioni di sottosviluppo, che non sono frutto del caso o di una necessità storica, ma dipendono dalla responsabilità umana. È per questo che « i popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell'opulenza » [40]. Anche questo è vocazione, un appello rivolto da uomini liberi a uomini liberi per una comune assunzione di responsabilità. Fu viva in Paolo VI la percezione dell'importanza delle strutture economiche e delle istituzioni, ma altrettanto chiara fu in lui la percezione della loro natura di strumenti della libertà umana. Solo se libero, lo sviluppo può essere integralmente umano; solo in un regime di libertà responsabile esso può crescere in maniera adeguata.

18. Oltre a richiedere la libertà, lo sviluppo umano integrale come vocazione esige anche che se ne rispetti la verità. La vocazione al progresso spinge gli uomini a « fare, conoscere e avere di più, per essere di più » [41]. Ma ecco il problema: che cosa significa « essere di più »? Alla domanda Paolo VI risponde indicando la connotazione essenziale dell'« autentico sviluppo »: esso « deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo » [42]. Nella concorrenza tra le varie visioni dell'uomo, che vengono proposte nella società di oggi ancor più che in quella di Paolo VI, la visione cristiana ha la peculiarità di affermare e giustificare il valore incondizionato della persona umana e il senso della sua crescita. La vocazione cristiana allo sviluppo aiuta a perseguire la promozione di tutti gli uomini e di tutto l'uomo. Scriveva Paolo VI: « Ciò che conta per noi è l'uomo, ogni uomo, ogni gruppo d'uomini, fino a comprendere l'umanità tutta intera » [43]. La fede cristiana si occupa dello sviluppo non contando su privilegi o su posizioni di potere e neppure sui meriti dei cristiani, che pure ci sono stati e ci sono anche oggi accanto a naturali limiti [44], ma solo su Cristo, al Quale va riferita ogni autentica vocazione allo sviluppo umano integrale. Il Vangelo è elemento fondamentale dello sviluppo, perché in esso Cristo, « rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo » [45]. Ammaestrata dal suo Signore, la Chiesa scruta i segni dei tempi e li interpreta ed offre al mondo « ciò che possiede in proprio: una visione globale dell'uomo e dell'umanità » [46]. Proprio perché Dio pronuncia il più grande « sì » all'uomo [47], l'uomo non può fare a meno di aprirsi alla vocazione divina per realizzare il proprio sviluppo. La verità dello sviluppo consiste nella sua integralità: se non è di tutto l'uomo e di ogni uomo, lo sviluppo non è vero sviluppo. Questo è il messaggio centrale della Populorum progressio, valido oggi e sempre. Lo sviluppo umano integrale sul piano naturale, risposta a una vocazione di Dio creatore [48], domanda il proprio inveramento in un « umanesimo trascendente, che ... conferisce [all'uomo] la sua più grande pienezza: questa è la finalità suprema dello sviluppo personale » [49]. La vocazione cristiana a tale sviluppo riguarda dunque sia il piano naturale sia quello soprannaturale; motivo per cui, « quando Dio viene eclissato, la nostra capacità di riconoscere l'ordine naturale, lo scopo e il “bene” comincia a svanire » [50].

19. Infine, la visione dello sviluppo come vocazione comporta la centralità in esso della carità. Paolo VI nell'Enciclica Populorum progressio osservava che le cause del sottosviluppo non sono primariamente di ordine materiale. Egli ci invitava a ricercarle in altre dimensioni dell'uomo. Nella volontà, prima di tutto, che spesso disattende i doveri della solidarietà. Nel pensiero, in secondo luogo, che non sempre sa orientare convenientemente il volere. Per questo, nel perseguimento dello sviluppo, servono « uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d'un umanesimo nuovo, che permetta all'uomo moderno di ritrovare se stesso » [51]. Ma non è tutto. Il sottosviluppo ha una causa ancora più importante della carenza di pensiero: è « la mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli » [52]. Questa fraternità, gli uomini potranno mai ottenerla da soli? La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l'uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità. Questa ha origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna. Paolo VI, presentando i vari livelli del processo di sviluppo dell'uomo, poneva al vertice, dopo aver menzionato la fede, « l'unità nella carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini » [53].

20. Queste prospettive, aperte dalla Populorum progressio, rimangono fondamentali per dare respiro e orientamento al nostro impegno per lo sviluppo dei popoli. La Populorum progressio, poi, sottolinea ripetutamente l'urgenza delle riforme [54] e chiede che davanti ai grandi problemi dell'ingiustizia nello sviluppo dei popoli si agisca con coraggio e senza indugio. Questa urgenza è dettata anche dalla carità nella verità. È la carità di Cristo che ci spinge: « caritas Christi urget nos » (2 Cor 5,14). L'urgenza è inscritta non solo nelle cose, non deriva soltanto dall'incalzare degli avvenimenti e dei problemi, ma anche dalla stessa posta in palio: la realizzazione di un'autentica fraternità. La rilevanza di questo obiettivo è tale da esigere la nostra apertura a capirlo fino in fondo e a mobilitarci in concreto con il « cuore », per far evolvere gli attuali processi economici e sociali verso esiti pienamente umani.

