mercoledì 20 luglio 2011

Somalia: La fame uccide nel silenzio

Continuiamo anche oggi a seguire la più grave crisi umanitaria al mondo e cioè quella del Corno d'Africa. Anche per oggi pubblichiamo un articolo di Radio Vaticana alla quale va il nostro ringraziamento per la sua giusta informazione. Vediamo uno scenario agghiacciante, ma necessario osservare per capire cosa veramente sta accadendo in terra africana. Guardare per comprendere, comprendere per agire a favore dei più bisognosi. Andrea Lomonaco, giornalista di Radio Vaticana ha intervistato Domenico Quirico, africanista del quotidiano "La Stampa" da poco rientrato dall'Africa. Ascoltiamo le sue parole per capire cosa sta succedendo e cosa va fatto per risolvere questa grave situazione:


R. – Il problema, sostanzialmente, è la mancanza di soldi. Mancano soldi alle agenzie delle Nazioni Unite, che devono intervenire, mancano cifre considerevoli all’Alto Commissariato dei Rifugiati e così via. Sono stati versati soltanto la metà dei fondi necessari per un intervento d’urgenza in una zona in cui sono a rischio carestia circa dieci milioni di persone. Penso che, anche grazie all’intervento del Papa all’Angelus, la mobilitazione cominci, poco a poco, ad avviarsi. Ma non c’è tempo da perdere.

D. – Non c’è tempo da perdere e sicuramente non si può dire che non ci si sia accorti di quello che sta accadendo. Tu cos’hai visto in Somalia?

R. – Diciamo che la morte per fame è la più “discreta” delle varie forme di morte, perché si muore in silenzio. Non si urla, non si grida. I morti per fame si spengono. Le organizzazioni di soccorso internazionali dovrebbero mobilitare le coscienze e certamente le fotografie possono fare molto. All’epoca della prima carestia, all’inizio degli anni ’90, l’intervento nacque da uno straordinario reportage televisivo: il mondo si accorse che c’era una parte di se stesso che stava morendo di fame, che era già morta di fame. Le fotografie possono fare molto, ma credo che bisognerebbe raccontare come avviene il processo per cui una persona muore di fame. Raccontare, cioè, come questo tipo di morte asciughi progressivamente ogni energia vitale, riduca le ossa a dei moncherini, porti via qualsiasi cellula di vita per passare poi al cervello. Non si reagisce più, prende il sopravvento l’abulia, il disinteresse. L’altra reazione, invece, è quella della ferocia, dell’accanimento disperato nel cercare qualcosa da mangiare: cibo, cibo, cibo. Sei disposto anche ad uccidere altre persone per avere del cibo. Ci sono delle madri, in queste zone, che hanno gettato via i figli perché ormai il loro cervello era obnubilato dalla necessità di mangiare, di ingerire qualsiasi cosa. Raccontiamo allora cosa vuol dire morire per fame anche soltanto per una persona e non per mille, diecimila, centomila o dieci milioni e quale potrebbe essere l’apocalittico scenario del Corno d’Africa. Scenario che, per fortuna, non si verificherà, perché il mondo, anche se distratto, egoista ed avaro, è ancora in grado di intervenire. Raccontiamo questo e allora, forse, le nostre coscienze si mobiliterebbero più in fretta di quanto avviene oggi. Soprattutto si deve intervenire in Somalia, non soltanto con la carità internazionale. Bisogna che ci sia un intervento di tipo politico.

D. – Un intervento politico anche per porre fine alla perdurante assenza dello Stato somalo…

R. – La Somalia è una specie di straordinario vuoto che le grandi potenze, l’Occidente ricco, ha posto nella propria coscienza. In passato, quando la Somalia è diventata un elemento dell’internazionale islamica, c’è stato un certo interesse, perché sembrava che Bin Laden potesse avere anche lì dei suoi ‘dentellati’. Allora si è operato in un modo doppiamente criminale: far fare cioè una guerra per ‘procura’ tra africani. In questo spazio di vuoto, di silenzio, è successo di tutto in questo Paese. Si è assistito alla ferocia più terribile, a manifestazioni più esasperate del fanatismo religioso. Un intero popolo è rimasto in ostaggio di alcuni elementi criminali di varia natura. Questa è la Somalia di oggi, questa è la Somalia che affronta l’ennesima tappa del suo calvario, l’ennesima carestia. Ma questo non è un problema dovuto soltanto ad una catastrofe di tipo meteorologico, cioè perché non piove. I somali convivono con la siccità da sempre ed hanno delle tecniche primitive ma raffinate per sopravvivere. In questo sono abilissimi. Quello che oggi trasforma quella che potrebbe essere una situazione difficile in una catastrofe è, come sempre, la realtà politica di queste zone. Qualsiasi intervento, quindi, non può prescindere, questa volta, dal considerare il carattere politico di questa carestia. Il problema della carestia si ripresenterà sistematicamente ogni anno, per i prossimi 20, 40, 50, 100 anni. La comunità internazionale è disposta ad accettare questo tipo di discorso? Il problema è questo. (vv)

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