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Messaggio del Papa per gli ammalati

Mentre si avvicina il Natale, il pensiero vola verso coloro che soffrono a causa di malattie e che devono fare i conti con il quotidiano dolore. Anche il Papa Benedetto XVI, ha già espresso un messaggio di estrema importanza, per l'occasione della Giornata Mondiale del malato. Trattasi di un messaggio intenso nel quale si rivolge in primis agli ammalati, ricordando loro il valore della sofferenza e del dolore e che Cristo ha vinto il dolore e la morte alla radice. Poi vi è un pensiero rivolto alle giovani generazioni affinché comprendano il significato della malattia, del dolore, esortandoli a contribuire attivamente in favore degli ammalati, servendoli, visitandoli e prendendosi cura di loro. Noi abbiamo avuto diversi esempi di ammalati che hanno saputo vivere il dolore in maniera quasi gioiosa perchè attraverso di esso riuscivano ad entrare in una comunione profonda con Gesù, il quale si è fatto uomo condividendo con noi il dolore carnale: pensiamo al venerabile Giovanni Paolo II oppure a San Pio da Pietrelcina i quali hanno davvero sopportato il dolore con gioia. 
Fatta questa piccola premessa, leggiamo le parole del nostro Pontefice:

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI 
PER LA XIX GIORNATA MONDIALE DEL MALATO
 
“Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2,24)


Cari fratelli e sorelle!

Ogni anno, nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, che si celebra l’11 febbraio, la Chiesa propone la Giornata Mondiale del Malato. Tale circostanza, come ha voluto il venerabile Giovanni Paolo II, diventa occasione propizia per riflettere sul mistero della sofferenza e, soprattutto, per rendere più sensibili le nostre comunità e la società civile verso i fratelli e le sorelle malati. Se ogni uomo è nostro fratello, tanto più il debole, il sofferente e il bisognoso di cura devono essere al centro della nostra attenzione, perché nessuno di loro si senta dimenticato o emarginato; infatti “la misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana” (Lett. enc. Spe salvi, 38). Le iniziative che saranno promosse nelle singole Diocesi in occasione di questa Giornata, siano di stimolo a rendere sempre più efficace la cura verso i sofferenti, nella prospettiva anche della celebrazione in modo solenne, che avrà luogo, nel 2013, al Santuario mariano di Altötting, in Germania.

1. Ho ancora nel cuore il momento in cui, nel corso della visita pastorale a Torino, ho potuto sostare in riflessione e preghiera davanti alla Sacra Sindone, davanti a quel volto sofferente, che ci invita a meditare su Colui che ha portato su di sé la passione dell'uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati. Quanti fedeli, nel corso della storia, sono passati davanti a quel telo sepolcrale, che ha avvolto il corpo di un uomo crocifisso, che in tutto corrisponde a ciò che i Vangeli ci trasmettono sulla passione e morte di Gesù! Contemplarlo è un invito a riflettere su quanto scrive san Pietro: “dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2,24). Il Figlio di Dio ha sofferto, è morto, ma è risorto, e proprio per questo quelle piaghe diventano il segno della nostra redenzione, del perdono e della riconciliazione con il Padre; diventano, però, anche un banco di prova per la fede dei discepoli e per la nostra fede: ogni volta che il Signore parla della sua passione e morte, essi non comprendono, rifiutano, si oppongono. Per loro, come per noi, la sofferenza rimane sempre carica di mistero, difficile da accettare e da portare. I due discepoli di Emmaus camminano tristi per gli avvenimenti accaduti in quei giorni a Gerusalemme, e solo quando il Risorto percorre la strada con loro, si aprono ad una visione nuova (cfr Lc 24,13-31). Anche l’apostolo Tommaso mostra la fatica di credere alla via della passione redentrice: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo” (Gv 20,25). Ma di fronte a Cristo che mostra le sue piaghe, la sua risposta si trasforma in una commovente professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28). Ciò che prima era un ostacolo insormontabile, perché segno dell'apparente fallimento di Gesù, diventa, nell'incontro con il Risorto, la prova di un amore vittorioso: “Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede” (Messaggio Urbi et Orbi, Pasqua 2007).

2. Cari ammalati e sofferenti, è proprio attraverso le piaghe del Cristo che noi possiamo vedere, con occhi di speranza, tutti i mali che affliggono l'umanità. Risorgendo, il Signore non ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma li ha vinti alla radice. Alla prepotenza del Male ha opposto l'onnipotenza del suo Amore. Ci ha indicato, allora, che la via della pace e della gioia è l'Amore: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34). Cristo, vincitore della morte, è vivo in mezzo a noi. E mentre con san Tommaso diciamo anche noi: “Mio Signore e mio Dio!”, seguiamo il nostro Maestro nella disponibilità a spendere la vita per i nostri fratelli (cfr 1 Gv 3,16), diventando messaggeri di una gioia che non teme il dolore, la gioia della Risurrezione.

San Bernardo afferma: “Dio non può patire, ma può compatire”. Dio, la Verità e l'Amore in persona, ha voluto soffrire per noi e con noi; si è fatto uomo per poter com-patire con l'uomo, in modo reale, in carne e sangue. In ogni sofferenza umana, allora, è entrato Uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; in ogni sofferenza si diffonde la con-solatio, la consolazione dell'amore partecipe di Dio per far sorgere la stella della speranza (cfr Lett. enc. Spe salvi, 39).

A voi, cari fratelli e sorelle, ripeto questo messaggio, perché ne siate testimoni attraverso la vostra sofferenza, la vostra vita e la vostra fede.

3. Guardando all’appuntamento di Madrid, nel prossimo agosto 2011, per la Giornata Mondiale della Gioventù, vorrei rivolgere anche un particolare pensiero ai giovani, specialmente a coloro che vivono l’esperienza della malattia. Spesso la Passione, la Croce di Gesù fanno paura, perché sembrano essere la negazione della vita. In realtà, è esattamente il contrario! La Croce è il “sì” di Dio all'uomo, l’espressione più alta e più intensa del suo amore e la sorgente da cui sgorga la vita eterna. Dal cuore trafitto di Gesù è sgorgata questa vita divina. Solo Lui è capace di liberare il mondo dal male e di far crescere il suo Regno di giustizia, di pace e di amore al quale tutti aspiriamo (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011, 3). Cari giovani, imparate a “vedere” e a “incontrare” Gesù nell'Eucaristia, dove è presente in modo reale per noi, fino a farsi cibo per il cammino, ma sappiatelo riconoscere e servire anche nei poveri, nei malati, nei fratelli sofferenti e in difficoltà, che hanno bisogno del vostro aiuto (cfr ibid., 4). A tutti voi giovani, malati e sani, ripeto l'invito a creare ponti di amore e solidarietà, perché nessuno si senta solo, ma vicino a Dio e parte della grande famiglia dei suoi figli (cfr Udienza generale, 15 novembre 2006).

4. Contemplando le piaghe di Gesù il nostro sguardo si rivolge al suo Cuore sacratissimo, in cui si manifesta in sommo grado l'amore di Dio. Il Sacro Cuore è Cristo crocifisso, con il costato aperto dalla lancia dal quale scaturiscono sangue ed acqua (cfr Gv 19,34), “simbolo dei sacramenti della Chiesa, perché tutti gli uomini, attirati al Cuore del Salvatore, attingano con gioia alla fonte perenne della salvezza" (Messale Romano, Prefazio della Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù). Specialmente voi, cari malati, sentite la vicinanza di questo Cuore carico di amore e attingete con fede e con gioia a tale fonte, pregando: “Acqua del costato di Cristo, lavami. Passione di Cristo, fortificami. Oh buon Gesù, esaudiscimi. Nelle tue piaghe, nascondimi” (Preghiera di S. Ignazio di Loyola).

5. Al termine di questo mio Messaggio per la prossima Giornata Mondiale del Malato, desidero esprimere il mio affetto a tutti e a ciascuno, sentendomi partecipe delle sofferenze e delle speranze che vivete quotidianamente in unione a Cristo crocifisso e risorto, perché vi doni la pace e la guarigione del cuore. Insieme a Lui vegli accanto a voi la Vergine Maria, che invochiamo con fiducia Salute degli infermi e Consolatrice dei sofferenti. Ai piedi della Croce si realizza per lei la profezia di Simeone: il suo cuore di Madre è trafitto (cfr Lc 2,35). Dall'abisso del suo dolore, partecipazione a quello del Figlio, Maria è resa capace di accogliere la nuova missione: diventare la Madre di Cristo nelle sue membra. Nell’ora della Croce, Gesù le presenta ciascuno dei suoi discepoli dicendole: “Ecco tuo figlio” (cfr Gv 19,26-27). La compassione materna verso il Figlio, diventa compassione materna verso ciascuno di noi nelle nostre quotidiane sofferenze (cfr Omelia a Lourdes, 15 settembre 2008).

Cari fratelli e sorelle, in questa Giornata Mondiale del malato, invito anche le Autorità affinché investano sempre più energie in strutture sanitarie che siano di aiuto e di sostegno ai sofferenti, soprattutto i più poveri e bisognosi, e, rivolgendo il mio pensiero a tutte le Diocesi, invio un affettuoso saluto ai Vescovi, ai sacerdoti, alle persone consacrate, ai seminaristi, agli operatori sanitari, ai volontari e a tutti coloro che si dedicano con amore a curare e alleviare le piaghe di ogni fratello o sorella ammalati, negli ospedali o Case di Cura, nelle famiglie: nei volti dei malati sappiate vedere sempre il Volto dei volti: quello di Cristo.

A tutti assicuro il mio ricordo nella preghiera, mentre imparto a ciascuno una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 21 Novembre 2010, Festa di Cristo Re dell'Universo.

BENEDICTUS PP. XVI


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